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Luciani, Aldo

30 Luglio 2019

Memorie di un prigioniero nei Balcani

Memorie di un prigioniero nei Balcani

Questo libro, il cui titolo esatto è: Roberto Andreuccetti “L’ultimo reduce: Aldo Luciani. Memorie di un prigioniero nei Balcani” è il risultato delle ricerche e dell’interesse che Andreuccetti ha sempre avuto per i fatti accaduti durante le due guerre mondiali, che ha saputo narrare con romanzi appropriati per precisione e qualità narrative. Questa volta si avvale del diario di un soldato delle nostre terre prigioniero dei tedeschi in Serbia e poi prigioniero dei russi “in un campo di lavoro situato alla periferia della città di Izmail, un grosso centro alle foci del Danubio, tra la Moldavia e la Romania.”. Lo sfondo è la guerra nei Balcani.

Prima di trovarci di fronte alle memorie di Luciani, Andreuccetti ci presenta il quadro della situazione: “Anche se passa un po’ in secondo piano rispetto al conflitto nel cuore dell’Europa, la guerra nei Balcani è stata oltremodo cruenta. Si parla di un numero totale di vittime che supera il milione e mezzo e molto probabilmente queste stime sono in difetto.”. Fu la Germania a risolvere la guerra in quell’area, inviando consistenti truppe a sostegno di quelle italiane, che non erano riuscite ad imporsi alla Grecia. Che si arrende il 4 maggio 1941. Con questo risultato tutti i Balcani passano sotto il dominio nazifascista. Tuttavia, cominciarono a sorgere i primi focolai di resistenza: “Nella Jugoslavia, spartita fra le potenze dell’Asse, Germania, Italia, Ungheria e Bulgaria, ebbe inizio una forte resistenza che divenne poi guerra di liberazione, da parte dei partigiani comunisti guidati dal comandante Josip Broz Tito, contro le potenze dell’Asse, ma anche contro lo stato indipendente di Croazia, di Ante Pavelic, e i Cetnici di Mihailovic.”; “I partigiani erano rappresentati politicamente dal Consiglio Antifascista di Liberazione Popolare della Jugoslavia dominato dai comunisti ed alla fine del 1943 ottenne il riconoscimento degli alleati ponendo le basi per la costituzione dello stato jugoslavo dopo la guerra.”; “L’esercito italiano fu impegnato nei Balcani fino alla fatidica data dell’8 settembre del 1943.”; “non mancarono massacri ben documentati di truppe italiane ai danni della popolazione civile”; “Dare fuoco alle case dove era prevista la presenza di ribelli era divenuto però un compito quasi esclusivo delle truppe italiane, tanto da vedersi attribuito l’appellativo di ‘Bruciacase’.”; “Secondo un calcolo di storici serbi solo tra il settembre del 1941 ed il febbraio del 1942, l’esercito tedesco uccise per rappresaglia più di ventimila civili.”.

Si aprono anche i primi campi di concentramento riservati agli ebrei: “Il generale Broome era deciso ad annientare i circa diecimila ebrei presenti nella zona, in maniera prevalente rappresentati da vecchi, donne e bambini.”; “Entro il maggio del 1942 tutti gli ebrei raccolti nei campi di concentramento in Jugoslavia furono uccisi. All’inizio dell’estate il capo di stato maggiore Turner comunicò al Führer che la questione ebraica in Serbia era risolata.”.

Andreuccetti ci ricorda anche il calvario subito da uno dei maggiori poeti ungheresi, Miklos Radnòti, il quale narra la sua prigionia nella raccolta di poesie “Taccuino di Bor”. Bor era il nome della cittadina jugoslava in cui si trovava il campo di concentramento in cui era rinchiuso insieme con altri. Rifiutati dalle strutture ospedaliere di Gyor, che accamparono la scusa di non disporre dei necessari posti letto, le SS decisero di uccidere tutti i prigionieri sparando loro un colpo di pistola alla nuca, dopo che si erano scavati la fossa che avrebbe accolto i loro corpi: “Nell’anno 1946 le spoglie del poeta furono riesumate e sepolte nel cimitero ebraico della città di Gyor.”.

Questo è, dunque, il quadro in cui si mosse la vita di prigioniero di Aldo Luciani, “giovane di appena vent’anni, chiamato alla guerra nell’anno cruciale 1942”, il cui diario, secondo l’autore, costituisce “un documento unico.”. Anche Luciani era rinchiuso nel campo di Bor: “La prigionia di Aldo Luciani sotto i tedeschi nel campo di Bor, località situata nel sud est della Serbia, è una vera e propria tortura. La vita è resa impossibile dalla fame, dalle malattie e dalla crudezza dei mezzi di carcerazione messi in atto dagli uomini delle SS.”. Liberato, insieme agli altri, dall’Armata Rossa, invece di essere inviato a casa, è tradotto “in un campo di lavoro situato ad Izmail, grosso centro in prossimità della foce del Danubio.”. Potrà tornare a casa solo nell’ottobre del 1945.

È arrivato il momento di dare la parola al diario di Aldo Luciani, che ci narrerà delle due prigionie, prima sotto i tedeschi e poi sotto i russi, consentendo, come ci anticipa Andreuccetti, di “mettere a confronto i metodi di privazione della libertà propri dei tedeschi e quelli dei russi, nonché la diversa psicologia dei carcerieri.”.

Il diario, narrato in prima persona, ha un titolo semplice: “Memorie di un prigioniero nei Balcani”: “sono nato il 9 di aprile del 1922 esattamente in via della Ruga a Castello, piccolo centro collinare del paese di Valdottavo.”. Ha “diciannove anni e dieci mesi di età.” quando viene chiamato alle armi. Dopo sei mesi di addestramento a Pistoia, nella fanteria, viene destinato a Bari. Giunto in vista del mare “Era il mese di agosto e sulla spiaggia c’erano persone che prendevano il sole.”.

Sono i paradossi e le incongruenze della vita. C’è chi va a mettere a rischio la vita in una guerra spietata, e c’è chi cerca di esorcizzarla.

Imbarcato a Bari giunge a Cattaro un piccolo centro del Montenegro. Ma la destinazione, sempre in Montenegro, è la città di Niksic, “abbastanza popolosa”. Il suo compito è quello di dare la caccia ai partigiani di Tito: “Quei partigiani erano molto agguerriti e quando catturavano un soldato dei nostri, non lo prendevano prigioniero ma lo fucilavano sul momento. Con i soldati tedeschi erano ancora più crudeli perché prima di ucciderli infierivano su di loro con sevizie e torture. Avevo avuto notizie che alcuni soldati catturati erano stati impalati e lasciati morire fra sofferenze atroci.”; “Anche l’esercito italiano commetteva però vendette e rappresaglie perché in caso di cattura e di uccisione di un nostro soldato venivano rastrellati alcuni civili e fucilati per ritorsione; in maggioranza erano anziani e donne perché gli uomini giovani erano tutti a combattere o nell’esercito regolare o con gli uomini di Tito.”. Ci dà una notizia che non troviamo facilmente altrove: “I militari tedeschi erano più agguerriti degli italiani perché periodicamente venivano fatte loro iniezioni di sostanze stupefacenti che servivano a stimolarli per renderli più spietati.”.

I primi tempi sono fortunati per il nostro soldato. Siccome sa suonare la tromba, viene esentato da altri servizi e annesso ad una banda musicale destinata ad allietare la truppa nonché la città di Niksic, oltre che a eseguire tutti i comandi musicali che dettavano il calendario giornaliero della caserma: la sveglia, l’adunata, il rancio, la libera uscita, il contrappello e il silenzio: “il mio incarico di suonare con la tromba nei vari momenti della vita in caserma mi permise però di esentarmi da tanti servizi come guardie e esercitazioni.”. E soprattutto “La cosa che più mi fece piacere fu però quella di non essere più incluso fra i componenti dei plotoni incaricati di giustiziare i partigiani catturati o i componenti di famiglie che avevano dato ospitalità ai ribelli titini.”; “Se in un nucleo familiare veniva scoperto un partigiano, per rappresaglia dovevano pagare tutti i componenti di quella famiglia.”. Anche i bambini. E la casa “veniva subito incendiata senza preoccuparsi se all’interno ci fossero ancora persone, magari anziane ed incapaci di muoversi.”.

Arriva l’8 settembre 1943 e tutto cambia. I tedeschi si presentano alle caserme dei soldati italiani tanto in Italia che altrove e procedono ad arrestare tutti coloro che non intendono arruolarsi nel nuovo esercito della RSI costituita da Mussolini: “Quattro carri armati avevano accerchiato la caserma e puntavano la loro bocca da fuoco contro di noi.”. Consegnate le armi, sono fatti salire su dei camion e condotti in un vasto campo di smistamento, dove si trovavano già “prigionieri di guerra, prigionieri politici, ebrei e zingari.”; “Ci stavamo purtroppo rendendo conto che la data dell’8 di settembre anziché la pace come speravamo, avrebbe riservato spiacevoli sorprese.”.

Il gruppo di soldati a cui appartiene Luciani sceglie una delle tre soluzioni proposte, quella “di andare a lavorare per i tedeschi pur essendo loro prigionieri.”. I nostri soldati non intendono continuare la guerra a fianco dei tedeschi, né vogliono “essere trasferiti in Germania come prigionieri di guerra.”.

Sono destinati in un campo nei pressi della città di Bor: “Speravamo di trovare delle brande o delle cuccette di tavole, ma nella baracca dove entrai con una quarantina di miei compagni non c’era niente di tutto questo, ma solo un po’ di paglia sparsa per terra.”. Comincia per loro un lavoro estenuante dall’alba al tramonto, consistente nello scavare una fossa “da ricovero in caso di attacco dei partigiani o dei soldati russi.”, ed anche in un lavoro in una miniera di rame. L’alimentazione è scarsa: della brodaglia e una pagnotta da dividere tra quaranta prigionieri. Un giorno i tedeschi li radunano e “Ci strapparono le fedi nuziali e gli orologi, ci presero i portafogli e guardarono se le tasche dei nostri pantaloni e dei nostri giubbetti avessero contenuto del denaro, ma anche documenti, fogli scritti e oggetti ricordo.” Gli oggetti di metallo furono sistemati in un contenitore “ed appiccarono il fuoco alla catasta di documenti e di carte che ci avevano sottratto.”; “Non avevamo più niente, ci erano stati tolti anche i ricordi personali ai quali eravamo legati, non eravamo più degli uomini con un documento di riconoscimento, ma individui insignificanti identificabili soltanto con un numero.”. Per le necessità corporali era stato costruito un grande fossato “lungo una decina di metri con una larghezza ed una profondità di circa due. Sopra la fossa erano sistemate alcune tavole che poggiavano sopra i suoi lati, in maniera da poterla attraversare. Per orinare e defecare bisognava salire sopra quelle assi che si muovevano e dovevamo stare molto attenti perché un movimento brusco ci avrebbe fatto cadere nella fossa.”. Chi vi cadeva non poteva essere aiutato, poiché i tedeschi lo impedivano ed era destinato a morire “asfissiato dalle esalazioni e dagli odori che emanavano quei residui umani.”; “Ogni tanto i soldati scendevano con una scala nella fossa e portavano via i cadaveri, ma non eravamo a conoscenza dei luoghi di sepoltura.”.

I tedeschi non mostrano mai tratti di misericordia, sono spietati, insensibili: “La paura di tutti noi in quell’inverno freddo era quella di ammalarci perché chi non era in grado di prestare il servizio che gli veniva richiesto, veniva lasciato morire nel suo giaciglio ed a volte veniva portato via come morto anche se respirava ancora.”; “Quando non c’era il gelo era la pioggia a creare problemi perché allagava il campo e l’acqua penetrava dalle tavole sconnesse e piene di buchi delle baracche. La paglia si impregnava di umidità e durante la notte non riuscivamo a dormire perché avvertivamo il fastidio degli abiti bagnati.”.

Il diario ci sta mettendo sotto gli occhi un esempio di barbarie umana, che va oltre la stessa guerra: uomini spietati contro altri uomini quando potrebbero non esserlo, e soltanto per pura cattiveria e disprezzo: “I guardiani tedeschi del campo erano di una crudeltà disumana. All’alba ci facevano rimanere in piedi davanti alle baracche in attesa dell’appello anche per un’ora e punivano con frustate chi cedeva alla stanchezza e si accasciava perché aveva male alle gambe od aveva la febbre.”. Erano tenuti prigionieri peggio che se fossero stati animali: “Gli indumenti che indossavamo non li cambiavamo mai ed erano divenuti laceri e sporchi ed emanavano un odore che ci dava fastidio al naso e quasi ci provocava il vomito.”. Quando i prigionieri si ammalavano: “Se la febbre era alta smettevano di alimentarli ed aspettavano soltanto che esalassero l’ultimo respiro.”; “Non so come riuscivo a trovare la forza d’animo per non fare come quelli sventurati che andavano ad aggrapparsi al filo spinato per morire folgorati e farla finita.”.

Siamo arrivati all’estate del 1944 e si cominciano ad avvertire rumori di cannoneggiamento. I tedeschi si erano fatti più crudeli a seguito di una manifesta irrequietezza causata dall’avanzata degli Alleati. I prigionieri cominciano a sperare nel loro arrivo: “Cominciammo a sperare che anche per gli aguzzini tedeschi stesse per arrivare la resa dei conti.”; “Nella notte i rumori degli spari di cannone continuavano e sembrava che ci fosse in corso una furiosa battaglia, ma in una zona ancora parecchio lontana da noi.”. È l’Armata Rossa che avanza e ha preso di mira l’ospedale situato su di una collina, dove non ci sono più malati ricoverati, nonostante sia stata lasciata la bandiera bianca, ma vi si trova insediato il comando tedesco con truppe a difesa, costituite per la maggior parte da “giovani soldati che forse non avevano nemmeno compiuto i diciotto anni di età.”.

Un giorno i prigionieri italiani, una cinquantina, vengono radunati e fatti uscire dal campo diretti verso l’ospedale. Luciani pensa che i tedeschi abbiano deciso di fucilarli. Tutti sono in apprensione. Entrati nell’ospedale sono lasciati in una grande stanza in attesa. Dalla collina possono vedere i movimenti delle truppe tedesche che si stanno disponendo per contrastare l’avanzata russa. I russi sono visti da lassù tentare più volte di attraversare nella pianura il ponte su di un fiume, ma i tedeschi riescono sempre a respingerli, causando molti morti nelle file del nemico: “I prigionieri italiani erano spettatori interessati e guardavano con ansia l’evolversi di quella situazione che poteva avere conseguenze anche sulla loro sorte.”.

Intanto, la fame continua a farsi sentire, e la razione di cibo che viene somministrata è risibile, insufficiente per tutti. Luciani, diventato tanto mai magro che non ha più buchi a disposizione nella cintola, deve sorreggersi i pantaloni con “due bretelle molto rudimentali” fatte di corda: “I morsi della fame erano atroci e pensammo che saremmo morti prima del termine della battaglia per sfinimento.”.

Non riescono a spiegarsi perché i tedeschi li abbiano condotti lì. Non certo per farli assistere alla battaglia che di giorno in giorno si incrudisce: “La battaglia si stava dimostrando molto sanguinosa ed i soldati morivano riempiendo con i loro cadaveri le acque del fiume.”; “Continuavamo a temere che la rappresaglia dei tedeschi nei confronti dei prigionieri italiani arrivasse prima che la battaglia dell’ospedale vedesse vincitrici le truppe russe.”. I russi finalmente hanno la meglio e in giro non si vedono più i soldati tedeschi. I prigionieri italiani tirano un sospiro di sollievo: “La reazione violenta da parte dei tedeschi contro di noi non c’era stata. Temevamo un’esecuzione di massa, ma molto probabilmente la repentina avanzata delle truppe russe aveva impedito ai tedeschi di dedicarsi ai prigionieri italiani.”.

La porta della grande sala dove si trovano gli italiani viene sfondata e si presentano i russi coi fucili spianati: “Quei soldati avevano un abbigliamento diverso rispetto ai tedeschi; grandi giacche di stoffa pesante, pantaloni che sparivano in stivali di pelle ricoperti di pelo e grandi colbacchi con una stella rossa sulla testa. Molti di loro avevano i baffi.”. Dopo averli rifocillati, i russi fanno sapere che saranno loro prigionieri: “Purtroppo i russi ci avevano liberato dai tedeschi, ma al prezzo di una nuova detenzione. Il nostro animo si rattristò perché pensammo alla nostra casa ed alla nostra famiglia che rimanevano ancora lontane.”.

Continua, dunque, la prigionia di Luciani, ma questa volta nel campo opposto: quello di coloro che stavano liberando, insieme con altri, l’Europa dal nazifascismo. Questa nuova esperienza inizia, perciò, con una contraddizione tra la libertà che sta avanzando e la nuova prigionia imposta dai liberatori a chi, come gli italiani, era fuoriuscito dalla guerra.

Tuttavia, già si nota la differenza; il trattamento è più umano; anche nel corso del trasferimento a piedi verso il luogo di detenzione, la marcia non è così assillante; i russi tengono conto delle condizioni precarie dei prigionieri: “non venivamo frustati né pungolati con il calcio del fucile.”.

Siamo alla metà di ottobre del 1944. Dopo un viaggio durato più giorni, gli italiani arrivano al campo di concentramento di Izmail, sul mar Nero, “alla foce del Danubio”, “una città che sembrava popolosa.”; “Il campo era grande ed oltre agli italiani ospitava anche prigionieri rumeni, ungheresi e tedeschi.”. ll giorno dopo, nel corso dell’adunata: “Con mia grande gioia e soddisfazione i soldati russi mi strapparono dalla giacca della divisa il numero che vi avevano cucito i tedeschi. Dopo più di un anno che portavo con me quelle cifre che mi identificavano e che mi venivano ripetute durante gli appelli, mi sentii sollevato come se gli uomini dell’armata rossa mi avessero tolto un gran peso dallo stomaco.”.

Pur trattandosi ancora di prigionia, le condizioni di vita dei soldati italiani stanno migliorando. Anche le razioni di cibo sono più consistenti includendo “Dopo il pane i due ramaioli di brodo, ma di carne e non di verdura”; “Quel brodo era abbastanza buono, ma sempre troppo poco per toglierci la fame.”; “Una fame tormentosa, crudele, una fame che depauperava i nostri muscoli, che regalava una sensazione di vuoto nelle viscere difficile da descrivere a chi non ha provato la terribile esperienza che ci era toccata in sorte.”.

La fame è la compagna di ogni prigioniero nel corso di qualunque guerra, come se la morte desse costantemente delle avvisaglie sulla sua vigile e mai interrotta presenza: “La fame continuava purtroppo a rappresentare per noi una tortura.”; “Il mio fisico si andava deteriorando di giorno in giorno; se osservavo le mie braccia e le mie gambe mi pareva che fossero formate soltanto da pelle flaccida e da ossa sporgenti e mi chiedevo come fosse possibile trovare la forza per lavorare ridotto in quelle condizioni.”.

Portati con una marcia di circa mezz’ora in una vasta campagna, comincia il loro lavoro: “le sentinelle ci fecero iniziare la raccolta delle verdure e delle patate e ci furono assegnati compiti diversi.”; “La giornata di lavoro nel campo durava dall’alba al tramonto con l’intervallo del pasto pomeridiano.”.

Luciani fa il confronto con la precedente prigionia: “Il lavoro non era massacrante come a Bor ed i soldati russi non ci assediavano e non ci stressavano chiedendoci sempre di più. Se qualcuno era vinto dalla fatica, poteva anche fermarsi un attimo e riceveva solo un richiamo verbale da parte delle sentinelle.”.

Il lettore, in ogni caso, si domanda perché i russi abbiano voluto tenere prigionieri gli italiani, invece che disporne il ritorno a casa. Non avevano visto che erano soldati badogliani e non di Mussolini e che erano stati tenuti prigionieri dai tedeschi? Perché sfruttare il loro lavoro?: “Per noi la guerra era finita da tempo, ma eravamo ancora prigionieri.”. Differenza tra libertà e prigionia, ecco i risultati: “le nostre giornate tutte uguali fatte di lavoro e di sudore, di poco cibo e di sonno mancato, ci avevano alienato la mente e non riuscivamo più a capire se eravamo uomini o animali.”.

La speranza comunque di poter tornare presto in libertà non li abbandonerà mai: “La nostalgia di casa era forte.”; alcuni prigionieri avevano tentato di fuggire, “ma furono scoperti e puniti severamente. Dovettero scontare tre giorni di carcere. Furono rinchiusi in una baracca cosiddetta ‘di punizione’, senza mangiare né bere per tre giorni e per tre notti e ne uscirono stremati.”; “Se avessero tentato nuovamente la fuga, non avrebbero avuto appelli, ma sarebbero stati inviati davanti al plotone di esecuzione.”.

D’inverno non vanno nei campi ma “al porto di Izmail per scaricare le navi che arrivavano ininterrottamente.”; “Quelle navi contenevano per lo più casse di armi di ogni genere: pistole, fucili, pezzi di mortaio e bombe a mano. Le armi venivano poi caricate sopra i camion che le avrebbero trasportate a nord dove la guerra stava ancora continuando.”. Scaricavano anche cibo per i combattenti.

Finalmente a settembre del 1945 arriva la notizia tanto attesa: “Da oggi i soldati italiani sono liberi e saranno al più presto rimpatriati.”; “Dopo quelle parole scoppiai a piangere, così come fecero i miei compagni Lido, Marino e Gianni, i tre ragazzi toscani come me, che dalla partenza per la missione in Montenegro e per tutto il periodo di prigionia sotto i russi, mi erano rimasti accanto.”; “C’è un treno che sta aspettando i prigionieri italiani; partirà domani mattina dalla stazione di Suvorove che dovrete raggiungere prima di sera.”.

Il viaggio di ritorno non è breve: “Eravamo ammassati l’uno contro l’altro come tante sardine ed avevamo soltanto un po’ di paglia per terra per riposarci; il vagone era buio e l’aria arrivava solo da una piccola fessura.”; “quando ci trovammo alla stazione del Brennero fummo colti da una grande commozione.”. A Bolzano, Luciani e i suoi tre amici toscani vengono trattenuti in ospedale poiché considerati “troppo deboli”; “Il mio peso era di 38 chili, mentre al momento della visita per il militare, arrivava a 75.”.

Finalmente “Rimaneva soltanto da percorrere il tratto da Lucca a Valdottavo.”. Ci arriverà chiedendo il passaggio ad un barrocciaio: “Mentre il barroccio stava percorrendo la strada di fondovalle guardavo il fiume Serchio, quel corso d’acqua dove da ragazzo andavo a pescare ed i campi coltivati e gli orti lungo le sue rive.”.

Madre e figlio si abbracciano, ma in quel momento apprende anche che il fratello Gino è morto da pochi mesi per un incidente “durante una battuta di pesca sul fiume”, quel fiume Serchio tanto amato.

Gli amici desiderano fargli festa: “sarebbero tornati con lo strumento per suonare alcune marce.”. Ma la mamma si oppone a causa del recente lutto: “I miei amici si recarono allora dal pievano e fecero suonare le campane.”.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart