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Mariani, Mario

4 Maggio 2019

Povero Cristo

Povero Cristo, 1920

Una curiosità. Il libro che possiedo è una ristampa del 1958, sempre della Casa Editrice Sonzogno, e apparteneva all’insigne giuslavorista Giuseppe Pera (1928 – 2007), che l’autografò con la data: Lucca, 21 settembre 1965. Fu il padre della scrittrice Pia Pera (1956 – 2016).

Per dare un’idea della personalità ribelle dell’autore, che si oppose strenuamente al fascismo, finendo per emigrare prima in Francia e poi in Brasile, basterebbe questa sua dedica: “Agli straccioni morali della piccola borghesia italiana, fradici fin ieri di egoismo individuale, perché si facciano un’anima rivoluzionaria.”.

È la stessa rabbia del protagonista, Gesualdo Cristofari, (il “povero Cristo”) che narra in prima persona: “Ho trentatrè anni e non solo. (…) Da mio padre ho ereditato la tubercolosi, da mia madre una perversa ipersensibilità femminea che mi fa desiderare l’inverosimile e piangere quando vizziscono le rose, mia moglie mi ha cacciato nel sangue la lue che le aveva regalato un amante, gli uomini tutti mi hanno insegnato ad odiare la vita.”.

Si ha a che fare con uno scrittore maledetto? L’esordio è di quello stampo sicuramente: “Gli uomini mi hanno fatto male. (…) Poi, quando mi avevano avvilito e vinto, quando mi avevano ridotto un malanno cencioso, hanno sputato sui miei cenci e sul sole rosso della mia anima.”. Il sole rosso (che dà il titolo al primo capitolo; ogni capitolo ne ha uno) è la metafora di una speranza infelice, destinata a soccombere: “Gli uomini mi hanno anche sgozzato la creazione.”; “Il sole!… Il mio sole rosso… che moriva ravvolto nelle stracciate bandiere delle nuvole nere.”. Più avanti si troverà: “Dio?… Dio sono io. Io sono il centro dell’universo. Io sono il centro d’una spirale che parte da me e che dipana le miriadi delle stelle sull’asse dell’infinito. Non Dio ha fatto me, ma io ho fatto Dio.”; “E io scrivo il poema della catastrofe del mondo.”.

E la felicità?: “io son felice solo quando son solo. E ascolto cantarellare i miei pensieri che cascano sul cuore come gocce d’oro, come gocce di sangue. Allora io posso cavalcare le comete, baciare le rose azzurre, addormentarmi sui velari delle nuvole, avvoltolarmi nel mantello stellato della sera…”. Viene in mente Dino Campana (1885 – 1932).

La più forte consolazione gli viene dalla libertà: “nella mia miseria e nella mia solitudine, io sono libero.”. E lo scrivere è la sua vendetta: “Quando scrivo mi sembra talvolta di sputare sulle pagine tutti i miei bacilli. Di avvelenare le pagine, di avvelenare la mia stanza, la mia città, la mia nazione, il mondo.”; “Ma la mia vendetta forse… È la mia più bella canzone d’amore.”. Non v’è dubbio che la visionarietà è una forte componente di questo autore, insieme con la rabbia, che scorre dentro una scrittura impetuosa e vulcanica. Non ci sono isole di quiete, infatti; tutto sorge come da un solo grido: “Voglio inchiodare nella bara un passato di errore di cui i figli si vergogneranno.”. La sensazione che emana da questa scrittura è quella di un ribollimento continuo, di un bruciore che apre piaghe veementi di dolore. Insufficiente perfino parlare di poema o di canto disperato. È qualcosa di più, che si avvicina piuttosto ad una lacerante e disperata maledizione: “noi condanniamo negli altri apertamente e pubblicamente le stesse colpe che commettiamo tutto il santo giorno.”. L’ipocrisia governa l’uomo, lo infradicia, lo umilia, lo annienta: “Perché questa tremenda menzogna che è la famiglia dovrebbe essere tanto sacra e tanto intangibile?”.

La fiducia in una redenzione affiora ma, in realtà, ha il colore di una minaccia ed anche di una involontaria preveggenza, ove s’immagini il fascismo che dominerà presto l’Italia: “Ma verrà un uomo che con un urlo più stridulo della mitraglia, più rombante della cannonata imporrà a tutti i suoi simili: Alt! Dietro-front! Avanti, marsch!”.

Gesualdo ha un pessimo ricordo della sua famiglia. La madre, Lina, trent’anni, aveva sempre uomini per casa e ogni tanto fuggiva con un amante. Poi ritornava a causa delle insistenze del marito, che ne era follemente innamorato. Quando portava fuori con sé il figlio per una passeggiata, aveva addosso gli occhi degli uomini, con i quali si intratteneva a parlare e dava indirizzi e appuntamenti: “io avevo imparato a tacere e a dire a casa, la sera, tutto quello che mi imponeva di dire perché questo mi fruttava molti cioccolatini.”. La donna frequenta una casa dove si intrattiene con gli uomini: “Quando andava in quella casa scompariva in una camera che le era assegnata e io mi trattenevo a giocare in un salotto con una bambina della mia età che un’altra signora, che scompariva in un’altra camera, portava con sé.”.

Questa desolante esperienza lo segna: “Non pensavo che a una cosa sola, disperatamente: a morire. E non avevo il coraggio di uccidermi.”. Quando i genitori si separeranno definitivamente, la madre dirà al ragazzo, che ora ha undici anni: “Tuo padre si ammazzerà perché ne ha il coraggio; tu morrai di fame perché non avrai il coraggio di ammazzarti.”. La conclusione dell’io narrante: “La famiglia, grazie a Dio, era crollata.”.

Anche le sorelle della madre, Medea, Mina, Serena e Ilda, erano fatte dello stesso stampo. Nel descriverle le chiama ironicamente “oneste” (“la loro onestà borghese”) per far risaltare la loro ipocrisia. Tutte sposate (“Quel contratto di prostituzione legale a vita che la società chiama per eufemismo matrimonio”), trovavano il modo di tradire i loro mariti. Crudi, ma nello stesso tempo concisi e gustosi, i loro ritratti. L’autore è sensibile ed immaginifico in tante espressioni che s’incontrano: “immagino di dipanare sopra il mondo come sopra un arcolaio, cavalcando i cavalli delle nuvole, il nastro dell’arcobaleno.”; “Il ricordo della giovinezza dovrebbe essere tutto una riga di sole, un canticchiare di fontane d’argento, un intreccio di zampilli e di girandole, uno sgargiare d’aiuole multicolori degli aprili lontani.”; “Noi sognavamo di partire sopra una chiatta da trasporto fra l’odore delle mele lazzeruole e delle mele rosa e d’andare, d’andare, d’andare lentamente alla deriva cercando nella morte verde del canale il sangue del sole.”; “Io facevo passare dei sogni frammentari di lontananze incalcolabili traverso siepi e roveti di dolore.”; “E colarono nel silenzio gocciole di tempo che mi sembrarono secoli.” (ma troveremo molti esempi come questi).

Nel ricordare un amore adolescenziale (la bimba si chiamava Sirenetta), scrive: “Eravamo tristi perché andavamo incontro alla vita.”.

Il romanzo non si libera mai della malinconia che è sottesa alla rabbia: “Porto a spasso per il mondo la mia fragile dolcezza come un cane frustato.”. La vita, ossia, avrebbe potuto essere anche bella, ma una qualche dannazione (l’ipocrisia soprattutto, ma anche la cupidigia del denaro) la intorpidisce e la marcisce. Non c’è via di fuga: “ho avuto paura che Dio esistesse, che l’immortalità dell’anima esistesse.”; “Da duemila anni noi usiamo la parola per mentire, per nascondere il pensiero o per falsarlo o per esagerare le sensazioni o per forzare i toni. Non appena un uomo e una donna aprono la bocca cominciano a recitare. Il silenzio è meno menzognero.”. Nella rabbia e nella visione pessimistica, misantropica e misogina dell’autore, non mancano elementi di verità.

Parte, “con le mani in saccoccia e una sigaretta in bocca”, per New York all’età di diciotto anni: “Ormai l’istmo era tagliato: io ero un’isola nell’oceano della solitudine, uno scoglio battuto dai marosi della fame. Il continente dal quale s’era spiccato l’istmo mi mandava urla lontane; risate isteriche di commedia malata, gridi rossi di tragedia violenta. Non mi portava mai, il vento, un fiore.”.

L’impressione che ha della società americana rinfocola la sua rabbia e se la prende con la statua della libertà che fa bella mostra di sé ma è bugiarda: “La libertà del capitalismo è la libertà di dissanguare milioni di uomini per il lusso e la gozzoviglia schifosa di poche centinaia di altri. E questa libertà esiste in America più che in ogni altro paese del mondo.”. Nota che i lavori più umili sono sbrigati dagli italiani. Dopo pochi giorni: “Non avevo più danari per pagare l’albergo, non avevo più danari per comprarmi un tozzo di pane.”.

La situazione degli immigrati, specialmente italiani, è resa con vividezza e rappresenta uno scenario di contenuto sociale espresso senza retorica, bensì asciutto e ficcante: “Dormii in un androne dove giungevano sbuffi di nevischio. Il mio corpo nero fumava sotto una coltre bianca ed il tenue alito che mi usciva dalla bocca nel sonno e il tenue fumo che vaporava dal mio corpo nel sonno, eran la sola povera cosa che restava della mia vita.”; “la sola parola di pietà me la dissero le sorelle buone della mia gioventù: le prostitute.”.

Il protagonista continua a girovagare per il mondo; è in Germania, a Londra, a Parigi. Dovunque incontra delusione, nonostante “alcune peculiarità degne di nota che distinguono una razza dall’altra, una nazione dall’altra.”. Loda la razza tedesca e degli italiani scrive che parlano di tutto salvo che delle cose che sanno veramente e che riguardano il loro mestiere: “Difficilmente un ingegnere italiano vi parlerà di ponti o di macchine; egli vorrà invece farvi sentire il suo giudizio critico su Gabriele d’Annunzio e recitarvi il sonetto che compose a vent’anni per le nozze di sua sorella. Perché gli italiani, per esempio, s’intendono tutti d’arte. Non c’è un barbiere di villaggio in Italia che non abbia scritto un romanzo, non c’è una signorina più o meno clorotica che non dipinga fiori con l’acquarello e non la pretenda a grande pittrice.”; “Il mio popolo è poi il popolo più ipocrita del mondo.”.

L’odio verso la società esplode nel capitolo IX intitolato “Progresso” nel quale è riferito il concetto che l’uomo stava meglio quando era schiavo poiché il padrone aveva tutto il vantaggio se badava a lui e alla sua famiglia conservandoli in salute, mentre con il capitalismo l’uomo è divenuto schiavo del denaro, ossia del capitalismo, e “Dello schiavo del salario nessuno si occupa (…) La sostituzione del padrone con il salario che è una cosa senz’anima e senza pietà, il mondo l’ha chiamata progresso.”. E che cos’è il progresso?: “Sono venuto a questa conclusione: hanno fasciato il mondo in una mostruosa ragnatela e questa ragnatela l’hanno chiamata progresso.”. Si dirà, ma i salariati beneficiano dei miglioramenti tanto economici quanto delle condizioni di lavoro, ma è un giro vizioso, dichiara il protagonista: “I miglioramenti sono un giro vizioso il quale non migliora nulla, arricchisce viemmaggiormente i capitalisti e perpetua la miseria.”.

È una visione che non concede nulla alla speranza delle classi sociali più disperate, le quali vengono invece illuse “del possibile benessere”, che non si raggiungerà mai: “Oggi che l’operaio guadagna quindici franchi il giorno la vita ne costa trenta ed egli muore gaiamente di fame.”.

Ci troviamo di fronte ad un’analisi ardita per quel tempo, ove si pensi al fascismo che non tollerava simili insubordinazioni, ma lucida, e perfino profetica, al punto che oggi potremmo farla nostra.

Ciò che ne discende è l’incapacità della società a dare un registro di giustizia e di solidarietà al suo sviluppo: l’operaio “deve mantenere insomma uno sterminato numero di fannulloni e di buoni a nulla che sono i legittimi guardiani della sua schiavitù.”. Tra questi, punta l’indice sui sindacalisti, che nella società moderna hanno preso il posto dei preti: “siccome la rivoluzione sociale non è molto facile, essi preferiscono insegnare alle masse la manìa scioperaiuola e, quando per ragioni di sottostruttura sociale, la rivoluzione sta per attuarsi, può divenire un fatto, essi scongiurano: no, no, no; per l’amor di Dio; non è ancora giunto il momento.”.

Del sindacalismo, il protagonista ha esperienza diretta: “Fui propagandista di una camera del lavoro.”. Ne ricava una cocente delusione: “Anche gli operai che salgono dalle file dei disperati per diventare capi sezione, capi lega, segretari di sindacati sono arrivisti senza scrupoli che tendono a un piccolo guadagno personale o alla deputazione.”.

Il romanzo continua con il suo scorrere per capitoli a tema, con i quali lo spirito dissacratore dell’autore (attraverso il suo personaggio) demolisce ogni ganglio che sorregge la società; in primo luogo: la religione (“la morale cristiana ha cacciato un coltello in gola alla razza umana.”), la famiglia (“Il matrimonio è un contratto di prostituzione legale a vita.”), il capitalismo (“La colpa è del danaro.”), le istituzioni (“Il popolo italiano è un popolo che manca d’educazione politica e soprattutto di serietà.”).

Il punto di vista da cui è osservata la società varia talvolta: quando è quello dell’operaio, come si è già visto, quando quello del piccolo borghese: “Ma per noi, per noi piccoli borghesi, più cenciosi e più pidocchiosi degli operai e dei contadini!…”. Da qualunque punto, tuttavia, si voglia partire, ciò che contraddistingue il personaggio è ancora una volta la delusione e la rabbia, avvolti da un sentimento di disperazione (“la bufera della disperazione”) e di anarchia: “Io, accasciato sopra una seggiola, meditavo il suicidio.”; “E che non debba venire il giorno della giustizia?!… Mai.”.

Della donna emerge un’immagine desolante; ella tende a tradire, a vendere il proprio corpo. Si vende o al marito o all’amante, e quando occorre si vende ad entrambi: “Le corna, per i piccoli borghesi, son come i denti; quando spuntano fan male, dopo servono per mangiare. Senza corna metà della piccola borghesia morirebbe di fame.”. È un’esperienza che tocca direttamente il protagonista, il quale dice alla moglie che lo tradisce: “Già… quelli che mangiano le cose buone che io non ho mangiato mai… le aragoste, le ostriche, il salmone e i tartufi… vogliono anche le nostre donne…”. E la moglie risponde: “… ma ci aiutano a vivere.”.

L’etisia e l’insonnia, di cui il personaggio arriva a soffrire, assumono anche un significato metaforico, che si collega direttamente alla rabbia, all’odio contro il mondo e al dolore: “ero nel mio letto e cercavo invano di afferrare alla gola il sonno. Io soffro d’insonnia. Certe notti la tosse mi strozza e mi impedisce di dormire.”; ”Il mio dolore non era mio. Me lo avevano imposto per farmi morire a goccia a goccia. Me lo avevano imposto con due o tre millenni di educazione sbagliata.”; “Io uccido in me mio padre e mia madre, gli avi e gli atavi, Cristo e Caino.”.

Ma Gesualdo Cristofari è davvero chiuso alla speranza? No, qualche volta vi si inchina e vi tende, per mezzo di quel “gran sole rosso” che ogni tanto fa capolino nella sua tragica visione: “Ma nel fondo della mia anima, sulla mia cuna e sulla mia agonia, splende un gran sole rosso. Io so che un giorno, un giorno non lontano, tutti i poveri cristi del mondo apriranno gli occhi e la rivelazione sarà il frutto di una stretta alleanza, che si impone, tra proletariato e piccola borghesia, contro i plutocrati e i pescicani.”; “E io so che, il giorno in cui il mio sole rosso avrà la vampa che penso, costoro irromperanno fuor da’ frenocomi e dalle galere in cui gli ipocriti, gli imbecilli e i delinquenti tengono incatenata la ragione e la ribellione e spazzeranno il mondo.”; “Allora sull’agonia del mondo sorgerà, puro, il mio sole rosso.”.

In realtà, sono speranze (“Aspetto la primavera. Primavera del mondo!”; “So che sta per sorgere il mio sole rosso e che, dopo, risplenderà sul mondo.”) intrise di illusione, che non hanno la forza di ribaltare una realtà che, nel romanzo, ma anche nella vita, resta crudele e invincibile.

Le pagine finali che ricordano la prima guerra mondiale e l’immediato dopoguerra sono tese e tragiche.


Letto 208 volte.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart