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LIBRI IN USCITA – STORIA: Nicola Guerra: “Controrisorgimento – Il movimento filoestense apuano e lunigianese”

22 Giugno 2009

Controrisorgimento – Il movimento filoestense apuano e lunigianese   

Sono trascorsi 150 anni (1859-2009) dai moti risorgimentali apuani e lunigianesi, solitamente narrati e ricostruiti come moti collettivi filounitari, che portarono i territori corrispondenti all’attuale provincia di Massa Carrara all’annessione al Regno Sabaudo. A molti anni da quegli eventi sono ancora poche le ricerche storiche che si basano su fonti di archivio e scritti dell’epoca. Molte ricostruzioni si sono, infatti, inserite all’interno dei due filoni nazionali di studi risorgimentali, quello crociano e gramsciano, senza prendere in esame i tanti documenti presenti all’archivio di Stato di Massa. Non a caso Nicola Guerra, l’autore di questo minuzioso studio sul Risorgimento apuano-lunigianese, ricorda la sorpresa provata nel constatare che i faldoni dell’Archivio di Massa inerenti i rapporti di Pubblica Sicurezza di quegli anni risultassero ancora impolverati e con molte pagine che il tempo e la mancata consultazione presentavano incollate una sopra l’altra.
Nicola Guerra ci presenta, in questo interessantissimo studio, un quadro storico complesso ed articolato che evidenzia una situazione sociale e politica ben lontana dalla collettiva sollevazione popolare filounitaria spesso narrata.
Seguendo la ricostruzione storica e sociale dello studioso apuano si intraprende un percorso, piacevole anche dal punto di vista narrativo, che presenta con chiarezza come nel comprensorio rispondente alla attuale provincia di Massa Carrara si verifichi una reazione filoestense, determinata da scelte e comportamenti individuali e collettivi, che assume i tratti tipici di un movimento di resistenza e di un fenomeno di volontariato militare.
L’autore, oltre a presentare una ricostruzione accurata e intrigante, affronta l’inquadramento di tali eventi all’interno del dibattito storiografico nazionale che lo porta a formulare e rispondere ad un chiaro interrogativo: il Risorgimento fu moto di unificazione nazionale, rivoluzione mancata o guerra civile?

Controrisorgimento – Il movimento filoestense apuano e lunigianese, questo il titolo dello studio pubblicato dalla Eclettica edizioni,  riesamina il fenomeno risorgimentale non come evento a se stante, e dopo l’inquadramento nel contesto storiografico, guida il lettore in importanti considerazioni che affrontano una tematica attuale come quella della nascita dell’identità nazionale.
Nicola Guerra, percorrendo tramite fonti di archivio inedite la storia locale di un momento cruciale del nostro Paese, porta alla luce dettagli curiosi, a volte anche tragici, di uomini e donne che diedero vita al fenomeno che l’autore definisce come Controrisorgimento. Gli eventi locali trattati non restano scollegati dal contesto nazionale, come troppo spesso accade agli studi di “storia locale”, ed in questa ricerca rappresentano una importante componente di quel insieme di “storie” che costituiscono e rappresentano il Risorgimento italiano ed il processo di unificazione.

Nicola Guerra, dopo aver contribuito alla ricostruzione del fenomeno migratorio apuano e lunigianese ed al suo inquadramento nella grande storia dell’emigrazione nazionale (Partir Bisogna. Storie e momenti dell’emigrazione apuana e lunigianese, 2001), ci offre ora l’opportunità di comprendere meglio la nascita dell’identità nazionale, il risorgimento ed il controrisorgimento, nel nostro territorio e nel nostro Paese.
Non resta che augurarci che questo importante studio, pubblicato dalla giovane e promettente casa editrice Eclettica, avvii un dibattito e favorisca nuove ricerche su una tematica tanto importante non solo a livello storico ma anche socio-politico in una Italia ed in una Europa che vedono la forte rinascita di identità locali che talvolta si integrano ed altre volte confligono con le identità nazionali.

Nicola Guerra

Nato a Massa (Ms) nel 1969, laureato in Economia e Commercio presso l’Università di Pisa con una tesi sull’emigrazione italiana, ha pubblicato una importante monografia (Partir Bisogna. Storie e momenti dell’emigrazione apuana e lunigianese, 2001) e numerosi articoli sul fenomeno migratorio nazionale e locale.
Attualmente è dottorando di ricerca presso l’Università di Turku (Finlandia) dove si occupa di studi sul volontariato militare italiano. 

Indirizzo per ordinare lo studio: info@ecletticaedizioni.com


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7 Comments

  1. Comment di Quotidianoapuano — 22 Giugno 2009 @ 11:35

    Ci sono eventi, in tutte le epoche, che la storiografia ufficiale trascura per lungo tempo perché difficilmente integrabili in una verità storica data per assodata…

    Già dalle prime righe dell’introduzione alla sua ricerca, “Controrisorgimento, il movimento filoestense apuano e lunigianese”, appare chiaro lo scopo del libro del giovane studioso massese Nicola Guerra, scopo che egli stesso chiarisce poco dopo: far luce sull’opposizione al Risorgimento avvenuta nella nostra provincia all’indomani della sua annessione al Piemonte. Lo studio di Guerra si presenta come un serio e documentatissimo lavoro condotto con criteri scientifici, quindi del tutto imparziale.

    Però, o forse proprio per questo, rappresenta di fatto una coraggiosa opera di revisionismo storico, in quanto abbatte pezzo per pezzo importanti dogmi dell’ epopea risorgimentale costruiti ad arte dai vincitori filo-sabaudi e mai fino a questo momento analizzati criticamente. E lo fa, come già detto, alla luce di numerosi documenti, reperiti principalmente all’Archivio di stato di Massa.

    Che il Risorgimento non sia stato soltanto un movimento di popolo e che le varie annessioni piemontesi non si siano avute solo all’insegna di allegri sventolii di tricolori è cosa ormai accettata persino dalla storiografia d’accademia, ma, almeno per quanto riguarda il centro-nord Italia, si è troppo a lungo taciuto ad esempio sulle persecuzioni politiche e giudiziarie subite da molti nostalgici dei regimi pre-unitari. Come rileva giustamente Guerra, dopo la ritirata delle truppe estensi da Massa e Carrara la “caccia al legittimista” aperta dai commissari politici, portò a così tanti arresti da causare in pochi mesi problemi di sovraffollamento al carcere cittadino ! A ciò si arrivò attraverso l’instaurazione di un regime non sempre garantista, che aveva nello spionaggio uno strumento importante, il quale coinvolgeva soprattutto bottegai e venditori, i quali erano spesso tenuti a riferire se i clienti si lasciassero andare a o meno a esternazioni filo-estensi o anti-italiane.* Le spese per mantenere l’apparato spionistico arrivarono in poco tempo a costituire una voce importante del bilancio uscite (sic). I documenti reperiti dal Guerra rivelano come il nuovo governo abbia privato il popolo degli elementari diritti politici e di espressione. I numerosi arresti sommari infatti riguardavano spesso meri reati d’opinione. A titolo di esempio: nel 1859 tale Giò Tartarici del Cinquale venne arrestato perché, udito rimproverare il figlio che gridava “W l’Italia”, l’avrebbe invece spinto a gridare “abbasso l’Italia” Ma queste imposizioni anti-liberali rivelano un aspetto fondamentale e volutamente trascurato dalla tradizione storiografica dominante: il grande consenso che avevano nella nostra attuale Provincia, presso tutti gli strati sociali, il governo estense ed il Duca Francesco V. Nel corso dei mesi, e ancora durante tutto il 1860, si susseguiranno proteste e veri e propri atti di sabotaggio contro l’occupante piemontese. Moltissimi sono stati (altro elemento per troppo tempo taciuto) gli esuli apuani che sono emigrati, ad esempio nel Veneto austriaco, magari con l’intera famiglia, per non accettare il nuovo governo. Essi sono stati spinti a ciò in parte dalla fedeltà alla Casa d’Austria-d’Este, in parte, ed oltre a ciò, dal fatto che la vita nel nuovo stato non era certo facile per chi aveva fama di essere o essere stato filo-estense: queste persone spesso non ottenevano neanche il permesso di avviare un’attività lavorativa. L’emigrazione diventava allora un’esigenza, anche se come già detto ad emigrare furono prevalentemente volontari, che spesso continuarono la lotta legittimista nell’esercito estense di stanza in Veneto, che rimase operativo fino al 1863 e si sciolse solo in seguito ad un preciso ordine austriaco.

    Ringraziamo la nuova Casa Editrice Eclettica Edizioni per la possibilità concessa a Quotidiano Apuano di poter avere l’anteprima del libro di Nicola Guerra che uscirà nei prossimi giorni e troverete nelle librerie della nostra provincia.

    *Nel 1829 morì Maria Beatrice Este, ultima Duchessa di Massa Carrara, e la sua eredità fu raccolta da suo figlio, il Duca di Modena Francesco IV, al quale successe il primogenito Francesco V. La signoria estense sulle terre Apuane si esaurirà solo nel 1859, in seguito all’occupazione sabauda

    Simone Ziviani

  2. Comment di Bartolomeo Di Monaco — 22 Giugno 2009 @ 12:30

    Molto interessante questo commento che apre uno squarcio di storia poco conosciuta. Anche nel Sud ci furono episodi repressivi da parte dei Piemontesi, considerati degli invasori. Uno degli scrittori che dedicò attenzione a questo fenomento fu Carlo Alianello, delle cui opere scrivo qui:

    https://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=551

  3. Comment di Sara A. — 22 Giugno 2009 @ 14:44

    Ho appena letto lo studio di Nicola Guerra sul movimento filoestense apuano e lunigianese. Il libro è ben scritto e offre nuovi punti di vista allo studio di un fenomeno cosí importante ma poco studiato a livello locale. Infatti mi domando, come mai stanno uscendo solo ora gli studi sui fenomeni di resistenza locale durante il Risorgimento?
    Nicola Guerra ha fatto un lavorone studiando e analizzando i documenti d’archivio disponibili ma per fortuna del lettore, il libro risulta comunque di facile lettura anche per chi non é esperto di storia del 1800.

  4. Comment di Carlo Capone — 22 Giugno 2009 @ 20:48

    Contrariamente a quello che si pensa il Risorgimento non è stato un fenomeno di massa ma un movimento di elite. Questo non vuol dire che incontrò l’ostilità del popolo minuto (che in quell’epoca costituiva un buon 80% della popolazione) quanto piuttosto la sua indifferenza. D’altra parte le condizioni di povertà, se non proprio di indigenza riguardo vasti strati di popolazione del Sud, e lo stato di arretratezza economica e sociale – fatta eccezione per alcune regioni quali Piemonte, Lombardia, Toscana e Luguria – furono i connotati essenziali del Regno unitario e spingevano la gente comune a ben altri pesnieri. Per forza di cose questo Regno fu guidato attraverso l’azione dei prefetti, secondo il modello francese che il Piemonte sabaudo aveva pienamente recepito e seguendo uno stile di governo della cosa pubblica improntato all’occhiutismo e alla sorveglianza più o meno discreta. C’è però da aggiungere che il nuovo Stato fu visto benignamente dalla stragrande maggioranza di popolo, con le eccezioni di una sanguonosa fronda sanfedista nel Mezzogiorno e forse di un composto nostalgismo in quelle regioni quali la Toscana in cui l’ancient regime aveva governato col favore dei sudditi. Ma appunto di sudditi si trattava, di non aventi diritti politici, laddove il nuovo Stato – costituzionale – grantiva almeno il suffraggio di censo, col tempo sempre più allargato a tutte le classi. Sta qui, a modesto mio avviso, la differenza tra il tempo di prima e quello unitario.

    Carlo Capone

  5. Comment di Gruppo Studio Apuo-Lunense — 23 Giugno 2009 @ 17:32

    Quando si parla di Risorgimento-Controrisorgimento si entra in una tematica spinosa che ha a che fare con la nascita dell’identità nazionale. Le interpretazioni storiografiche dominanti, la gramsciana e crociana, si fondano comunque sul mito dell’unificazione nazionale e da esso mai prescindono anche quando, specie la gramsciana, analizzano in modo critico le modalità di uificazione. Il problema storiografico è correlato al fatto che in Italia tutti i partiti postunitari si sono considerati eredi del Risorgimento e la storiografia, diciamo pigramente, si è mossa sempre in un quadro di mancata neutralità nello studio del Risorgimento per il semplice fatto che “mettere in discussione” esso significava mettere in discussione l’identità nazionale. Che il nuovo stato sia stato visto benignamente dalla maggioranza degli italiani mai è stato provato con metodo storico e piuttosto provati moti di opposizione sono rimasti nascosti negli archivi di stato. Il fatto stesso che il fenomeno controrisorgimentale del mezzogiorno sia ancora bollato col termine dispregiativo di brigantaggio la dice lunga su quali lunghi passi debba fare la storiografia per liberarsi da condizionamenti politici e dalla paura di indebolire l’identità nazionale. Scoprire che a Massa Carrara e Lunigiana vi fu un moto popolare filoestense è cosa interessantissima e ringrazio Guerra per tale studio e anche per il coraggio storiografico nel proporlo…ma meraviglia che ciò sia emerso nel 2009… in quali altri archivi saranno nascosti documenti che potrebbero aiutarci a scrivere diversamente la storia del processo di unificazione? C’è da augurarsi che questo libro sia di stimolo per successive indagini!!!

  6. Comment di Ghega — 24 Giugno 2009 @ 15:45

    Grazie Bartolomeo per avermi portata di qua, non mi ero accorta di aver affrontato lo stesso argomento.
    Sono d’accordo con quanto afferma il Gruppo Studio Apuo-Lunense: “…la storiografia, diciamo pigramente, si è mossa sempre in un quadro di mancata neutralità nello studio del Risorgimento per il semplice fatto che “mettere in discussione” esso significava mettere in discussione l’identità nazionale.” Se penso alla rinascita dei movimenti autonomisti di oggi, ciò è ancora vero.

    Un saluto

    Ghega

  7. Comment di wotan — 20 Gennaio 2010 @ 14:36

    Nuovo studio Nicola Guerra sulla Croce celtica pubblicato su Settentrione (rivista dell’università di Turku)

    Nicola Guerra – Croce Celtica

    Mentre in Francia l’uso politico di questo simbolo ha una storia precisa e delineata con tanto di accertata attribuzione del primigenio uso in politica, è infatti Jacques Doriot, leader del Parti Populaire française, ad adottarlo – seppur in forma graficamente differente da quella canonica – negli anni ’30 come simbolo del suo raggruppamento, per arrivare all’adozione”ufficiale dall’ O.A.S. nel 1961, in Italia la ricostruzione appare assai più complessa. Secondo la accurata ricostruzione di Luciano Lanna e Filippo Rossi fu il movimento europeista transnazionale Jeune Europe (la Giovane Europa), fondato dal belga Jean Thiriart, ad esportare la croce celtica anche in Italia negli anni ’60, grazie ad un intenso scambio culturale con i giovani italiani. Quegli anni sono quelli che vedono l’alleanza stretta dal MSI, il Movimento Sociale Italiano che si caratterizza come partito neofascista, con il raggruppamento dei monarchici non portare alcun risultato elettorale e gli anni del movimentato periodo, successivo al congresso nazionale del MSI di Milano del 24-26 novembre 1956, che porterà alla crisi del 1957, anno noto come l’anno delle diaspore, ed alla nascita di una serie di partiti, partitini, movimenti, organizzazioni, associazioni che non si riconoscono più nel MSI. Il dibattito congressuale del 1956, tutto incentrato sull’”essere fascisti in democrazia”, appare datato alle diverse componenti giovanili del partito che già si sentono estranee alla continuità storica con il fascismo nel linguaggio, nella simbologia, nei riferimenti ideologici e culturali. Si fa largo tra i giovani una prospettiva maggiormente europea ed un bagaglio culturale rinnovato che vede emergere nuovi punti di riferimento: Mircea Eliade, Corneliu Codreanu, Massimo Scaligero, Giuseppe Tucci, Pio Filippani Ronconi, Davis Neel, René Guénon. La lettura di questi studiosi delle religioni, oltre ad avere implicazioni a livello di pensiero politico, rappresenta per i giovani della destra anche l’opportunità di conoscere un universo simbolico che è nuovo per il contesto nazionale, da sempre legato alla vetusta simbologia fascista, e di comprendere in modo profondo il significato di questi simboli, tra i quali figura la croce celtica. La nascita di Jeune Europe, nel 1963, segna l’ascesa di una visione nuova della politica all’interno dello scenario offerto dalla Guerra fredda e a destra cresce un movimento dichiaratamente terzaforzista e antimperialista, con appendici anche nel nostro Paese, che ha come obiettivo il rafforzamento dell’Europa contro i due opposti imperialismi, quello sovietico e quello statunitense. In Italia il primo gruppo che aderisce a Jeune Europe ha il nome di Giovane Nazione, che cambierà nel 1963 per prendere quello di Giovane Europa, ed annovera tra i suoi membri personalità come Claudio Mutti e Franco Cardini. Proprio quest’ultimo ricorda come il movimento guardi con interesse al nasserismo, al peronismo e al guevarismo, rifiuti il nazionalismo ottocentesco, appoggi la lotta degli arabi e dei palestinesi contro il sionismo e l’americanismo e si impegni a far comprendere all’opinione pubblica europea lo stato di servitù in cui versa all’epoca il continente. Lo slogan più diffuso tra questi giovani è semplice e diretto: Europa nazione. Numerose scritte lo riproducono su muri e volantini accompagnate dal simbolo della croce celtica. È proprio negli anni ’70 che la croce celtica adottata da Giovane Europa comincia a fare la sua apparizione ufficiale anche nel Fronte della Gioventù, l’organizzazione giovanile del MSI, fino a quando nel 1978 scoppia quello che nell’ambiente della destra politica viene definito il caso-celtica, con i vertici del partito che arrivano a vietarne l’uso. Se si può in un certo senso ipotizzare che tra le ragioni dell’adozione di questo simbolo da parte delle destre giovanili, sia quelle legate sia quelle indipendenti dal MSI, vi sia la facilità di riproduzione e la chiara visibilità del simbolo, appaiono però ben altre e più profonde le ragioni del successo della celtica in ambiente giovanile. La simbologia della destra politica italiana, del MSI, è costituita da un vecchio armamentario simbolico caratterizzato dal forte impianto nostalgico (lugubri fiamme con tanto di bara mussoliniana, fasci littori, busti del Duce) che mal si addice ad una gioventù che vive un’epoca diversa da quella in cui quei simboli ebbero successo. Diverso è il contesto ideologico e politico che va sempre più oltre le barriere nazionali per assumere un respiro europeo e vede sorgere laboratori di idee che sempre più si allontanano dalle nostalgie per il fascismo per creare sintesi politiche nuove ed in movimento. La croce celtica, simbolo antichissimo e appartenente alla tradizione primordiale, diviene perciò, in un senso che può anche apparire paradossale, l’aiuto per una sintesi simbolica più moderna delle novità di pensiero delle destre giovanili. Se certamente si potrebbe anche asserire, col senno di poi, che le sue linee essenziali e chiare sembrano anche inserirsi in un contesto nel quale anche il design e l’estetica in generale si spostano verso la semplificazione e la pulizia delle linee e delle forme, la sua adozione appare soprattutto frutto di un rinnovamento di pensiero profondo della giovane destra. Negli ambienti della destra politica si è concordi nell’identificare questo rinnovamento con la pubblicazione ed al successo di un foglio underground il nome della cui testata è: La voce della fogna, diretta e prodotta dall’allora ventiduenne Marco Tarchi[3].

    Il foglio esce per la prima volta a Firenze nel 1974, in un clima di persecuzione politica nei confronti dei giovani di destra, clima che si esaspererà in un crescendo che vede cadere nelle strade italiane molti giovani per mano degli estremisti di sinistra e purtroppo, in alcuni casi, come quello di Nanni de Angelis, delle forze dell’ordine. Il periodico si contraddistingue, nell’ambito della pubblicistica di destra, per il suo stile moderno, frizzante, si potrebbe dire di avanguardia, ricco di ironia e di autoironia che fa sentire il lettore partecipe del proprio tempo e lo conduce su un piano nuovo, distinto e distante dal perbenismo e dal conservatorismo della “destra nazionale” di Almirante e del MSI tutta impegnata, dopo il successo elettorale del 1971, nella linea del doppiopetto e della maggioranza silenziosa. I contenuti nostalgici, perbenisti e politicamente involuti su posizioni passatiste o di smaccato conservatorismo non trovano spazio e si fanno, invece, largo linguaggi e tematiche come fumetti, vignette, spazi dedicati alla musica rock e articoli sulla cultura pop e sul cinema di avanguardia. Una innovazione che rende La Voce della Fogna leggibile anche da chi non milita a destra e che ha portato il politologo Marco Ravelli ad affermare che con quel periodico si inaugura “un nuovo modo di stare a destra”[3].

    È in questo momento che nasce e si rafforza la consapevolezza in molti giovani di destra che non è più il caso di sostenere la vecchia destra imbalsamata, conservatrice e nostalgica. Attorno alla rivista fiorentina, nella quale la croce celtica fa soventemente apparizione, si crea un assembramento umano e di pensiero che porterà alla nascita di quella che viene definita la nuova destra. Vano si dimostra il tentativo, citato precedentemente, del MSI di difendere i vecchi simboli nostalgici del fascismo ed anche il Fuan, l’organizzazione degli universitari missini, adotta la celtica all’interno del suo stemma ed essa diventa a tutti gli effetti il simbolo delle destre negli anni ’70. La croce celtica, veicolata ulteriormente dal suo uso all’interno dei raduni giovanili che prendono il nome di Campo Hobbit (nome di derivazione tolkieniana), resterà il simbolo più utilizzato dalla destra anche durante tutti gli anni ’80, espandendosi in un uso quotidiano attraverso la sua presenza in ciondoli, poster, T-shirt, copertine di dischi, portachiavi ed anche tatuaggi. È importante porre l’attenzione sui Campi Hobbit. Il primo di essi, organizzato nel giugno del 1977 vede, su invito de La voce della fogna, un migliaio di ragazzi incontrarsi a Montesarchio (Benevento) e l’ultimo, del 1980, più di tremila. Non è errato asserire che il simbolo di questi incontri diventa, a tutti gli effetti, la croce celtica che assume un significato “magico” e di rinnovamento ideologico e spirituale per molti giovani. Questi incontri, voluti ed organizzati da un compatto gruppo di giovani cementatosi attorno alle persone di Marco Tarchi e Generoso Simenone, rappresentano un importante momento di rinnovamento di pensiero per la destra ed il culmine di un tragitto di maturazione politica per molti partecipanti, rinnovamento e maturazione che nella croce celtica trovano un’incarnazione simbolica. È sin dal primo Campo Hobbit del 1977 che la croce celtica la fa da padrone tra concerti musicali, stand con libri e musicassette e slogan come “la fantasia al potere”. Un ambiente animato da persone come Stenio Solinas, Marco Tarchi, Gennaro Malgieri, Mario Bernardi Guardi e Franco Cardini che col loro laboratorio culturale, sotto l’egida dell’antico simbolo, creano la più esaltante esperienza giovanile della destra italiana e, rompendo il binomio ordine-legalità, creano un nuovo modo di essere destra che abbraccia la creatività, l’ambientalismo ed abbandona un tetro cameratismo fascista per approdare ad un concetto moderno di comunitarismo. Si tratta di una destra giovane, dinamica, irriverente ed aperta ai contributi culturali e politici che provengono da tutto il mondo: Salò è ormai lontano anni luce. Sarà ancora Marco Tarchi ad animare quello che diviene il giornale di riferimento della Nuova Destra, il Diorama letterario, ma lo farà ben lontano dal MSI dal quale Almirante lo espelle perché la Nuova Destra, la destra della croce celtica, rifiuta di appoggiare la campagna referendaria missina per l’introduzione della pena di morte contro i terroristi, campagna che allontanerà dal partito moltissimi giovani.

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Bart