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Marcheschi, Giuseppe

26 Dicembre 2018

Ritorno a Prato Fiorito

Ritorno a Prato Fiorito

Giuseppe Marcheschi è nato a Collodi nel 1933 e vive a Lucca, ove ha svolto per molti anni l’attività di inse­gnante elementare.
Nel 1964 ottenne il terzo premio al «Concorso Nazionale per Maestri d’Ita­lia» indetto dalla Fondazione Nazionale Carlo Collodi di Pescia, con un saggio dedicato alla lettura di Pinocchio nella scuola.
Nel 1996 ha pubblicato “Ritorno a Prato Fiorito”, un racconto che fu segnalato al XXVII Premio Manara Valgimigli.
Nel 1999, in occasione della trentesima edizione dello stesso premio letterario, ha ottenuto la medaglia d’argento con il racconto “La ragazza di Franz”, poi incluso nella raccolta “Il mio amico Pinocchio”, una rievocazione dolcissima della sua infanzia nella terra natale, scelta anche da Carlo Lorenzini per ambientarvi le avventure del suo celebre burattino. Del 2012 è un libro di didattica per le scuole: “Dalla parte dei bambini”.  A tal proposito devo aggiungere che l’autore ha insegnato anche a due dei miei figli, e sono in grado di affermare che fu per loro un maestro esemplare.

La scelta del libro di cui voglio occuparmi è caduta su “Ritorno a Prato Fiorito”, poiché vi prende vita uno dei luoghi più suggestivi della Lucchesia, e leggerlo insieme a voi servirà a conoscerne e a gustarne lo splendore.
Siamo nel territorio di Montefegatesi, vicino alla celebre Bagni di Lucca che fu scelta da tanti artisti del Nord, soprattutto inglesi, come meta di vacanze, tra cui Byron e Shelley. È stata un terra di forte emigrazione; i suoi cittadini si spargevano in Europa e nelle Americhe a vendere le figurine di gesso, di cui erano geniali fabbricatori.

Alcuni, fatta fortuna, ritornavano e si costruivano la casa. Succede a Gigi Bertoli il quale, ora “che ha finito di costruire la casa, dorme sogni tranquilli.”. Tornare al paese da dove si era partiti molto poveri e potervi costruire una casa era il segno del successo e del prestigio personale. Non altrettanto succedeva con chi rientrava nudo come era partito, ma l’accoglienza affettuosa non gli mancava, essendo da quelle parti l’affetto e la solidarietà umana una consuetudine antica.

“Si sta bene in casa, il paletto all’uscio, i piedi poggiati sul capitone del caminetto e gli altri che già cedono al sonno.” (“Gli amici”, il primo e il più lungo dei tre racconti).

Marcheschi ha frequentato quei luoghi, vi ha trascorso estati felici. Un giorno andai a trovarlo e vidi la sua casa, da cui si dominava la valle. Uno spettacolo di colori e di profumi; nel silenzio dei monti si avvertivano la maestà della creazione, la sua seduzione e la sua generosa offerta di bellezza incomparabile. Nello stesso racconto troviamo una descrizione di questo paesaggio: “tutti e due a guardare laggiù lungo la Fegana, lo snodarsi furtivo della Ludovica in mezzo ai castagni, l’aristocratico Tereglio che si stende pigro lungo il crinale, la striscia argentea del Serchio nella sua valle fumosa di nebbie, la grande mole scura della Pania e, all’orizzonte, dietro un velo azzurrino, le Apuane venate di bianco.”. La Fegana è un torrente che scorre nella valle, detta appunto Val Fegana.

Di tale bellezza l’autore ne ha assorbito fino a rigenerarsi e ce ne fa dono con questo libriccino, uscito dalla tipografia Biagini in una edizione numerata, arricchita da suoi disegni che ne rafforzano il sentimento di riconoscenza.

Gigi è sposato con Lisa, insieme hanno trascorso una vita di stenti, ma non l’hanno mai ripudiata, poiché essa è stata per loro come un nido caldo che li ha tenuti uniti nei momenti di difficoltà, anche “quando i neri imperversavano nel paese”. I neri erano i fascisti. Chi conosce la montagna sa che questi miracoli avvengono. Si resta attaccati alla terra natale pure se è aspra e avara. Ci ha fatto nascere e ci ha temprato. Anche se è stata ferita dalla malvagità, la sua memoria resta intatta e candida: “Sembra passato così tanto tempo da allora. Dopo vennero i tedeschi, quei maledetti, a far razzìe, a far rappresaglie; i rumori sinistri degli stivali, i mitra puntati e quelle urla taglienti, gelide. Per lo sgomento non sono più cresciuti gli alberi di Piazza da quel giorno, da quando vi appesero, gli assassini, quei poveri corpi, i volti lividi nello spasimo della morte.”. La linea gotica vi passava vicino e anche altri paesi ne pagarono lo scotto.

Le pagine che il lettore incontra sono scritte con il cuore. Vi è una temperatura fatta di devozione e di affetto che le riscalda: “Finita la giornata del cantiere, correvano alla loro casetta circondata di prati a bearsi di essere insieme: Gigi rideva di nulla, allora, e spesso cantava; certe volte anche suonava la tromba e quelle note che si allungavano nel cielo toglievano dall’animo ogni malinconia.”.

Nonostante il ricordo sia intenso, la scrittura mai si fa prendere la mano dal sentimento. L’autore, nel ritrarre ambienti e personaggi cari, ne fa poesia. Lisa è rimasta sola nella sua casa, Gigi è morto, ma lei lo fa rivivere poiché la memoria lo ha trattenuto a sé. Poesia e memoria sanno rigenerare la vita: “è vivo in me, nel mio ricordo e fin che vivo io, c’è anche lui con me, è il mio pensiero.”; “Lisa lo guarda, il suo Gigi, la testa senza un capello fin dal tempo del militare; è sempre stata fiera di lui, della sua saggezza, cresciuta giorno dopo giorno nei lunghi anni passati nel silenzio dei boschi”.

Ripercorrendo la loro vita, Lisa consente al lettore di ritrovarsi pure lui sui sentieri di quei luoghi, tra le nebbie, la pioggia, tra i boschi, lungo i torrenti, e respirarne magie e suggestioni. Quei tempi così aspri s’innalzano a disegnarci un mito, una fiaba: “Ma quanta paura ha Lisa sulla via del ritorno, il corpo inzuppato dietro ai muli pazienti, gli zoccoli che scivolano paurosamente sulle pietre viscide dalla pioggia, il carico appesantito.”; “Ora la nebbia si dirada e nella luce che subito si risveglia nella foresta, appare la figura nobile, elegante, del daino, la corona superba delle corna palmate ben in vista sopra la testa alta; sta immobile, come per misurare la natura del suo strano incontro; dalle nari escono, intermittenti, i nuvoli del suo fiato caldo”.

Rastrellino è il soprannome di Domenico Bonifazi, altro personaggio dello stesso racconto, che ha passato la vita a fare carbone, un mestiere tipico di quei luoghi, che si sapeva svolgere tanto bene al punto che ad ogni stagione qualcuno emigrava in Corsica, chiamato a collaborare. Anche Rastrellino fa un tutt’uno con la natura circostante, al modo di un albero, di un arbusto, di un animale: “quando entra nel tepore ombroso delle selve, si sente invadere da una tenerezza infinita, lui, vecchio inselvatichito, e si lascia guidare magari da un suono, dalla voce lontana di qualche animale, dal gorgoglìo di un ruscello, il passo leggero per non disturbare”. Questa è la sua casa: “Qua e là appesi sacchetti di funghi secchi, pentole, una treccia rinsecchita di agli, un vecchio fucile polveroso, con la cartuccera, che forse non è mai stato usato. Ovunque, nell’unica stanza che fa da cucina, tinello, salotto, un’aria di pulito disordine, di povertà accettata con decoro, di estrema solitudine. Una scala di legno, assai malmessa, conduce certamente al giaciglio per la notte.”. È una povertà non avvertita, poiché è in simbiosi con la natura. È il segreto vitale di questi luoghi e, ogni volta che l’autore accenna alla modernità, non risparmia la sua profonda critica per ciò che, per colpa di essa, è andato perduto. Al funerale di Rastrellino, chiamato anche il Duca, la natura farà sentire la sua voce, come per tenergli compagnia un’ultima volta: “Ecco, la pioggia ora è di una violenza inaudita: improvvisi e sempre più frequenti i lampi che squarciano le nubi, e subito colpi secchi, rabbiosi, inattesi; la selva ne rintrona tutta, sbigottita, fino alle valli lontane, i rami accasciati sotto quel diluvio.” È la maestosa natura che parla, che si fa sentire, che è partecipe, che è madre e compagna, anche se severa e ammonitrice: “il Paese spranga porte e finestre di fronte alla furia dell’uragano e il colle del Carnesciale, ove si adagia, sulla cima, il cimitero, si confonde ormai col cielo; il povero Rastrellino e tutte quelle tombe senza riparo.”. Ma non serve più alcun riparo, poiché la natura, gemendo, ci consegna alla morte.

La Signora Rovani, “la maestra dai capelli bianchi che sa raccontare fantastiche storie”, di origine veneta, con la natura ci parla: “Il suo passo è leggero, le punte dei piedi un po’ infuori, le mani piccole, svelte nel raccogliere i mirtilli”. È ormai anziana (“Quaranta anni dedicati alla scuola, Medaglia d’oro del Ministero”; “Novanta anni sono tanti!”), ma non tralascia di passeggiare per il paese e per il bosco, e affacciarsi sulla valle. Raccoglie mughetti e ne fa dei mazzolini che mette in una cesta: “il mazzetto di fiori nel cestino di paglia che la inondano di delicato profumo, attorno i festanti bambini assetati di favole.”. È un personaggio che esprime leggerezza, bontà e meraviglia, avidità di vivere. Mi ricorda, a parte l’età, Mary Poppins, il personaggio uscito dalla penna di Pamela Lyndon Travers e tradotto in film nel 1964 dal regista Robert Stevenson, con la stupenda interpretazione di Julie Andrews.

Il secondo racconto, “Magia del bosco”, ha già nel titolo il suo contenuto; è un canto alla natura, al suo risveglio in primavera e alla sua quiete al tramonto, dopo che gli uomini se ne sono andati, spietati e insensibili al suo fascino. Solo la grande statua di Dante che s’innalza nel Paese, osserva, ammira e rispetta: “Sul Paese che si addormenta nella quiete estiva, veglia, dalla Rocca, la figura austera di Dante.”. L’autore non sa spiegarsi del perché molti uomini sono così distratti da non avvertire la magia della natura, e come sia stato possibile questo torpore, fino a giungere ad una insensibilità tanto anomala e cinica. Il vecchio Creso e la sua sposa Ilva l’hanno sempre avvertita, questa magia, e ne hanno sempre avuto cura: il loro “giardino sembra il bosco di Creso; lì dietro, appena sopra la strada tracciata dal trattore, il piccolo metato, con la colonna davanti, la tettoia spiovente, i pali appoggiati lì al castagno chissà da quando: la dimora delle fate, con quella sua velata malinconia.”.

Sono memorie ed immagini che forzano il tempo; fuoriescono dal presente e proiettano il passato in quello spazio infinito dove l’eterno raccoglie e conserva con la sua luce perenne. Tutto ciò che oggi non c’è più, è in quella parte dell’universo che si è rifugiata; uomini e cose, piante e animali, profumi e selvatichezze. Non può che essere così. La bellezza non si distrugge; fugge, si rintana da qualche parte, se è offesa, se è ripudiata. Per ciò che è stato bello c’è un angolo nell’universo pronto a donargli l’immortalità.  Ma c’è anche la poesia: “Spesso, dopo le giornate di pioggia, arriva il vento, chissà da quali lontananze; prima lieve a sfiorare le cime dei castagni che si agitano appena poi sempre più raffiche violente che scuotono gli alberi dalle radici; figure strane condannate a subire, inchiodate al suolo, che si contorgono, si agitano, gridano la loro impossibilità di fuggire. Il fragore cresce dei rami che si urtano nella violenza del vento, si schiantano al suolo, ululati lugubri, sibili, lamenti, l’anima stessa della foresta che è tutta un tumulto; gli uccelli tacciono chissà dove fuggiti. Per giorni interi, talvolta, si agita il vento, padrone assoluto dei boschi: scende dallo Zampino, ove il faggio si agita frenetico, le radici affondate fra i massi, sibila giù per le selve di Tana e i castagni del Col dei Lombardi entrando furioso nelle profondità della Fegana ove le acacie si alzano dritte a cercare il cielo.”.

Non vi è dubbio che siamo in presenza di un cantore della natura, un osservatore minuzioso e affascinato che percepisce con gli occhi dell’anima. Montefegatesi e quegli spazi, quel lembo limpido di terra, hanno trovato in lui il loro amante e il loro poeta.

La scrittura è tutta colma di questo amore; pulita come l’acqua di un torrente lo rivela e lo dona: c’è un’aquila che vola sopra il bosco, e più in basso giunge una cornacchia: lo “scoiattolo rotola lesto su un tronco, la coda superbamente alzata; un poco si ferma, si drizza, le zampine anteriori come giunte in preghiera, tese le piccole orecchie e mobili alle voci lievi del vento, a ogni sussurro di fronde, a ogni piccolo screpolìo di rami, i grandi occhi colmi di meraviglia. Improvviso, radente, il grido sguaiato della cornacchia e il piccolo scoiattolo, repentino, sparisce dietro il fogliame.”.

Il terzo racconto dà il titolo alla raccolta. L’immagine che l’autore ci offre di Prato Fiorito dice già della sua bellezza: “Ho voglia di stare un poco qui, su questo immenso tumulo di un Dio potente e misterioso che Maggio ora cosparge di fiori.”. È, dunque, uno dei luoghi della Terra dove Dio sceglie la sua dimora, quando fa capolino da noi. Così come io feci per Campocatino, Marcheschi trova Dio in questo luogo che la natura ricopre di fiori e di profumi: un Eden in terra. La mente vi si quieta e si raccoglie. Ascolta la sua anima. Il suo linguaggio diventa comprensibile; il mistero, i dubbi si affacciano, ma in quel luogo benedetto la forza di scioglierli appartiene allo spirito ed è immane, incommensurabile: è sera: “Si sta bene qui, le mani dietro la nuca, appena sopra, le stelle; i pensieri salgono leggeri dal remoto mondo dei ricordi, dalle viscere più profonde dell’animo.”. Qui, tutto ciò che ci è appartenuto diventa immagine e ci passa davanti come per una compartecipazione che va oltre la materia: una fraternità che si ripresenta e che deve essere esistita da qualche parte ancora prima della venuta dell’uomo su questa Terra: “vado, pensiero anch’io coi pensieri, incontro a quell’esercito di ombre, a quelle figure antiche, che un tempo furono creature vive che hanno con me camminato, con me parlato e vissuto; le sento venirmi vicino nella bruma della notte, avverto i loro suoni familiari e teneri e cedo volentieri a questo richiamo che mi scuote fin dal profondo.”. È una preparazione, un’attesa, una dolce speranza: “Poi anch’io diventerò questi suoni, questi silenzi; le membra posate sull’ara adorna di Prato Fiorito, svanite ormai le nebbie dei rimpianti, le ceneri sparse al vento”.

Par di vedere l’autore farsi via via sempre più diafano, fino ad involarsi e confondersi con il cielo.

È un racconto breve: un testamento spirituale di rara bellezza.

 

 


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Bart