Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone

TUTTI I MIEI LIBRI SU AMAZON qui

La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Piante e fiori del mio giardino e altre bellezze: qui

Martinelli, Marco

18 Maggio 2019

Piccolo loto giapponese
Vivo per sempre

Piccolo loto giapponese

È il romanzo di esordio di un giovane lucchese nato nel 1985 che di professione fa il commesso in un supermercato. L’ho aperto convinto di farne una lettura veloce, di assaggio, come si dice, ed invece mi son dovuto ricredere e mi sono messo, come faccio per metodo, a prendere appunti. Sin dall’inizio si avverte una scrittura composta e ricca di humus: “Guardai verso il cielo, la luna piena era velata da una sottile coltre biancastra e illuminava la prima domenica di dicembre, umida e fredda.”. Che ne dite? Ma ne troveremo altre: “Un’alba rossastra si svegliava all’orizzonte colorando le cime innevate, la tramontana che le lambiva portava a valle un freddo terribilmente pungente. Appoggiato al balcone fumavo pensoso e infreddolito. Guardavo giù in basso nel giardino quando la mia attenzione fu attratta da una vecchia quercia dal tronco scavato. Su un ramo contorto come la mano di una strega, stagliato contro la neve bianca, spiccava un bellissimo merlo nero. Mi fissava immobile”; “Da una grossa betulla proveniva il chiacchiericcio allegro di uno stormo di passeri che al nostro passaggio si alzarono in volo aprendosi in cielo come una rete nera. In lontananza il fioco abbaiare di un cane.”. O come questa, che riguarda Beth, una ragazza americana: “Era nuda ora, ma quella nudità non era altro che un meraviglioso vestito naturale, il suo corpo candido, fresco e sodo era come una statua di Fidia che improvvisamente aveva preso vita.”. Quando sarà a Istanbul troveremo un’altra bella descrizione della Cisterna Giustiniana, breve ma sufficiente a dare la coloritura ombrata di quel pozzo antico.

Siamo a Firenze, e prossimi al Natale. Il protagonista è Renè Gini, che lavora presso un supermercato (come l’autore) con l’incarico di occuparsi dello “scarico merci, ordinazioni e controllo casse.”. La sua età? Troviamo “ero troppo vecchio per le sorprese.”. La mattina ha fatto un incontro strano con un tizio che sapeva il suo nome e da quel momento è diventato inquieto e insicuro. Gli ha lasciato una busta in cui trova un semplice numero di telefono, chiama e risponde una donna araba dalla voce suadente, che gli chiede un incontro presso il ristorante più “prestigioso” della città, raccomandandogli di indossare un abito elegante.

S’incontrano; lei, Khyra, una bella donna, lo chiama Prometeo, il nome con cui era conosciuto quando faceva “il cacciatore di teste per una ricca famiglia giapponese, gli Omura.”. Ma lo chiama anche con il suo vero nome, Michelangelo.

L’autore ci sta trascinando nella vita nascosta e sconosciuta del suo personaggio e lo fa intrigandoci con la presenza di una donna dall’aspetto sensuale, alla quale affida il ruolo di capo di una specie di Spectre, che lo strappa dall’oblio in cui si era rintanato per ricondurlo al presente: “I demoni del passato stavano tornando a trovarmi.”. Questa specie di organizzazione tipo Spectre vuole perfezionare un progetto di controllo della mente, ossia arrivare a poter leggere il pensiero altrui per prevenirne e controllarne le azioni, anche il pensiero futuro.

Torna dunque a fare il vecchio mestiere: il cacciatore di uomini su commissione, e riallaccia le vecchie amicizie. Deve rintracciare uno scienziato utile al progetto e consegnarlo alla donna. Si è rifugiato in Francia.

L’autore conduce la trama con un’abilità già matura, con asciuttezza di parole e senza spazi vuoti. Si avverte che è una storia che lo appassiona e vi mette tutta la sua fantasia creatrice, sicuramente educata da molte personali letture. Vengono in mente per primi i romanzi di Ian Fleming con il celebre protagonista James Bond. Ci sarà anche un vecchio amore da ricercare, poiché Khyra gli rivela che la sua ragazza è ancora viva, e gliela farà trovare solo se la sua missione avrà successo. Si chiama Mizuki, è lei il piccolo loto giapponese: “Esile, pantaloncini corti beige, t-shirt bianca con disegnata una margherita stilizzata e un paio di Superga rosse ai piedi.”; “le sue dita leggere sembravano un foulard di seta sulla mia pelle.”; “quell’eleganza se la portava addosso come un vestito o un delicato profumo.”. Ci racconterà come la conobbe in quel lembo di oriente, il Giappone, che ci descrive con una certa malia esotica, al punto che la fantasia del lettore è condotta, a volte, autonomamente e per suggestioni, a rievocare antiche leggende arabe come quelle che possiamo leggere ne “Le mille e una notte”. Dopo quella in Francia, compirà, infatti, una missione anche in Turchia: “Il destino mi aveva portato di nuovo in una terra magica dove culture e imperi si dividevano tra Oriente e Occidente.”.  Siamo a Istanbul: “Trasportato da un fiume di persone dagli innumerevoli tratti somatici e colori, camminavo tra banchi di frutta, dolciumi tipici, vimini e tappeti i quali riempivano il mercato fino a farlo traboccare. Le donne velate si muovevano veloci e sagge tra quelle strette vie scegliendo tessuti colorati e riempiendo borse di provviste per i prossimi pasti.”. I dialoghi sono asciutti e ben condotti, senza sbavature.

C’è da aspettarsi del buono da questo bravo esordiente, già scaltro nella costruzione della macchina narrativa e efficace nella scrittura. È certamente più che una promessa, un albero forte che darà ottimi frutti.

Vivo per sempre

Dopo l’ottimo esordio del 2019 con “Piccolo loto giapponese”, l’autore ci presenta nel 2021 questo nuovo romanzo, “Vivo per sempre”, uscito anche questa volta con l’editore viareggino Giovane Holden.
Già dall’inizio si capisce che Martinelli non ha tradito l’attesa. Siamo in terra inglese e la scrittura, nitida e dall’andamento sicuro, richiama alla mente in queste prime pagine Robert Louis Stevenson, l’autore de “L’isola del tesoro”, del 1883. Il protagonista, un novello Highlander, ha conquistato la vita eterna e ci sta raccontando la sua avventura: “Svoltato l’angolo, davanti al Sunday chick, notai abbandonata sul marciapiede una sagoma nera. Mi avvicinai con passo incerto poi senza troppa sorpresa mi accorsi che si trattava di Old John, ubriaco come un irlandese che festeggia il compleanno il giorno di San Patrizio.”.
Old John ha regalato a Daniel, il protagonista, una mappa del tesoro; così si mette alla sua ricerca, traendone motivo, l’autore, per descriverci località che accendono la nostra fantasia.
Come per il Sacro Graal, anche qui a colui che troverà il tesoro sarà data una ricompensa, la vita eterna, da cui il titolo “Vivo per sempre”.
Allo stesso modo del nostro Salgari, l’autore si avvale di una immaginazione feconda e ci fa vivere la ricerca di Daniel, come fosse il viaggio da noi sempre sognato: “La smania di vivere mi sta attanagliando le viscere ultimamente e credo che la miglior medicina sia viaggiare.”.
Non v’è dubbio che nel romanzo siano presenti echi dei migliori narratori di avventure, a partire da quelli già citati. Martinelli, ancora giovane, nato nel 1958, e appena affacciatosi alla narrativa, dimostra di averne acquisito la lezione, ma anche di possedere delle doti sue particolari con le quali riesce a intridere la scrittura di una lucentezza e di una passione genuine.
Martinelli scrive così, perché a quel tipo di scrittura ci è portato. La prima parte del romanzo (sicuramente la migliore e la più esemplare) sta lì a dimostrarlo: “Scendendo a sud sotto le coste del Portogallo infatti ebbi il mio primo battesimo del fuoco, anzi dell’acqua. La Betty Blue fu investita da una violenta tempesta che mai potrò dimenticare: onde alte dieci metri facevano impennare la prua quasi in verticale per poi farla precipitare nell’abisso svuotato dalla risacca dell’onda. L’imbarcazione sembrava una foglia secca in mezzo alle rapide di un fiume in piena, venti di sessanta nodi sferzavano i ponti facendo gemere gli alberi, l’equipaggio saltava da una parte all’altra della nave aprendo e chiudendo le vele, mentre Gunnar, legato con una cima al piantone del timone se la rideva ubriaco fradicio illuminato dalle saette.”.
Non si poteva dire meglio.
Arriva in Cambogia e deve raggiungere un monastero. Si avvale di una guida e comincia a risalire “le rive del torbido Mekong”: “Attraversammo fitte giungle aprendoci varchi con il machete. Lungo gli affluenti del fiume principale i bufali dalle lunghe corna si abbeveravano e masticavano placidi, mentre i bambini gli nuotavano intorno come pesciolini. Più di una volta notai spuntare dalla superficie piatta dell’acqua gli occhi neri e le narici dei coccodrilli che scrutavano attenti il nostro passaggio per poi immergersi. Verdi colline coltivate a terrazzamenti si susseguivano l’una dopo l’altra e lungo i loro fianchi dense nuvole di umidità scendevano dalle cime come cascate. Alberi carichi di fiori nutrivano sciami di farfalle colorate, e le lucertole, lunghe anche un metro, se ne stavano sdraiate sulle rocce a scaldarsi sotto i caldi raggi del sole d’oriente.”.
Le qualità descrittive, come si può vedere, sono notevoli e rivelano una sensibilità raffinata.
Da godere la descrizione del monastero e della vita dei monaci buddisti.
Svoltiamo pagina e ci troviamo nel deserto della Palestina, dove è presente un altro degli obiettivi da raggiungere per conquistare la vita eterna: “Arrivai nel villaggio di A-Praac, ultimo avamposto prima delle sconfinate sabbie. Lì fui ospite gradito di una famiglia a dir poco numerosa, sorridenti e gentili. Prima della partenza barattai il mio cavallo con un loro asinello e ascoltai con attenzione tutte le istruzioni del caso per trovare il luogo che gli avevo indicato sulla mia mappa.”.
Effettivamente, in questa prima parte avventurosa del romanzo pare di trovarci di fronte ad autori redivivi, come appunto Stevenson e Salgari, ma anche un poco Kipling.
Chissà, potrebbe essere che ci troviamo in presenza di un narratore dello stesso stampo, destinato a migliorare sicuramente (la seconda parte ha ancora qualche debolezza) le sue ottime doti naturali: “Nel tardo pomeriggio invece la mia stupida superbia fu ripagata: si levò un fastidioso vento che ben presto divenne bufera e il cielo si chiuse sopra di me gonfiando a dismisura gigantesche nuvole grigie e viola. una violenta tempesta di sabbia iniziò a infuriare tingendo tutto di nero. Sembrava l’apocalisse, pregavo a voce alta ogni divinità dell’universo perché il mio stupido somaro non mi abbandonasse per la stanchezza o per la paura.”.
Raggiunta la meta e conquistata la ricchezza e l’eternità, Daniel comincia a girare il mondo.
Assisteremo a varie scene e a vari incontri anche di personaggi famosi, non citati con il loro nome e cognome, ma riconoscibilissimi. Spicca su tutti Henry de Toulouse-Lautrec. Lo incontra in un locale di Parigi con a fianco una ballerina: “Finii il resto del vino insieme a loro, poi ci alzammo. Li seguii fuori con la testa leggera che accennava alcuni capogiri. I due si tenevano per mano come madre e figlio, lui non superava il metro e cinquanta e zoppicava vistosamente appoggiandosi ad ogni passo destro al suo bastone. Mi trascinarono fino a un sobborgo vivace e colorito dove i cabaret di dubbia fama suonavano musica ad alto volume fino all’alba e dietro ogni angolo spuntava una casa di tolleranza con appese alle porte le spettanze da pagare alle signorine e la descrizione delle loro attività amorose.”.
Come nella storia di Highlander, egli vedrà morire la donna amata Marie Claire e capirà che l’immortalità sarà per lui un pesante fardello da sopportare.


Letto 666 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart