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LIBRI IN USCITA: NEWSLETTER MERIDIANOZERO 12/2010

17 Ottobre 2010

Care lettrici e cari lettori,

come sapete, e’ gia’ da qualche settimana sugli scaffali delle librerie la nuova Mappa musicale targata Meridiano Zero, dedicata nientemeno che a Keith Richards, il pirata del rock. Ed e’ proprio sull’agile libretto di Del Papa che vogliamo spendere qualche parola questa settimana, regalandovi anche un passo della sua splendida introduzione. 
Massimo Del Papa ricostruisce tra le pagine del suo “Happy” un ritratto sfaccettato e brillante del guru dei Rolling Stones ripercorrendo, canzone dopo canzone, una vita fatta di contraddizioni e successi, inconfessabili retroscena e scandalosi colpi di testa ma anche e soprattutto di grandissima musica. E’ proprio la musica, infatti, il vero filo conduttore di questo viaggio affascinante e divertito all’interno della vita di un artista che ha fatto della sua bruttezza un’icona e dei suoi errori una bandiera da sventolare orgogliosamente e che ancora oggi, a sessant’anni suonati, e’ capace di reinventarsi e rinascere dalle sue ceneri, trasformando in pirata il vecchio bandito, senza rinunciare a una vita sempre all’insegna dell’eccesso e della trasgressione, ma non per questo votata all’autodistruzione.
Le parole di Del Papa tracciano in queso libro il ritratto intenso e preciso di un uomo innamorato della vita e della musica, incapace di rinunciare a un solo secondo, a una sola esperienza e in grado di distillare la vita in un riff sempre nuovo e sorprendente.

Buona lettura,
La vostra redazione

LE NOVITA’
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Il vento del Texas di James Reasoner – Euro 13,50
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Ritrovare Mandy, figlia di un ricco uomo d’affari di Fort Worth: questo e’ l’incarico di Cody. Investigatore privato, con un debole per i dipinti western di Frederic Remington, Cody e’ un uomo tutto d’un pezzo, l’ultima bandiera di una terra che sta cedendo il passo a cactus artificiali, discoteche e corna finte di longhorn. Ma quello che era cominciato come il piu’ classico dei casi di persona scomparsa assume ben presto colori piu’ crudi e Cody si ritrova a fare i conti con uno spietato gangster della mafia locale, mentre compaiono i cadaveri e le pallottole cominciano a fischiare troppo vicine. Solo l’amore per Janice gli dara’ la forza di sciogliere i nodi di un gioco ormai mortale.

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Happy – L’incredibile avventura di Keith Richards di Massimo Del Papa – Euro 10,00
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Torna Massimo Del Papa, con un libro micidiale, assolo tutto dedicato al chitarrista-teppista dei Rolling Stones, il pirata occhi di squalo Keith Richards! Oltre la banale biografia e la critica musicale, Del Papa racconta la storia completa di un fuorilegge salvato dalla musica, la prima di tutte le sue droghe. Dai primi anni a oggi, una fuga in crescendo, oscura ma “felice”, zeppa di contraddizioni, di arrembaggi e naufragi, di morti e rinascite, in cui l’unico punto fermo e’ la spietata e geniale fedelta’ di Richards alla sua musica.

L’INTRODUZIONE DI “HAPPY”
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Happy – L’incredibile avventura di Keith Richards di Massimo Del Papa – Euro 10,00
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C’e’ una foto, piuttosto famosa, che gira da trent’anni, la si trova nei libri, su Internet, magari incorniciata in una vetrina di qualche boutique. In un cupo bianco e nero trasmette bestialita’ e un senso di pericolo, di dannazione. Raffigura un uomo tetro, magro come un cane, nudo dalla cintola in su, le costole in evidenza mentre si piega a sistemare i jeans negli stivali neri che gli fasciano un paio di gambe secche e nodose. E’ stata scattata nei sotterranei di uno stadio americano prima di un concerto, nel 1981.
Ferino, belluino, con quei capelli arruffati, a nido d’aquila, rivoli d’inchiostro sulla faccia scavata, il labbro inferiore sporgente in un ghigno perennemente incazzato. E le mani, dure, nodose anche quelle, mani di uno che va per le spicce, mani da strette violente. Mani da killer. Bello no, brutto si’, ma di un brutto attraente, carismatico. Uno di quelli di cui si dice: se non fosse diventato quello che e’, sarebbe finito male. Keith Richards invece e’ diventato quel che e’: un chitarrista, una delle rock star piu’ note di tutti i tempi, alla guida della rock band piu’ importante di tutti i tempi, un’icona planetaria, eppure, in qualche modo, e’ ugualmente riuscito a perdersi.
Fuor di retorica, la sua vita ha sempre corso sul lato sbagliato della strada. Denunce, arresti, violenze, risse, autodistruzione, episodi orrorifici, retroscena inconfessabili. Troppo anche per il pazzo circo del rock, e a un certo punto quello stinco di diavolo fu bandito da mezzo mondo. Bandito, ecco la parola giusta. Un fuorilegge che, per combinazione, sapeva suonare la chitarra, sapeva comporre. Ma comunque sempre un fuorilegge. E in fondo anche il suo modo di suonarla, quella chitarra, era ed e’ anarchico, completamente fuori dalle regole. Perche’ Keith Richards ha mantenuto per tutta la sua vita un’incredibile – e in fondo ingenua – integrita’, al di la’ del bene e del male. Anche in vecchiaia, quando la sua metamorfosi piratesca si e’ manifestata come un inevitabile destino.
(…)
Ma basta avere pazienza e Keith Richards ti ripaga. In un senso o nell’altro. Anche se e’ imbottito di Vicodin dopo un’operazione che gli ha raschiato il cervello a seguito di un incidente che solo a lui poteva capitare: spaccarsi la testa cadendo da una palma per cogliere una noce di cocco. Se poi vi state chiedendo perche’ diavolo un tizio di sessantadue anni debba arrampicarsi su una palma a rischio di sfracellarsi, avete sbagliato uomo.
No, non e’ questa la domanda da porsi. Quella giusta e’: perche’ un chitarrista, un artista che da mezzo secolo e’ abituato ad avere il mondo ai suoi piedi, non si placa, non si redime, ma continua a vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo, con il coltello fra i denti (e magari una pistola in tasca)? Perche’ continua a sfiorare la morte? Perche’ fa inorridire persino il mondo rutilante e dissoluto di cui fa parte, ammettendo di avere sniffato le ceneri del padre insieme a un pizzico di coca?
Piu’ simile a un tagliagole che a una viziata rock star, eccessivo per i suoi stessi compagni d’avventura, Keith ha un segreto per sfidare le leggi della natura. Non sta nei due fegati o nel costante ricambio del sangue di cui si favoleggia. Certo, e’ dotato di una costituzione da studiare, ma prima ancora e’ affetto da una disperata voglia di vivere, eternamente ribadita: “La vita e’ splendida, io non ho mai voluto ammazzarmi, non sono cosi’ scemo”.
Un eccesso di energia, esuberanza, entusiasmo, o di incoscienza, mettetela come volete, questo e’ Keith Richards. E di amore per la musica, naturalmente; perche’ e’ proprio quando la passione di suonare viene meno che i demoni riprendono il sopravvento, che l’e’lan vital, come direbbe Bergson, non mette piu’ in moto l’anima e l’ombra della morte torna a condensarsi.
In realta’ Keith Richards e’ sempre stato salvato dalla musica, la prima di tutte le sue droghe; la sua astinenza lo ha sempre, immancabilmente, portato a un passo dalla fine.

LE RECENSIONI
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Happy – L’incredibile avventura di Keith Richards di Massimo Del Papa – Euro 10,00
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Mucchio, ottobre 2010
In leggero anticipo sull’autobiografia di Keith Richards “Life”, esce un volume italiano dedicato al chitarrista dei Rolling Stones dal titolo “Happy”. Si tratta di un’appassionante biografia atipica, o forse, piuttosto, di un ritratto in divenire e a tutto tondo. Con al centro l’idea – ineccepibile – di Richards eroe cinico, combattente pigro, teppista e delinquente, refrattario alla coscienza collettiva. Dai vagiti di un fuorilegge in erba, un eccesso di esuberanza rinchiuso dentro il corpo magro di un brutto ragazzotto arrogante, fino allo svolazzare di sciarpe e catene, teschi e braccialetti, fasce e ciondoli del pirata settantenne, del genio del riff approdato incredibilmente vivo ai giorni nostri. Nel volume di Del Papa si evidenziano i caratteri puntualmente emergenti di Richards: il temperamento scontroso e irriverente, che – pare – l’ha portato a sniffare le ceneri del padre; la tossicita’ incallita, l’incosciente noncuranza (gia’ anziano, cadde da una palma nel tentativo di afferrare una noce di cocco); la totale amoralita’, il tradimento e la defenestrazione ai danni di Brian Jones (che morira’ di li’ a poco), l’allontanamento di Mick Taylor (che “ci metteva troppe note”); le crisi e le rinascite. Una scia di dinamiche burrascose e irrisolte segna il rapporto di odio e amore con Mick Jagger: “I Rolling Stones vivono sulla collisione perpetua di due pianeti, sulla guerra infinita di due carismi”. Si da’ conto di come soltanto nell’emergenza e nella lotta gli Stones abbiano saputo tirare fuori le risorse per continuare a rotolare. “Senza l’eccitazione – scrive Del Papa – senza l’adrenalina continua, la fame di novita’ e di rischio, il gruppo si arena, i Rolling muoiono”. E al centro di ogni caduta e resurrezione c’e’ lui: Keith il selvaggio, i sorrisi mannari di un fallito di gran classe, vero motore della band. Quello che non ha avuto mai problemi con la droga, “solo con la polizia”.
Gianluca Veltri

liberidiscrivere splinder com, 24.9.10
Narra la leggenda che Keith Richards sia immortale e infatti leggendo “Happy – L’incredibile avventura di Keith Richards”, omaggio decisamente sopra le righe scritto da un tipo tosto come Massimo Del Papa, qualche legittimo dubbio viene davvero. Sembra che con la morte, Keith il bandito, il dannato, l’icona piu’ trasgressiva del rock, una partita in corso ce l’abbia davvero. Keith la morte la corteggia, la sfida, la rincorre per poi sbeffeggiarla dicendo: “La vita e’ splendida, non ho mai voluto ammazzarmi, non sono cosi’ scemo”. E intanto a sessant’anni suonati mentre e’ in vacanza in Nuova Zelanda pensa bene di arrampicarsi su una palma per raccogliere una noce di cocco, procurandosi una commozione celebrale con tanto di operazione al cervello.
Pensate che questo basti a fermarlo? Ma certo che no, come si vede che non conoscete bene “il pirata” altro nomignolo che sembra piacergli tanto da spingerlo a interpretare il ruolo di Teague Sparrow, si’ avete capito bene il padre di Jack Sparrow nella saga Disneyana piu’ famosa di tutti i tempi. E le bizzarrie di questa vita dedicata alla musica non sono finite qui. Di aneddoti curiosi ce ne sono molti altri e di frasi fulminanti prese di sana pianta dal singolare repertorio del chitarrista piu’ eccentrico e incorreggibile del circo Barnum che infondo e’ il rock. Come quando cita proprio all’inizio del libro appena dopo l’indice: Ho avuto almeno tre medici che mi dicevano: “Se vai avanti cosi’, sei morto entro tre mesi”. Sono andato a tutti i loro funerali. O quando dice: “Devi conoscere i tuoi limiti, che non sono quelli di nessun altro. Un sacco di gente e’ morta perche’ pensava di essere me.”
Massimo Del Papa non trascura niente neanche dettagli un po’ macabri come quando riporta le ammissioni di Richards di avere sniffato le ceneri del padre insieme ad un pizzico di coca. E poi denunce, droga, arresti, stravizi, violenze, risse, autodistruzioni. “Se Wood si addormenta in scena, completamente sbronzo, lui lo sveglia a suon di pugni davanti a centoventimila persone.” Forse ad un altro cose del genere non gliele si perdonerebbe, ma Richards e’ Richards! Ci si aspetta da lui che viaggi ad un’altra velocita’, che rasenti la normalita’ di noi comuni mortali per raggiungere luoghi inesplorati di un altrove irraggiungibile.
Se credevate che le leggende del rock fossero storie per ragazzi troppo cresciuti, un po’ sentimentali e un po’ ingenui, bhe niente di tutto cio’. E’ tutto vero. Richards fu davvero capace di comporre Satisfaction in sogno, svegliandosi giusto il tempo per registrare il motivo prima di tornare a russare. E pensate che Richards ne fosse soddisfatto bhe sentitelo cosa dice ancora nel 2000: “Sto appena cominciando ad imparare a suonarla come Dio comanda”. E poi le origini, gli incontri fortuiti con gli altri membri della band, le ore passate a suonare i classici del blues, del rhythm and blues, del primo rock and roll, del soul, tutto e’ riportato fedelmente, con precisione, determinazione. Se pensavate poi che gli inizi fossero facili basta sentire Richards parlarne per convincervi del contrario: “Ho visto sangue sul palco, ho visto salirci pazzi armati e cani arrabbiati, ma era niente rispetto a quei primi concerti dove era tanto se portavi a casa la pelle”.
Di miti brutti, sporchi e cattivi il rock ne ha sfornati tanti ma sfido chiunque a trovarne un altro altrettanto autentico, non costruito a tavolino, irriverente, eccessivo, seducente, magnetico. Massimo del Papa parla di ingenua integrita’, penso che abbia colpito nel segno. Keith Richards e’ come lo vedi, prendere o lasciare, non fa sconti per nessuno, non si ostina a piacere a tutti. Per gli amanti dei Rolling Stones o piu’ estesamente del rock, e’ un libro che non potra’ mancare nelle loro librerie, unico rimpianto e’ che e’ troppo breve ed finisce troppo presto, unica certezza e’ che spero ci sia una traduzione in inglese che renda lo stile di Del Papa e che Keith la legga. Ci scommetto cosa volete che gli piacera’. Non so che altro dire ragazzi oltre al fatto che ho passato leggendo “Happy” le ore piu’ divertenti da non ricordo piu’ quanto tempo. Anzi forse una cosa me la si permetta ancora di aggiungere. Lunga vita a Keith Richards che tu non debba davvero morire mai!
Giulietta Iannone

Trentino, 27.9.10
Chitarra banditesca
Keith, che definizione daresti del rock? gli hanno chiesto. E lui: “Me”.
Una delle piu’ grandi rockstar della storia, leader dei Rolling Stones, Keith Richards e’ protagonista di un omaggio d’autore. Lo firma un giornalista del Mucchio (rivista libera) che non ha dubbi: la parola giusta per caratterizzare Richards e’ “bandito”. Keith e’ stato e rimane “un fuorilegge che, per combinazione, sapeva suonare la chitarra, sapeva comporre”. Un demone poetico che intanto invecchia alla grande.
Carlo Martinelli

(recensioni Happy – L’incredibile avventura di Keith Richards)

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Il vento del Texas di James Reasoner – Euro 13,50
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www ilrecensore com, 7.10.10
Il noir classico, a differenza del giallo, ha i suoi ingredienti precisi : una buona trama criminale, un intreccio centrale ben strutturato e un finale non consolatorio. Se si aggiungono il ritmo narrativo di un certo cinema nero anni ’60 e un investigatore privato risoluto e determinato, avrete “Il vento del Texas” di James Reasoner (Meridiano zero), uno dei primi noir ambientati in Texas e, ormai, un classico.
Grazie all’audacia e al coraggio di Marco Vicentini, che ha tradotto l’opera, fondatore di Meridiano Zero, giunge finalmente sugli scaffali delle librerie italiane un romanzo avvincente, inquieto e aspro.
La trama e’ semplice: Mandy, cantante di un giovane trio che si esibisce nei locali texani, scompare. La madre commissiona all’investigatore privato Cody di risolvere il caso, potrebbe essere fuggita con Jeff, il chitarrista del gruppo ma Lisa, sua migliore amica, nonche’ fidanzata di Jeff, asserisce il contrario. Forse e’ stata rapita. Lo scrittore percorre in lungo e in largo le esistenze di questi ragazzi, come se fosse un detective, e descrive una realta’ sconvolgente, piena di tranelli, partendo da piccoli indizi, tasselli di puzzle. Cita film, fa similitudini con grandi attori americani, fa vivere sulla pelle del lettore quel vento freddo insistente del Texas che condiziona le giornate.
Reasoner e’ uno scrittore prolifico, scrive trame convincenti, arricchisce di dettagli anche le figure di contorno e in poco meno di duecento pagine regala un noir essenziale, diretto e realista.
Il Texas e’ un mondo tragico e affascinante, presentato dallo scrittore come una terra che sta mutando il proprio paesaggio naturale cedendo il passo ad un mondo illusorio e artificiale.
Un libro umano, che va oltre le dinamiche del noir e racconta la tragedia e il dolore dell’Uomo, la sua disperazione dinanzi all’imprevedibile e una moralita’ calpestata dalla barbarie e dalla violenza.
Cody non sa come reagire, a volte si perde, vorrebbe fare un passo indietro ma e’ l’amore di una donna a farlo rialzare, lo spinge a combattere l’orrore e a fare i conti anche con la paura e la coscienza.
Un bel viaggio, diretto verso un mondo che non e’ troppo lontano.
Francesco Bove

Bresciaoggi, 30.9.10
“Il vento del Texas” mette in campo Cody, un vero cavaliere
Lo scrittore di razza si riconosce dai dettagli. Ci sono dettagli che, come buchi neri, immettono in un’altra dimensione percettiva, condensano la complessita’ del visibile in un unico colpo d’occhio pittorico. Nella primissima pagina del suo “Il vento del Texas” James Reasoner descrive un vecchio quartiere residenziale di Fort Worth con poche e potenti pennellate: case di famiglie facoltose che spendono per rendere le loro abitazioni sempre piu’ belle e diverse, ma che sembrano sempre tutte eguali. E’ solo una descrizione minima, ma pertinente, perche’ inquadra il contesto, la sociologia, l’immobilismo della condizione umana, la banalita’ dei destini, anche i piu’ tragici. Ed e’ proprio in una dei queste case che si presenta l’investigatore privato Cody per accettare un nuovo incarico. Mandy, la figlia di un uomo d’affari, cantante di un trio che si esibiva nei locali della zona, e’ scomparsa da quasi una settimana. Potrebbe trattarsi di una fuga d’amore, mai poi il caso si trasforma in un sequestro di persona con la regia di un gangster spietato. La verita’ e’ pero’ un’altra ancora, piu’ semplice e piu’ torbida: c’e’ un male occulto che alligna al di qua della malavita organizzata e convive con i grandi sentimenti primari ed elementari.
“Il vento del Texas” e’ un noir lucido come l’acciaio inossidabile, teso ed asciutto come un vecchio film di Howard Hawks, che affonda le sue radici nel melodramma. L’amore e’ una forza tellurica, va maneggiato sempre con cura, genera la vita ma anche la morte, attossica gli animi dilaniati dal tradimento ma rimane l’ultima ragione per un’ipotesi di futuro. Il romanzo metabolizza la grande tradizione americana dell’hard boiled, aggiornandola con il moderno malessere di fronte al cambio di passo di una civilta’ mutante, in cui il mito e’ stato volgarizzato dalla cronaca nera e violenta. Il detective Cody, uomo fallibile ma tutto d’un pezzo, cultore dei quadri di Remington, appare come il superstite di un ordine cavalleresco che discende dai lombi di Marlowe. E James Reasoner, scrittore da noi sconosciuto ma negli Usa must per collezionisti, ha la statura di un classico.
Nino Dolfo

www sugarpulp it, 29.9.10
Incredibile che un capolavoro come “Il vento del Texas” resti per trent’anni nel limbo editoriale, da cui lo ha sottratto di recente Meridiano zero (che non per nulla annovera, tra le sue punte di diamante, nomi come Victor Gischler).
Siamo nel territorio del noir americano classico, con un investigatore – Cody – che viene incaricato, da una ricca signora, di trovare la figlia, Mandy, misteriosamente scomparsa da alcuni giorni.
La donna non vuole che la cosa si sappia in giro, cosi’, prima di coinvolgere la polizia ha preferito rivolgersi a un detective privato.
All’inizio sembra una banale fuga d’amore: nel corso delle indagini, Cody scopre che Mandy si era innamorata del ragazzo di una sua amica, Lisa, e aveva programmato di fuggire con lui.
Ma quando alla madre della ragazza scomparsa arriva un avviso macabro e inquietante e un boss della malavita locale e i suoi scagnozzi danno una ripassatina al nostro protagonista, per convincerlo ad abbandonare le ricerche, Cody si accorge che le cose non sono come sembrano, e che non si tratta affatto di una fuga d’amore.
Arrivare alla soluzione del caso non si rivelera’ facile, in una corsa a ostacoli contro il tempo per cercare di ritrovare ancora viva la ragazza.
Il vento texano e’ una costante, e accompagna i protagonisti in tutto il romanzo, fino alla fine, quando tutto verra’ chiarito, con non poche sorprese.
E’ un vero peccato che, dalla biografia dell’autore, “Il vento del Texas” sia l’unico romanzo noir scritto da Reasoner. Perche’ la scrittura incisiva e cupa, i protagonisti che prendono vita dalle pagine e la trama senza sbavature avrebbero potuto farne uno dei maestri del genere.
Invece i lettori dovranno giocoforza accontentarsi di quest’unica prova dell’eclettico scrittore americano (conosciuto soprattutto per romanzi western), centellinando e godendosi parola per parola ogni riga e ogni pagina di questo formidabile romanzo, che restera’ comunque una delle pietre miliari del noir.
Pierluigi Porazzi

(recensioni Il vento del Texas)

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Un mattino da cani di Christopher Brookmyre- Euro 10
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www milanonera com, 13.7.10
Un mattino da cani, Jak Parlabane, giornalista d’assalto di ritorno a Edimburgo dopo una lunga parentesi lavorativa negli Stati Uniti, si risveglia in un appartamento vuoto, ancora vittima dei postumi della sbronza. Allertato dai rumori, esce sul pianerottolo per verificare – chissa’ perche’ – che i poliziotti accorsi a frotte nello stabile non stiano cercando proprio lui, e, per effetto di un intempestivo colpo di vento, si ritrova chiuso fuori, in mutande. Per tornare nell’appartamento, non ha altra scelta: deve intrufolarsi a casa di qualche vicino, e rientrare da una finestra. Purtroppo, non ha ancora fatto amicizia con nessuno, e l’unica porta aperta e’ quella del defunto medico Ponsonby, il cui cadavere, mutilato e riverso in una pozza di vomito, e’ appena stato rinvenuto; cosi’, quando l’inappuntabile (o quasi) agente Dalziel lo coglie in flagrante mentre, seminudo e sporco di vomito, cerca di lasciare la scena del crimine attraverso la finestra, Parlabane si ritrova in cima alla lista dei sospettati…
Uscito nel 1996, “Un mattino da cani”, romanzo d’esordio dello scozzese Christopher Brookmyre, recupera un intreccio classicamente hard-boiled (viene in mente, tra gli altri, il meraviglioso “Un sudario non ha tasche” di Horace McCoy) e lo trasferisce in una cornice dichiaratamente tarantiniana (non si tratta della semplice citazione nominale: il brano relativo al tentato omicidio di Parlabane nel gabinetto della sua casa di Los Angeles, curiosa trasfigurazione della fine di Vincent Vega, denuncia tutta l’influenza dell’allora recentissimo “Pulp Fiction”), che ben si sposa con la quasi inedita ambientazione scozzese, negli stessi anni portata alla ribalta dai primi adattamenti cinematografici dell’opera di Welsh.
Il romanzo si apre con l’accurata descrizione ambientale di una delle piu’ lerce e deliranti scene del crimine della storia del noir; gli agenti di polizia sono gia’ in azione, ma i loro movimenti sono tanto maldestri, e la sequenza e’ tanto confusa, che il lettore sente che la vicenda non si chiarira’ mai. Fortunatamente, in poco meno di una decina di pagine, il narratore extradiegetico (che, con mossa classica, si esprime in terza persona e al passato) abbandona il punto di vista del quasi insopportabile McGregor per concentrarsi, dopo un inedito “raccordo olfattivo” (che, non ammettendo derivazione ne’ traduzione visiva, se non con il ricorso a lunghe e frustranti perifrasi, eccede ogni riferimento cinematografico, e manifesta tutta l’originalita’ dell’autore) sul ben piu’ accettabile Parlabane. L’unico punto di contatto tra McGregor e Parlabane sembra essere l’appartenenza ad uno stesso universo diegetico: appena passato da un punto di vista all’altro, il narratore (volutamente e dichiaratamente parallittico, forse ancora per suggestione tarantiniana) cambia registro; l’incomprensibile confusione iniziale cede il passo ad una piu’ semplice (ma, almeno per ora, non meno sgangherata) e sostenibile situazione di squilibrio, che vede l’eroe sospettato di omicidio. Da qui in avanti, comunque, lo scioglimento della vicenda procede in maniera inaspettatamente sicura e lineare, con un progressivo attenuamento dei toni comici (e non semplicemente ironici) dell’incipit, e con ritmo regolare (a dispetto dello spostamento dell’attenzione da uno all’altro dei personaggi) che accelera solo in vista del climax finale; il risultato e’ uno di quei meravigliosi prodotti anni ’90 dei quali oggi si incomincia a sentire la mancanza: un hard-boiled di (ri)costruzione postmoderna che, pur mantenendo un altissimo potenziale d’intrattenimento, dimostrando un certo gusto per le trovate da action movie (non a caso, in apertura a uno dei brani cruciali del romanzo, la dottoressa Sarah Slaughter cita “Mission: Impossible”, riferendosi, probabilmente, alla coeva versione cinematografica firmata da Brian De Palma), per il particolare guignolesco e per la farsa, manifesta in maniera fin troppo chiara le intenzioni satiriche e (criticamente) politiche dell’autore.
Fabrizio Fulio-Bragoni

(recensioni Un mattino da cani)

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La gabbia delle scimmie di Victor Gischler – Euro 10,00 (tascabile)
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corpifreddi blogspot com, 7.10.10
Quando il noir si fonde con il pulp, quando si sta leggendo un romanzo ma potrebbe anche essere un fumetto allora avete tra le mani “La gabbia delle scimmie” di Victor Gischler edito da Meridiano Zero.
Nel bagagliaio dell’auto di Charlie Swift c’e’ un cadavere decapitato. Colpa di quel buono a nulla di Blade Sanchez che come al solito non riesce a combinarne una giusta! Il cadavere a Charlie serviva intero e ora dovra’ inventarsi qualcosa per risolvere il problema. Ancora ignora che quello non sara’ l’unico inconveniente della giornata…
Charlie Swift o Charlie il Sarto (soprannome che ha guadagnato dopo aver ucciso un uiomo con delle forni’ bici) lavora per Stan, boss della malavita di Orlando. Un bel giorno Stan sparisce, la sua squadra viene fatta fuori e lui si ritrova braccato dagli uomini di Beggar Johnson, un boss di Miami che sta piano piano allargando il suo giro in tutto lo Stato.
Pur commettendo crimini a volte orribili Swift e’ un personaggio simpatico, ombroso ma umano che fa vivere al lettore situazioni drammatiche ma allo stesso tempo elettrizzanti e paradossali. Tra sparatorie, rapimenti, animali impagliati e sangue a volonta’, lo seguiremo, sfogliando avidamente le pagine del libro, nella sua corsa sfrenata con unico scopo quello di salvare la pelle e magari ritrovare il suo capo.
Stravagante noir che si legge alla velocita’ della luce.
Victor Gischler e’ un narratore di talento. Leggere il suo romanzo e’ stato divertimento allo stato puro. Merito sicuramente di una trama dall’intreccio ritmato, priva di fronzoli o inutili arzigogoli. Merito della sua scrittura tagliente, di un ritmo veloce, dialoghi spassosi, atmosfere che ricordano quelle cupe e tenebrose di “Sin City” di Miller o personaggi che sembrano usciti direttamente da un film di Tarantino. Quando leggi libri di questo calibro e arrivi alla fine vorresti ricominciare da capo e rivivere l’avventura dall’inizio. La cosa piu’ difficile e’ stata riporlo sul comodino la sera e addormentarmi perche’ a ogni pagina sembrava di stare sulle montagne russe, dove trattieni il fiato, chiudi gli occhi, ma la scarica di adrenalina e’ talmente forte che vuoi subito ripartire.
Marianna De Rossi

(recensioni La gabbia delle scimmie)

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Anche i poeti uccidono – Victor Gischler – Euro 15,00
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www laltrapagina it, 11.7.10
Una vera sorpresa per tutti i lettori e’ stato “Anche i poeti uccidono”, un romanzo della collana noir di Meridiano zero scritto da Victor Gischler, gia’ autore di diversi romanzi e anche sceneggiatore di fumetti. Con uno stile scorrevole e piacevole, che si sofferma sui particolari senza eccessi e senza annoiare o rendere la lettura lenta, ci ritroviamo in una vicenda d’azione dove gli istinti umani hanno il predominio sulla razionalita’: paura e desiderio sono stimoli che i protagonisti cercano sempre di soddisfare in un modo o nell’altro.
La storia e’ caratterizzata da molta azione ma anche da una forte dose di ironia e sarcasmo che dissacra in un certo modo il mondo universitario con docenti ricchi di pecche e dotati di ben pochi pregi. Ambientato in Oklahoma, dove l’autore e’ stato a lungo docente di scrittura creativa presso una delle universita’ dello stato, ci ritroviamo in una zona dell’America centrale, in una piccola cittadina la cui economia ruota intorno all’istituzione scolastica.
Una delle caratteristiche dell’autore, almeno in questo libro, e’ il realizzare una lettura rapida, veloce, appassionante e intrigante che sfrutta pero’ canoni particolari che faranno innamorare il lettore del modo con cui l’autore segue le vicende. Gia’ dal titolo troviamo un aspetto che ci strappa un sorriso. Pensare alla figura del poeta, solitamente considerato qualcuno di tranquillo e riflessivo, dotato di intelligenza e senso estetico nell’uso delle parole, che invece prende in mano una pistola e si lancia in sparatorie e azione sembra quasi un controsenso, una di quelle figure retoriche che sfruttano l’antitesi di due concetti opposti: i poeti sparano.
Fosse solo questo pero’ non rischieremmo di innamorarci del modo di scrivere e della storia che Gischler ci propone. Dobbiamo considerare anche i personaggi che, per quanto seguano un filo della trama della propria vita, si ritrovano a scontrarsi tra loro, in un intrecciarsi di vicende che arrivano a creare una matassa disordinata dove tutti i fili confluiscono mischiandosi senza possibilita’ di essere piu’ districati.
A questo uniamo, poi, una visione particolarmente maschile che non da’ l’idea di sottomettere la figura femminile ma che semplicemente non la inserisce come ruolo essenzialmente e primario, almeno a una prima lettura. I protagonisti principali sono tutti uomini e le poche donne presenti sono un elemento necessario ma le cui gesta non contribuiscono piu’ di tanto a realizzare fatti, ma sono sprone, mente e ombra.
Se tutto questo non bastasse il numero di personaggi e’ molto limitato. Ci sono incontri ma l’ambiente resta sempre molto chiuso, giocato poco sulla folla che viene arginata come una massa indistinta e lasciando l’attenzione sempre sui singoli e sulle persone piu’ importanti.
“Anche i poeti uccidono” e’ un romanzo entusiasmante, godibilissimo, che unisce suspense e azione a momenti di cinismo e divertimento.
Il protagonista e’ un docente universitario precario, nonche’ un poeta in piena crisi creativa. Jay Morgan insegna, senza troppo entusiasmo, in una classe di aspiranti poeti che sembrano incapaci di realizzare qualcosa di anche solo decente. Una mattina si risveglia nel proprio letto con accanto una ragazza morta per overdose: dal panico del momento iniziera’ una serie di vicende che lo porteranno in situazioni sempre piu’ assurde e rischiose che intrecceranno la sua vita con quelle di un anziano mecenate, non solo in termini pecuniari, di un investigatore privato, uno spacciatore di zona, un trafficante di droga di St. Louis, una giovane collega, una studentessa in cerca di qualche vantaggio, tre studenti, di cui uno, Harold Jenks, spacciatosi per qualcuno che non e’ nel tentativo di rifarsi una nuova vita scappando da quella di strada.
In un intreccio narrativo serrato, veniamo catapultati in un mondo universitario di prim’ordine, ricchissimo di pecche e diversita’, in una societa’ dove la multietnicita’ non e’ considerata proprio e dove la vita sembra trascinarsi in una continua e monotona quotidianita’ che sembra una patina grigia nella mente.
Una storia magistralmente ordita, ricca di colpi di scena, di azione, di umorismo trasversale e velato, dove Gischler non si fa problemi a colpire i propri personaggi come un fato imparziale e superiore, incorruttibile. Un libro veramente valido e piacevole che non potra’ che entusiasmare l’animo del lettore, coinvolgerlo nella trama ben congegnata che si adatta perfettamente a una prossima trasposizione in film. Sperando che questo accada al piu’ presto.
Gianfranco Broun

(recensioni Anche i poeti uccidono)

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Angeli perduti del Mississippi di Fabrizio Poggi – Euro 15,00
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il Blues, settembre 2010
I testi in lingua italiana dedicati a blues e dintorni sono in costante aumento, tra di essi gia’ da qualche mese ha trovato posto negli scaffali delle librerie, questo compendio di Fabrizio Poggi edito dall’attenta casa editrice patavina Meridiano zero, nella sua collana “Mappe musicali”, con bella copertina di Crumb.
Si tratta di una sorta di “abbecedario del blues”, redatto in ordine alfabetico e comprendente non solo nomi di artisti, luoghi, ma soprattutto si propone come guida lessicale delle espressioni idiomatiche piu’ usate nella musica nera, con abbondanti richiami storici e culturali. Quest’ultimo approccio ricorda quello del francese Jean-Paul Levet nel suo Talkin’ That Talk: le langage du blues et du jazz, testo molto completo ed esauriente risalente ormai alla prima meta’ degli anni Novanta. Questo libro non ha la stessa ambizione completista di quello di Levet, ma si consulta agilmente, prestandosi, come del resto l’opera precedente di Poggi dedicata agli armonicisti, ad una lettura irregolare. Fabrizio ha la conoscenza della materia necessaria al progetto e una naturale propensione affabulatoria, prediligendo un racconto partecipato, che affonda tra mitologia, aneddottica e realta’ piuttosto che una mera elencazione alla stregua di un semplice dizionario. Poggi fa sovente seguire una indicazione discografica di massima al termine delle schede dedicate agli artisti e include alla fine un utile indice analitico.
Alcuni refusi che segnaliamo di seguito magari saranno corretti per una edizione successiva, ad esempio Blind Arvella Gray contrariamente a quanto si legge a pagina 70 era un uomo e anche piuttosto possente, nella scheda di Magic Sam i cui album su Delmark datano 1967 e ’68 non ci risulta inoltre che Sam abbia compiuto un tour europeo come membro della band di Otis Rush nel 1968, e ancora Buddy Guy e’ nato a Lettsworth non Lettersworth, la grafia di Montreux, ne’ risulta che Otis Clay abbia mai inciso per la Malaco.
Da rivedere anche la parte finale della scheda relativa alla Chess Records, la Chess, contrariamente a quanto riportato, fu infatti venduta da Leonard Chess alla GRT pochi mesi prima di morire e se e’ vero che il figlio Marshall lavoro’ come manager per l’etichetta dei Rolling Stones, tuttavia quest’ultima non fu ma licenziataria del materiale Chess. Resta, parere personale, fin troppo estesa la parte dedicata a Bob Dylan (ben venticinque pagine, risultando alla fine la voce piu’ corposa dell’intero testo), la cui produzione e’ indagata diffusamente, attingendo alla copiosa bibliografia sull’argomento; il debito di Dylan verso la musica afroamericana e’ assodato, in fondo e’ fedele, lui stesso, alla massima secondo cui i grandi artisti rubano, mentre quelli bravi copiano.
Un libro in grado di nutrire la curiosita’ degli appassionati alle prime armi e utile, specie per l’aspetto linguistico, anche per quelli di vecchia data, magari con non perfetta padronanza del black english, che potranno colmare piu’ di una lacuna.
Mattteo Bossi

(recensioni Angeli perduti del Mississippi)

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Operazione Atlanta di Hugues Pagan – Euro 14,50
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www thrillermagazine it, 20.9.10
Lo dico subito. Certi libri della Meridiano zero andrebbero acquistati non fosse altro che per le copertine (strepitose). Per cui, quando ho adocchiato il sopraccitato in una delle solite librerie di Siena, visto e preso.
In breve. A Parigi il commissario Chateau deve catturare, vivo o morto, Berg, ex terrorista, schedato tra i grandi criminali con la collaborazione del detective Milard e di Mauber, un passato nei Corpi Speciali, il piu’ adatto a contattare il Boss (ad un certo punto gioca interminabili partite a scacchi da solo. Mia fissazione…). Altri “interpreti” di rilievo Giraud che si tira dietro “la sua disperazione come si porta a spasso un bambino”; l’ispettore capo Eliane Forrester (colleziona revolver e pistole), corpo muscoloso, capelli corti, occhi chiari, innamorata di Mingus e in contrasto con il suo superiore Janko whisky a go-go, entrato nella storia per l’istinto del cacciatore.
Al centro della vicenda soprattutto Milard, ormai malato terminale che ha perso il gusto di “capire, smontare e rimontare i piccoli meccanismi dell’animo umano”, ma anche gli altri “attori” hanno la loro parte rilevante.
Scrittura scarna, essenziale che fila dentro gli animi e le cose. Squarci di vita della citta’, pedinamenti, inseguimenti, lotta, sparatorie, morti ammazzati, astuzie, tranelli, colpi di scena (ma Berg c’e’ o non c’e’?), tristezze, ricordi, delusioni, brutalita’ e sesso. E amore. L’istinto dell’amore.
Una specie di velo opaco che cala sulle vite, perfino sulla natura con gli “alberi spogli e immobili, i rami scheletrici e quasi patetici, che si protendevano inutilmente verso il cielo grigio”. E un brivido di tristezza ci coglie nel momento stesso in cui riaffiora la frase fissa e monotona di Milard “Tutto quello che si e’ incominciato si deve portare a termine”.
Fabio Lotti

(recensioni Operazione Atlanta)

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Acqua Storta Graphic Novel di Valerio Bindi, MP5 – Euro 15,00
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Internazionale, 5.7.10
Il paese raccontato non sembra questo paese. Nel senso che le vicende di Camorra (e affini) per chi vive da Roma in su sembrano lontane. Un sentimento diffuso di estraneita’ che ha la sua importanza nell’accettazione di questo stato di cose. Adattamento del romanzo di L.R. Carrino, l’estraneita’ diventa straniamento. Un quotidiano da incubo diviene quindi surreale, insensatamente paradossale: “Questo e’ l’unico posto al mondo dove voglio stare, per dare ragione a tutto questo male”. E’ un posto sul mare, tra gli scogli, dove il racconto comincia e finisce. Un desiderio regressivo di stasi, quasi una metafora dello stato del paese. Carnefici degli altri e di se stessi, ci si rifugia in un’illusoria oasi di pace. L’aspetto onirico deve molto al lavoro di sceneggiatura ritmato ed ellittico di Bindi e soprattutto al lavoro grafico di M.P. Cinque.
“Acqua Storta” sarebbe probabilmente un’opera indigesta senza l’approccio concettuale del disegno, stilizzato e con contrasti netti dei bianchi e dei neri. S’interseca a immagini con stile abbozzato e ad altre ancora che sembrano riprendere estetiche piu’ arcaiche come le miniature o le vetrate delle chiese. Storia di killer e boss camorristi, Acqua storta ha dialoghi che riprendono i modi di parlare di un mondo ossessionato da un puritanesimo contiguo alla perversione: i riti sono sadici e omosessuali, ma l’amore tra uomini e’ odiato. Un ritratto forte di comportamenti (insensati) piu’ che di psicologie.
Francesco Boille

(recensioni Acqua Storta Graphic Novel)


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart