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Mastriani, Francesco

25 Agosto 2020

I misteri di Napoli
Il mio cadavere
La cieca di Sorrento
La sepolta viva
La Medea di Porta Medina
L’assassinio in via Portacarrese a Montecalvario
I Vermi
Le Ombre

I misteri di Napoli

(Avvisiamo che per la seguente lettura del romanzo, si è tenuto conto di due edizioni, quella del 1966 dell’editore Casini con l’introduzione di Giorgio Luti, e quella dell’editore Vallecchi del 1972 con l’introduzione di Giuliano Innamorati, che ha però delle parti riassuntive)

Tutto immerso nell’Ottocento e autore prolifico, Mastriani, nato a Napoli il 23 novembre 1819 e ivi morto il 7 gennaio 1891, chi lo ricorda più? I suoi romanzi di appendice erano molto attesi e si può dire che egli fu tra i primi rappresentanti di quella letteratura gotica che ebbe un altro esponente di rilievo nella più giovane Carolina Invernizio.
Furono autori minori che la storia della letteratura ha ignorato o vi accenna appena, a confronto dei giganti riconosciuti universalmente come Horace Walpole, Bram Stocker, Allan Poe, Ann Radcliffe, Mary Shelley, Matthew Lewis, per citare solo alcuni dei più noti arrivati sino a noi.
Nella introduzione, così ce lo descrive Giuliano Innamorati: “Piccolo di statura, gli occhi sempre vivaci ed irrequieti, quasi calvo ormai, ma fornito di barba e baffi alla Napoleone III, di un biondastro ingenuamente anacronistico e spavaldo, l’anziano Mastriani tesseva e ritesseva le fila dei suoi percorsi cittadini, partendo dal quartiere di Sanità, dove abitò sempre, e là tornando ogni sera dopo il via vai dell’ufficio, delle ripetizioni, delle visite in tipografia.”.
Nel 1869, Mastriani affronta un libro voluminoso, “I misteri di Napoli. Sudi storico-sociali”, l’ultimo della trilogia sociale che vede il suo inizio con “I Vermi. Studi storici sulle classi pericolose in Napoli”, del 1863 (avrà come seguito “I figli del lusso o Oro e fango. Storia infernale”, del 1866) e nel 1868 “Le Ombre, lavoro e miseria o La figlia del forzato”.
Scrive Giorgio Luti nell’altra introduzione (non troppo generosa, in verità), a proposito della sua scrittura: “capacità di cogliere e raffigurare con diretta spontaneità un ambiente tragico, proporre nei termini giusti di lingua e di stile un’azione fantastica, realizzata tuttavia con saporose pennellate di colore locale, degne veramente di un grande maestro.”. Non è propriamente un romanzo gotico (di lui ne affronteremo altri più in argomento), ma è tra le opere più importanti di questo autore, come del resto anche “I Vermi” e “Le Ombre”, di cui ci occuperemo in altre letture, pur non appartenendo esse propriamente al genere gotico, ma per la loro importanza descrittiva e sociale, limitandoci qui a scrivere quanto su “I Vermi” riporta Giorgio Luti sull’importanza che Mastriani dava a quest’opera scritta nel 1863: “… che è mai cotesto rumore che si leva intorno al realismo? il realismo l’ho inventato io. Che è cotesta Nanà [romanzo di Émile Zola], che tutto il mondo n’ha da discorrere come dell’ottava meraviglia? Io ho scritto I Vermi. C’è niente di più realista dei vermi? Io vi domando in coscienza se si può scendere più in basso. Di più, voi, realisti da strapazzo, sguazzate nel sudiciume; ed io, come vedete, vi servo in tavola l’anima stessa del medesimo in tante pagine strappate dall’albero della mia fantasia ancora verdi e sanguinanti.”.
L’autore fa precedere “I misteri di Napoli” da una lunga prefazione in cui spiega le ragioni che lo avevano tentato a pubblicare l’opera con un titolo diverso, in quanto quello immaginato era stato preceduto da “I misteri di Parigi” di Eugène Sue, del 1842/1843, che aveva riscosso un enorme successo, inducendo altri numerosi ad imitarlo in Europa. Non desiderava apparire tra questi.
Scrive che la sua opera “avrà dunque lo scopo di additare la virtù cozzante co’ vizi della presente società e co’ mali inseparabili da’ presenti ordinamenti sociali.”.
C’è una parte di questa prefazione che ce ne dà un assaggio, il quale ancora oggi stupefacentemente si adatta alla nostra società proprio a riguardo delle sue incoerenze e dei suoi vizi: “Noi confondiamo la libertà di coscienza collo assoluto indifferentismo su qualsivoglia credenza religiosa; vogliamo l’indipendenza e la libertà, e non apprezziamo che ciò che è francese, inglese o giapponese, e non sappiamo perdonare al nostro vicino di avere una opinione contraria alla nostra; vogliamo l’eguaglianza civile, e non ci vergogniamo di farci dare l’’Eccellenza’ dai nostri servi; gridiamo al malgoverno, e non ci vogliamo prendere l’incomodo di andare a porre una scheda nell’urna; predichiamo filantropia, e diamo croci e premii a chi inventa modo novello di distruzione più pronta e più sicura; mentre lasciamo crepar di fame la virtù e l’ingegno; diciamo di essere uomini positivi, e paghiamo dieci mila lire al mese a qualche saltatrice più o meno in grido; facciamo arrestare i ladruncoli di fazzoletti, e lasciamo andare a’ seggi governativi quelli che rubano i milioni; vogliamo più o meno l’emancipazione della donna, e per poco non diamo la berlina a una povera signora che cammini sola per le strade; ci crediamo ‘uomini’, e non siamo che scimmie.”.
Il brano ci induce a domandarci quanto tempo occorra all’uomo per una migliore civilizzazione e per una convivenza più giusta e più pacifica. Sono trascorsi più di 150 anni da un tale scritto, eppure se ne conferma con estrema chiarezza ed urgenza la sua attualità.
Non vi è dubbio che Mastriani ha mirato in alto mescolando missione e ambizione. Insieme con l’altra opera ponderosa, “I Vermi”, uscita qualche anno prima, ce ne dà prova. Quando dissemina i suoi lavori di riflessioni che marcano, a distanza di così tanto tempo, la loro attualità, significa che l’opera è stata avviata e condotta per più alti scopi che non un passatempo gradevole da consegnare ai lettori come un feuilleton. Facciamo un esempio: “C’è dappertutto un malvagio su dieci onesti e virtuosi.
Sembra pertanto tutto il contrario, poiché il malvagio fa rumore, si agita, fa parlare di sé, mentre i buoni faticano, soffrono e tacciono, e Dio solo li conosce, li conforta e di loro si compiace.”.
Per dare conto della scrittura ottocentesca e forbita di Mastriani, basta citare l’avvio del romanzo: “Nel Borgo S. Antonio Abate è un vicoletto addimandato de’ Lepri, che mette capo in un altro vico dello stesso nome. In quel vicoletto è un portoncino scuro, affumicato, fetido e sgocciolante acqua da tutti i pori. A gran ventura i mariuoli del quartiere non aveano badato a tôr via il martello ch’era ad una delle bande. Ciò forse era dipeso che quel portoncino non era stato mai imbarrato né di giorno né di notte. Spesse volte chi si fosse trovato a passare per quella viuzza avrebbela veduta ingombra di mastelli e di bariglioni: il che naturalmente dava a pensare che in quel portoncino o nelle vicinanze fosse un mercante di vini o di olii o di altro liquido.”.
È la prima avventura, quella della sua scrittura, che il lettore si trova a percorrere; una specie di lastricato di una via romana che presenta qualche incomodo ma che mantiene una sua bellezza impressale dal tempo passato.
Non ci saranno perciò difficoltà a proseguire, salvo accettare di condursi con un passo lento riflessivo, sapendo che il cammino sarà lungo, poiché le pietre antiche, ossia le pagine, che compongo il lastricato sono molte.
L’ambiente in cui si muove il racconto è tra il popolare, anzi ancora più giù, vicino ai bassifondi di una Napoli avvinghiata alla sopravvivenza, ai vizi e ai maneggi per non soccombere e morire, e un’aristocrazia avida e corrotta.
L’anno dell’inizio è il 1846. Ma andremo spesso a ritroso e qualche volta anche avanti, fino al 1861.
I primi personaggi che incontriamo sono Pilato detto lo Strangolatore o il Masto (cioè vocato “ad un certo predominio e comando”) e Serafino Jojema o anche Serafino Jommero, detto Cecatiello, in quanto aveva perso un occhio nel corso di una lite con Lu Tizzone (“forse perché era sì nero di faccia, che pareva avesse raccolto sul viso tutta la fuliggine di un camino.”). Così è descritto Pilato: “Era un perticone disgraziato a vedere, con certe lunghissime braccia che gli arrivavano ai ginocchi e con certe gambe che sembravano di legno.”. Pare di vedere Frankenstein, il personaggio creato dalla diciannovenne Mary Shelley, sposa del grande poeta romantico Percy Bysshe Shelley. E troveremo anche: “Invaghirsi di qualcuno o di qualcuna significava per Pilato esser preso dal prepotente desiderio di strozzarlo.”. Dunque, pure un maniaco. Su Cecatiello, cieco da un occhio, leggeremo queste parole dette da un altro brutto ceffo, Cuoppo di pepe (“cartoccio di pepe”): “Non ha che una finestra; ma questa vale più delle quattro di vostra eccellenza e delle mie due che sono intonacate dalla vecchiezza.”. Pilade si diverte a strangolare e dopo averlo fatto ride per il piacere provato. Uccide perfino una bambina di tre anni: “non tutti gli uomini sono della medesima specie…”; “A Napoli, due elementi come lo Strangolatore e Cecatiello erano due elementi necessari allo sviluppo del male.
Il male è necessario nel mondo, come il vento, la pioggia, la bufera e il fulmine sono necessari nell’ordinamento fisico universale.
Cecatiello era il vento; Pilato, la folgore.”.
Sono mariuoli e assassini che rubano e uccidono senza scrupoli. Nessun rispetto umano, ma la furia e l’egoismo dettati dalla miseria morale e materiale più nera. Le catacombe di San Gennaro, a Napoli, erano il labirinto in cui si muovevano per raggiungere i vari punti della città: “Sono antichissime escavazioni che si perdono nei più lontani tempi. Fu forse una via segreta aperta tra Napoli e Roma nelle prime lotte del cristianesimo contro le false credenze. È una città scavata sotto un’altra: corridoi, stanze, basiliche, rotonde, gradinate che mettono a piani superiori. Gli ambulacri, alti alcuni fino a venti palmi dell’antica misura napoletana, sono conterminati da sepolcri, in cui cadaveri conservati intatti si polverizzano al contatto dell’aria.
Questi ambulacri avevano parecchie diramazioni di uscite, delle quali si giovarono in appresso i facinorosi e i ladri.”.
Non vi nascondo che, per il fatto che lo Strangolatore e il ladro Cecatiello, li vediamo spesso in coppia (“Noi facciamo coppia fissa” gli dice lo Strangolatore), ho pensato qualche volta al Gatto e la Volpe de “Le avventure di Pinocchio” di Collodi, opera tuttavia posteriore, cominciata ad uscire puntate nel 1881 e raccolta in volume nel 1883.
Lo abbiamo già accennato: il romanzo si avvale del gergo napolitano che per certe locuzioni ci diventerà simpatico grazie alla loro efficacia: stribbiarsi per stropicciarsi, assannare per azzannare, controlloro per controllore, ciacco per maiale, bùlima per folla, fare greppo per essere sul punto di piangere, zigaro per sigaro, careggiando per carezzando, bobolchi per bifolchi, lonzo per floscio, tucca per punta, nimistà per inimicizia, cianghellini per depravati, interriato per atterrito, tremuoto per terremoto, impazzato per impazzito, renduto per reso, mensuale per mensile, appaurati per impauriti, malèa per malata, invoglia per involto, butirro per burro, risensò per rinvenne, ardenza per ardore, gnaffa per barba, e così via. Troviamo anche espressioni simpatiche, un esempio: “Faccia vostra eccellenza di me tabacco per la pipa, con riverenza, se trovi che io mentisca.”. Oppure: “… i guai della pentola li sa solo la mestola.”. Scriverà in una sua nota: “Non ci discostiamo da queste locuzioni per serbare l’immaginosa originalità del linguaggio triviale e plebeo.”.
Come ha continuato a fare nel Novecento anche Mario Tobino, Mastriani usa la parola carcere al femminile (la carcere). Ed anche il guardia anziché la guardia. Ma di questi gioielli semantici ne troveremo. Uno ancora: eglino per essi: “il funzionario disse alle altre due guardie di tenersi poco lungi, sia per accorrere, dove eglino udissero un colpo di revolver, sia per vegliare che nissuno scalappiasse di quella abituro.”.
Ogni tanto ci sono sottolineature che accusano la società di negligenza ed incuria rispetto alle situazioni più miserabili, provando che uno degli intenti dell’opera di questo autore è anche quello di lanciare moniti affinché la giustizia sociale si occupi anche degli emarginati: “E sapreste dirmi, signora scienza – domandiamo noi – perché su cento poveri ne muoiono una trentina all’anno per febbri reumatiche e gastriche, per tisi e per tifo? Non vogliate schernirvi, signora scienza; riconoscete per cause efficienti di questi morbi e di queste morti il freddo e la fame.”; “Se la virtù si trova ancora sulla terra, non la cercate sotto i blasoni, e nemmeno sempre nella ricchezza. Tutta questa roba appartiene al regno della menzogna.
La virtù ha le mani callose; non porta guanti, e mangia pane duro; ed ha la cera per lo più sparuta e scialba: sul petto non ha ciondoli: le croci le porta nascoste.”; “Si vede proprio che le leggi sono state fatte per i ricchi, per i signori, e non per i poveri… Ce ne fosse una, una sola per noi!… Se le sono fatte per loro, è più chiaro della luce del giorno…”; “… si è chiamata ‘Civiltà’ la stolida presunzione di voler fare meglio di Domineddio.”. Troveremo poi: “Savio è quel proverbio che dice: ‘È migliore un cattivo aggiustamento che una buona causa’.”. A proposito del furto (ne parla a riguardo di una rivolta contadina): “Notiamo, ad onore delle nostre popolazioni rurali, che nessun furto fu commesso né in denaro né in generi da quei campagnoli
Tanto il furto è odiato per istinto nelle campagne.
Il furto non alberga che nei grandi centri di popolazioni. È figlio della civiltà.”.
Vi è in questo autore una fede civile che ricorda, per pervicacia e convinzione, quella religiosa di Domenico Giuliotti (1877 – 1956). Ma anche quest’ultima ha la sua parte nel romanzo: “Nel fondo dell’umana coscienza per quanto si voglia pervertita, c’è sempre qualcosa di buono. Tutto sta a sapere così bene rimestare tutto quel fango da fare emergere questo po’ d’oro.
Riconobbi allora la grandezza della divina provvidenza che diffonde arcane consolazioni nel cuore, allorché tutto sembra travolgere l’uomo nella disperazione.”. A proposito del sesso, Mastriani scriverà: “Ci è una profonda e terribile osservazione a fare: la leggano con attenzione quelli che troppo si lasciano andare a’ piaceri del senso. In generale, quasi tutte le infrazioni alle divine leggi ricevono la loro punizione quaggiù in terra, prescindendo dalla espiazione riservata alla seconda vita. Ma, sopra tutte le umane colpe, questa dell’impurità è colpita direttamente in questa vita. Il senso ribelle allo spirito è punito di tale ribellione. La carne, che si sollevò a regina dell’anima, debb’essere umiliata nelle sofferenze. Impuri morbi la mortificheranno.”; “Iddio ascolta sempre la prece del giusto e anche del peccatore e dell’empio, quando questi ha fede in lui.”. Nei dodici (non dieci) comandamenti che Gesualdo, un povero fittavolo, recita ogni sera ai suoi figli, al nono punto si trova: “Non dir mai la menzogna, perché in tal caso assomiglieresti ai signori che mentiscono sempre.”; e al decimo: “Non bruttarti giammai le mani del più piccolo furto, perché in tal caso rassomiglieresti ai ricchi che rubano sempre.”; “Il malvagio che si diletta delle lacrime altrui scava nel proprio cuore una tetra miniera che lo soffoca tra le sue mortali esalazioni.”. Questa è la sua definizione di Dio, che mette in bocca a Cipriano, il padre di Paolo Onesimo, uno dei protagonisti del romanzo: “Dio è grande e le sue opere, o miei figlioli; e la sua grandezza ci si rivela per la sua infinita bontà. All’uomo non è dato di comprendere Dio, perché se ciò fosse, Dio sarebbe simile a noi, ovvero noi simili a Lui; possiamo pertanto comprendere i suoi ineffabili benefici; e questo ci deve bastare per accrescere sempre più in noi l’amore verso Colui che ci sostiene mirabilmente tra gli abissi interminati di una creazione il cui segreto ci sfugge.”.
Non conoscevo quest’uso, che vi trasmetto così come lo descrive l’autore: “Sappiamo che ai borsaiuoli suolsi dai loro ‘educatori’ allungare le dita quando piccini per rendere questi istrumenti più facili e più atti al furto.”.
La precisazione segue la notizia che “lo Strangolatore avea l’indice e l’anulare della mano dritta presso che della stessa lunghezza del medio.”; e poi: “Ma ei sembra che nel caso dello Strangolatore fosse stata la stessa natura quella che si era sbizzarrita in questo scherzo. La natura aveva creato quel mostro per farne uno strangolatore.”.
Cecatiello e Masto (lo Strangolatore) si trovano nella prigione della Vicaria. Insieme a loro c’è Tizzone, l’accecatore del primo. Questi ha chiesto a Masto di uccidere Tizzone, dopo di che promette di mettersi al suo servizio.
Masto è pronto ed ecco come Tizzone è ucciso, di notte mentre gli altri detenuti dormono: “Le mani dello Strangolatore aveano ricercato e ritrovato la strozza del dormiente. Le ossute padelle del carnefice [le rotule dei ginocchi] premeano il ventre della vittima. Quelle mani erano due tenaglie di ferro. Le vie aeree per cui si compie la respirazione furono in un attimo chiuse affatto. La lotta della vita con la morte fu lunga e terribile. La testa della trachearteria parea che volesse scoppiare. Il russo era cessato di botto… Le gambe della vittima si agitavano convulsivamente sotto la spaventevole agonia: le sue mani rimaste libere avevano raccolta tutta la forza della vita per istrappare quei lacci di acciaio che le dita dello Strangolatore aveano formato intorno al suo collo. Ma ogni conato riuscì inutile.”.
Quanto più è efferata la società e quanto più sono viziosi gli uomini, tanto più il romanzo raggiunge il suo scopo. Scrive Mastriani: “Il precipuo scopo di questa opera è la ricerca della virtù coperta di fango e di obbrobrii. Noi ne sveleremo i misteri e le sublimi aspirazioni.”.
Significa che dentro ciascuno di noi, anche il più malvagio, si nasconde la virtù? Mastriani ne è convinto e vuole dimostrarcelo. Vedremo come.
Si è già ricordato che sono trascorsi più di 150 anni dalla pubblicazione di questo romanzo, talché possiamo misurare quanti pochi passi si siano fatti nel progresso della giustizia, anzi si possono tranquillamente annotare dei passi indietro, visto l’uso distorto che di essa se ne fa ancora oggi.
Sentite Mastriani, il quale nella sua narrazione tiene sempre d’occhio la società e ne indica i mali. Si parla ancora delle carceri: “Debbono i giudicabili essere accumunati co’ giudicati? Deve una pena infliggersi su quelli, di cui non ancora la giustizia ha discusso e comprovata la colpabilità? Il sospetto non è la colpa; l’accusa non è la condanna. Egli avviene spessissimo che un accusato risulti affatto innocente della incolpazione fattagli. In tal caso come risarcirete i danni che gli avrete prodotti con la prigionia?”. Il Libro Terzo della Parte Prima, dedicato alla prigionia dell’innocente Cipriano Onesimo, ci dà la prova delle conseguenze fisiche e morali di una tale ingiusta detenzione: “Io apparivo a me stesso come uno spettro, come una larva.”. Vi si esprime anche un giudizio sulla camorra: “Andate ad estirpare la camorra in Napoli! È più facile sbarbicare il Vesuvio dalle vecchie sue basi.”. Durante il colera, leggete che cosa arrivava a fare la camorra: “Una piccola camorra si esercitava dunque anche sui cadaveri.
Si speculava sull’amore dei parenti.
Cinque grani al pezzo. Chiunque volesse guardare per l’ultima volta un caro congiunto, doveva pagare un diritto di cinque grani al becchino.”.
Si deve notare che la scrittura ottocentesca e popolare del Mastriani, per la facondia e libertà espressiva, per la sua elasticità e rotondità, acquisisce ai giorni nostri una valenza ben superiore a quella dei suoi tempi. I suoi capricci e il suo lessico vicino al parlare comune, hanno il sapore di una bellezza recuperata e reinserita nell’attualità (ho veduto che alcuni si sono permessi di tradurre la lingua originale in lingua corrente, come se essa fosse diventata illeggibile ai giorni nostri. Una bestialità).
Non sono convinto che ancora oggi si possa definire Mastriani uno scrittore minore. Forse il tempo darà giustizia ad un narratore che era avanti al suo tempo.
Notate la leggerezza, la grazia e la simpatia di questo brano: “Una singolarità notavasi nella sua vita da principotto. Pranzava di verno e di està verso le ore due di notte in quella cànova [taverna] che è accosto al teatro Partenope. Avea detto agli amici esser questa una sua bizzarria, un suo capriccio; piacergli il vino di quella cànova; esser lui trattato colà con molta distinzione. E in ciò diceva il vero, ché dal vinaio e da’ garzoni della bottega gli si usavano le maggiori preferenze, sì ch’ei poteva a suo piacimento scapricciare di tutt’i punti della gola, che non era né il primo né l’ultimo dei suoi peccati mortali.”.
È un po’ il sapore che gustiamo ne “Lo cunto de li cunti” di Giambattista Basile (1634/1636). Anche perché il romanzo di Mastriani si svolge su un lungo percorso di vicende singolari accadute ai suoi personaggi. Egli stesso ci avverte e mette le mani avanti: “Se i nostri lettori ci daranno colpa di allontanarci e divagarci un po’ troppo spesso dal filo della nostra narrazione, ricorderem loro che in questo libro noi ci occupiamo di ‘studi storico-sociali’; il che vuol dire che ogni personaggio è un pezzo anatomico su cui portiamo il coltello scientifico e filosofico. Abbiano dunque la pazienza di seguirci i nostri lettori; che noi ci studieremo di appagare la loro giusta curiosità.”.
Che è un bel tratto di stile anche questo, che ci ricorda Alessandro Manzoni (1785 – 1873), un po’ il maestro di tanti, perfino oggi, anche se lo si nasconde. La bella grammatica moderna è da lui che prende le mosse.
Leggete questa descrizione del terribile cane Uosso: “Agguinzagliato dappresso al molino, nelle ore diurne, era un mostruoso cane di razza bastarda, di una forza da superare quella del leone e d’una ferocia da avanzare di gran lunga quella del tigre reale. Era in questo spaventevole bull-dog qualche cosa del toro, del tigre e del leone. I suoi ringhi mettevano lo spavento nelle ossa: i suoi occhi di un fulvo cupo erano sempre strisciati di tabi sanguigne. Questo mostro rispondeva al nome di Uosso (osso) forse perché si avventava immediatamente sull’ osso del collo e lo spezzava di botto come uno steccadenti.”.
La scrittura di Mastriani è imperlata di grazia, anche nei momenti di azioni ladresche, tenebrose o cruente. Essa si appiglia alle parole. Sono, del resto, le qualità del narratore d’ogni tempo.
Piace la distinzione che fa tra l’uomo e la bestia: “La compagnia si componea di uomini e di bestie. La linea di demarcazione tra queste due specie non era che la teca vertebrale, verticale in quelli, orizzontale in queste. Nel resto, omogeneità perfetta e di fuori o di dentro. “.
Sarebbe interessante sapere se alcune parole gergali permangono nel linguaggio della malavita napoletana. Ad esempio: schiffo per guardiano, tofe per armi da fuoco, bo-botto per revolver, tamurro, primo grado della milizia della camorra, gatto per commissario di polizia, punta per pugnale, mastaccirone, un grado della milizia camorristica, bazetta per ragazza, cupa per grotta, schiavina per coperta, scrocco per sfruttatore, rubare “una briglia col capezzone”, ossia un orologio con la catenella d’oro; fare un “crovattino”, ossia strangolare una persona, stribbiarsi per stropicciarsi, tavano per spia della polizia, asparago per carabina, zompata per duello tra camorristi, sciarra per sfida, “che ora è” per “svolta strada”, catriosso per scheletro, ciacco per maiale, cianghellini per depravati, accrastatore per aggressore, sbruffo per bottino di un furto, sciacquitto per festino, e tante altre al di fuori anche dal linguaggio camorristico ma belle per la loro coloritura e freschezza, simili a fiori di campo. Per tutte si cita iva per andava, ivasene per se ne andava.
E questa frase? Non è ben fatta e incantevole? Si parla di Carmela Cannuolo, di appena trent’anni, forse vedova, e nominata Sacco di fiore: “In quanto all’onestà di lei, punto in bocca: non ci era maldicenza che non vi si spuntasse.”.
Insomma, questo libro è una straordinaria scoperta, come il suo autore, facondo e fecondo. Ecco un’altra perla che avvicina l’eleganza e il popolaresco: “Se questa bella occasione si fosse lasciata trasandare non sarebbe tornata più. Bisognava ghermirla pe’ capelli.”. Poi troveremo questa rarità, una ricca lotteria di Amburgo che assegnava ai vincitori (tra cui, in questo caso, per il primo premio, il bellissimo giovane tedesco Edmondo Napoleone Schwartz, da tutte le donne corteggiato) nientepopodimenoché, nell’ordine: “
1 – Una intera città;
2 – ventinove villaggi;
3 – un gran palazzo addobbato e ammobigliato come una reggia;
4 – 30.000 jugeri di selve;
5 – 4.000 jugeri di terreno aratori.
Il prezzo di ciascun polizzino per concorrere alla lotteria era stato semplicemente di 20 franchi.”.
Il lettore trarrà piacere nel leggere la descrizione di un torneo cavalleresco, del tipo medievale tramandatoci anche da Walter Scott nel suo “Ivanhoe” (1820), tenutosi le domeniche dell’8 e del 15 febbraio 1846 nell’ampio piazzale che ancora si distende davanti alla reggia di Caserta.
Egli sa tenere le fila del romanzo, sciogliere gli intrecci, riavvolgerli, allontanarli e riprenderli con la sicurezza del prestigiatore che sa che i cerchi che lancia in aria cadranno là dove lui vuole.
Non trovate il garbo in questa descrizione di un pover’uomo, Pasqualino de Crescenzo, che desidera tanto far carriera affinché non gli manchino mai i denari da spendere pei suoi vizi: “Verbigrazia, gli piaceva il giulebbo della vite e ne ingozzava quella maggior quantità che gli consentivano le sue facoltà; piacevagli il gonnellino, e si era scelta un’amante, che non peccava di troppa castità, e che gli dava certe premute al borsellino da dissanguarlo del tutto.”. E quel “per istinto acchiappatorio”, che è caratteristica peculiare di quella donna, non è geniale?
È un romanzo che fa innamorare della vita, così come sanno esserlo quelle opere che entrando nel popolino, ne ravvivano la costante e tenace voglia di vivere.
E non è bello qui?: “Non sì tosto venuto a luce il disiato bambino, e straniatolo dall’occhio della madre, il dispietato Massa-Vitelli non pose più modo agli strapazzi e alle codardie di ogni maniera verso la buona moglie, che mai non rispose un motto di rimbalzo.”.
Nel saper raccontare vi è maestria. La bella carrozza della narrazione fa le sue curve e le sue devianze sotto la grazia di un frustino lieve e tenero tale da carezzare il cavallo: “Giacché ci troviamo sotto la mano questa materia del contrabbando, diremo alcune altre poche cose, le quali ci sembrano non andare sfornite di alquanta importanza.”.
Diamo un esempio dell’impegno civile che Mastriani mette nel suo raccontare, non dimenticandolo mai nonostante, ed anzi proprio per questo, il materiale umano e bizzarro che ha tra le mani: “L’esatto adempimento de’ propri doveri porta per naturale conseguenza l’esatta valutazione de’ propri diritti. La giusta valutazione de’ propri diritti importa la cognizione della umana eguaglianza in faccia a Dio; della civile eguaglianza in faccia alla legge; e della politica eguaglianza in faccia all’urna elettorale, sovranità inalienabile, personale, inviolabile, su cui appoggiar si dee tutto l’edificio del benessere sociale.”.
Una penna leggera e colorata come questa non poteva non esprimersi al meglio nelle descrizioni. Ne portiamo un esempio. Si tratta di un grosso scoglio che si erge nel golfo di Napoli, sempre battuto dalle onde e che ispira paura e superstizione, detto la Botte: “Nel tempo in cui avvennero le cose che narriamo, tutta la popolazione della Botte non superava le quarant’anime; Senza contare le anime dannate che vi dimoravano da secoli addietro; le quali avevano scelto i loro domicili nelle orride grotte scavate ne’ massi, e che di notte tempo facevano udire orribili strilli, che agghiacciavano di spavento i vegghianti sullo scoglio. Non credano i lettori che noi forniamo a nostro talento una scena di romantico orrore pel bel piacere di riscaldare la loro immaginazione. Lo spaventevole rumore delle acque ne’ cavi e nelle grotte dell’isola è causa che gli abitanti della vicina isola di Ponza, i quali vi si recano per coltivarvi alcune vigne, non si fidano di pernottarvi e ritornano a Ponza. Come è la credenza in tutti gli abitanti di quelle isole che la Botte sia piena di spiriti malefici o di anime dannate. Si ritiene, ed i preti hanno convalidato questa credenza, che nelle strie [canali] sotterranee dell’isola siano messe a penare le anime di quei manigoldi che martirizzarono Sant’Anastasia e i 200 cristiani.”.
L’ accenno finale è alla santa che ivi nel 287 fu arsa sul rogo insieme ad altri cristiani.
La Botte non era dunque un isolotto da starci bene, se non per l’ottimo vino, “ricercato come quello di Ischia.”, e vi mancavano le donne (tranne una, “l’indemoniata Chiara del Cilento”], tal che vi regnava una tristezza insopportabile: “L’assenza assoluta delle donne spargea sull’isola una tristezza grandissima. Che cosa è un luogo senza donne se non un luogo di pene? Noi non comprendiamo nulla di più cupo, di più melanconico: manca il sole, manca la vita. Il sorriso della donna è più necessario all’uomo del raggio di sole. La respirazione della donna accanto a noi è il profumo della creazione.”.
Una stupenda lode, non c’è che dire. Ma niente male anche qui: “La donna è compimento dell’uomo; non può staccarsene senza mancare al suo corpo, senza snaturarsi.
Nubile o maritata, il suo compito è quello di sorreggere l’uomo nelle fatiche e nei dolori di questo tristo esilio della vita.
Il sorriso della donna è raggio di sole nelle tempeste.
La sua presenza rallegra, consola, ravviva la speranza, abbellisce anche il dolore.
Trista è la casa dove non è la donna, il cuore vi si chiude; gli sguardi non hanno dove riposare.
La donna è la bontà di Dio su la terra.”.
E ancora: “Ogni donna ha nella sua natura due terzi dell’angelo e un terzo del bruto.”; “Non c’è donna in questo mondo, per quanto si voglia stupida o glaciale, la quale non si accorga dei sentimenti ch’ella desta in un uomo.”; “La donna è assai più forte dell’uomo nelle sofferenze, nella perseveranza ed anche nell’Impero delle proprie passioni.”.
A Chiara del Cilento, detta “la zoppa”, è sparita la figlia Anastasia. Alla Botte non se ne sa niente, finché la figlia viene in sogno alla madre e le racconta dove può trovare il suo corpo. È nascosto in una cavità dello scoglio ricoperta d’acqua. Aiutata da Silverio, un marinaio del posto, il cadavere viene portato alla luce. Eccone la macabra descrizione: “Su la faccia del cadavere è ancora un’aura della vita. Gli ultimi affetti, di che palpita il cuore, sparsero su quel sembiante un’orma incancellabile che mischia la sua tristezza alla ineffabile quiete della tomba… Ecco perché la bocca del cadavere tristamente sorride. Sul teschio, invece, è il cinismo della morte. Spariti gli ultimi tegumenti che rivestivano gli ossei convallamenti, la spoglia dell’uomo ha perduta ogni individualità. Il pezzo osteologico appartiene alla specie. Lo scheletro, fuori che all’occhio dello scienziato, non ha né sesso né età. È un avanzo della specie e non dell’individuo. Gli occhi del cadavere non guardano più; quelli del teschio guardano ancora. L’osso sopraorbitale forma un angolo con l’osso sottorbitale. Nella tangente di questi due angoli si rifragne una luce che è lo sguardo del teschio. Quegli occhi sono più che aperti: sono spalancati.”.
Vi è descritto tutto il processo di restituzione dell’uomo alla natura. E sulla natura leggeremo questa descrizione rara, a segno di una sensibilità superiore: “La natura ha i suoi momenti di vertigine, di capriccio, di noia, profonda, durante i quali aspettatevi ogni pazzia.
I cataclismi, le bufere, i terremoti sono gli atti che rivelano il bisogno che ha la natura di forti commozioni.
Per lo più, la cattiva, la trista, la sventata, fa sembiante di star cheta e di essere savia e ragionevole nel momento appunto o poco prima di sbizzarrirsi con singolarissime impertinenze. Così fanno i fanciulli per dare le berte alle balie o ai maestri.
C’è qualche cosa nella creazione che è sempre fanciullo: la natura.
Noi non sappiamo gl’influssi che queste vertigini della natura hanno sulle menti degli uomini. Certo è che spesso vediamo compiersi su diversi punti della terra strani fatti nel momento oppure poco prima o poco dopo che naturali e straordinari fenomeni vi si sviluppano.”.
Mi domando come possa uno scrittore così lieve di penna, e spontaneamente vocato, essere stato riposto nel dimenticatoio della nostra letteratura. Si è creduto, forse, che gli mancassero profondità e grandezza del sentire? Si sappia che ogni storia, anche la più minuta, la più ristretta e arida, ha sempre la sua lezione da impartire al prossimo, e se la scrittura è affabile e leggera, ciò si rivela non esser che uno strumento pregiato, che distingue ed eleva sugli altri chi lo possiede. Le favole, ad esempio, non hanno forse nella scrittura leggerezza ed armonia tali da farsi leggere tutte d’un fiato e con grande soddisfazione? E sappiamo bene che non v’è favola che non insegni.
Così è questo libro e così è questo autore.
Come si può rappresentare, ad esempio, la follia umana, meglio di questa descrizione in cui la vecchia e zoppa Chiara del Cilento, l’indemoniata, viene condannata a morte dalla folla, alla presenza dei preti?: “Poco stante, quel corpo cadeva esanime a terra. O Santa religione di Cristo Signore, quale orrendo scempio di te non si fa da quelli stessi ch’esser dovrieno tuoi ministri? Le litanie, le giaculatorie e gli esorcismi durarono ancora per un buon pezzo anche dopo che la Chiara del Cilento fu diventata cadavere. Quei forsennati ritennero che l’anima fosse uscita da quel corpo, ma non già il diavolo, che vi aveva preso stanza. Le immaginazioni riscaldate dal fanatismo credettero scorgere che le labbra del cadavere bucicassero [si muovessero] come se proferissero parole misteriose. Era sempre il diavolo che si divertiva.”.
L’uso sapiente del gergo napolitano basta e avanza per rendere questo testo prezioso.
Quando nel 1998, uscì il libro di Eraldo Baldini intitolato “Mal’aria” ci fu un putiferio. Ci si domandò se quell’accentazione fosse corretta o se invece si dovesse scrivere Mal Aria. Nessuno ricordò, mi pare, che proprio il nostro autore aveva preceduto Baldini 130 anni prima, intitolando a quel modo il Libro II (Parte Prima) che compone “I misteri di Napoli”.
Alle lettrici non piacerà, ma l’autore, nel descriverci la disgraziata Rosa, moglie di Cecatiello e madre di Marta (“Eppure quella forma umana, vizza, incavata, plumbea; quello scheletro semovente, quel pretesto per un’anima in terra, era stato una bella donna.”), ci lascia anche questa sentenza: “Iddio si fece uomo; il diavolo si fece donna.”.
Rosa era stata conosciuta da Cecatiello una volta che era fuggita dal manicomio di Aversa e l’aveva difesa dal guardiano che l’inseguiva. Si era rivelata una ninfomane e Mastriani ci parla di questa malattia: “Alla vista degli uomini, la povera Rosa sentiva che la sua respirazione diveniva più concitata… È come se un fuoco d’inferno l’avesse tutta bruciata…”. Guarirà in seguito alla gravidanza, da cui nascerà Marta, ma cominciò ad immalinconirsi e a consumare la sua salute, minata dalla epilessia.
Si ha la sensazione che Mastriani, nel ruolo di regista di questa voluminosa ed intrecciatissima storia a più balze, abbia inteso metterci alla prova come lettori e farci cimentare in un’opera di ricerca e di selezione. Qua il bene, qua il male, qua l’innocenza, qua la colpa.
Pare proprio che la conferma di quanto sopra si trovi, come fosse la chiave di un enigma, nella descrizione della ventenne Marta. Leggete: “Non si figurino i nostri lettori che Marta fosse una di quelle prodigiose bellezze create apposta per servir di modello a’ poeti e a’ romanzieri. Marta non era che una bell’anima, ecco tutto. La luce purissima del diamante si asconde nei visceri della terra. Spicca un profumo di rosa da la zolla di un cimitero. Una bell’anima può essere in un brutto corpo, ma il volto non può essere brutto.”.
Marta, lo ricordiamo, è la figlia di Cecatiello.
Ha a cuore la vita del vecchio “fittaiuolo” Gesualdo, che vive nella miseria più nera ed è ormai vicino a morire, del che non si lamenta e rammentando la sua esistenza misera dice: “Dio sia lodato e benedetto tre volte che ha creato la morte!”.
Ditemi voi se non è di penna felice la descrizione di questo garzone ventenne (che diventerà uno dei protagonisti principali), dal nome complicato, Onesimo Cipriano-Paolo: “Era il più bel mugnaio dell’agro aversano. La gagliardia del corpo congiunta alla vivezza dell’intelligenza; la semplicità dei costumi disposata alla bontà dell’indole; la innocenza del cuore trasfusa nella bellezza del sembiante.”.
Noi andiamo raccogliendo, come il lettore si sarà accorto, le parti eccelse, in cui la sapienza e la bontà della scrittura non ammettono incertezze nel dichiarare che siamo davanti ad un narratore di razza, che in quest’opera ponderosa tenta una misura assai impegnativa nella quale, perciò, qualche eccesso diversivo fa d’uopo e non ne inquina il valore.
Tornando a Gesualdo, nella sua morte troviamo i segni di una aspirazione all’Aldilà che è nel segreto di ogni cuore. Una fede che si ripresenta non solo al momento del congedo, ma si può dire sempre, e ci dà il senso di una necessaria continuazione illimitata dell’esistenza, alla quale ciascuno tende, e, ove essa non si realizzasse, nulla conterebbe e ha contato di noi: “Povero spirito trepidante e vergognoso della tua nudità, dove te ne andrai!”.
Ma lo sguardo di Mastriani raramente si distoglie dalla misera realtà che ha scelto di rappresentarci, affinché chi può rimedi. Sono continui i suoi lamenti, e se ne trae il forte convincimento che egli abbia assegnato all’opera l’obiettivo di riuscire a smuovere l’egoismo e la crudeltà di chi ha avuto la fortuna di potersi godere la vita: “Quanto poco è necessario alla vita dell’uomo! E questo poco gli viene conteso dalla mala organizzazione sociale! E ci ha sulla terra milioni di figli di Dio, a cui manca il pane quotidiano, perché altri milioni devono sedere a lauti banchetti.”.
Il lettore che conosca la fama dei polli di Renzo Tramaglino descritti ne “I promessi sposi” del Manzoni, troverà efficaci anche le pagine che Mastriani dedica alle galline di Marta, di nome Bianca e Nera: “Quando Marta le toglieva tutte e due in grembo per somministrare loro il cibo, si faceano cerimonia tra loro le due bestiuole. Soltanto, sembravano un po’ gelose delle carezze della giovane, la quale si divertiva talvolta ad ingelosirle a tal punto che, quando ella ritenea più a lungo in grembo l’una, lasciando andar l’altra a terra, questa impazzava di collera e si facea rossa, e battea le ali su le gambe della Marta; e strillava insino a tanto che non venisse ritolta su.”. Ciò a conferma che tutte le situazioni trovano nella penna di Mastriani la migliore soluzione. È evidente che l’uso continuo della scrittura, dimostrato dai suoi 107 romanzi, ha consentito al narratore di non porsi divieti e limiti.
Gesualdo manda la figlia Rita a lavorare in una masseria perché si procuri da sola il poco denaro per vivere: “La fanciulla non proferì motto. Era già molto che il babbo l’aveva alimentata fino a quella età di quattordici anni. All’alba, Gesualdo e la costui moglie Sabina benedissero la giovanetta, le fecero fare il segno della croce; e le posero nella saccoccia della grossolana veste di traliccio due pubbliche [circa sette centesimi], un pane di granone e due o tre fave.”. L’autore aggiunge in modo stringato ma assai significativo: “Rita avea gli occhi secchi nell’andarsene.”.
Bastano queste poche parole per fare il ritratto di Rita: “Era bella questa figlia dei campi, quantunque di temperamento tristo e bilioso. Aveva un corpo a dipingere.”.
Leggerete il rustico ma soave incontro dei due innamorati Rita e Onesimo (ma poi questi le preferirà Marta) e la risposta che diede la giovane alla richiesta di quanti anni avesse: “La mamma mi dicea ch’io nacqui il dì de’ Morti e che da quel dì erano state quattordici vendemmie.”.
Il passato con la sua anima è tramandato a noi da queste semplici parole, e l’autore ne impregna l’aria.
Quando entrano in scena “sua altezza reale il conte di Lecce, don Antonio Borbone, e sua signoria, il marchese don Alfonso Maria, dei duchi di Massa-Vitelli”, ci vengono in mente i manzoniani don Rodrigo e il conte zio che mettono gli occhi su Lucia Mondella, così come questi due li mettono sulla bella Rita. Non dimentichiamo che “I promessi sposi” erano usciti appena vent’anni prima (1840/1842).
Le pagine che descrivono la brutta avventura della giovane, mandata a prendere da “quattro o cinque sinistre facce di uomini, vestiti presso a poco alla maniera de’ guardaboschi”, hanno la leggerezza del grande don Lisander. Più avanti troveremo anche la figura della fantesca Maria che accudisce il giudice don Diego Pincho che ci farà ricordare la Perpetua manzoniana, come pure la brutta infermità del duca Tobia di Massa-Vitelli (“Dal busto in giù il suo corpo era una piaga, uno sfacelo, una decomposizione.”) ci ricorda il don Rodrigo morente di peste nel Lazzaretto. E la monacazione forzata della sorella del duca Tobia di Massa-Vitelli (un vero pezzo di bravura narrativa) non ricorda quella della monaca di Monza?
Rita non avrà la fortuna di Lucia, però, e non incontrerà l’Innominato. Sarà stuprata.
Saputa la notizia, la madre Sabina, già debole di mente, impazzirà e sarà ricoverata presso il morotrofio (manicomio) di Aversa. Il padre Gesualdo s’infuria, ma perdona la figlia.
Costei, tuttavia, respinta da Onesimo, e gelosa di Marta, prenderà la strada della perdizione e si assocerà ad un feroce capo brigante, Angelantonio Rinaldi, divenendo la sua donna. Il brigante “aveva una figura tozza, piccina (…) era brutto come una scigrignata [ferita da arma da taglio].”; “Il suo divertimento favorito era di mozzare il naso e gli orecchi alle guardie urbane od a’ gendarmi che gli riusciva di far prigionieri o di catturare. Così malconci li rimandava liberi. Sembrerà incredibile che questo mostro accoppiasse una stupida superstizione a così ferina ferocia… Portava al collo un abitino della madonna del Carmine a cui raccomandava l’anima sua nei momenti di pericolo. Si scappellava quando le campane suonavano l’avemmaria o quando si avveniva in alcuna immagine di Santo o di Madonna. Aveva un certo rispetto pe’ preti e pe’ monaci, di cui baciava con un’umiltà le mani ed il cordiglio.”. A riguardo della sciagurata sorte di Rita, che trova solo in Marta un’amica che non l’abbandona, l’autore ne approfitta per lanciare un monito: “Oh quanto bene fa al cuore di quelli che si credono dispregiati il sapere che altri li tiene ancora in istima!
Noi vorremmo che questa verità si appigliasse saldamente all’animo di coloro che han per abito il disdegnoso disprezzo verso quelle infelici che, cadute in peccato, precipitarono assai giù per la mancanza di una pietosa mano che le avesse rialzate.”.
Come è facile notare, il lettore si troverà spesso davanti ad alcune digressioni che toccano vari argomenti a seconda del punto in cui è giunta la trama. Sono di varia specie (suggestive quelle sul tifo e sul colera), anche storica (le barricate di Napoli del 1848, che troveremo nella Parte Terza, in cui, tra l’altro, scrive: “La barricata più possente da opporre alla tirannide è l’istruzione universale e obbligatoria.”), e mantiene una consuetudine che è dei grandi e fecondi narratori, tra i quali è d’uopo mettere anche Tolstoj, Dostoevskij, Hugo, Thomas Mann, Manzoni, per limitarci ad alcune indicazioni. Un tale vezzo, che è sollecitato dalla padronanza della trama e della scrittura, è anche del Mastriani. Spesso la digressione è lapidaria: “Nessuna cosa creata si distrugge.
Tutto si trasforma sul fornello di questo gran laboratorio chimico che dicesi mondo.”; “Scavate nei cuori di molti santi e ci troverete un fondo di fanatismo, non molto dissimile da quel viziuccio che comunemente si chiama orgoglio o vanità.”; “Un cuore puro e castissimo, una vergine fantasia non vede il male laddove non è.
Un cuore corrotto, una fantasia avvampata, non vede il male là dove è.”.
Ma si può trasformare in un solenne invito al lettore di farsi portatore della sua denuncia: “Preghiamo i nostri gentili lettori che pongano queste pagine sotto gli occhi delle loro donne, dove queste sappiano leggere, nel caso opposto, le leggano loro.”. Si dilunga a raccomandare alle madri di cambiare le abitudini di allevare un neonato. Via le bende, via quel cullare violento, via l’usanza di mettere bocconi il bambino, e tanto altro: “E che diremo di quelle madri che fin dai primi mesi del loro nato accostano le labbra infantili al fiasco del vino?
Il vino è latte pei vecchi, è veleno pei pargoli.”.
Pare di vedere Zola che lancia il suo J’accuse. Di queste tirate ne troveremo ogni tanto e fanno parte della personalità severa e moralizzatrice dell’artista. Possono piacere o non piacere, com’è costume ogni volta che si trovino di queste filippiche che si prefiggono di dettare dei nuovi comandamenti al prossimo: “Non scambiate le carte in mano, o signori. Non si presume che tutti abbiano ad essere ricchi; ma si vuole che nessuno manchi di tetto e di pane… In altri termini; non si presume che tutti abbiano il superfluo, ma che nessuno difetti del necessario.”.
Ma sono vizi che appartennero a tanti, per primo al grande Dante. Del resto lo stesso Mastriani scrive, a giustificare ogni sfogo: “È il ristoro del vomito; uno si sente meglio.”.
Uno di questi predicozzi piace anche a me e molto. Si parla di quando qualcheduno si trova trattenuto molto tempo in una sala d’attesa: “È curiosa questa costumanza che hanno le autorità, i ministri, i grandi personaggi e che so io, di far aspettare tanta gente nelle loro anticamere. Questa mi pare la peggior ruberia che si possa commettere, quella cioè del tempo altrui, unica proprietà che più di ogni altra deve dirsi sacra inviolabile, poiché più che una proprietà, è la vita stessa.”. Se la prende anche con la carcerazione preventiva di un innocente: “Frattanto, anche quando un giorno venga accertata l’innocenza di un prigioniero, non ne resta intaccata l’umana giustizia? Come si può riparare ai gravissimi danni arrecati al detenuto e per la inoperosità a cui vien condannato e per le offese che ne riceve la salute e per la ingiuria che ne viene alla sua reputazione? Come può restituirsi al prigioniero la preziosa quantità di tempo che gli è stato rubato?”. Come non essere d’accordo, visto che questo è ancora un male tremendo dei nostri tempi?
Nel raccontare certi accadimenti dolorosi che riguardano la vita di alcuni personaggi, una vena di romanticismo si afferma nella scrittura, che invece parrebbe rifuggirne. Ciò accade nella descrizione dei rapporti, ad esempio, tra Marta e Rita, anche quando sono impastati di gelosia e di odio da parte di quest’ultima sventurata, nel decadimento fisico e mentale della mamma di Marta, Rosa, o della malattia della mamma di Rita, Sabina, nella storia di Filomena, sorella di Paolo Onesimo, malata di tisi, o in quella dell’impresa dello stesso Paolo che salva da un incendio la bambina Agape, ed in altre ancora che il lettore troverà da sé e che rinnovano l’immagine che ci si è fatta di un’opera vulcanica coi suoi lapilli e le sue ceneri. O anche quando ci introduce la famiglia Onesimo (alla quale dedica l’intero Libro Terzo della Parte Prima), composta da Cipriano, sofferente di una grave malattia al fegato, i figli Paolo, ossia l’innamorato di Marta e protagonista insieme a lei del romanzo, la già citata Filomena, malata di tisi (bello e commovente il suo ritratto) e il più piccolo, Sabato: “Prima che mangiamo la nostra zuppa – disse Cipriano ai suoi figliuoli – ho da dirvi qualche cosa. Questo è un giorno solenne per la nostra famiglia. Dio mi avverte che è l’ultimo due novembre per me… L’anno venturo ci sarà un’altra croce nel cimitero; e voi andrete a pregare pel povero vostro padre, che riposerà a fianco della mamma vostra.”. Anche la mamma, di nome Veronica, era morta di tisi.
Alla propria madre, morta di colera il 28 novembre 1836, dedica un ricordo, intriso di dolente sentimento nel Libro Terzo della Parte Seconda, intitolato “Il colera”: “Dov’è colei che, stanca di protratta sveglia, mi aspettava nelle lente ore della notte, coll’orecchio teso alle scale dove ogni rumore di passi le faceva balzare il cuore? colei, la cui voce carissima era la prima che colpiva il mio orecchio nel ridestarmi al mattino, e l’ultima nell’assopirmi a sera?”. Ricorda anche questo aspetto particolare ed insolito: Il padre ogni tanto sostituiva la cassa da morto della sposa con una nuova e le cambiava l’abito: “La diletta compagna ebbe sepoltura segregata particolare.
Accanto alla nicchia della sua donna, egli ne fece cavare un’altra per sé
Aspettava con impazienza che l’ora suonasse per lui di andarsi a ricongiungere alla sua sposa.
Intanto, come suol costumarsi tra parenti ed amici, si recava a visitare la estinta moglie in tutte le feste solenni dell’anno, nel dì natalizio ed onomastico di lei; vestivala a nuovo, e le rinnovava la cassa mortuaria.”.
Quando si arriva a parlare della piaga del brigantaggio abbiamo una di queste digressioni nella quale si condensano, in una compiuta sintesi, gli ideali sociali del nostro autore, il quale, osando nella coloritura, possiamo dipingere anarchico e ribelle nel civile quanto fermo e risoluto cristiano nel religioso: “La religione cristiana è così sublime che basta un raggio della sua celeste luce per mutare del tutto le disposizioni di un animo.” Parlando delle “Memorie di Casanova” dirà in una nota: “Casanova scrisse tempo fa in francese la storia delle sue avventure galanti. Sono molti volumi che fanno arrossire le fronti più audaci: è una scuola di immoralissimo libertinaggio. L’autore ebbe la buona ispirazione di scrivere in francese un tal libro. La lingua di Dante e di Petrarca, cioè l’italiana, ne avrebbe avuto vergogna.”. Verso la fine dell’opera troveremo questa dichiarazione di fede e di speranza nei riguardi della triste condizione di Nazario, l’ultimo figlio di Gesualdo, caduto nella miseria più nera: “Quando la disperazione ha detto la sua ultima parola; quando il giusto si trova tra due abissi, quello della vita e quello della morte; quando tutti gli usci sono chiusi al grido di dolore, della sofferenza e del bisogno; quando pare che un precipizio debba inghiottire il destino di un uomo, si apre, per così dire, una valvola celeste; e tutto è salvo.”.
Torniamo a noi e traiamo la digressione a cui si accennava da un brano del libro IV: “Finché le grandi quistioni sociali non saranno risolute nel senso universalmente umanitario; finché l’esistenza non sarà assicurata a tutti per via del lavoro obbligatorio; finché i propri dritti e i propri doveri non saranno noti a tutti per via della istruzione obbligatoria: finché la barbara ed iniqua legge della coscrizione toglierà i figliuoli dal seno delle famiglie e le braccia al lavoro per farne carne da cannone; finché l’eredità illimitata trasmetterà da padre in figlio le spoliazioni, le usurpazioni ed un superfluo scandaloso; finché sarà data talvolta a’ morti di perpetuare su poche teste i beni e le sostanze con che lo Stato potrebbe aprire grandi vene di onesti guadagni agli uomini di buon volere; finché da una parte ci saranno carrozze, tappeti e sontuosi banchetti, dall’altra cenci, fetido strame e fame perpetua; finché il ricco e il potente calpesteranno il Cristo per crearsi un trono al di sopra di Dio; finché la virtù non sarà l’unica ad essere tenuta in pregio e premiata dalle civili società; finché ci saranno duchi, conti e marchesi e ciondoli e nastri ed altre minchionerie di questa specie, per cui l’uomo invanisce e stoltamente si crede qualcosa al di sopra degli altri; non isperate che il brigantaggio si estingua giammai.”. Ancora: “Tempo verrà che l’operaio non avrà più vita precaria e schiava. Le braccia che dànno vita alla società non saranno più dispoticamente governate dall’avido capitale; e la nobiltà del lavoro sarà riconosciuta come quella dell’ingegno. Il tempo delle caste e dei privilegi cesserà con l’avanzare della universale istruzione.”. E poi troveremo un altro dei tanti lamenti rivolti all’Italia, messo in bocca ad Onesimo: “Gran peccato – esclamò sospirando Onesimo – gran peccato che questa Italia sì feconda d’ingegni non sia capace di allevarli bene, e che nutrisca invece cialtroni, cortigiane ed istrioni.”; Onesimo, ai braccianti che vogliono vendicarsi dei soprusi subiti dai padroni, rammenta che: “… tutti gli uomini hanno un’anima redenta da Gesù Cristo; che tutti abbiamo diritti e doveri; che a nessuno è lecito il comandare, tranne che alla legge, e che Dio solo è grande; Dio è perfetto, Dio è potente, e solo dinanzi a Dio conviensi piegare il ginocchio e la fronte. (…) La libertà è il mezzo più idoneo al perfezionamento delle umane facoltà.”.
Sono spuntature di un socialismo cristiano (“Non c’è che il cristianesimo, il quale sia capace di creare di questi eroi”, ossia coloro che sanno perdonare, come Onesimo) che fu del secolo, e che oggi si è inquinato con le moderne ed inadeguate ideologie. Ne parlerà nel capitolo I del Libro Primo della Parte Seconda (significativo l’attacco al diritto di proprietà. Solo lo Stato può ereditare avendo esso “l’obbligo di assicurare l’esistenza di tutt’i cittadini”).
La storia, intanto, è arrivata ad un punto in cui Onesimo è tenuto prigioniero dal brigante Angelantonio Rinaldi, che si è tenuta come amante (“druda”) Rita, la quale, si sa, è ancora innamorata di Onesimo. Nella banda milita anche il fratello di Onesimo, di nome Soldato, il quale ama Rita. Onesimo l’ha respinta in favore della buona Marta.
Avviene che Soldato sfida il feroce capo brigante al coltello, di cui questi è un riconosciuto campione, e gli rivela la sua fratellanza con Onesimo e il proprio amore nei confronti della druda Rita.
La sfida è accettata e Mastriani ce la descrive: “Cominciò la lotta. Il primo a scagliarsi fu Angelantonio. Come avea promesso, egli mirava a colpire un occhio del giovine. Questi con un balzo indietro schivò il colpo. Sabato non era esperto nel maneggio e nella scherma del coltello; ma aveva in suo favore la sveltezza delle membra e l’acutezza dello sguardo. Si tenne dapprima sulla difesa. Il bandito investì nuovamente l’avversario. La irregolare conformazione delle membra era contraria al capobrigante; ma la sua mano era un fulmine. Sabato avea scandagliato il terreno… Angelantonio vibrò un secondo colpo. L’occhio del giovine antivenne; e questa volta ei non balzò indietro. Abil pensiero! Guizzò sotto l’arma omicida e diè col capo su i ginocchi del bandito, che fu riversato a terra dall’altra banda. Ratto come il fulmine, Sabato si rizzò, e gli conficcò il coltello nei reni. Il brigante mise un ruggito; e si risollevò, ma incontrò col petto l’arma del nemico, che gli forò il cuore. Era tutto rosso di sangue il brigante. Gittava urla di rabbia… si avventò come tigre ferito sul giovine, che saltava come uno scoiattolo… Il terribile coltello arrivò a sfiorare l’omero del garzone; ma, zaff!, un’altra botta al polmone sinistro… Il bandito cadde bestemmiando.”.
Ma non finisce qui: “E, prima che il micidiale rendesse l’ultimo fiato, Sabato gli strappò dalla mano il terribile coltello; il ghermì per la lunga chioma, e con la stessa arma di lui gli recise il capo. Gli occhi dell’assassino erano aperti e sembravano ancora minacciosi e terribili.”.
Ma ci sono due personaggi, Masto lo Strangolatore e Cosimo Lu Saponaro, che, chiusi nella stessa cella, si vantano di non far uso delle armi, ma solo delle dita, per uccidere. Dello Strangolatore è facile immaginare, ma di Cosimo? Di lui ci narra l’autore che uccideva le proprie mogli fasciandole per tutto il corpo come per fare un gioco, lasciando scoperti i piedi, che vellicava fino a che la moglie non ne moriva, ridendo a più non posso. Ci volle un po’ prima che si scoprisse il suo originale metodo, che fu chiamato della Morte cellecatoria, ossia mediante il solletico.
Gli dice lo Strangolatore: “Ben pochi ti possono stare a petto nella inventiva. Noi abbiamo percorso una diversa carriera; ma entrambi abbiamo fatto fare all’arte un gran progresso. (…) Tutti e due noi facciamo ballare i nostri soggetti… Se tu vedessi i miei come springano le gambe!… passi in aria… Ma io ti confesso, compar Cosimo, che la tua invenzione è superiore al mio vecchio esercizio. Se ci fosse riconoscenza tra gli uomini, tu dovresti avere un premio di incoraggiamento; che, in verità, il trovato è magnifico. Non si può più allegramente passare all’altro mondo che come passano i tuoi soggetti.”.
Che è un modo ben singolare di vantarsi, che solo può appartenere ad una criminalità ottusa e incallita.
Simpatico quel Diascine! ormai scomparso (anziché Diamine!) che viene pronunciato dall’autore quando parla di don Diego Pincho (che in certi casi, come quando incontra gli inviati della famiglia di Onesimo, ricorda don Abbondio) e vuole sottolineare la conoscenza che egli aveva della lingua latina, riconoscendo che gli derivava dall’essere un giudice del tribunale civile: “Diascine! era un giudice del tribunale civile!”.
Il lettore gusterà tante di queste monete d’oro diffuse a piene mani nell’opera. Pur mantenendo semplice il suo vocabolario, egli ne sparge per istinto, e in grazia di una scivolatezza e facilità naturali con cui le parole gli escono dalla penna.
Si può fare, scegliendolo a caso, questo esempio, in cui si parla del rapporto tra il birbante e la virtù: “Ha momenti nella vita dei birbanti, in cui, s’eglino non temessero di arrossare nel proprio foro, sarebbero dispostissimi a rendere giustizia alla virtù. Sono scintille che partono da quella pietra focaia che è giù nell’imo fondo di ogni anima, e che domandasi coscienza. Ognuna di queste scintille potrebbe riaccendere quella divina facella che dicesi virtù; ma non trova esca tra le infinite ragnatele di che son coperte e bruttate le anime prave.”.
Si noterà la semplice e lieve eleganza di una tale scrittura.
Mastriani affida un grande valore alla preghiera del cristiano; pur trovandosi a percorrere un sentiero di malvagità, non manca, quando è opportuno, di richiamare i valori religiosi, a cui molto probabilmente teneva anche nella sua vita più intima. Il Padre Nostro, la preghiera che fu dettata direttamente da Gesù, trova in lui una forte esaltazione: “Nessuna religione seppe trovare una preghiera come questa. Dio stesso dettava le parole. Siate profondato nel colmo delle umane miserie; siate destituito d’ogni umano soccorso; si addensino pure sul vostro capo le tetre illazioni della disperazione; si apra ai vostri piedi lo spaventevole ignoto abisso del dolore e della morte; levate lo sguardo al cielo, ponete una mano sul cuore, e dite Padre nostro che sei ne’ cieli, e la luce, la speranza, la fede rianimeranno la vostr’anima; e i nembi si dissiperanno sotto il raggio di sole riconfortante.”.

Siamo arrivati alla Parte Seconda del romanzo che, per dichiarazione dello stesso autore, si differenzierà dalla Parte Prima dedicata ai “miserabili” e alle classi più povere. Infatti, ora si esaminerà la classe privilegiata dei “possidenti” (scriverà anche, con saporita fantasia: “personaggi dagli alti calcagni”) e farà da studio la famiglia “de’ Massa-Vitelli”, di cui sappiamo già che della morte del vecchio duca Tobia è incolpato Onesimo, liberato da Rita e i briganti nel mentre era condotto in carcere, e di cui al momento non sappiamo altro se non che il fratello Sabato lo aveva liberato dai briganti, e quindi diventato del tutto uomo dei boschi.
La storia di questa famiglia che, da popolana, riuscì a farsi nobile e potente è narrata con garbato e fascinoso stile e il lettore vi si troverà penetrato a poco a poco, senza nemmeno avvedersene, tante sono l’eleganza e la morbidezza che ve lo introducono. Il sunnominato Tobia era uno dei tre figli del barone Ciriaco, che “fu tra i proprietari il più crudele, il più spietato. Non ci era misericordia. Per un grano, per un tornese afforcava i coloni e quelli che si erano offerti mallevadori per loro; perocché il nostro barone possidente non dava in fitto un sol palmo di terreno se non gli si desse sicurtà di pagamento. Né mostrava più umane viscere pe’ suoi pigionali. Fece un giorno mettere in su la strada un padre di famiglia vicino a rendere l’estremo fiato. E, prima di scacciarlo dal ‘basso’ [ambiente miserabile e malsano] in cui questi abitava con una numerosa famiglia, gli fe’ vendere anche il letto.”.
Di questa scrittura in cui l’antico vocabolo e l’antico frasario recuperano freschezza e attualità troviamo rari esempi anche tra i più grandi.
Leggete il modo in cui ci racconta dell’avaro, “mattezza” che appartiene anche al barone Ciriaco: “L’avaro è come il fumatore; non ama il denaro che pel solo piacere di vederlo… L’avaro accumola, non già pel timore che un dì gli abbia a mancare il necessario. Questo è un secondario pensiero. Non gli dà spavento la fame: ci è avvezzo. Non accumola già per godere delle sue ricchezze. L’avaro odia tutt’i piaceri della vita, perocché questi piaceri rappresentano per lui tanti balzelli. Non accumola pe’ suoi figli perché in questi egli vede i suoi eredi naturali; e la parola erede è per lui sinonimo di morte; ne raccapriccia. Per che dunque accumola l’avaro? Non per altro che per avere il piacere di vedere il suo denaro. Il denaro è per lui il sommo dio, l’amante, la sposa, i figli, le visceri, il cuore, tutto. Tutta la sua vita è uno studio continuo per accumulare quanto più può e per spendere il meno possibile.”. Ma non è finita qui; egli si diverte con coloro che patiscono questa smodata voglia di ricchezza: “Ora egli [l’avaro] trova, verbigrazia, che si può vivere benissimo, come gli anacoreti ne’ deserti, cibandosi solo di erbe selvatiche e di ghiande. La magrezza che deriva da questa eccessiva scarsezza di nutrimento entra eziandio ne’ calcoli dell’avaro, giacché è un risparmio nella quantità del panno che deve coprire la sua nudità. L’avaro maledice al peccato, solo perché questo ci tolse il comodo delle fronde di fico che supplivano a tutte le vesti. L’avaro vorrebbe possedere la natura divina del Cristo per poter anch’egli star digiuno quaranta giorni di seguito, come il Cristo. Ora egli fa un’altra pensata. Ritardando ogni giorno d’un’ora il desinare, egli viene a risparmiare un giorno in ogni ventiquattro giorni. È sempre un risparmio a capo dell’anno.”. Nemmeno a Molière era venuto in mente un tale impasto di comicità.
La sapevate questa usanza che riguardava i re ancora fanciulli? Si nominava un ‘menino’ che prendeva rimproveri e castighi al posto del re. Ecco cosa scrive l’autore: “Che cosa era un menino nel linguaggio della Corte? Secondo una costumanza delle corti spagnola ed inglese, davasi a’ re minorenni od agli eredi del trono, ancora fanciulli e discenti, un compagno di studi, che si accollava tutt’i gastighi che, per mancanze, sarebbero spettati al re od al principe.”. E ancora: “Nella Corte spagnola il whipping-boy fu detto ‘el menino’, che significa fanciullo sbilenco, sciancato; dacché il più delle volte si adibiva a questo nobile ufizio qualche fanciullo di patrizia famiglia, il quale avesse avuto la disgrazia di nascere mal conformato.”.
Ci racconta molto sulla pratica del denaro e specialmente della dote che sovraintendeva i matrimoni della nobiltà e in certi tratti, par di trovarsi nel romanzo, pubblicato postumo nel novembre 1958, “Il gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, il quale doveva conoscere, a mio avviso, il nostro autore.
Più volte viene fatto cenno alla Repubblica partenopea del 1799 e alla repressione borbonica. Si ricorda anche il brigante Fra Diavolo, autore di angherie e omicidi, schierato dalla parte dei Borbone: “È noto che l’Austriaca [Maria Carolina, consorte di Ferdinando IV, sovrano del regno di Napoli, poi divenuto Ferdinando I, re del regno unificato delle Due Sicilie] scrivea lettere confidenziali a’ briganti Mammone, Pronio, Fra Diavolo e socî.”.
Vittima della repressione, a seguito di una spiata del cinico nipote Tobia (che abbiamo già conosciuto, e divenuto duca dopo la morte del padre) fu anche il fratello di Ciriaco, l’innocente e ignaro Ciro, di indole buona, assai diversa da quella di lui. Farà una terribile morte minutamente descritta, così che Tobia potrà impadronirsi del suo intero e ingente patrimonio.
Continua a meravigliare la capacità dell’autore di tenere in piedi e governare una tal massa di trame (scriverà: “questo labirinto di fatti”), in cui fantasia, storia e riflessioni morali si susseguono e si congiungono come le elicoidali scale di un’altissima torre, che ha ogni tanto, dopo qualche curva, ai lati una finestrella da cui si vede e si insegue un fascinoso paesaggio.
Il costruttore di una tale torre non può che essere un geniale architetto, baciato dall’estro di una fantasia e di una volontà creatrice fervide e luminose. Si può anche immaginare un fiume che s’ingrossi via via con l’acqua dei suoi affluenti.
Numerose sono le pagine di storia che arricchiscono il romanzo, tutte piacevolmente narrate in uno stile pulito e piano che sarà anche quello, nel Novecento, della Storia d’Italia raccontata da Indro Montanelli, insieme con Roberto Gervaso e Mario Cervi. E anche quello di Carlo Alianello (1901 – 1981) per quanto riguarda la storia del Sud Italia.
In tutto il raccontare Mastriani è bravo; la sua scrittura snoda lacci e lacciuoli, sì che il lettore vi si adagia piacevolmente.
Ha il modo giusto, il garbo necessario, a rendere fruibile perfino l’indigesto. Del resto egli dà molta importanza alla lettura ed è evidente il proposito di mettere a suo agio il lettore: “La lettura è uno dei piaceri dello spirito, dei quali l’uomo può godere fino alla morte: purissimo e nobile piacere, che solleva lo spirito e lo arricchisce di tante svariate cognizioni e lo fortifica sempre più.”. Attenzione a non avere ardite ambizioni letterarie, comunque. Ecco l’avviso che dà a tutti noi quando introduce il personaggio (che pingue galleria di personaggi!) il ricco barone don Ruggero Poccinelli: “Gli amici gli avevano dato a credere ch’egli fosse un Leopardi, mentre non era che un leopardo.”. Pensate quanto già corresse alta la fama di Giacomo Leopardi, morto nel 1837, appena qualche anno prima dell’uscita di questo romanzo.
Suggeriamo, dopo che già ne abbiamo mostrato uno, un altro dei tanti esempi di come Mastriani sappia prendere le sue pause e districarsi nei continui rimandi del suo racconto: “Ma, innanzi di proseguire a raccontare i tristi casi di questo giovine nel quale i nostri lettori potranno scorgere un esempio del Calvario, cui sono destinati a salire quelli che si ebbero da Dio la missione di parlare all’anima, noi vogliamo ritrovare un personaggio che si ebbe una parte non meno importante che dolorosa nel dramma che andiamo svolgendo.” Il giovane è Nazario, il figlio minore di Gesualdo, e fratello di Rita e di Francesca, due sventurate dal peccaminoso destino e dalla morte dolorosa che ne prefigura il possibile riscatto. A proposito della Rita morente, assistita da Marta, leggete questa bella descrizione: “Dopo di che, chiusi gli occhi, tutta si raccolse nell’anima sua, in quello ignoto ordine di idee che visitano la mente di un moribondo.”.
Le figure di Napoleone, del fratello Giuseppe, del cognato Gioacchino Murat, si disegnano nitide e fascinose. Questo è Murat, che fu re di Napoli: “Gioacchino era bello della persona, alto, di volto vivace, simpatico, marziale, piacente ed affabile ne’ modi, nel linguaggio. Durante i pochi anni del suo regno, il popolo di Napoli obbliò le passate sciagure… Nessuno fu più splendido di Gioacchino: venne anzi accusato di troppa dilapidazione. Gli piacevano le pompe, il fasto, la regia grandezza, i pubblici tripudî. Figlio del popolo, Gioacchino amava il popolo. Gioacchino Murat presenta nella sua vita un mirabile esempio della instabilità delle umane sorti. Figlio di un panettiere di Marsiglia, cinse il regio diadema; ebbe onori, grandezze, fortune militari. Poscia, balzato dal trono, fuggiasco, tradito, perseguitato, insultato. Un boattiere gli tira un calcio; un ferraio gli fa cadere con un colpo di mazza il cappello, per impossessarsi di un grosso brillante che ci era; una vecchia strega gli strappa i peli de’ baffi. Strascinato alla porta d’una prigione bassa ed oscura, un prete gli dà a’ reni un colpo di calcio di moschetto per cacciarlo ivi dentro. Giudicato, per inutile forma, da un tribunale militare, i cui membri, in gran parte, egli aveva promosso a’ gradi che occupavano, fu condannato alla morte per fucilazione. Morì da intrepido soldato.”.
Ma in quanto a ritratti il lettore ne troverà ancora di mirabili, come quelli dedicati al malvagio barone Ciriaco di Massa-Vitelli (si legga della sua morte) e ai suoi figli: Cecilia, fatta segregare in convento dai due fratelli; Angelo, che muore “per mano del carnefice” ritenuto (su spiata del fratello) coinvolto in un attentato, e lo scellerato primogenito Tobia, assetato di ricchezza, che, eliminati Angelo e Cecilia, vive in attesa trepidante della morte dell’avaro genitore, “idolatra del denaro”. A proposito di Cecilia, il tempo che trascorre a Capri, consente all’autore questo ritratto dalla celebre isola: “Chi non si è trovato su gli scogli di Capri in un sereno giorno di autunno non può formarsi un’idea della finezza squisitissima che la natura pone in certe armonie.”. Nel finale leggeremo anche, limpidamente e succintamente espresso, lo sbarco di Garibaldi per la liberazione del Regno delle Due Sicilie e i disordini che lo precedettero con la caduta dei Borbone: “La mattina del 7 settembre 1860 entrava in Napoli Giuseppe Garibaldi.”; “Erano giorni di sommaria giustizia popolare.
Il 29 giugno 1860 fu giorno terribile per gli sgherri del dispotismo.
I commissariati di polizia furono dalla giustizia del popolo disfatti e tutto ciò che ivi si conteneva venne precipitato dai balconi e arso sulle pubbliche piazze.
I poliziotti, che avevano dianzi abusato il loro potere e fatto soprusi e sevizie, vennero trascinati, malconci, e taluno ammazzato.”. L’autore è entusiasta della liberazione e lo dà a vedere: “Il 7 settembre del 1860 sarà un giorno memorabile nella storia d’Italia.
Una grande e gloriosa rivoluzione compivasi in Napoli senza spargimento di sangue.
Esultarono le ombre dei grandi italiani che vagheggiarono, come un sogno, l’unità politica di questo nostro paese…”.
Ritorniamo al punto in cui ci eravamo sospesi. La solitudine in cui si è andato a ficcare Ciriaco, dà all’autore l’occasione di lodare l’istituzione famiglia, quella che vive nel timore di Dio, così differente da quella del barone che non ha avuto l’animo di fermare il figlio Tobia, quando si propose la morte del buon Ciro, finito sul rogo: “Una famiglia! Non è questo il più gran bene dell’uomo in su la terra? Non sono i figliuoli i fiori che rallegrano il malinconico inverno della vita?”; “La società, profondamente egoista, sostituì alla legge del cuore quella del denaro. L’eredità creò la famiglia ‘legale’. Ma la virtù sola è quella che forma le gioie del focolaio domestico, il tempio della felicità e dell’amore. I ricchi non hanno figli: essi non hanno che eredi.”.
Si noti quanto un uomo di fede sappia sprofondare nell’animo dei malvagi e trarne terrore e monito per gli altri. Si legga anche qui: “Noi non abbiamo quaggiù in terra che due soli amici, i nostri genitori. Perduti questi, non abbiamo che Dio.”.
Con la morte del padre, Tobia, essendo rimasto l’unico erede, diviene straricco e potente.
Tobia è una delle figure dominanti del romanzo; se ne ha questa descrizione di quando era più giovane e già prepotente fatta da Cipriano Onesimo ai suoi tre figli, tra cui il Paolo che conosciamo: “Egli era allora un uomo di circa quarant’anni, alto come un moscovita, rosso di faccia e di capelli, senza un pelo sul viso, con certe sopracciglia così folte che sembravano due altri ciuffi sottoposti alla fronte. Aveva, con questo, la parte inferiore del volto più grossa della superiore; il che ho sempre inteso dire essere indizio di cervellaccio appannato e di proterva bestialità. La guardatura era quella di Giuda, il traditore di Cristo.”. Più avanti lo stesso Cipriano, sempre rivolto ai figli, ci dirà che il duca Tobia “era sempre ubriaco in tutto il corso del giorno e della sera.”.
Ma, lo si deve ripetere, l’autore ha la capacità di dare questa veste ad ogni figura sulla quale si sofferma, da quelle storiche (si è visto Murat) a quelle del romanzo. Si pensi a Marta, a Ciriaco, a Giacinta (che ha nel marito Tobia e nel loro figlio ragazzetto, Filippo, pessimi, se non demoniaci soggetti), alla sfortunata Cecilia, sorella di Tobia, costretta a monacarsi nonostante il suo amore per il principino Eugenio, e poi uccisa dai fratelli, allo stesso Filippo e alla sua sfortunata sposa Rosalia (di cui stenderà un completo ritratto). E alla sua seconda sposa Elisa (rinomata ballerina): “Elisa era una donna ardita, una scaltra avventuriera: aveva un’arma da soggiogare tutt’i cuori, la sua bellezza. Era infatti una bellissima donna. Il diavolo l’aveva impastata a bella posta per ordire i suoi mille garbugli. Non si potea resistere al suo sorriso infernale.”. Per non parlare del sergente Vitagliano Arezzi e della sua giovane e bella moglie Antonetta, insidiata da Filippo (di quest’ultimo, sarà interessante apprendere della sua avventura con la bella ma esigente danzatrice francese Le Gros). O lo Strangolatore, o il deforme Sciasciariello che lo uccide in una lite: “A coloro che non istudiarono bene addentro il nostro popolaccio deve arrecare maraviglia estrema che un metro di distorta ed informe organizzazione, brutto quanto il morbo nero, potesse tanto attivarsi le simpatie e i favori del bel sesso.”.
Per chi ama l’intreccio, qui ce n’è da cavarsene la voglia, e di ottima regia. Bastano a Mastriani frasi come queste per spianare ogni ingombro: “Occorre adesso riannodare alquanto gli avvenimenti che abbiam tolto a narrare, affinché il lettore non smarrisca il punto di partenza, donde movemmo.”. Stando al cinema si potrebbe dire di vedervi svolgere un film in cinerama.
Inoltre, se qualcuno avesse ancora dubbi sulle alte qualità narrative di questo autore, oltre ai brani già riportati, si aggiunge questo di grande bravura e sensibilità. Mastriani non è uno scrittore da feuilleton; le sue pagine sono ricche di riflessioni che obbligano ad una sosta dentro di noi, ad un’intima indagine sulla vita e sui suoi misteri, quali quelli legati all’oltretomba: “A quelli che troveranno soverchiamente lugubri queste pagine e troppo ricca di morti la presente storia faremo osservare che la vita umana non è già lieta. Le figure viventi diventano fantasime, e passano come le ombre di Macbeth. Noi viviamo nel mezzo delle morti. Caggiono a dietro a noi quelli che pocanzi calpestavano ritti la terra. Se noi potessimo gettare uno sguardo dietro al telone di questo gran teatro che è il mondo, noi avremmo il capogiro alla vista dei miliardi di spiriti che popolano le regioni della morte, e ci parrebbe incredibile che ‘Morte tanti ne avesse disfatti’ come dice Dante.”.
Non manca di denunciare la piaga della guerra: “Molto si è scritto, e con ragione, contro gli eserciti permanenti. Non ripeteremo ciò che da sommi scrittori si è detto contro questa vecchia piaga della società. Molto altro tempo dovrà trascorrere ancora pria che la matura civiltà avrà dato per sempre il bando alle sciabole che battono i lastrici delle città. Questo immenso progresso umanitario segnerà ‘la più bella rivoluzione sociale’. Quando l’infame flagello della guerra sarà sparito dalla faccia della terra con l’ultimo despota; quando la religione di Gesù Cristo, ritornata al suo prisco splendore ed all’antica semplicità, sarà nel cuore di tutt’i popoli della terra; quando la miseria, figlia dell’eredità, non affamerà più le grandi moltitudini; quando i titoli di nobiltà saranno una ridicola memoria storica; quando lo Stato sarà l’unico proprietario effettivo; quando il lavoro, il tetto e il cibo saranno assicurati ad ogni abitante della terra; quando la gerarchia tra gli uomini sarà segnata dal solo merito personale e non da’ ciondoli e dalle pietre; quando innanzi a Dio ed alla Legge tutti gli uomini, senza eccezione veruna, saranno eguali; allora non ci saranno più queste macchine omicide che si chiamano soldati.”.
Come il lettore avrà notato è stato, questo della guerra, il pretesto anche per disegnare la società ideale pensata dal Mastriani, quel socialismo cristiano che vede sulla Terra un modello di società che riflette quella del Cielo.
Quando, attraverso i suoi principali protagonisti, Mastriani ci immerge nella società aristocratica che si muove intorno alla Corona, gli intrighi, le bassezze e le fragilità che si incontrano ci ricordano i capolavori di Stendhal (1783 –1842), di poco più anziano di lui. Per la forza con cui tratta i temi sociali, al di là delle differenze stilistiche, non è improprio citare (lo abbiamo già fatto, peraltro) un grande autore francese, Émile Zola.
Nel romanzo fa la sua comparsa il colera (1832 in Europa, 1836 a Napoli) e il lettore è invitato a leggere con attenzione il suo divenire e maturare simile ad una nebbia che piano piano si diffonda e l’uomo è smarrito e succube della sua malvagità: “Le bassezze e le codardie del cuore umano vengono a galla, quando il fondo melmoso della vita è agitato da violenta bufera. Allorché la morte passeggia sui campi della creazione, lo spavento invade le ossa de’ viventi. Fuggono gli animali quasi impacciati; e l’uomo con occhi smarriti e con viso bianco di paura sembra che schivi il contatto del suo simile. La mente più non ragiona sotto l’incubo del terrore. I sonni sono interrotti da rimbalzi nervosi; i sogni, conturbati da sinistre fantasime. Ogni altro pensiero è messo da banda. L’animo è tutto assorto nella perplessità e nelle paure.”.
Ovviamente al lettore verrà in mente di paragonare queste pagine a quelle descrittive della peste contenute nel capolavoro manzoniano (“I promessi sposi” vengono citati). Ma vedrà che non vi fanno una brutta figura. Leggete questo brano: “La briosa Toledo era spopolatissima fin dalle prime ore della sera. Chiusi i caffè, deserti i teatri, silenziosi i consueti ritrovi. Non più quel moto perpetuo di carrozze e di pedoni. Dalle tre ore di notte in poi, tutto era solitudine e silenzio nella via di Toledo, dove non si udiva altro rumore che il cupo e lugubre rimbombo delle ruote del pesante carrettone, che aveva, per istemmi, teschi dipinti agli sportelli. Due lividi lampioni messi a’ due lati anteriori lo annunziavano da lontano. Il popolo il chiamava la ‘diligenza del Camposanto’. Chi nelle ore avanzate della sera si fosse trovato in su qualche alta terrazza dominante la città di Napoli, avrebbe veduto, verso il lontano lato orientale, una sinistra luce come di un incendio. Densi vortici di fumo commisti a lingue di fuoco si elevavano ogni sera su quel punto nero delle campagne circostanti alla capitale. Era l’abbruciamento che si facea, sul nuovo Camposanto aperto ai colerosi, delle barelle dove erano stati colà trasportati i morti di colera.”.
Vi appaiono anche i creduti untori: “Fu preso a sassate e malconcio un poveruomo che per avventura fu visto appo una cesta di fichi: fu detto avvelenatore.”. Un medico è scorto in strada con in mano una boccetta di disinfettante. È creduto un avvelenatore: “È un caso di manifesta flagranza. Il lazzarone comunica la fatta scoperta ad un crocchio di altri popolani e di luride megere. Si accendono costoro di cieco sdegno; ed eccoli lanciarsi addosso al malaccorto e disgraziato dottore, armati di mazze e di pietre. Lo investono con una mazzata al capo, che, dove il cappello non si fosse trovato a difesa di questa parte così importante del corpo, avrebbe avuto una malissima ammaccatura.”.
Troveremo anche queste brevi e riassuntive righe: “… il numero dei morti giornalieri era cresciuto a tale che, non bastando i carrettoni a trasportarli al camposanto, venivano i cadaveri ammucchiati gli uni sugli altri per aspettare la funebre carrozza. Ed era appunto vicino alla fontana di Porto che sia ammonticchiavano i cadaveri nelle ore della sera.
Tristo spettacolo!
Quella strada, così animata in ogni ora d’una folla di venditori e di compratori, così rumorosa di mattina e di sera, si vedeva deserta non appena era suonata l’avemmaria.”.
Un’altra annotazione che vien da suggerire dopo aver letto tanta parte del romanzo e ricevute le impressioni suscitate dalle numerose descrizioni e i molti ragionamenti è che, nella apparentemente facile e lieve scrittura di Mastriani, si nascondono la profondità del pensiero, oltre che una vasta cultura. Si avverte che il libro non è stato scritto per procurare solo diletto: “Noi svolgiamo dolorose pagine del cuore umano.”.

Siamo arrivati alla Parte Terza di quest’opera.
Lasceremo l’ambiente aristocratico in cui abbiamo conosciuto in specie la famiglia potente dei Massa-Vitelli, coi loro singolari e biechi personaggi e torneremo all’ambiente popolano che ha caratterizzato la Parte Prima nella quale abbiamo assistito alla morte del duca Tobia di Massa-Vitelli per mano dello Strangolatore con la complicità di Cecatiello.
Il lettore tornerà ad immergersi facilmente nell’ambiente che gli ha dato accoglienza nella Parte Prima, dopo che Mastriani gli ha presentato tre speciali rappresentanti di esso: Capuozzo, Sciasciariello e La Maruzzara. Sono raffigurazioni godibili e lasciamo al medesimo la scoperta e il primo godimento. Ovviamente ritroveremo anche personaggi popolani già conosciuti, come lo Strangolatore che si esibisce in un circo giocando con una pericolosa tigre.
Il lettore potrà così nuovamente elogiare la prosa di Mastriani che sa prendere diverse coloriture le quali ci richiamano alla mente altri autori, ed ora Robert Louis Stevenson per una marcata affabulazione: “Il primo picchio all’usciuolino di ferro della stia fu dato. La belva, che disiosa di cibo smaniosamente misurava il breve spazio in cui era carcerata, udito quel picchio all’usciuolino, mise un fremito che fe’ agghiacciare il sangue nelle vene degli spettatori. E i suoi passi diventarono più lesti, più svelti; e il suo capo era volto verso l’apertura superiore, donde si solea gittare il cibo alla fiera, dal cui alito rumoroso e a scosse uscì un puzzo come di macello. Gli occhi della belva fiammeggiavano di sinistra sanguinosa luce.”.
Come pure nelle vicende di Osimo che sale sulle barricate nelle dimostrazioni del 14 e 15 maggio 1848, a difendere l’insediamento del parlamento ostacolato dal re e dalla parte reazionaria di Napoli, troviamo le tracce di Victor Hugo. Osimo, come Mario ne “I miserabili” (che è del 1862, ossia di appena sette anni prima del lavoro di Mastriani, che lo deve aver letto, dunque), sarà salvato da Cecatiello (qui emulo di Jean Valjean), il padre della sua amata Marta, che lo condurrà libero attraverso le fogne di Napoli.
La presenza di un Dio vendicatore è avvertibile nel romanzo. E anche quella di un Dio che fa sorgere inquietudine e dubbi che, se risolti, riporterebbero il peccatore sulla retta via. Vi sono in questi propositi echi manzoniani: “Ci ha nella vita dei grandi scellerati un momento, in cui eglino sono atterriti dalla deformità della propria anima. È un lampo che rischiara per un attimo un abisso di tenebre e di orrori.”.
Siamo giunti al 1860. “E qui ci fermiamo” ci fa sapere l’autore. Siamo al Libro Terzo della Parte Terza e il suo titolo ci apre ad una vocazione di fede e di speranza: “Palingenesi ed Epilogo”.
Vediamo che cosa accade.
Accade ciò che doveva succedere secondo le ispirazioni e i propositi iniziali dell’autore: i principali protagonisti si presentano sulla scena per il definitivo disvelamento di se stessi: il corpo, le sue passioni, la sua materialità, si sciolgono e si rivelano nella loro consistenza interiore. È l’anima di ciascuno di essi a occupare ogni altro spazio. Dirà Onesimo: “Significa che la virtù non può a lungo essere priva della sua corona e del premio che le è dovuto.”.
Su tutti, non a caso, emerge, a riassumere il reale contenuto dell’opera, la eccezionale spiritualità di Marta, forse qualcosa di più addirittura della Lucia manzoniana: “Marta era appunto la donna forte, di cui Salomone fa il ritratto nei proverbi”. Forte non nel corpo, però, bensì nello spirito, come il lettore constaterà alla fine del romanzo.
Onesimo aggiungerà quella che per molti di noi è senza dubbio una interessante notizia: “È la nostra prima festa nazionale: è domenica 2 giugno 1861”. Dunque a tale anno ricorre la festa nazionale che ancora oggi si celebra, passata dalla monarchia alla repubblica.
Un’annotazione finale. Tutti i personaggi del romanzo sono fortemente amati e ad essi Mastriani affida lo spazio adeguato affinché resistano nella memoria del lettore. Ad esempio è narrata quasi sottovoce la tragica storia d’amore tra Leopoldo e la rediviva Bettina, ma come i due si possono dimenticare?: “La donna che era apparsa nella sala del banchetto la sera innanzi non era un fantasma: ella era Bettina in carne ed ossa. Eran quelle le sembianze di lei… gli occhi, la voce… Leopoldo non era una mente volgare e dappoco da accogliere superstiziose credenze.”.
Mastriani appare come il burattinaio che, dopo aver presentato il suo spettacolo agli attenti spettatori, prima di riporre le sue marionette nell’apposito contenitore (bello il modo in cui le raduna a conclusione del romanzo), le accarezza e le bacia come fossero vive.
Lascia un pensiero anche per i personaggi minori, i quali hanno avuto una parte transitoria: “Gli altri personaggi secondari della nostra storia andarono dispersi nel rivolgimento degli ordini politici italiani.”.

Il mio cadavere

Il romanzo è del 1851, pubblicato in volume nel 1853.
Gustate questo avvio che ha la pacatezza di un Chiaro di Luna: “Se un viandante qualunque, trattovi per casualità o per vaghezza di solitarie meditazioni, in sull’imbrunire una bella sera di està dell’anno 1826 si fosse trovato a scendere pei Greppi posti a ridosso del Real Albergo de’ Poveri e di S. Maria degli Angeli alle Croci, si sarebbe certamente soffermato passando da costo a un povero abituro, diruto in gran parte per le scosse del tremuoto detto di S. Anna, avvenuto a Napoli nella sera del 26 luglio 1805. La cagione che avrebbe indotto il supposto passeggiatore a fermarsi dappresso a quell’abituro era il sentirsi in una stanza del secondo ed ultimo piano, quello propriamente che dava le viste di essere il più danneggiato, voci di pianto che avrebbero straziato un macigno; quelle voci erano la più parte di donne e di fanciulli; ed, alle smozzicate parole, ai moncherini di frasi che si mischiavano ai singulti di un pianto che parea di disperazione, si capiva che una cara persona di quella famiglia era morta o moribonda. Ed infatti, un uomo era presso a spirare.”.
Giacomo Fritzheim, “svizzero di origine”, è il nome del morituro, il quale, vedovo (la moglie è “morta per effetto di parto prematuro”), ha cinque figli, due femmine e tre maschi, Lucia la secondogenita, di quasi vent’anni, conduce la casa; il primogenito Giovanni, “era un idiota”, gravato anche dall’epilessia. Per la sua salute cagionevole aveva un modo di camminare che gli aveva procurato il soprannome di Uccello, e così sarà chiamato nel corso del romanzo: “… il tapino nel camminare, non potendo ben sorreggersi su i piedi, equilibravasi stendendo in certo modo le braccia e appuntando i gomiti, a guisa delle ali di uccello.”. Gli altri si chiamavano, nell’ordine di età, Marietta, Giuseppe e Andrea. Hanno anche un figlio adottivo di circa 22 anni, Daniele, che chiamano il Contino, il quale vive fuori della famiglia ed è maestro di musica: “Era Daniele un giovine di statura altetta, Di volto piuttosto bruno, di folti capelli bene allustrati e tagliati a leggiadra zazzerina; gli occhi parimenti scuri e melanconici acquistavano un’espressione di cupa intelligenza per l’inarcare ch’ei facea sovente le nere sopracciglia; non avea né baffi né barba.”.
L’autore ci fa sapere che Lucia ama Daniele, il quale dà solo a vedere di ricambiare la giovane, mentre ama un’altra di nome Emma, “ricca e nobile”. Ritiene che sia umiliante per lui sposare la figlia di uno stradiere, come si chiamavano allora gli agenti del dazio, ossia i gabellieri. Teme altresì che sposando Lucia, venga fuori la storia che egli fu adottato dalla sua famiglia, non essendo conosciuti i suoi genitori.
Il tema è già qui e ora vedremo che cosa ne saprà ricavare Mastriani per garantirci curiosità e attenzione. Sappiamo che egli è maestro di intreccio, e che la spontaneità dello scrivere, vicina alla prosa del popolo, gli è di grande ausilio.
Diremo subito che le opere che esamineremo d’ora in poi, non hanno i pregi annotati per “I misteri di Napoli”, pur tuttavia, lo scrittore vi lascia molte impronte pregevoli a segno del genio e della vocazione naturale al racconto. Egli è uno di quegli affabulatori che hanno avuto in sorte il dono dell’arte sin dalla nascita.
Giacomo morente riesce a far giurare a Daniele che egli sposerà sua figlia Lucia. Ma leggeremo delle tribolazioni della ragazza e delle prepotenze e discontinuità del giovane, le cui tendenze naturali confliggono con la passione per la musica e con la sensibilità che il praticarla richiede, talché una presunzione di natali più alti colpisce il lettore.
Sono gli ingredienti con cui si costruivano i romanzi di appendice, qui molto evidenti. La scrittura, tuttavia, si distingue per il suo garbo e la sua chiarezza, pur venendo incontro alla moda del tempo. A differenza che nei “Misteri”, non vi si ritrovano qui i segni di un qualche passo in avanti nella scrittura, quali avevano fatto il Manzoni, il Leopardi e il Fogazzaro.
Da ammirare, comunque, la sua qualità, che resta intatta, di regista, che il Mastriani anche in questo romanzo dimostra, al punto che non fa meraviglia di riceverne gli stessi impulsi che si ricevono dalla lettura di Charles Dickens.
Naturalmente il superbo e avido Daniele è ben lontano dal mantenere la promessa di sposare Lucia. Lui ha nel cuore la ricca e nobile Emma. Padre Ambrosio lo va a trovare e gli ricorda l’impegno, poiché Lucia è caduta nella malinconia, se non proprio nella disperazione, vedendosi abbandonata. Lo ammonisce alla maniera di fra Cristoforo nei confronti di don Rodrigo a proposito di Lucia Mondella (si noti la concordanza dei nomi): “Veggo che il vostro cavallo vi sta più a cuore che la povera Lucia, signore. Non ho più a dirvi che una sola parola: Dio salverà Lucia e le darà la forza di strapparsi dal cuore una passione cotanto infelice; ma Dio confonde anche i perversi, e guai… guai all’uomo che si fa gioco della vita del suo simile!”.
Ma Daniele è irremovibile e invita l’abate a fare opera di persuasione nei confronti della ragazza affinché si tolga dalla mente quella promessa e sposi un altro; “… un matrimonio ignobile mi ruinerebbe nei miei affari…”.
Ma chi è questa Emma, figlia di genitori spagnoli di alto lignaggio e provvisti di una ricchezza strabordante?: “Emma era il tipo della bellezza andalusa: carnagione e colori di miniatura, occhi di lustrino splendidissimo, sguardo elettrico, sopracciglia di velluto, labbra alquanto larghette, bottoni di rosa orientale, denti di una bianchezza abbagliante, sorriso di baiadera, lunghe le chiome e di un ebano fulgidissimo, cui ella soleva portare divise e scinte dietro gli orecchi, ovvero raggomitolate in grandi giri sulla coppa del capo.”; “Unica figliuola, ella era idolatrata da suoi genitori, i quali non avevano altra volontà che la sua, altro amore che di lei, altri pensieri che per lei, di cui andavano superbi più che di tutte le loro ricchezze e possedimenti.”.
Daniele è qui che vuole arrivare, come Julien Sorel de “Il rosso e il nero” di Stendhal, pubblicato circa vent’anni prima, nel 1830.

Si deve dire che questi grandi romanzi usciti nell’Ottocento, vere e proprie icone dell’arte, si diffusero dappertutto e rapidamente, influenzando molti autori impegnati a trovare idee e trame che avessero l’agio del gradimento del grande pubblico.
Riecheggiare in un’opera i loro stilemi significava già una garanzia di successo.
Ovviamente, anche Mastriani non ne fu immune e la sua larga fantasia dové essere contaminata da tali influssi.
Emma ha come insegnante di musica proprio Daniele. Il lupo, quindi, è a contatto con la sua preda, mascherato, ma pronto a ghermire: “Il giovine era vestito nella più elegante maniera; il gusto più fino avea dettato la norma del suo abbigliamento, il quale non usciva però dalla più stretta semplicità.”.
Fa di tutto per adulare la ragazza, mascherandosi come il lupo della favola dei Fratelli Grimm (1857), ma questa volta Cappuccetto rosso non ha bisogno del cacciatore per destarsi dalle lusinghe, poiché Emma, se pur giovane, ne sa una più del diavolo: “Da molto tempo la giovinetta si era accorta dell’amore di Daniele per lei, e ne gioiva. Daniele era per lei una ‘vittima’ ch’ella attaccava al carro dei suoi continui trionfi, e cui si compiaceva di turbare.”.
Sono schermaglie che attirano il lettore, non nuove nella letteratura, come si è detto, ma sempre valide e attrattive.
L’abilità di Emma di far credere e non far credere un suo innamoramento, rischia di tramutarsi in disperazione per Daniele: “Oh! perché ho conosciuto questa donna? La mia salute deteriora ogni giorno: ho abbandonato tutti i miei amici, tutte quelle famiglie che avrebbero potuto essermi utili… Non è possibile ch’io viva con tal serpe nell’anima: bisogna finirla; o Emma sarà mia, o io mi ucciderò, o ucciderò lei, perocché non potrei sopportare l’idea che un altro la possedesse!…”.
Emma frequentava l’alta società e a Napoli era considerata fra le giovani più belle. Quando prendeva parte ad una festa, le sue acconciature e il suo vestire, oltre ai suoi modi gentili e aristocratici, incantavano i presenti, destando l’invidia e la gelosia delle altre donne: “Emma avea dunque dato il colpo mortale alla moda di Parigi.”.
Daniele non ha, però, la sicurezza di Julien Sorel, non domina come lui sentimenti e situazioni, nonostante che dica a se stesso: “… se ella è superba e sdegnosa, io non lo sono meno di lei”.
Non abbiamo detto che, quando Daniele viveva ancora, come figlio adottivo, nella casa di Lucia, un giorno si era presentato uno sconosciuto, che, richiestogli alcune informazioni e assicuratisi che fosse il giovane che andava cercando, gli consegnò del denaro e gli promise ogni mese una rendita di 50 ducati. Di ciò era stato incaricato da un tale di cui taceva il nome.
Il lettore avrà pensato subito al vero genitore di Daniele che, fatte le ricerche dovute, era riuscito a ritrovarlo, ma intendeva ancora non rivelarsi. Ebbene, un giorno che Daniele si reca a casa di Emma, nota un ritratto che “colpì incontanente il giovin pianista: quello sguardo, quelle fattezze del volto quei basettoni che a guisa di doppio fuso prostendevansi sul labbro superiore, e quel pizzo lungo e dritto che gli scendeva insino alla gala della camicia; quella faccia insomma non era nuova per Daniele: essa disegnavasi nella sua memoria come un riverbero di lontanissimo passato”.
È suo padre quello dipinto nel quadro? O comunque vi è una parentela? Mastriani getta abilmente il sasso nello stagno e offre alla fantasia del lettore nuovi possibili scenari che ne sommuovono l’interesse.
È uno schema, ovviamente, anche questo, già noto e consumato, ma è il modo di raccontare che non fa mai tramontare l’interesse per la trama. E Mastriani in ciò è abilissimo.
Getta un’altra esca al lettore. Daniele si fa coraggio e va dal padre di Emma, il duca di Gonzalvo, per chiederla in sposa. Ne riceve un netto e indignato rifiuto. Come può una delle più antiche nobiltà della Spagna congiungersi con un maestro di musica? Ma Daniele gli domanda se fosse disposto a dargli la figlia in sposa nel caso diventasse entro due anni milionario. Sì, gli risponde il duca e firma un impegno in tal senso.
Diventare milionari in quei tempi era pressoché impossibile. Il duca ne è convinto, e presume che Daniele non possa affatto riuscire nell’impresa. Gli dice: “UN MILIONE rappresenta dieci generazioni di nobiltà.”.
La vera indole di Daniele si sta rivelando. Egli non è soltanto, come si era pensato, un procacciatore di dote, ma la sua ambizione riguardava anche le proprie qualità considerate superiori all’ordinario. La sfida recata al duca fa passare in second’ordine l’amore che prova per Emma. Lucia intanto è scomparsa dalla scena. Possibile? si domanda il lettore e si aspetta anche per questa mite e popolana ragazza un qualche riscatto. Che nel finale si avrà.
Daniele decide di andare all’estero a cercare la sua fortuna. Come non ricordare il romanzo di Emily Brontë, “Cime tempestose” (1845), in cui il povero ragazzo adottato dalla famiglia di Catherine, Heathcliff, si innamora della giovane e se ne va a cercare fortuna, tornando ricco ma troppo tardi, visto che Catherine si è nel frattempo sposata.
Il lettore conosce bene il celebre romanzo tradotto in film più volte, e non può non porre attenzione agli sviluppi che Mastriani intende dare alla sua storia d’amore.

Il 1 gennaio 1827 è il giorno che Daniele lascia la sua casa per recarsi a Londra. Alla carrozza viene a salutarlo Lucia, “pallida ed emaciata dalle sofferenze, vestita miseramente, e tutta cosparsa di lagrime”.
Nel vederla, Daniele si commuove. Salutata la sorellastra, “Seduto nella diligenza che aveva preso il galoppo, Daniele piangeva!”.
Il vuoto momentaneo lasciato nel romanzo da Daniele viene subito colmato dall’arrivo in scena di un altro personaggio, ricco e bizzarro, il baronetto Edmondo-Isacco Brighton conosciuto anche come il conte di Sierra Blonda per le vaste proprietà che aveva in Spagna, nell’Andalusia, dove aveva vissuto molti anni. Quelle proprietà erano desolate, desertiche ma egli le aveva ravvivate con festini che dava quasi ogni giorno, sicché in quel luogo si viveva in allegria e in balia dei gusti bizzarri di questo nobiluomo che “non era più giovane, ma era ben lontano dall’essere vecchio; di statura regolare, di giusta complessione e vigorosa: il suo volto, a metà coverto da densa e lunga barba, nella quale si scorgeano appena pochi fili di argento, Era leggiermente colorato di quel vermiglio che annunzia un rigoglio di salute: i suoi occhi castagno cupo erano grandi e pregni di anima; la sua testa era calva sul pendio della fronte, e il resto del cranio era coperto anzi che nascosto da capelli rasi e monchi. Egli era in tutta l’estensione della parola, quel che dicesi un bell’uomo.”.
I divertimenti erano improntati alla sua natura eccentrica: “Tra gli altri stranissimi divertimenti ch’ei soleva prendersi, dobbiam notare il seguente. Egli faceva riempire di mobili un casamento e adornarlo come per festa di ballo: le suppellettili più costose ne fregiavano le sale: si faceva poscia chiamare un centinaio di vagabondi, di ladri e di uomini facinorosi. A un dato segno ch’ei dava, il fuoco era appiccato al casamento; il saccheggio era comandato; e quegli uomini, a rischio della vita che sovente vi perdevano, si gettavano nelle fiamme per ispogliar le sale del meglio che vi si conteneva. Edmondo godessi un così fatto spettacolo, ad una certa distanza, e nel mezzo dei suoi numerosi amici e compagni di follie, i quali sgangheravansi dalle risate, e mettevano alte e selvagge strida di esultanza in veggendo gran parte dei saccheggiatori venir fuori da quelle crollanti mura col volto e con le mani annerite ed arse: come sciami d’immondi animali che escono dalla putredine e dalla corruzione.”.
Un tristo figuro, dunque, che pare figlio del Marchese de Sade (1740 – 1814).
E non basta. Amante delle donne in modo ossessivo aveva costituito una compagnia di amici, chiamata “Cavalieri del Firmamento”, con i quali scorrazzava nelle campagne in cerca di avventure.
Come non ricordare il terribile Baskerville del celebre romanzo di Conan Doyle, uscito nel 1902 (“Il mastino dei Baskerville”), quando Mastriani era già morto, ma che ci dimostra come l’ispirazione dell’arte abbia una corrente perenne e sotterranea che collega tra loro gli artisti d’ogni tempo.
Scopriamo che il Baronetto conosceva il duca de Gonzalvo, il quale, capo politico in quelle terre di Andalusia, lo aveva protetto per le criminose scorribande, finché poi il Baronetto non fu costretto ad emigrare fuori dell’Europa, a Cuba, dove accumulò altre ricchezze “mercé l’ignobil traffico degli schiavi.”.
Edmondo, in sovrappiù, visitava di frequente il Duca, della cui sorella, Juanita, era pazzamente innamorato e che riuscirà a violare.

Si pensa subito a Edmondo come al padre di Daniele. Mastriani è abile a gettare i semi nel campo fertile della sua narrazione.
Magistralmente, a poco a poco acuisce la nostra curiosità. Sapete chi è l’uomo che ogni mese gli consegnava i 50 ducati? Maurizio Barkley che, nato a Cuba, quivi faceva da schiavo a Edmondo, al quale, in un cimento nell’arena contro il toro, aveva salvato la vita ottenendone in cambio la libertà, che egli, per l’affetto maturato nei confronti del suo padrone, rifiuta.
Ci si avvicina, forse, alla verità, mentre di Daniele non si sa più niente? La sua mancanza, però – il lettore lo ha capito – è fittizia, trovandoci all’interno di una tessitura che intensamente lo riguarda.
Sappiamo che Edmondo ha lasciato Cuba e si è stabilito in una cittadina tedesca, Manheim, dove ha acquistato una proprietà. Lì sta trovando finalmente un po’ di quiete, avendo rinunciato ai capricci del passato, Ha un solo cruccio, quello di essere rintracciato dal duca de Gonzalvo, del quale ha stuprato la sorella. Maurizio Barkley è riuscito a insinuarsi nelle amicizie del Duca e tiene informato il suo padrone sulle intenzioni di quest’ultimo e lo rassicura che egli non sa della sua nuova dimora.
Insomma, questo scellerato si è ravveduto della vita corrotta tenuta sin lì e, come l’Innominato manzoniano, sta mettendo ordine, anche morale, alla sua vita. Con questa differenza, però: “Edmondo era stanco del passato ma non pentito.”. Non viveva, tuttavia, felice, anzi era preso da lunghe malinconie, poiché da qualche tempo lo perseguitava la paura della morte: “Non era tanto il pensiero di dover morire che gli dava rovello e tristezza, quanto un altro pensiero che ne derivava qual conseguenza. Edmondo era preso da raccapriccio e da orrore pensando che il suo corpo nutrito con tanta ricercatezza, godente di tutte le dolcezze della salute e delle dovizie, conservato con quanto ci è di meglio nei regni vegetale ed animale, il suo corpo ch’egli amava ed al quale prodigalizzava le più tenere cure, sarebbe stato un giorno abbandonato a pasto dei vermi della terra!
Edmondo fremeva e non rare volte rompeva in codarde lacrime pensando al SUO CADAVERE!”.
Ed ecco spiegata la ragione dell’insolito titolo dato a questo romanzo.
Quella paura è riuscita ad insinuarsi nella sua mente e sta minandone la salute: “Invece di procacciarsi distrazioni, egli prendea diletto ad immergersi nel fitto pensiero che il torturava. È questo uno dei più strani fenomeni dell’umana natura, che cioè l’uomo trovi una certa voluttà nel pensare continuamente a quelle cose che più gli danno argomento di pena e di melanconia. Lo sventurato si attacca alla sua sventura, si ammoglia con essa, la tiene strettamente abbracciata con sé: vi s’inebbria fino alla mattezza: ogni distrazione gli riesce pesante, amara, insopportabile. Egli ama soltanto di sentir parlare della sua sventura; detesta chiunque cerca di strapparlo per poco dall’idolo suo, e maledice quella mano che si studia di arrecargli balsamo e sollievo.”; “Edmondo si vedea disteso in angusta bara ricoperta da sei palmi di terreno: l’aria, lo spazio e la luce erano scomparsi: Ei si sentiva in sul petto il peso della terra, sulla quale più non dovea riporre il piede, quella terra su cui egli avea signoreggiato col suo oro, e che pareva tanto angusta all’ardenza dei suoi piaceri. Le voci degli uomini, i canti serotini, le parole dolcissime di amore e di amicizia più non colpivano le sue orecchie: nessun rumore! nessuna voce! Il silenzio, assoluto, eterno, il circondava!”; “Simiglianti notturni fantasmi erano più terribili ancora quando il misero era preso dalla paura che cagionavagli il pensiero di essere sepolto prima ch’ei fosse spirato. Gli esempi che si citavano di persone, le quali, per apparenza di morte, erano state portate alla tomba ancora viventi faceano sobbalzare i capelli del ricco Baronetto, e gli metteano la febbre nelle vene, il delirio nella ragione.”.

Ogni notte una tale fissazione lo tormentava alla maniera che accadeva all’Innominato nelle sue ore di rimorsi.
Ed eccoci alla chiave, alla svolta che ci metterà sulla via giusta. La troverete qui, infossata nel suo delirio: “Alcune altre volte egli si addormentava sopra una poltrona; ma non sì tosto avea chiuse le palpebre, sogni terribili se gli affacciavano all’egra fantasia. Gli sembrava di esser tolto di peso dalla poltrona dalle braccia di due nerboruti becchini, i quali il deponevano in una cassa mortuaria a dispetto delle alte strida ch’ei gittava, e gl’inchiodavano sul capo un coverchio di ferro. E mentre quei barbari si accingevano a porlo nella bara, ei vedeva tanta gente nella sua camera, e tra le altre persone distingueva due donne e tre giovani robusti e pieni di vita, che si affrettavano ad aprire gli armadi e i cassettini per impadronirsi del suo oro. Ci era benanche una donna dalle chiome sparse sulle spalle, dagli occhi bellissimi e neri come la notte, la quale rideva… a sganascio, dappresso al cadavere di lui, e mostravagli una larga ferita che si era fatta nel seno, e additavagli un bambino macilente che le giaceva ai piedi. il rumore e le grida di esultanza che risuonavano in quel vasto appartamento soffocavano i gemiti di lui che si dibatteva sotto i pugni de’ becchini.”.
Negli spasmi di un delirio spesso emergono verità nascoste e segretissime che si è riusciti a mascherare nella vita ordinaria: “… mai non ebbe il coraggio di svelare la cagione delle sue sofferenze.”.
Come uscirne?
Chiama il dottor Weiss a cui confida la fissazione che lo tormenta e il dottore fa una annotazione che dimostra quanta bravura ci sia nel Mastriani di insinuare con leggerezza concisa un concetto che pochi riflettono: “Il dottor Weiss aveva attentamente seguito le parole del Baronetto, la cui eloquenza era eccitata dal favorito soggetto della sua orribile fissazione.”. Quando vi è un argomento che ci sta a cuore, per qualsiasi ragione e di qualsivoglia natura, l’esporlo eccita e facilita l’eloquio.
Il lettore, ripercorrendo la sua esperienza di vita, scoprirà che è proprio così. Se anche fosse stato dalla natura avviluppato nel massimo carattere di riservatezza, il trattare con l’interlocutore di un argomento fortemente sentito, toglie freni e ogni sorta di inibizioni alla parola che fluirà come un torrente in piena.
Troviamo, ora, un altro sassolino che ci indica il percorso. Il dottor Weiss è convinto che “bisognava operare sul morale e trovar rimedii nella filosofia e nella religione.”. Quella del Baronetto non è una malattia del corpo ma dell’anima.
Ci vuole, ossia, una buona azione per sconfiggere il male. Essa gli darà la tanto desiderata quiete. Gli rivela il dottore che in quella stessa città di Manheim c’è un giovane e talentuoso pianista italiano che avrebbe bisogno di qualcuno che lo aiuti e lo sostenga. Il lettore indovinerà facilmente chi egli sia, il nostro Daniele che là si è rifugiato fuggendo da Napoli in cerca di fortuna, ossia di quei milioni promessi al duca de Gonzalvo per coronare il suo d’amore. Sarà presso il Baronetto che Daniele riuscirà a trovare i sospirati milioni? Mastriani ci indirizza verso questa soluzione. E lo stesso Daniele ci spera.
Due fili della trama stanno per congiungersi, dunque. Due altri sono ancora distanti e riguardano Lucia ed Emma. Vedremo come essi, a poco a poco, si avvicineranno.
La regia, come si vede, è saldamente nelle mani espertissime di Mastriani, che mantiene desta nel lettore una tesa curiosità. Che è la superba e sapiente magia di ogni narratore.

Ecco un’immagine aggiornata di Daniele quando entra nel salottino, ricolmo di mobilia in oro massiccio, in cui il Baronetto lo riceve. Ha 23 anni: “Daniele era davvero un vago e gentile giovanotto. Un leggero accrescimento di salute congiunto alla situazione in cui trovavasi colorava il suo volto di una tinta di rosa. I viaggi avean data alla sua complessione maggior vigoria e a tutta la sua persona un’aria di più grande distinzione. Questa volta due leggiadre basette coronavano le sue labbra, andandosi a congiungere con un semicerchio di barba che gli circondava il mento; il suo sguardo era animato dalla vivacità della giovinezza, della salute e del genio.”.
Con gioia di Daniele, il Baronetto gli confessa di provare per lui dell’affetto: “Sì, dell’affetto. E pria di tutto vi confesso che trovo nella vostra fisionomia qualche cosa che m’innamora di voi. Non so perché, ma entrando in questo salotto, le vostre sembianze mi han tocco profondamente.”. E quando al dottor Weiss il Baronetto presenta Daniele, il primo esclama: “Ma, è strano! è curioso! è incredibile! Signor Conte, questo giovinotto vi rassomiglia a capello: quegli occhi sono i vostri, quella fronte è la vostra, quel naso è il vostro… Ah! Ah! ci sarebbe da scommettere che il signor de’ Rimini vi è figlio!”.
Non c’è più nascondimento, la strada è spianata e già si pensa al nuovo Heathcliff che si presenterà ricco sfondato a chiedere la mano di Emma.
Ma quando si leggono romanzi di questo tipo, tutti tesi alla sorpresa ed anche a ricavarne un certo piacere ludico, non si può mai gioire in fretta per il trionfo della soluzione trovata. Di pagine da leggere ce ne sono ancora molte e tutto può accadere.
Intanto prendiamo nota che il baronetto (nonché conte) Edmondo redige un testamento con il quale nomina suo erede universale Daniele de’ Rimini, ma pone delle condizioni tutte volte ad assicurarsi che non sarà sepolto vivo: la sua ossessione.
Dunque, il futuro di Daniele è quello di diventare milionario alla morte di Edmondo. Ma quando essa avverrà? Non possono trascorrere troppi anni! Egli si è impegnato a tornare dal padre di Emma entro i due anni convenuti in qualità di milionario e guadagnandosi con ciò l’impegno assunto dal Duca di concedergli la mano della figlia.
Come conciliare, perciò, ricchezza immediata e matrimonio? Un problemuccio che Mastriani ci mette davanti facendoci capire che c’è dell’altro pronto a sorprenderci.
Ci si sposta su Emma che decide di nascosto di andare a conoscere Lucia. Sprona il suo cavallo e non si accorge di avere un pericoloso burrone davanti. La salva Maurizio Barkley, il servitore di Edmondo. il quale, nel darle aiuto, si ferisce. Emma lo soccorre, nonostante che quell’uomo gli sia antipatico. Ma gli è riconoscente e si chiede perché costui si trovasse in quel luogo, non essendo tra gli invitati. Le confesserà Maurizio, mentre la giovane l’assiste: “È vero, Duchessina, voi non mi troverete giammai nel cerchio di coloro che prendono parte ai vostri divertimenti; ma quando un pericolo vi minaccia, quando una sventura sta per colpirvi, siate certa che troverete al vostro fianco Maurizio Barkley.”.
Perché questa affezione? Da che deriva? Da un incarico ricevuto? Da un amore improvviso per la ragazza?
Un’altra pista, dunque, è aperta e il lettore non trova perciò modo di distrarsi, avvinto da una superlativa e seducente regia.
Ma poiché tutti i nodi vengono al pettine, non vi è che da pazientare e proseguire lasciandoci condurre per mano da una prosa che ha nelle parole desuete il suo colore e nella scrittura limpida e inventiva la sua corrente trascinatrice.
Emma incontra Lucia, ne scopre la povera condizione e diviene sua amica. Le pagine sono intrise di romanticismo, ma severamente misurato, dato che avrebbe ben potuto dilagare.
Quando, descrivendoci la buona indole di Maurizio Barkley, lo schiavo che Edmondo aveva restituito alla libertà, da lui però rifiutata, egli ci rivela che il suo padrone aveva preso cura di provvedere ai bisogni di cinque figlioli avuti dai suoi capricci di gioventù, abbiamo la rivelazione attesa: “Questi cinque giovanetti, tra i quali era Daniele, e di cui due eran donne ricevevano la somma mensuale di cinquanta ducati.”.
Il lettore, a questo punto, si domanda: Allora il Baronetto che ha ricevuto in casa Daniele, sa che è suo figlio? Tutto lascerebbe intendere di sì. E invece non lo sa, poiché il Baronetto aveva scoperto il suo figliolo naturale quando Daniele portava il cognome del padre putativo, Fritzheim e non l’attuale de’ Rimini. Dunque dobbiamo attendere il nuovo disvelamento.
Ma non facciamoci prendere dalla fretta, ci fa capire Mastriani, col suo sorriso sornione. Tutto sarà chiarito e spiegato a suo tempo.

Sappia il lettore che a volte, quando si cerca anticipatamente di penetrare un mistero, e vi ci si inoltri con l’uso della ragione, nel momento in cui essa lo sta per penetrare, il disvelamento che si sta maturando, procura una specie di vertigine e di sbandamento. Così è la vita ogni volta che oltrepassiamo con il limite dell’umano il confine dell’ignoto e dell’oscuro.
Si aggiunga quest’altro scoprimento della verità: la donna da cui è nato Daniele altri non è che Juanita, la sorella stuprata e sfortunata, e morta suicida, del duca de Gonzalvo (alla quale dedicherà nel finale un intero capitolo). Se così è, altri due anelli si congiungono: Emma e Daniele sono cugini.
A sapere tutto ciò, al momento, è soltanto una persona, Maurizio Barkley, il quale potrebbe sconvolgere pensieri e sentimenti di molti dei principali personaggi, tutti muoventesi nell’ignoranza più completa su come stanno realmente le cose.
Avrà Daniele la pazienza di attendere la morte del suo benefattore (noi già sappiamo che è suo padre)? Ci siamo già interrogati su questa sua impazienza di diventare milionario entro i due anni promessi al duca de Gonzalvo, ed eccoci al dunque. Questa pazienza non ce l’ha. L’impazienza lo divora e lo spinge a decidere così di uccidere il Baronetto: “Quando una funesta idea si presenta allo spirito umano, le passioni che essa fomenta sono sì scaltritamente inventrici di arzigogoli e di false ragioni ch’egli è estremamente difficile di non rimaner presi nella pania. Daniele combatté con forza l’orribile pensiero che tanto più diventava pericoloso quanto più perdeva del suo orrore: ma ciononostante, ogni volta che pensava ad Emma, ai due anni che sarebbero spirati, all’immensa eredità che lo aspettava, a que’ due stuzzicanti milioni che l’invitavano a fruirne pria del tempo, alla gioia sovrumana di presentarsi così ricco e sì pieno di fastigi al superbo Duca di Gonzalvo ed all’altiera sua figliola; quando Daniele pensava queste cose, il demone del delitto soffiava nell’anima di lui i più nefandi propositi, cancellava ogni buon proponimento, e lo sciagurato giovane era da capo con quella cupa taciturnità che suol precedere l’attuazione di un gran delitto.”.
Ma non vuole farsi vincere da una tale orrida tentazione. Così, per liberarsene, decide di lasciare la casa e di tornare a Napoli dove si sarebbe presentato al Duca mostrandogli una lettera che il Baronetto gli avrebbe scritto dichiarandolo suo unico erede. Non portava, dunque, i milioni, ma una futura eredità. Sarebbe bastato? Daniele pensava di sì.
Ma il Baronetto, con sua delusione, gli rifiuta il favore e a domanda precisa risponde che non può dirgli di più. Allora torna a farsi presente il vecchio proposito del delitto. Il Baronetto sta leggendo un fascicolo contenente le sue memorie e gli parla di una pianta estremamente velenosa, che attecchisce a Giava, dove lui è stato alcuni giorni, l’Upas detta anche l’Albero del veleno: “Una foglia dell’Upas applicata sulla fronte di un uomo gli cagiona istantanea la morte quasi senza ch’egli senta di morire. Essa ha la facoltà di arrestare immediatamente il corso del sangue ed i moti del cuore.
La polvere delle foglie secche dell’UPAS è così terribile che bastano pochi atomi di essa per dar la morte.”.
La concatenazione degli accadimenti, che sembrava allentarsi, presenta invece nuovi e appassionanti nodi.
Daniele, dunque, decide di mettere in atto il suo piano omicida e vi riesce, proprio poche ore dopo che il Baronetto ha appreso, grazie ad una lettera scrittagli da Napoli dal suo fedele Maurizio Barkley, che era lui, il baronetto, il padre del giovane che si preparava a lasciare la casa. L’omicidio avviene nel sonno e Daniele non sa che la sua vittima è suo padre.
Ci si prepara il terreno al momento in cui questo disvelamento accadrà.
La morte viene attribuita ad “un colpo di apoplessia fulminante.”. Dunque, tutto pare correre liscio e Daniele potrà venire in possesso dell’enorme eredità. Non sa ancora, ovviamente, che ha altri quattro tra fratelli e sorelle, che il Baronetto manteneva tramite Maurizio, allo stesso modo che aveva fatto con lui. Costoro sono Federico, Eduardo, Luigia ed Estella.
“Affrettiamoci a dire, che [quando si dà notizia della morte del Baronetto] Daniele simulò in modo ammirabile la sorpresa, il dolore… La sua agitazione, la sua estrema pallidezza, la bieca espressione del suo sguardo ingannarono tutti.”.
Solo il dottor Weiss ebbe dei sospetti, ma desisté da ogni sorta di approfondimento.
Mastriani sta innescando diverse mine destinate a produrre una terribile detonazione. Che cosa accadrà quando Daniele saprà che la sua vittima era suo padre? Si verrà a scoprire che è lui l’assassino? E quando saprà che Emma è sua cugina? E di Lucia che sapremo ancora? La vicinanza e le attenzioni del fedele Maurizio nei confronti di Emma approderanno a qualche sorpresa?
Come vedete, ce n’è abbastanza per non distrarci. È la paziente macinatura del grano che si sta trasformando in farina, ossia in un compiuto romanzo: “Ma Dio aveva già stampato su quella fronte il marchio della riprovazione.”.
Infatti, per le cose che saranno lette nel testamento, nel mentre viene confermato che è lui l’erede universale, altri legati e disposizioni gli faranno sospettare che egli sia un parricida: “Egli tremava di questo orrendo fatto. Intanto il grido ch’egli aveva emesso aveva richiamato intorno a lui l’attenzione universale. Nessuno potea spiegarsi lo stato di agitazione, di turbamento, di estrema sofferenza in cui vedea Daniele e però mille supposizioni si formavano, mille pensieri e mille congetture; ma in nessuno entrò minimamente il sospetto che Daniele si fosse l’assassino del milionario, non offrendo il cadavere alcun segno di morte procurata da esterna violenza, ed avendo i medici rigettata come assurda ed improbabile l’idea di un avvelenamento.”.
Da questo momento il romanzo non lo si può più abbandonare.
Come il lettore ricorderà, Edmondo aveva sempre temuto di essere sepolto vivo ed aveva impartito nel testamento severe istruzioni affinché ciò non accadesse. Il dottor Weiss era stato incaricato di un esame scrupoloso del suo corpo per assicurarsi della morte, e subito dopo di procedere alla imbalsamazione. Il cadavere così sistemato doveva poi essere custodito per ben nove mesi da Daniele, sempre per lo stesso fine d’esser certo che il corpo fosse privo di vita. Solo trascorsi questi nove mesi di vigilanza, egli avrebbe potuto incamerare l’eredità.

Il processo di imbalsamazione è descritto minutamente.
A questo imbalsamato si dovevano tutti i riguardi di una persona viva. Ogni giorno lo si doveva rasare, si dovevano cambiare gli abiti e la biancheria, si doveva al mattino portare il caffè e ancora: “Ogni sera, dopo l’ora del tè, il signor Daniele de’ Rimini suonerà, alla presenza del mio cadavere, un pezzo a pianoforte e canterà un’aria di sua scelta.”. Pensate al tetro spettacolo che ne derivava.
Questo rituale doveva compiersi per ben nove mesi. “E il primo giorno, infatti, dopo l’imbalsamazione, i capelli del Baronetto furono lisciati, scrinati, ammorbiditi co’ finissimi olii e pomate; la sua barba fu pettinata ed allustrata, raccordando i peli disuguali e livellandolì così bene come se il Baronetto avesse dovuto andare a qualche festa di ballo.”; fu condotto nella lussuosa camera verde e “Egli venne adagiato sovra una delle magnifiche seggiole d’avorio a forma di baldacchino.
Era questa sedia interamente coperta da soffici cuscini orientali, a disegni cinesi di color scarlatto. Nappe di fili d’oro scendevano da una specie di tettino della sedia, lavorato ed intagliato con tanta ricercatezza e con tanta minuta fatica che quel tettino era un capolavoro di scultura. I piedi di questa seggiola, non più lunghi di un palmo, rappresentavano quattro piccole pagode con bambocci cinesi nell’interno, figuranti alcuni mandarini che fumavano.”.
Così composto sembrava vivo: “… nulla era che non avesse perfettamente simulata la vita.”.
Nell’adempiere ai suoi doveri nei confronti del cadavere, Daniele trova nel taschino di un abito la lettera con cui Maurizio Barkley rivelava al Baronetto che Daniele Fritzheim e Daniele de’ Rimini erano la stessa persona. Dunque, ora Daniele ne ha la certezza: Edmondo era suo padre e lui è un parricida.
Passare giorni e giorni, secondo gli impegni testamentari, con davanti la vista del padre da lui assassinato provoca in Daniele veri e propri incubi, tanto mai atroci da togliergli il sonno e minare la sua salute.
Viene soprannominato “Il Custode della morte”.
Di quanto accaduto, ossia della morte del Baronetto, viene a sapere Maurizio Barkley, il suo fidato consigliere e protettore, il quale, sospettando di Daniele, lascia Napoli per giungere a Manheim e vendicarlo.
Del resto, nel testamento stava scritto che, in caso di inadempimento da parte di Daniele dei suoi obblighi tassativamente prescritti, al suo posto sarebbe diventato erede universale proprio Maurizio Barkley, il quale però cercava vendetta non per questo, bensì per l’amore e la riconoscenza che doveva al defunto barone.
Lasciamo a questo punto di seguire gli ultimi atti della trama, che scioglieranno gli interrogativi che ancora rimangono sui personaggi che abbiamo imparato a conoscere. Il lettore scoprirà da sé la conclusione, o le conclusioni della storia, non senza avvertire ancora di più la grazia e la malia di questo abilissimo e flemmatico artista. Mai accade, infatti, ch’egli si faccia trascinare dall’impeto della narrazione, sempre sorvegliata e controllata come da un fine incisore.

La cieca di Sorrento

Il romanzo è del 1851, prodotto in volume nel 1852.
L’introduzione di Riccardo Reim ci fa sapere che i romanzi scritti da Mastriani furono ben 114 rispetto ai 107 che qualcun altro dà. Significa che a star dietro a questo prolifico autore ce ne vuole. Ci fa sapere altresì che egli morì “quasi completamente cieco in due modestissime stanzucce a Capodimonte”, e, riportando quanto scrive Giovanni Infusino (nell’articolo sul Mattino del 15 aprile 1981, ‘Il forzato della penna’), “solo, aiutato dalla pietà dei vicini, oltre che dal figlio Filippo che è stato il suo più attento biografo, dimenticato dai pochi amici che aveva avuto e naturalmente da quei giornali e da quelle case editrici che per tanti anni lo avevano sfruttato.”.
Condusse una vita di miseria e scriveva per passione innata ma anche per necessità. Si dovette fare una colletta per i suoi funerali. Fa notare Federigo Verdinois nei suoi “Profili letterari napoletani: “In un altro paese, avendo nient’altro che quella sua vena, egli avrebbe avuto una vena d’oro: sarebbe milionario ed invece riesce appena a sbarcar la giornata.”.
Queste cose ce le racconta la bella introduzione di Reim, che ci fornisce notizie preziose attraverso le proprie fonti. Di Verdinois riporta anche queste righe che descrivono il modo di lavorare di Mastriani: “Fa, per chi abbia vaghezza di saperlo, a questo modo: propone un suo romanzo ad un giornale, ne propone un altro ad un altro. È accettato subito. Si fanno le condizioni, che sono facilissime: tanto al giorno per tanto tempo. Incomincia a scrivere le due prime appendici, due righe alla stamperia, dieci in ‘omnibus’, venti a desinare, e così via: domani vedrà dove è rimasto per ripigliare il filo dell’uno e dell’altro. Non c’è pericolo che si confonda, trova sempre al suo posto i suoi eroi e le sue eroine, li segue, li fa muovere a suo talento, li ammazza, li risuscita, li marita, li seziona, e vi spiega. punto per punto com’hanno fatta l’anima e quanti battiti abbia il loro cuore.”.
Reim ci fa conoscere in una nota la descrizione che ne fa Corrado Alvaro: “Piccolo di statura, calvo, con barba e baffi alla Napoleone III, indossava un vecchio vestito nero e un gilet bianco. Portava in tasca una boccettina d’inchiostro, e dove che fosse scriveva, anche aspettando i signorini, cui dava lezioni di lingua e di grammatica, oltre che d’inglese e di francese, per arrotondare il magro bilancio familiare.”.
Sappiamo che quasi sempre i giornali, vista la crescita delle vendite, gli chiedevano di prolungare la storia, e allora egli era pronto ad inventarsi altri personaggi e altre avventure.
Domenico Rea ci offre un ulteriore ritratto nella presentazione che fece de “La cieca di Sorrento” nell’edizione Bietti del 1973: “Mastriani è nato in mezzo ai poveri, vive fra i poveri, ha sposato una povera signora Concetta, ha avuto quattro figli e ne ha perduti tre, è angariato dalla vita di tutti i giorni”.
Siamo in un povero quartiere di Napoli, il vicolo Chiavettieri al Pendino: “Da un’ora è passata la mezzanotte del 10 novembre 1840.”.
In una stanza un giovane studente di medicina ha davanti a sé, illuminato da un mozzicone di candela, “una testa umana ed il sangue è tuttavia rappreso sulla parte svelta dal tronco!…”; “Egli ha il capo coperto da capelli rossi, ma duri e ricci; il labbro superiore sporge in fuori, carnuto, e tocca quasi la punta di un naso grosso, aquilino: si direbbe che gli irsuti peli dei baffi non trovino luogo per ficcarsi tra quelle due prominenze, e li vedi contorcersi in varie guise e comporsi quasi a forma di istrice: i suoi occhi, non poco inclinati allo strabismo, sono però pieni di vivacità ed estremamente mobili sotto una fronte larga e spianata, in mezzo alla quale una ruga profonda apre un gran solco, come ferita, come la traccia d’una maledizione della quale Iddio l’ha fulminata. Nel complesso delle sembianze di quest’essere umano si legge a prima vista l’odio che egli deve concepire per ogni bellezza e quell’irascibilità di carattere naturale nei deformi; ma, meglio studiando i suoi lineamenti, si rimane colpiti dalla espressione di profonda sagacità di cui sono improntati, e da quella sovente maestà di cui si riveste il volto di quegli uomini che fanno della scienza la consueta loro occupazione.”.
Un giovane e intelligente studioso, dunque, che però ha nel volto i segni di un destino non troppo chiaro, e forse pericoloso: “un aspetto che a prima vista ispirava ripugnanza e avversione.”.
Il giovane si chiama Gaetano Pisani, ha circa 27 anni, ed è calabrese, uno dei tanti emigrati a Napoli, la capitale di quel Regno.
Con sé ha, sistemata in un angolo, la nonna che sta dormendo avvolta da una consunta coperta, “zeppa d’infermità.”. La stanza è povera e umida, “composta di una stanza che ha in fondo un’alcova, ov’è riposto il suo letticciuolo. Triste, oscura, umida e mefitica, questa abitazione come tutte quelle di quei quartieri malsani, non riceve l’aria e la luce che da una finestra dai vetri quasi tutti rotti e crollanti, la quale riesce sopra la piazzetta Zecca dei panni.”.
Un pittore ha già tutto per farne un macabro dipinto.
Gaetano, orfano e senza altri parenti, gode dell’ammirazione dei suoi compagni di studio. Un giorno, assente il professore, si era offerto lui di sezionare nientemeno che il cadavere della sorella Caterina, morta di tisi a 18 anni; ma gli studenti avevano rinunciato all’operazione limitandosi ad ascoltare dalle parole di Gaetano una approfondita lezione sulla terribile malattia, restandone ammirati.
Ė la conferma di una preparazione ed un’intelligenza già avanzate.
Per tirare avanti fa da commesso ad un notaio, Tommaso Basileo, assai avaro che lo tiene a servizio pagandogli una miseria e facendolo lavorare nove ore al giorno. Assente il notaio, un giorno gli si presenta un signore che gli chiede di consegnargli un ‘testamento all’anima’, ossia uno dei quei testamenti in cui si lasciava gran parte del patrimonio alla Chiesa, redatto il 21 agosto 1752. In compenso gli avrebbe offerto cento piastre, una bella somma.
Gaetano, pur sapendo di compiere un illecito, accetta: “Ma, stavolta, ogni ripugnanza era vinta in lui dall’idea di vendicarsi della sordida avarizia del notaio. Dall’altra parte, la sua rassegnazione era ormai stanca. La miseria, costante, implacabile aveva affranta l’anima sua, l’aveva rimpicciolita con l’oppressione di incessanti bisogni.”.
Ma quando trova il documento, in mezzo vi è una lettera che svela un furto ed un delitto commesso con la complicità del notaio, al quale lo scrivente rivela dove ha nascosto la refurtiva di ventimila ducati, di cui la metà lascia al complice e il resto a sé medesimo, o agli eredi, ove fosse stato arrestato e condannato a morte.
Gaetano scopre che la lettera è firmata nientemeno che da Nunzio, suo padre.
Così corre dal notaio e richiede la sua parte, essendo stato il padre impiccato.
Intanto la storia si sposta a qualche anno addietro e in Parigi, dove vivono due personaggi che si annunciano come nuovi protagonisti. Sono degli aristocratici e il loro mondo ruota intorno alla corte di Luigi XVIII: la baronessina, e sempre triste, Albina di Saintanges, e il bello e ricco giovane marchese Paolo Alfonso Rionero, occupato come “aggiunto alla legazione napoletana in quella capitale”. Sono fidanzati.

La cagione della tristezza e ritrosia di Albina risiedeva nel lutto che l’aveva colpita con la morte del suo amato nella battaglia di Waterloo (anche ne “I miserabili” di Hugo quella battaglia fu favorevole per i destini del losco locandiere Thénardier, ricordate?). Da quel giorno Albina non aveva più amato nessun altro: “Enrico Monfort, lo sventurato Enrico, era il mio promesso sposo; noi ci eravamo giurato un eterno amore; e ci amavamo con quella religione del cuore che mette un suggello divino agli affetti delle mortali creature…”. Il lettore avrà conferma, nel finale, della forza di questo amore.
La vena romantica, anche se saputa destreggiare, emerge con vigore e ci si domanda come la vita di queste nobili famiglie possa poi intrecciarsi con la figura repulsiva di Gaetano Pisani.
Due realtà che paiono inconciliabili.
Si torna a Napoli, poiché la baronessa madre e la figlia Albina hanno deciso di raggiungere Paolo, che là era stato inviato per una missione, e in questa città sposarlo: “Il matrimonio fu celebrato con pompa e solennità. La felicità di Rionero riverberava sull’animo di Albina, per modo che nel momento in cui il suo sposo le metteva al dito l’anello nuziale, gioiello del più alto valore e rappresentante due mani intrecciate, un raggio di gioia candida e pura brillava sulla fronte di lei più del diadema di brillanti che le cingeva le tempia. Una lacrima errava nei suoi occhi.”.
Scopriamo una rotondità della scrittura che, latente, in qualche caso signoreggia, come qui: “Nel dì 22 gennaio 1827 la città di Napoli presentava uno spettacolo sublime e curioso, ché un mantello bianco copriva interamente le sue case e le sue circostanti campagne, per essere in tutta quella giornata caduta in copia grandissima la neve, a segno che per moltissimi dì consecutivi non pur sulle altezze dei monti e colli adiacenti, ma sibben sui tetti e sulle terrazze delle case duravano tuttavia saldi e biancheggianti gli strati nevosi. Il freddo però era intenso assai; laonde tutti gli abitanti più agiati della città si rimanevano nelle loro dimore coi piedi distesi in sugli orari degli schioppettanti camini, ovvero chinati sulle ardenti braci accese nel mezzo delle stanze.”.
È l’inizio della descrizione di una nevicata a Napoli di quasi due secoli fa, tutta godibile, all’interno della quale si muovono in modo circospetto due figuri che abbiamo già incontrato di sguscio: il notaio Tommaso Basileo e il padre di Gaetano, Nunzio Pisano, quello che poi fu impiccato. Stanno recandosi a compiere il misfatto di cui si fa cenno nella lettera scoperta da Gaetano.
Vediamo di conoscere anche Nunzio, dato che accenni sul carattere sparagnino e avido di Tommaso ne abbiamo già avuti: “Nunzio Pisani era nato nella Calabria ultraseconda da genitori di dubbia fama nell’esercizio delle loro industrie commerciali. Male allevato, quantunque d’indole non interamente inchinevole al male il giovinetto trovossi ben per tempo invischiato ne’ vizi dell’età sua, ché a mal oprare incitavanlo i compagni. Nato egli era un poco rachitico e gobboso; ma questi vizi corporali erano stati in lui largamente compensati da un ingegno pronto e vivace e da una sottigliezza di spirito portentosa, per la quale ai salotti più graziosi e spontanei prestavasi, e non poche volte sulla propria deformità motteggiava e rideva. Nessun mestiere o arte egli faceva, però, sempre che fatto gli venisse, nelle masserie paterne cacciava le mani, e, provvedutosi di quattrini, iva a starsi a trebbio coi compagni nelle biscazze e n’ rioni. Il giuoco, la bottiglia e le donne diventarono per lui in brevissimo tempo cocenti bisogni, a tale che starne senza non poteva un sol giorno.”.
I due ‘malandrini’ andavano a ispezionare la casa del marchese Paolo Rionero onde mettere a segno un furto di ingente valore. Il notaio aveva, infatti, avuto occasione, nel corso di una visita al marchese di rendersi conto dei tesori che erano custoditi nella villa. In particolar in un cassettino erano conservati i gioielli preziosissimi di Albina, divenuta la moglie del marchese. Paolo e Albina hanno anche avuto una bella bambina, Beatrice.
Ecco che i due fili della trama si sono incontrati.
Il furto avviene l’indomani dell’esplorazione, ma nel compierlo, Nunzio uccide Albina, paratasi davanti al suo coltello che voleva infiggersi nel corpicino di Beatrice, la quale, per il trauma subito, diviene cieca. Paolo, al suo rientro, scopre tutto ciò.
Nel trasferire il lettore a Sorrento, Mastriani ci fa una suggestiva descrizione di quei luoghi e ne approfitta per osannare Torquato Tasso che a Sorrento nacque l’11 marzo 1544: “Sorrento è la patria di Torquato Tasso. A questa ricordanza ti senti inchinato a baciar la polve di quella terra non sì tosto vi poni il piede… Qui vide la luce quel genio tanto sventurato”.
Perché Sorrento? Perché ivi si è trasferita da Napoli la famiglia del marchese ed è qui che ritroviamo la sfortunata Beatrice, divenuta cieca. È assistita da Geltrude e tra le due donne vi è corrispondenza di sentimenti. La tristezza della sfortunata giovane, che in quella città è chiamata “la bella cieca di Sorrento” è attenuata in grazia di tale compagnia: “Vi era tanta dolcezza e tanta bontà nelle cure che ella prestava alla sventurata cieca, che questa, vicino a lei, sentiva men triste la solitudine della cecità.”.

Geltrude la intratteneva con le letture di romanzi e Mastriani ne approfitta per dirci che Geltrude stava leggendo a Beatrice “I promessi sposi”, e lo appella quale “famoso romanzo” per tramandarci la notorietà che esso acquistò presso il pubblico sin dal momento della sua uscita (la stesura definitiva avvenne tra il 1840 e il 1842, circa 9 anni prima di quest’opera). Dobbiamo considerare, perciò, la citazione quale omaggio al grande scrittore lombardo.
Il padre, il marchese Paolo Rionero non ha mai smesso di sperare nella guarigione della figlia e nel corso dei 17 anni trascorsi l’ha sottoposta a varie visite di specialisti: “Iddio non può permettere che quella esecrabile notte pesi eternamente sulle tue pupille.”.
Noi intuiamo che si apre per Beatrice una speranza. Il padre l’avverte che il fidanzato Amedeo (“Ma era poi vero l’amore di Amedeo?”) è venuto a trovarla. Tra gli arrivati un medico inglese di gran fama, specialista degli occhi, Oliviero Blackman.
Mastriani marca i segni di un percorso speciale che porterà dalla tristezza alla felicità, e, dopo l’avvio tragico della storia, egli vi getta una luce trascendente.
L’autore si rivela un cocciuto credente della superiorità del bene sul male, ed anche quando quest’ultimo è protervo e accanito, è destinato a soccombere.
Fate attenzione alla descrizione di questo medico famoso: “Era questi un singolar personaggio. Era tenuto in concetto di uomo ricchissimo, mentre, dalle sue vesti si dimostrava tutt’altro che agiata persona; di fattezze sconce e deformi, niente altro traspariva dal suo volto che superbia e cinismo. Di leggieri si notava nelle ampie rughe della sua fronte una straordinaria potenza di intelletto, e nell’arco delle sue spalle l’antica consuetudine di studi severi e penosi; ma l’egoismo o per meglio dire, un invincibile disprezzo degli uomini era espresso nel suo sguardo reso più selvaggio da una deviazione della pupilla. Pareva che molto addentro sentisse la superiorità che gli dava la sua scienza; parco di parole a segno che restava qualche volta le ore intere in compagnia di altra gente, senza far udire il suono della sua voce”.
Bravo Mastriani. Chi ci fa venire in mente? Sì proprio lui, che avevamo dimenticato, Gaetano Pisani, tanto è forte la rassomiglianza.
Era finito dunque in Inghilterra? Era diventato ricco? Oppure simulava?
Ce n’è abbastanza per farci sorgere molte domande.
Intanto ci fa sapere che Amedeo, il cavaliere Amedeo, fidanzato di Beatrice, ha in antipatia il medico, “e trovava insopportabili quelle sue maniere goffe e selvaggie.”, “… né sapeva persuadersi che la scienza ita si fosse ad annidare propriamente in quel capo bitorzoluto e scemo di ogni regola naturale.”.
Nel sentire la voce del medico nelle ossa della fanciulla scorre un brivido “ed un’ombra di confusa e tristissima ricordanza le passò pel cervello.”.
Ricordiamoci che fu Nunzio, il padre di Giacomo, a causarle la cecità, uccidendo sua madre Albina.
Gaetano nella voce ricordava quella del padre? Era la voce del padre di Gaetano che ritornava alla memoria di Beatrice?
Ci vuole una mano abile per seminare un terreno che dovrà dare frutti copiosi, ossia soddisfare il lettore. Mastriani si mostra un seminatore che sa ben distribuire i semi raccolti dalla bisaccia.
Mastriani insiste e ce ne dà motivo: “Blackman si abbandonò a profonda meditazione. Era l’arte medica quella che ne formava esclusivamente l’oggetto? Non potremmo dirlo, poiché confessiamo di non aver ancora scandagliata l’anima di lui nelle sue latebre, ma è certo che per la sua mente egli non ravvolgeva soltanto gli aforismi di Ippocrate e di Galeno, e questo si argomentava dal perché alzatosi poco stante, sprolungava grandi passi nella camera, e mormorava poco intelligibili parole: sembrava agitato.”.
Ed agitato lo era davvero, perché si è innamorato della povera cieca e sa che non potrà averla a causa della sua bruttezza e della sua deformità. Si tormenta guardandosi allo specchio: “Orrore! Orrore! Orrore!… deforme, deforme come Gloucester; come Quasimodo; come Triboulet!”. Rivolgendosi a Dio, esclama: “Tu hai voluto che io m’innamorassi d’una cieca!…”; “Chi mai, senza fremer di sdegno, potrebbe vedere in me il marito di quell’angiolo?”; “Mai… mai… non sentirò il bacio d’una donna stamparsi su queste mie labbra di demone? Oh!… che mi val tutto l’oro che hommi acquistato, se con esso non potrò comprarmi un raggio d’amore? Che mi val la potenza che ho di torre alla morte migliaia di esistenze, se neppur una di queste potrò far mia?”.
Ed ecco che il sentimento di compassione provato per Beatrice si trasferisce nel lettore su Oliviero, e ce lo fa vedere come un uomo tormentato e buono da meritare la nostra pietà, allo stesso modo dei personaggi citati da Mastriani, tra cui primeggia quello creato da Victor Hugo, Quasimodo.
Ci si rende conto che la cattiveria e il disprezzo dipinti sul volto di Oliviero sono soltanto apparenti, e quale conseguenza della sua bruttezza fisica.
Mastriani ci sta preparando ad un’altra operazione, che è la conversione d’un’apparenza in una verità di segno contrario. Un cammino, perciò, non facile, come vedremo.
Oliviero sa di poterla guarire, ma è indeciso, poiché, riacquistata la vista, Beatrice scoprirebbe le sue deformità, e lo disdegnerebbe. Non sa, invece, e qui Mastriani ci scioglie un altro degli interrogativi, che quella fanciulla è cieca a causa di suo padre. Il lettore aveva indovinato, dunque. Oliviero altri non è che Gaetano Pisani.
Che cosa era successo in quest’intervallo di tempo?
Conosceremo anche tali accadimenti.
Ma intanto, la curiosità maggiore verso la quale ci ha indirizzato Mastriani è quella che riguarda la guarigione di Beatrice. Oliviero vorrà restituirle la vista? L’amore che si sta generando in lui si indirizzerà verso la strada dell’egoismo o verso quella della bontà per amore?

Ma ora leggiamo uno dei passi che fanno preziosa la scrittura di Mastriani. Eccolo. Siamo nel momento in cui, tornando indietro nel tempo, Gaetano s’era impossessato presso il notaio Tommaso Basileo del cofanetto pieno di gioielli rubato da suo padre. Egli, rientrando a casa dove l’aspettava la nonna (madre di Nunzio), la trova in uno stato di sonno, per la lunga attesa del nipote: “Eppure, con gli occhi chiusi in quello stato di cascaggine, ella digrumava tuttavia le sue preci, se non che questa volta il capo era di troppo e non faceva che abbassarsi frequentemente.”.
Mastriani, seppur gli si è imputato di scrivere dei feuilleton, non è certo uno scrittore della domenica.
Gaetano, impossessatosi del prezioso cofanetto, se ne va a Londra per fuggire le ricerche da parte del notaio Basileo, e quivi si costruisce la sua fama di medico degli occhi, facendo esperienza anche coi viaggi in Europa, tra cui l’Italia. Era suo convincimento che “la vista, quando una volta si è goduta, puossi riacquistare…”.
Come abbiam visto, giunge a Napoli, e tutto immaginava, fuorché di innamorarsi di una cieca, Beatrice. Le sue notti sono insonni. Sa di essere brutto e deforme. Dare la vista a Beatrice, significherebbe perderla per sempre. Sa come liberarsi del suo fidanzato, che conosce bene e di cui promette a Beatrice di svelare il pessimo carattere. Amedeo non lo ha riconosciuto, ma Oliviero sa tutto di lui. Non è dunque un problema togliere il suo incomodo. Il problema è invece ottenere il consenso non solo della bella Beatrice, ma anche del padre di lei.
Come risolvere l’intrigo? Va dal padre e lo rassicura che potrà restituire la vista alla figlia, ma a una condizione, che il marchese gliela dia in sposa.
Ascoltata la figlia, il marchese acconsente.
Restiamo in attesa di due avvenimenti già praticamente annunciati: chi sia in realtà questo infido Amedeo e che cosa accadrà quando si scoprirà che il promesso sposo, Oliviero Blackman, è in realtà Gaetano, il figlio dell’assassino della madre di Beatrice, Albina?
La sua bruttezza passa, a questo punto, rapidamente in secondo piano: “Beatrice non sapeva spiegarsi perché dicevano essere brutto quell’uomo. La bruttezza fisica, scongiunta dalla malvagità e accoppiata a nobili sentimenti, non aveva posto assegnato nel mondo ideale di Beatrice.”.
Si arriverà alle nozze? Recupererà la vista Beatrice?
Il lettore si domanda se ci si trovi in presenza di un delitto che andrà a pesare sui destini di un figlio. Pare questa la forza motrice, da cui poi l’autore prende mano a costruire i contorni e gli anelli di una catena.
Riguardo ad Amedeo (Santoni) sappiamo presto che è un ambizioso e vuole profittare, sposando Beatrice, delle importanti conoscenze nella nobiltà e nella politica del marchese, da cui si attende entrature di prestigio: “Veder la cieca e tosto concepire l’ardito disegno di divenir genero del favorito diplomatico fu la faccenda di un istante. E non riposò finché non ebbe strappata al marchese una promessa di matrimonio. Dissimulazione, ipocrisia, astuzie, tutto fu posto in opera per sedurre l’animo del padre di Beatrice”.
La conoscenza che Gaetano aveva di Amedeo Santoni risale al tempo in cui il primo serviva presso il notaio Tommaso Basileo e il secondo gli si presentò per corromperlo affinché gli consegnasse quel famoso testamento all’anima, che gli avrebbe consentito di appropriarsi di un feudo in Sicilia, che sarebbe altrimenti andato alla Chiesa. Un ladro di testamenti, un furfante, dunque. In questo modo, con questo ricatto a quattr’occhi, sembrò a Gaetano-Oliviero di aver messo Amedeo fuori da ogni pretesa su Beatrice, ma non sarà così. Questi organizza un attentato alla vita di Gaetano-Oliviero, che viene ferito con due pugnalate alle spalle, ma non mortalmente e riesce infine a liberarsi.
Il libro si sta rivelando anche un ottimo noir, forse tra i primi in Italia.
Esso attesta anche, se ce ne fosse ancora bisogno, della fede religiosa di Mastriani, la quale quasi sempre interviene a commentare le cattive azioni: “Chiunque spinge il suo intelletto alla ricerca dell’ignoto senza la face della Fede, attenta alla Legge della Provvidenza, ed è misero per l’effetto del caos delle proprie idee e dei propri errori. La Fede sussidia la Ragione e la guida nel campo dell’infinito.
Gli avvenimenti umani sono tutti concatenati da una mano invisibile, che regge l’universo morale siccome il materiale. La giustizia degli uomini non è che emanazione di quella di Dio.”.

Abbiamo già veduto ne “Il mio cadavere” che la paura di essere sepolti vivi è uno dei motivi che compaiono nelle trame del Mastriani. Scriverà addirittura un romanzo dal titolo “La sepolta viva” (1896).
Anche nel presente ne fa cenno quando ci parla del notaio Basileo ammalato il quale, allorché il suo nuovo commesso Domenico, assunto al posto del fuggitivo Gaetano, dopo avergli fatto visita, si chiude dietro a sé la porta della stanza, questa “risuonò cupamente alle orecchie dell’avaro, come il marmo della tomba che si chiude sul capo di un sepolto vivo.”.
Tali accenni, che sembrano quasi incidentali, sono in realtà voluti, per il clima di terrore che deve sempre aleggiare sul romanzo. Anche quando il sicario riferisce al cavaliere Amedeo che la trappola per uccidere Gaetano è riuscita ed egli deve darlo per morto. Non sa, invece, che Gaetano ne è uscito vivo. Il cavaliere lo invita a tener segreto il misfatto e il briccone risponde: “Che dice mai l’Eccellenza Vostra! Le par mo’ che noi andiamo buccinando i fatti nostri a dritta e a manca per andare a far sulle forche la figura del grappolo d’uva! Dormi a quattro cuscini, Eccellenza, e non pensi a niente, tranne a guardarsi la salute e a divertirsi. Le bacio le mani.”.
Naturalmente l’insicurezza che vi era sulla morte di Gaetano rende la vita complicata al cavaliere, che va spiando ad ogni occasione qualche notizia al riguardo. Chi lo teneva per morto, chi raccontava che la vittima, invece, avesse ucciso i suoi assalitori. Il dubbio resta, ma non per molto. Poiché presto giunge, terribile, la vendetta di Gaetano, che condannerà Amedeo alla cecità perpetua.
Dunque, cieco come Beatrice, ma quest’ultima ha una speranza datagli da Gaetano, che mancherà all’altro.
Che significa tutto ciò? Gaetano si accinge a donare la vista alla sua amata, e nello stesso tempo procura la cecità all’uomo che disprezza? La sua anima è contorta e deforme come il suo corpo? Sì, poiché l’amore non è ancora stato sufficiente a redimerlo.
Resta, comunque, la possibilità di una redenzione?
Mastriani con il succedersi dei fatti, ci pone implicitamente continui interrogativi sulla corrispondenza tra anima e corpo e sulle virtù della Fede, come per adempiere ad una missione escatologica affidata alla sua arte.
Egli non scrive tanto per diletto quanto per un fine di carattere morale e religioso.
Arriviamo al giorno stabilito per l’operazione agli occhi di Beatrice: “È indicibile la commozione onde Gaetano vide spuntare il giorno dal quale dipendeva l’intera sua vita. Se un gran batticuore accompagnava quasi sempre le sue operazioni su persone indifferenti, si figuri chi può con che palpiti si accingeva questa volta a porre la sua mano sulla fronte di quella fanciulla a lui tanto cara! Solamente gli artisti che si accingono a correggere il difetto in un capolavoro possono comprendere quanto sian terribili per commozione quegli istanti, in cui la mano deve portarsi su bella fattura. Allorché Michelangelo si apprestò a ritoccare un lavoro di Raffaello, la sua mano tremava; il vecchio suo cuore batteva con balzi violenti, e l’anima sua era tutta nel pennello che doveva passare sugli affreschi dell’urbinate.”.
Ancora una volta si segnala la bellezza di un brano che vieppiù ci conferma nel convincimento di uno scrittore assai dotato e sensibile.
In questo caso, inoltre, egli sa creare con perfezione le atmosfere di attesa e di speranza. Il lettore lo scoprirà quando vi si troverà di fronte e resterà, pure lui, col fiato sospeso: “Il volto del marchese era tutto coperto di lagrime; ei non poté rispondere che abbracciando Gaetano. Gettò un altro lunghissimo e tenero sguardo sulla figliuola… e si ritrasse.
Gaetano rimase solo con Beatrice…”.
L’operazione riesce e siamo in attesa di scoprire la reazione di Beatrice quando tornerà a vedere di nuovo ed anche la sua reazione allorché il suo sguardo cadrà sulla bruttezza e le deformità di chi l’ha guarita, al quale ha promesso amore. Sarà possibile mantenere la promessa? Che altro ancora dovrà accadere?: “Il marchese, convulso di gioia, abbracciò con trasporto Gaetano, e lo tenne lungamente stretto nelle sue braccia, chiamandolo figlio e piangendo a calde lagrime.”.
Allorché Beatrice vede Gaetano, che lei conosce solo col nome di Oliviero Blackman, la sua reazione è composta, e ciò forse per il fatto di essere stata avvertita, ma nei giorni seguenti, pur colmi delle meraviglie che andava scoprendo, una certa malinconia le avvolse l’anima: “La deformità di Gaetano aveva fatto dapprima una strana impressione sull’anima di Beatrice, la quale non sapeva persuadersi esser quell’uomo di così sconce fattezze, il Blackman che le aveva donato il supremo dei sensi. Ella lo guardava con dolore; avrebbe data la sua vita perché colui non fosse stato deforme; la pietà vestiva talvolta in lei l’aspetto di amore, così che le sembrava di non poter non amare quell’uomo, al quale la natura, dando un’anima nobile ed elevata, aveva negata la regolarità delle forme esterne. Beatrice giurò nel proprio cuore di amarlo; perché ella comprendeva tutta l’altezza della gratitudine. Beatrice sublimava se medesima al pensiero di circondare quel povero uomo con tutta l’espansione di un cuore vergine di affetti. Quanto più la natura aveva condannato il Blackman alla separazione e all’abbandono in cui lo metteva la sua deformità, tanto più la fanciulla sentiva il dovere di compensarlo col sacrificio del proprio cuore.”.
E Gaetano, intanto? Gli mancava il coraggio di richiedere alla giovane il mantenimento della promessa: “Due mesi erano passati, dacché ella godeva la vista del creato e Gaetano non aveva richiesto ancora l’adempimento del solenne patto conchiuso col marchese. Nonostante l’ardenza della sua passione, Gaetano aspettava in silenzio che una parola fosse uscita dal labbro della fanciulla riguardo ai loro sponsali. Ogni volta che si trovavan soli, Gaetano, pallido e tremante, pareva aspettasse da lei il suo destino, e mentre l’anima sua era brace ardentissima, il suo corpo era gelo.”.
L’attenzione è ora concentrata su questo punto; tutte le linee della narrazione convergono qui: si realizzerà questo matrimonio? Potrà Beatrice amare un uomo deforme? Scoprirà mai che egli è il figlio dell’assassino di sua madre? Quest’ultimo punto, lo avvertiamo, è il più atteso e dirimente.
Mastriani ormai ci ha irretito con la scaltrezza della sua regia.
Il lettore è acceso di ansiosa curiosità.

Leggete questa descrizione, di mano lieve e delicata, d’una sera in cui Beatrice e Gaetano si ritrovano soli nel giardino della villetta: “La campana della parrocchia suonava a tocchi lentissimi l’ultima salve del giorno e raccoglievasi quindi scura scura nel suo campanile, come il monaco nel suo cappuccio… Il giorno che si moria non avea altra apoteosi che il gemito di quel bronzo.”.
Per non dire delle tante parole desuete o di nuovo conio create lì per lì dall’artista. A questo punto del romanzo il lettore ne avrà annotate molte, come abbiamo fatto notare più in dettaglio scrivendo de “I misteri di Napoli”. È una delle peculiarità di Mastriani che incontreremo in tutte le sue opere.
Gaetano non aveva pensato che per sposarsi avrebbe dovuto fornire anche le generalità dei suoi genitori; se ne rese conto quando il sacerdote glielo chiese in preparazione delle nozze. Decise di mentire, pur provandone vergogna: “Il nome di Gaetano Pisani più non esisteva nel mondo; a che resuscitarlo? A che far rigermogliare un casato macchiato d’infamia e di sangue? Pisani più non esisteva-Questo nome aborrito si estinse sotto la scure del carnefice il 9 ottobre 1828.”.
Si restringe a questa menzogna il nodo del romanzo. Siamo forse vicini ad una qualche mannaia che calerà sul capo del nostro protagonista?
Gaetano sarà oppresso e sconfitto dal male che ha sempre portato in sé?: “Beatrice, vestita tutta di bianco, pallida, e cogli occhi velati di lacrime, non sembrava già una vergine che si appresta a nozze, ma sibbene una vittima che si accinge volontaria al sacrificio.”.
È evidente da ciò che qualcos’altro attende il lettore, il quale nondimeno se l’aspetta. Per esempio, riuscirà quel matrimonio? Oppure, quell’Amedeo divenuto cieco dov’è finito? Prenderà la sua vendetta, lui che sa i segreti di Gaetano?
Tutti restiamo in attesa (nel finale avremo qualche sorpresa), ma Mastriani si prende gioco di noi e sapete che cosa si inventa? Un anello farà scoprire l’inganno: l’anello nuziale che Gaetano ha offerto a Beatrice quando il sacerdote li ha uniti in matrimonio, tra il tripudio dei presenti: “Al dito di Beatrice il marchese aveva veduto l’anello nuziale da lui passato, nel dì delle nozze, alla infelice sua moglie Albina di Saintanges. Era l’anello rappresentante due mani intrecciate, nel cui mezzo era un brillante di gran valore.”.
Dispiace, ma qui è d’obbligo fermarsi per non esaurire la curiosità del lettore, che dovrà permanere sino alla fine (quale sarà, ad esempio, la sorte di Beatrice?). Ci limiteremo solo a scrivere che inizierà un cammino di redenzione, che non toccherà solo Gaetano (ricordatevi del cavaliere Amedeo, ridotto alla cecità), ed esso, con marcate tonalità romantiche, ristabilirà il trionfo del bene sul male, che è uno degli obiettivi costanti e primari (“Nobil trionfo della religione!”) di questo autore.

La sepolta viva

Il romanzo è del 1877.
Siamo nel marzo del 1861.
La seguente frase che troviamo all’inizio non mi piace e la segnalo per indicare alcuni scivoloni in cui talvolta cade il Mastriani, giustificabili con la fretta con cui manda avanti il suo lavoro per necessità economiche. Nello scrivere del suo “La cieca di Sorrento”, se n’è già parlato. Questa è la frase incriminata, che avrebbe dovuto essere meglio costruita per toglierle la patina di un dilettantesco romanticismo: “Nessuna nube velava la malinconica luce dell’antica lampada sospesa da Dio nel mezzo della gemmata galleria del cielo.”. Ma, come abbiamo visto scrivendo dei precedenti romanzi, Mastriani ha di meglio da offrirci e i suoi meriti superano di gran lunga alcune sue distratte manchevolezze.
Il romanzo è condotto in prima persona e chi racconta era in quell’anno 1861 un caporale dell’esercito. Ci fa sapere, in sovrappiù, d’essere di natura nervosa e che “Tra un uomo nervoso e un matto non vi è altra differenza che il primo non sta chiuso in manicomio.”.
Una sera incontra quello che crede il fantasma di una donna: “Per me non vi era dubbio che una tomba si era aperta per metter fuori quell’abitatrice degli eterni dormitorii.”.
La fanciulla, dopo aver camminato con lui per qualche tratto, senza mai rispondere alle sue domande (si saprà che era muta), si mette improvvisamente a correre e si rifugia in un “vecchio palazzo dagli ampi balconi.”; “Prima che la misera fosse giunta a toccare l’ultimo di quei gradini, un uomo e una donna, che a me parve stessero fermati presso lo sportello del portone, si lanciarono su di lei, e ghermitala pei capelli, la trascinarono dentro, chiudendosi subito alle spalle lo sportello.”. Sapremo poi che l’uomo e la donna sono suoi fratellastri.
A questo punto, ci viene narrata la storia della fanciulla, che il narratore, il quale è lo stesso Mastriani, apprende da “una vecchierella che abitava in un ‘basso’ di fronte al portone e che mi sembrò un’annosa abitatrice di quel rione.”. Si tratta di Mariantonia che ritroveremo nel finale.
Nel palazzo vive una famiglia che l’autore si limita a nominare con la lettera K, “composta d’un vecchio vedovo ottuagenario confinato in una poltrona da numerosi acciacchi e di quattro suoi figli avuti da una prima moglie, un maschio e tre femmine, i quali erano già tutti in età avanzata.”.
Anche l’anziana donna aveva vista quella fanciulla l’anno prima, l’8 settembre del 1860, festa della Madonna di Piedigrotta, e Teresa, una delle figlie dell’ottuagenario, di nome Epifanio, le aveva svelato che “quell’apparizione non era stato altro che l’anima della buona e devota Filomena, morta per l’appunto la sera dell’8 settembre, due anni fa.”.
L’autore ha innestato la marcia della nostra curiosità. È o non è un fantasma? Si tratta di Filomena o di un’altra?
Si sa, al momento, che di lì a poco la famiglia K si trasferisce altrove e la vecchierella non sa dire al nostro protagonista il nuovo indirizzo, che le è sconosciuto.
Dunque?: “Io avevo perduto ogni traccia della strana fanciulla.”.
Faccio notare che la lettura di questo romanzo è interessante poiché ci permette un confronto con l’omonimo lavoro scritto nel 1896 da Carolina Invernizio, l’altra autrice di cui ci occuperemo in questa limitata rassegna che riguarda i due maggiori interpreti della letteratura gotica in Italia.
Il protagonista narrante, ossia Mastriani, viene a sapere l’anno successivo “che una giovinetta di civile famiglia era stata trasportata come morta al camposanto di Poggioreale, e che era stata esposta nella sala di osservazione per alcuni segni che avesse dati di non essere veramente morta come si credeva. La mattina appresso, i monaci addetti allora al servizio del nostro cimitero entrarono nella sala di osservazione col custode del luogo, e non trovarono più la morta al suo posto.”.
Scopre che il suo nome è Eva K., ed ha 20 anni.
Ci si domanda: Ci troviamo di fronte ad un caso di morte apparente o di un fantasma?
Una sconosciuta, Matilde, ci dà una mano. Si presenta in casa di Mastriani e gli mostra una lettera, ancora rimasta segreta; trovata in casa di un suicida, Isidoro Baldini, abitante vicino al palazzo della famiglia K. Nella lettera sta scritto: “Uccisi l’anima della mia Eva, ed oggi uccido il mio corpo!”. Il suicidio dello scrivente era avvenuto un anno dopo, il 24 settembre 1862. Sul suicidio in genere, Mastriani farà dire a uno dei suoi personaggi, verso la fine del romanzo: “Il suicidio, secondo me, non è un atto di follia, ma è un delitto capitalissimo quando uno lascia dietro di sé un dolore inconsolabile.”.
Non ci sono più dubbi, dunque? Quell’Eva è la stessa fanciulla apparsa all’autore?
E che cosa significa: “Uccisi l’anima della mia Eva”? Che non è stata uccisa nel corpo, ma solo con la mortificazione dello spirito? Solo così si potrebbe spiegare la diceria secondo la quale la giovane era scomparsa dalla camera mortuaria in cui era stata trattenuta in osservazione. Dunque, non morta nel corpo.

Ma il nodo non è ancora sciolto.
Ci aiuta Padre A., il superiore dei cappuccini, presente il giorno dell’inumazione della salma di Eva: “Prima di chiudere per sempre nelle viscere della terra quel caro visino di fanciulla, di cui ogni traccia si sarebbe perduta per sempre, io volli contemplare per l’ultima volta quel giglio reciso innanzi tempo.
Avvicinai al volto della morta il mio lanternino e… Altissimo Dio!… gli occhi di quella fanciulla si aprirono in tutta la loro larghezza.”.
Poiché gli occhi tornano a chiudersi, la salma viene posta in osservazione, e già sappiamo che, quando andranno a controllare, la fanciulla è sparita.
L’io narrante ne fa un caso personale e si mette a cercarla.
Si sa, intanto, che Eva, rimasta incinta (di ciò, però, i familiari non sapevano), era stata sottoposta ai più terribili maltrattamenti dalla famiglia, e a causa di tante cotali torture aveva perduto il figlio e perduta anche la parola. Era dunque muta.
Qualche anno dopo, l’autore si trova a Capri per scrivere un libro sull’imperatore Tiberio, che di Capri aveva fatta la sua abituale dimora. Fino ad allora le sue ricerche erano state vane, e era quasi per rinunciare alla ricerca. Segnaliamo una osservazione che ci è piaciuta. Nella traversata da Napoli a Capri, che occupò nove ore dato che, non essendoci vento, la barca a vela fu spinta dai soli remi dei due marinai, si era messo a leggere un libro che, dopo una ventina di pagine, getta in mare. Il motivo?: “Quel libro aveva il più grave difetto che possa avere un libro: era noioso.” Lo tenga a mente, perciò, quel lettore che, sollecitato dalla bravura del Mastriani, si desse alla scrittura. Cadere nella noia, si ha soprattutto quando si vuole scrivere e non si hanno le idee necessarie.
Nell’albergo dove si ferma per i suoi studi, dà una scorsa al registro dei clienti e trova un nome che lo incuriosisce, Ceniza, che in italiano significa Cenere (il romanzo uscì, con il titolo “Cenere o la sepolta viva”. Più avanti troveremo anche un accenno alla celebre Cenerentola). Un nome o un soprannome che gli desta curiosità, avendo a che fare con la morte.
Si tratta di una bella donna, accompagnata da un signore che gli dicono essere molto ricco. Quando la vede è preso da meraviglia; quella donna è la sua Eva, la fanciulla che gli era apparsa in quel lontano marzo del 1861. Coglie con ciò l’occasione per fare una confidenza al lettore: “La prima cosa che guardo nella donna sono le mani; quindi avrei dovuto cominciare da queste.
Difatti, lasciatemi vedere la mano di una donna ed io vi dirò che donna è.
Nella mano della donna è il suo cuore.
L’occhio della donna è la tentazione; ma la mano è il peccato.
Nell’occhio della donna può essere l’angelo, ma nella mano è sempre il demonio.”.
La lettura di questo romanzo ci fa capire anche che l’autore ha una particolare sensibilità per la donna, che arricchisce di ogni umore: “Così sono fatte queste care costolette dell’uomo.
Prendete una libbra di vanità, mezza libbra di curiosità, quattro o cinque once di gelosia, un pizzico di furberia, sei grammi di simulazione, e una buona dose di amore più o meno lambiccato; ed avrete chimicamente analizzata la donna. Con tutto ciò, essa è sempre la più bella delle cose create.”.
A quell’incontro, si aggiunge un forte indizio. Allorché la donna lo guarda: “Io non so che impressione le dovetti fare perché ella mutò in un attimo colore, e la rosea tinta che l’animava sparì del tutto. Si fece bianca come il tovagliolo che teneva in mano in quel momento.
Durante tutto il resto del desinare, i suoi occhi furono sempre inchiodati su di me.”.
Ceniza, contrariamente alla donna di quell’incontro lontano, non è però muta, tanto è vero che lo prega di incontrarla l’indomani mattina per un colloquio, che l’autore accetta con somma gioia.
Nella notte non riesce a dormire e pensa a lei, che ha tutta un’aria spagnolesca, e gli sovviene che anni prima aveva conosciuto una prostituta spagnola che le rassomigliava (e anche su questo scoprirete nel finale la consonanza).
Forse, dunque, non è Eva, che è muta, mentre Ceniza ha il dono della parola?
Viene in mente il celebre film di Alfred Hitchock, “Vertigo. La donna che visse due volte”, del 1958, con una straordinaria Kim Novak: “Dormii un’oretta, e sognai Eva, Ceniza, la spagnola dell’ufficio sanitario; e questa strana triade si confondeva nella mia mente in una sola persona.”.
Ceniza gli si rivela: è proprio lei, Eva, e gli confida che a lui, all’incontro di quella notte, deve la vita: “Il vostro volto mi restò così saldamente impresso nell’animo, che io vi avrei riconosciuto anche se fossero trascorsi cinquant’anni. A voi debbo la vita.”.
Ce ne sarebbero di domande da fare a questo punto!
Ma ci pensa la donna a spianarci la strada, la quale si meraviglia che l’autore sappia così tante cose di lei. Ma non le altre che qui importano e che si accinge a raccontare (ricordiamo che siamo a Capri e il racconto è narrato su quella bella isola), dopo aver presentato a Mastriani il suo compagno, Giorgio Parral y Prado, un ricco costaricano.
Il quale, il 21 dicembre 1862, viene attratto da un quadro raffigurante una fanciulla. Lo acquista e si mette in testa di cercare il soggetto del ritratto, verso il quale prova un forte sentimento di attrazione.
Una sera, il 7 febbraio 1863 avviene l’incontro. A narrarlo è Eva-Ceniza.
Questo incontro, però, abilmente il Mastriani ce lo fa sospirare, mettendolo in attesa e offrendoci, nell’intervallo, altre notizie minori. È una tecnica cara al noir, e già abbiamo espresso le qualità di questo scrittore dimostrate pel genere. Così termina la breve sospensione: “Passo rapidamente sui nostri discorsi poco importanti, poiché mi immagino che i miei lettori siano impazienti di ascoltare la storia di Ceniza, come lo ero anch’io.”.
Nata nel 1842, subisce continuamente, sotto gli occhi impotenti e disperati della mamma Elisa, la violenza delle sorellastre (Teresa, Alfonsina e Giuditta, tanto più avanti negli anni rispetto a Eva – la quale ne farà efficaci e crudeli ritratti) e del fratellastro (Federico, un carattere violento), avuti dal padre Epifanio col primo matrimonio con Giuliana: “Ricordo che io aveva sempre paura di tutto e di tutti, tranne della mamma. Erano così frequenti in quella casa le scene di violenza, ch’io tremavo ad ogni voce che si alzava, ad ogni rumore che si faceva, ad ogni passo concitato che udivo alle spalle; sicché le febbri, che assai spesso mi mettevano il freddo nelle ossa e l’arsura del petto, erano la conseguenza di quelle perpetue paure che investivano la povera anima mia.”.

L’autore dedicherà a queste violenze domestiche varie pagine, talché il lettore ne uscirà con una desolata compassione verso la povera Eva: “Per parecchi giorni io non uscii dalla stanza dei miei genitori entrambi ammalati, il babbo per il malore che per poco non lo aveva ucciso e la mamma per le crudeli battiture che l’avevano tutta pesta e malconcia.”.
Il lettore troverà incisive le descrizioni delle cattive sorelle, brutte nel corpo come nell’anima, che inducono Mastriani a questa pietosa considerazione: “La donna è nata per amare; e, quando a questo destino essa viene sottratta o di per sé si sottrae, la natura si vendica gettando una prematura vecchiaia là dove il sangue ribollirebbe per fresca stagione di vita. La donna a cui è interdetto l’amore per colpa di matrigna natura, per tirannia domestica, o per volontario suicidio del cuore, è pianta che si dissecca ben presto e che più non dà fiori se non di sepolcro. Levate l’amore dal cuore della donna, e di quella rosa divina non restano che le spine.”.
Il ritratto della famiglia continua con la descrizione delle figure del padre Epifanio e delle sue due mogli, Giuliana e Elisa.
Sappiamo che Epifanio era un uomo istruito e di fiducia presso la corte di Gioacchino Murat, nuovo re di Napoli: “che lo ebbe a cuore per la sua grande onestà e perché parlava e scriveva correttamente oltre all’italiano e al francese, il tedesco e l’inglese.”.
Sposa Giuliana, “ch’era stata sua cameriera.”, la quale si rileva una despota: “Poco buona massaia, se non vogliamo dire dissipatrice, la moglie di mio padre gittò presto costui nei debiti, facile sorgente di rovina per le famiglie.”.
Dà alla luce i pessimi figli che abbiamo conosciuto, che il padre non riuscì a domare per il suo debole carattere né riuscì alla madre tanta era la loro naturale perversione, e muore nel 1836 a causa del colera. Il padre, pur indebolito e malato, amante dei piaceri e massimamente delle donne, fu convinto dal medico e dal prete, a rimaritarsi, ma incontra la decisa contrarietà dei figli scellerati, che non volevano in casa un’estranea ad ostacolare i loro intrallazzi. Nonostante ciò, a 57 anni si sposa addirittura con una giovane di Salerno, molto bella e con una ricca dote di ventimila ducati, di cui Eva mostra il ritratto: “Era davvero una bella e gentile donnina”. Così commenta la fanciulla: “Povera donna, che destino fu il suo! che misera vita trasse in quella scellerata famiglia! Povera madre! Ed io non so neanche dove riposano le sue ossa! Quando morì, i perfidi figliastri rinchiusero il vecchio babbo in una stanza e me in un’altra; e come venisse mandata al sepolcro quella loro vittima e dove gettato a marcire il misero corpo mai non mi fu dato sapere.”.
Tutto cambia, infatti, quando Elisa, entrata come matrigna in casa, resta incinta e scombina i piani dei quattro scellerati, i quali avevano fatto conto di ereditarne la dote, che la nascita di Eva avrebbe compromesso. Cercarono perfino, ma invano, di convincerla ad abortire, e allora: “Più non si studiarono di dissimulare il feroce loro odio, e per ogni verso cercarono di abbeverarla di tanto fiele che potesse la sua salute esserne danneggiata in guisa da attraversare o sconvolgere l’opera di natura e distruggere l’odiato frutto che ella recava nel grembo.”.
Quando nasce Eva, “in una fredda notte del gennaio 1842”, si moltiplicano i soprusi sulla madre e sulla figlia, con acida e stizzosa cattiveria.
Il romanzo ora è in mano ad Eva che racconta la sua storia e quella della sua famiglia giorno dopo giorno, con puntate che costituiscono ogni volta un capitolo, ciascuno dei quali si annoda al successivo, così che la lettura resta massimamente attrattiva, grazie a questa tecnica non nuova ma che richiede in chi l’adotta abilità ed intelligenza di scrittura.
Di Giorgio Parral sappiamo poco, se non che è ricco ed assicura a Eva-Ceniza una vita agiata e soprattutto serena. Di lui è interessante mettere in rilievo questa osservazione significativa del suo carattere che confida a Mastriani: “La vita è troppo calunniata, mio carissimo Mastriani. Non voglio dire con ciò che non vi siano su questa terra profonde miserie; ma non le ha fatte Iddio queste miserie Siamo noi che vogliamo cacciare la nostra mano nel meccanismo divino, e guastiamo tutto nella presunzione di accomodar tutto. Sciocchi e superbi! Il male è opera nostra, e noi ce la pigliamo con Domeneddio.”.
Leggete cosa scrive Mastriani sullo champagne, dopo aver detto che considera gli astemi che bevono solo acqua dei guastatori dell’allegria a tavola, dove deve primeggiare il vino: “Lo sciampagna è il vino che rappresenta a capello la Francia che lo produce: romore, schiuma, bei colori, grazioso sapore, ma zero sostanze.”.
Dal prosieguo del racconto, sappiamo da Eva degli insulti che giornalmente erano lanciati contro la madre, ormai consumata da tali perfidie, tanto che la si faceva perfino passare per l’amante di padre Anselmo, che frequentava la casa per amoreggiare con Alfonsina, una delle tre sorellastre, che rimarrà incinta e di nascosto affideranno il neonato ad un orfanotrofio: “… una notte… un involto partì per la santa casa dell’Annunziata…”.
Ecco qui un esempio d’insulto: “Lascia, lascia pure i tuoi ducatoni a quella brutta scimmia che uscì dal tuo ventre. Ma sappi ch’essa non li godrà i tuoi ducatoni perché quando tu sarai crepata, come speriamo tra poco, noi seppelliremo viva cotesta tua cagna, aspettando il giorno in cui la manderemo a ritrovare le tue fetide ossa nel cimitero delle Fontanelle, dove si gettano ogni anno i carri di ossa fradicie. Sappi che noi tormenteremo fino a morte cotesta tua Eva che chiameremo Cenere, perché la condanneremo a star sempre con la faccia nella cenere.”.
La madre non potrà resistere alle violenze e alle ingiurie rivolte a lei e alla figlia, e muore, dopo aver fatto pervenire a Eva un pezzo di carta nascosto in una calza in cui sta scritto di un testamento segreto in cui la nomina erede della sua dote maritale di ventimila ducati. Questo testamento, una volta rinvenuto da Eva, cadrà nelle mani dei fratellastri che lo distruggeranno e, grazie ad una meschina collaborazione di padre Anselmo, ne sarà presentato uno falso a svantaggio della ragazza.

Esclama Eva tra le lacrime: “Oh quanto è cieca la giustizia umana! E non sapete voi, signori magistrati, che nel seno delle famiglie si commettono ogni giorno esecrabili omicidi senza che una goccia di sangue si sparga, e avvelenamenti che rodono il cuore senza un milligrammo di arsenico o di stricnina? Non sapete, o fingete di non sapere che un numero infinito di vittime innocenti sono tratte alla tomba dalle domestiche tirannidi?”.
Sono numerosi questi interventi che vogliono collegare il romanzesco alla realtà.
È ancora Eva: “Ma questi ribaldi che uccidono con la certezza della impunita non sperino di sfuggire all’occhio di quella giustizia che legge nel pensiero del malvagio e registra nel libro eterno tutti i drammi della umana vita. E Dio non ha bisogno di testimoni e di prove. La sua mano raggiunge il malfattore ovunque mova il passo e ovunque nelle mille distrazioni egli cerchi di scansare l’incontro e la voce di quel testimone che gli ha messo nella coscienza.”.
Morta la madre, Eva viene rinchiusa in una buia cantina (dirà: “Per oltre venti ore era immersa nelle tenebre.”) e lì tenuta come una sepolta viva: “La conigliera non era più larga di due metri e non più lunga di quattro, e la sua altezza era tale che il mio capo toccava il soffitto; sicché, come io andavo crescendo di statura nei sei anni di agonia che trascorsi in quella tomba, mi si rendeva sempre più difficile e dolorosa la posizione verticale, e negli ultimi tempi me ne stavo quasi sempre in letto.”; “Rabbrividisco ancora pensando che la notte, quando vinta dalla stanchezza mi gettavo sul letto per dormire, mi sentiva correre per la faccia e per tutta la persona scarafaggi e topi, i quali avevano acquistato tale dimestichezza che non li spaventava nessun mio movimento.”.
Per non dire dei terribili incubi che le prendevano nel sonno: “Il mio covile si popolò di orridi mostri dalle strane forme, ciascuno dei quali era, per così dire, l’esecutore d’un supplizio diverso. Ma tutti questi mostri avevano più o meno le sembianze di Teresa, di Alfonsina, di padre Anselmo. E gli uni mi abbruciavano le carni con tizi ardenti; gli altri mi fendevano il seno con unghie adunche; alcuni stretti alla mia bocca mi succhiavano il sangue; altri mi battevano sul capo con fieri colpi di mazza.”.
Scopre che una povera giovane, malata di tisi, Filomena Esposito (l’abbiamo già incontrata come oggetto di dicerie popolari che vedevano ogni tanto il suo fantasma), sale e scende ogni giorno le scale, a segno che abitava al piano di sopra; così un giorno riesce a parlarle e le racconta la sua storia. Filomena si commuove e promette di aiutarla in qualche modo. Filomena è una giovane trovatella, rimasta vedova, che si guadagna il pane “cucendo biancheria, o guanti, e guadagnava con quel mestiere appena tanto da potere con grandissimo stento e molte privazioni pagare la pigione e sostentarsi e vestirsi.”. Morirà l’8 settembre del 1858.
La commovente figura di Filomena ha, nelle mani di questo autore, il valore di una resurrezione, che segue sempre ad una vita di sofferenza. La serenità di questa sfortunata e il grande amore che si annida nella sua anima, sono come la fiamma che arde perenne a sostegno del divino che è in noi.
Morta Filomena, riprendono gli sconforti, le paure e le sofferenze di Eva. Fate conto che queste parole messe in bocca a Eva siano state profferite dal Mastriani, che in questo modo ha voluto implicitamente rappresentarci il suo pensiero: “Vi sono senza dubbio grandi, belle, nobili eccezioni della schiatta di Adamo; ma la razza è pessima, e Domeneddio non ebbe torto pentendosi due volte di aver creato l’uomo, che una ironica espressione della Genesi dice creato ad immagine e similitudine di Lui. L’uomo è l’Attila della creazione, è il flagello delle opere di Dio; egli guasta il mirabile congegno dell’ordine morale di questo mondo; si arroga diritti che non ha; il più forte scavalca il più debole; mette il cervello a tortura per inventare nuove armi omicide e perfezionare di più quelle che ha già messo in uso; chiama civiltà la ripulitura dei vizi antichi e l’arte sopraffina di canzonarsi a vicenda; spoglia legalmente il suo simile col codice civile, e lo impicca giuridicamente col codice penale: ludibrio di se stesso nella scala degli esseri organizzati. Occupa un posto distinto e privilegiato: è un animale che ride.”.
Succede che la minore delle sorelle, Giuditta, un giorno va a trovarla di nascosto e le confida la sua amarezza per la sorte che è toccata alla sorellastra e vuole aiutarla a fuggire: “Piglia il volo, via povera sorella, e, quando sarai felice, ricordati che Giuditta non ti odiò come ti odiano Federico e le altre due. Dammi un bacio.”.
Anche questa svolta di Giuditta ha un significato, e pare voler apparecchiarci proprio una delle eccezioni che possono aversi nella generale cattiveria del genere umano.

Però Eva rifiuta. Il motivo? Si è innamorata di un giovane con cui di notte, quando esce dalla sua prigione, conversa. Si tratta di Isidoro Baldini che già abbiamo incontrato e che lascerà scritto, prima di suicidarsi, di aver ucciso l’anima di Eva.
Eva non è propriamente sicura (ma sbaglia; lo vedremo verso la fine) che Giuditta voglia compiere un gesto di amore nei suoi confronti e dubita di un tranello: “Benché molte ragioni abbia avuto in seguito per supporre che un tradimento si nascondesse in quella falsa pietà, purtuttavia l’animo mio rifugge ancora dall’ammettere tanta scelleraggine; ed ho sempre voluto ritenere la Giuditta meno perfida delle altre mie sorelle.”.
Come vedete, gli elementi di un noir permangono, e dobbiamo anche dire che in questo romanzo la rotondità e la leggerezza della scrittura, lo sono in maniera prepotente.
Isidoro è nativo di Lecco, ma, essendo un pittore, è stato attratto dalle bellezze di Napoli: “Dacché ti ho veduta, mia Eva, io mi sento meno infelice; ma se tu sapessi quanto è scuro il mio cuore! Mi ero slanciato nella vita col più confidente abbandono e con la fede in Dio e nella virtù. Ma non tardai a comprendere che Dio è un mito inventato dai preti e dai re della terra per imporre il loro dispotismo alle mandre umane, e la virtù è un parolone inventato dai poeti per eludere la fame.”.
Malinconia e scetticismo paiono dominarlo.
Si vogliono bene: “Se il mondo fosse crollato e precipitato, noi non ce ne saremmo accorti.”.
Una sera Isidoro le mostra un ritratto in cui la raffigura; è bello ed estremamente somigliante. Ma subito le confida che vuol tenerlo per sé, per averla sempre vicina. È il ritratto che vedrà Giorgio Parral y Prado, e che lo affascinerà al punto che si metterà in cerca di Eva, trovandola infine.
Isidoro, però, dopo circa due anni, pare stancarsi di lei, che nel frattempo è rimasta incinta e teme il trascorrere del tempo, che svelerà la sua colpa ai fratellastri: “Prima che il termine da natura assegnato fosse giunto, era forza o che io portassi altrove la mia vergogna o che io morissi.”.
Non solo sepolta viva ma anche fustigata dal destino nella ricchezza più doviziosa che possa trovarsi sulla terra: l’amore: “Oh gli uomini! Essi non sanno l’inferno in cui lasciano il cuore di una povera fanciulla, alla quale con le arti della più scellerata seduzione hanno carpito la estrema prova di amore. Quando essi hanno soddisfatto i loro sensi, quando hanno vinta la debole resistenza della donna, si distraggono in altre cure e in altri piaceri, vanno alteri del loro trionfo e tutta la società li assolve, anzi li applaude; e tutt’i dolori, tutta la vergogna, tutti gli anatemi ricadono sulla vittima e un’esistenza di donna è stritolata per sempre.”.
Eva riceve una lettera da Isidoro, dai toni freddi, e si mette in allarme e pensa alla sua probabile e imminente sventura. Infatti, la notte, uscendo dalla sua prigione, vede la luce accesa nella camera di Isidoro. Dunque, egli, andato a Salerno, era tornato a Napoli senza dirle niente e la lettera, non affrancata, quasi certamente era stata messa sotto la sua porta da lui stesso. Ma succede che, una volta sul terrazzo, è vista da Mariantonia, la vecchia che era andata a vivere nell’appartamento che era stato di Filomena, la giovane morta di tisi. L’indomani la donna domanda a Teresa chi sia quella fanciulla intravista nella notte. Teresa, immaginando tutto e per non scoprirsi, inventa a Mariantonia la storia del fantasma di Filomena, alla quale la vecchia crede.
Nessun fantasma, dunque. Filomena è morta per sempre.
È invece Eva che deve fare i conti con la vita. E infatti pochi giorni dopo, Federico e le sorelle irrompono nella tana in cui sta rinchiusa e la riempiono di botte allo scopo di sapere come ha fatto a uscire di là. La percuotono con pugni e con uno spillone la feriscono più volte alla pancia ed ella perde tanto sangue e sviene. Non sapendo della gravidanza, e vedendo tutto quel sangue e la fanciulla che non dà segni di vita, la credono morta. Eva, per le violenze subite perde anche la parola, oltre al figlio: “Più tardi mi accorsi che sotto la convulsione avevo perduto l’uso della favella.”; “Divenni muta, e così voi mi trovaste la sera del 21 marzo 1861 sul corso Vittorio Emanuele.”.
Dopo questo lungo racconto, svoltosi in più giornate sotto il bel cielo di Capri, abbiamo in parte colmato il vuoto che ricopriva il passato di Eva.
Ma ancora ci resta di conoscere come Eva riacquistò la parola.
Mastriani dedica altre giornate all’ascolto della donna e si giunge dunque al giorno (“fui creduta morta verso gli ultimi giorni dell’anno 1862, tre mesi dopo il suicidio di Baldini.”) in cui si risveglia dalla morte apparente, ormai vicina alla sepoltura: “Quando apersi gli occhi e riacquistai il sentimento, mi vidi coricata in una bara, in un lungo stanzone rischiarato appena da una fiochissima lampada sepolcrale.”; “… mi levai vacillando dalla bara e, uscita da quello stanzone mortuario, tentai la via tra i cipressi e le tombe.”; “Ero stata cancellata dal numero dei viventi e iscritta nel registro della morte: ero dunque una evasa dal sepolcro, una intrusa tra i vivi.”.

Incontrata una certa Luisa, la poveretta si ritrova in una casa di tolleranza e sottoposta a quel lavoro. Eva, a questo punto, non ha la forza di continuare il racconto e lascia che a proseguire sia Giorgio.
È il momento in cui anche la figura di questo personaggio, che, in silenzio, è stato presente alla narrazione condotta sino ad allora da Eva, viene più compiutamente descritto. È molto ricco, e amante delle donne. Giunge in Europa con lo scopo di godersi la vita nelle migliori e più eleganti capitali. Uno dei suoi principali desideri è visitare Napoli, nota nel mondo per il suo clima e la sua bellezza. Vi giunge e vi si trova a suo agio.
La descrizione che Giorgio fa della città è una delle più efficaci mai lette. Un’autentica Napoli ottocentesca: “Trovai che Napoli non è inferiore alla sua fama; è una città unica al mondo per la dolcezza del clima e per la bellezza del suo paesaggio. Sulle prime fui stordito dal baccano che vi si fa nelle strade: si direbbe la città dei sordi; tutti gridano; si vende gridando, si parla gridando, in modo che dall’ultimo piano si sente quel che si dice in istrada. La popolazione di questa città fa spavento; e nessuno dei suoi cinquecentomila abitanti se ne sta in casa, tranne che non sia gravemente infermo. Tutti sono in istrada; dove si fa tutto quello che si farebbe in casa. Nella pubblica via si mangia, si beve, si curano i bambini, si pregano i Santi, si scrivono lettere, si dorme, si fa all’amore, si canta, si suona, si giuoca, si balla, si vende e si compra, si ottempera a tutti i bisogni della natura; e vi si gode insomma di tanta libertà che l’eguale non esiste in tutto il mondo. È una città ammirevole pel suo brio.”.
Giorgio ricorda del quadro che Isidoro aveva dipinto in cui raffigurava Eva. Di questo ritratto si era innamorato e lo acquista, mettendosi subito in cerca del soggetto, convinto che sia una donna reale: “S’ella è una sventurata, quanto sarei ancora più felice di tergere le sue lacrime e schiuderle un avvenire cosparso di rose!… In quale paese si trova? È libera ancora o maritata? A che famiglia appartiene? Quali sono le condizioni di sua vita?”.
Accade che un amico gli parla di una giovane muta incontrata nella casa di tolleranza e, incuriosito, Giorgio vi si reca, e quale è la sua meraviglia nel constatare che quella fanciulla è la donna del ritratto: “Che destino! Dopo tanti anni, dopo aver corso il mondo, io trovava finalmente il mio ideale in quelle condizioni!”.
Il personaggio appare ormai definitivamente come simbolo ed espressione della Provvidenza che interviene nei confronti di una vita sfortunata e miserabile, che ha colpito una fanciulla che ben altro avrebbe meritato. Spesso non v’è rimedio alla caduta, ma Mastriani è troppo immerso nella fede cristiana per non salvare un’anima. Dirà Giorgio, quando ricorda il suicidio di Isidoro Baldini: “D’altra parte non si direbbe che il ritratto di Cenere egli lo facesse per me?”. E ancora Giorgio, riferendosi a Cenere: “… le cui sventure han trovato nel mio amore quel compenso, che Dio sa concedere a quelli che molto soffrirono e molto amarono.”.
Giorgio la ritira da quella casa e le dà un nuovo nome: “La chiamai Ceniza, cioè Cenere, come la chiamavano le sue carnefici nella casa paterna. Era sempre un nuovo battesimo, una rigenerazione: non era più né Eva né Cenere.”; “Bisognava ch’ella non fosse neanche più la Muta. La feci visitare dai più abili medici di Milano: uno di questi mi promise che avrebbe ridonata la favella alla mia cara Ceniza, e mantenne la parola.”.
Resta ancora una domanda, poiché l’autore ha risposto ai tanti interrogativi disseminati in questa storia, che è riuscita a dipanarsi piacevolmente mantenendo inalterate la nostra curiosità e la piacevolezza della lettura: Giorgio e Ceniza sono sposi? No, poiché Ceniza non è ancora pronta, mentre lo è lui, bramoso di offrirle una nuova vita La risposta è messa in bocca a Giorgio: “È necessario che il tempo cancelli interamente il ricordo della Muta. Ma io affretterò questo tempo, e forse più di quanto ella possa immaginare.”; “… una curiosa difficoltà al mio matrimonio sarà quella che io dovrò sposare una morta. Eva K… è registrata come morta; ma il danaro schiude anche le tombe, ed un mezzo milionario può sposare, se gliene salta il ticchio anche una morta.”. Si sposeranno.
Alcune altre curiosità contenute nella Conclusione, il lettore le scoprirà da sé.

La Medea di Porta Medina

Il romanzo è del 1881.
L’incipit merita la citazione: “Verso i principii di questo secolo, alle mura di Castel Capuano o della Vicaria, come più comunemente dicesi dal nostro popolino, dalla parte che risponde alla cappella in cui venivano rinchiusi i condannati a morte, si vedevano esposte sei teste di afforcati.”.
Sono le teste di sei terribili assassini, tre donne e tre uomini.
Il romanzo si interessa di una di queste donne, Coletta Esposito. Trovatella (“era stata gittata nella famosa Buca la sera del 5 marzo 1774”), viene presa in moglie da “un certo Nunzio Pagliarella”, rigattiere “in fama di pessimo arnese”, “un ometto col viso tutto brizzolato di bollicole e pustole e col naso mangiato nelle amorose campagne, con un fulvo parrucchino in capo con l’appendice del codino, con due grosse gambe storte e marciose e con una indecente ventraia.”. Guarito dalla lue, mantiene la promessa fatta alla Madonna di sposare una delle trovatelle (“figlie della Madonna”) rinchiuse nella Santa Casa dell’Annunziata, ed esposte ogni anno, il 25 marzo, giorno dell’Annunziazione, al fine delle nozze.
Il cognome Esposito era comune a tutti i trovatelli.
Coletta aveva cercato di respingere il pretendente Nunzio.
Da subito capiamo che dovremo tenere d’occhio una certa dama che fa la sua comparsa all’improvviso, di cui ancora non si sa il nome, che cerca di evitare il matrimonio con il malaticcio e storpio Nunzio, e offre a Coletta di fare la domestica a casa sua, o in alternativa accettare una dote di mille ducati in caso di scelta delle sciagurate nozze: “Non mi sento di fare la serva. Accetto la dote, e sposerò il vecchio, purché questa dote sia a titolo di donazione a me fatta e della quale io possa liberamente disporre a mio piacimento.”.
Alla vista dei mille ducati, ecco che Mastriani ci dà un segnale e un più che esplicito avviso con questa descrizione: “Gli occhi di Coletta brillarono di fosca luce alla vista di quell’oro; e uno strano sorriso le balenò sul labbro.”.
Alcuni giorni dopo la Pasqua del 1792, si celebrano le nozze: “La sposa avea diciotto anni; lo sposo, sessantaquattro.”.
Volete sapere come trascorse la prima notte di matrimonio? Male, malissimo, e si può dire che non ci fu. L’avvertimento di Coletta fu più che esplicito e definitivo: “Senti, brutto vecchio infistolito, carogna fradicia di orangotango, se tu ardisci di mettermi addosso le tue mani schifose o di toccarmi un’altra volta il viso con quel tuo muso di porco ti giuro per la Madonna dell’Annunziata che io ti strozzo con le mie mani e ti caccio fuori cotesti tuoi occhi ripieni di caccole. Ah! tu ti pensi che io ti abbia sposato veramente, e che tu possa fare di me il tuo piacimento! Puh! per la faccia tua fetente, ti voglio far pagare ben caro la vergogna che tu mi fosti cagione nel mezzo delle mie compagne quando ti colse il prurito di lanciarmi addosso il tuo fazzoletto [era il segnale della scelta]. Io non so chi mi tenesse allora che io non ti mettessi le mani al collo e ti strangolassi, od almeno che io non ti sciupassi cotesto sucido parrucchino che ti copre la zucca. Sappilo una volta per sempre, che io ti ho sposato per i mille ducati che mi dette quella signora, che certamente dovette essere la Madonna che ebbe di me compassione; ma non darti a credere che tu possa rappresentar mai a quattr’occhi con me la parte di marito, perché se ciò tu ti attenti di fare, ti sgraffio con le mie unghie tutte coteste bollicine che hai sul viso, e ti fo piovere sangue come un santo Lazzaro. Hai capito, buffone? Ora vatti a digerire il vino, e lasciami tranquilla, che io passerò qui il resto della notte; e domattina vedremo come si hanno da acconciare queste partite.”.
Una originale dichiarazione d’amore, che ci fa intendere l’indirizzo di questa storia, che sarà permeata di odio e di desiderio di vendetta.
E Nunzio?: “Nonostante la grande nebbia di vapori che il vino gli aveva offuscato la mente, ei capì di aver fatto una solenne bestialità, e che quella donna sarebbe stata il suo supplizio per tutto il resto dei suoi giorni.”.
Eccoci dunque apparecchiati alla lettura di una delle tante avventure disastrose che la vita riserva all’uomo.
Il fatto che sappiamo già che Coletta fu condannata a morte e la sua testa afforcata tra le sei esposte, non toglie l’interesse per questa sfida che quell’uomo, già definito “pessimo arnese”, si appresta a sostenere con una femmina in vena di dare battaglia, e battaglia grossa.
Quando Nunzio si rivolge al giudice di polizia per lamentarsi del rifiuto di sua moglie di adempiere agli obblighi matrimoniali, questi convoca la donna che risponde non solo a tono, ma subito dopo si reca presso la bottega del marito e: “Neh, brutto micco, tu sei ricorso alla polizia per dirle che io ti batto e mando a malora la casa, e che non voglio giacermi teco, come se una donna, che non sia la più putrida troia del ‘Cavalcatoio’, possa avere lo stomaco di giacersi con un fetente sbonzolato come te. E tu sei andato a sbrodettare li fatti nostri al giudice; e ti pensavi che io mi rammollissi per paura della polizia. Ora io voglio che tu ci torni con la faccia grattugiata a sangue e faccelo sapere al signor giudice. To’, piglia qua.”.
Notiamo subito una scrittura adoperata al meglio e i dialoghi intrisi di una efficacia popolana, pari alla realtà.
È evidente la perfetta conoscenza di Mastriani dell’ambiente che si accinge a narrare.
Coletta viene rinchiusa nel carcere di Santa Maria Agnone, ma la ignota signora che le aveva donato i mille ducati (sapremo che si chiama Cesarina) interviene e la fa scarcerare, accogliendola in casa sua, a Caserta, dopo che le ha strappato la promessa ch’ella non dica nulla a suo marito, “un ricco .proprietario della provincia di Terra di Lavoro”, e che assuma di essere la figlia di una sua amica, Albertina di Giovanni.
Così avviene.

È introdotto un nuovo personaggio, il giovane Cipriano Barca, il quale frequenta una bettola, il Giardinetto di Montesanto, condotta da un certo Si-Pasquale, prossima alle Carceri di Montesanto, a lato di Porta Medina, costruita dal viceré Medina nel 1640.
Essa è largamente frequentata: “Ne’ giorni festivi, col permesso del parrocchiano di Montesanto si ballava e si suonava nel ‘giardinetto’, beninteso donne con donne e uomini con uomini; e le comarelle vi danzavano la tarantella al suono di tamburi e di nacchere; e poi di là partivano compagnie di sfaccendati fanciulloni che formavano una orchestra di tofe, caccavelle, triccabballacche ed altri strumenti di questa fatta, di cui ci duole che la Crusca non abbia registrato i nomi.”.
Qui (è il 21aprile 1792), a seguito di una rissa, Cipriano viene ferito da due malviventi (addirittura i suoi amici più cari, Aniello e Tommaso, cognati tra loro) e ricoverato presso l’antico ospedale de’ Pellegrini, edificato nel 1589.
Si-Maddalena è la madre di Cipriano; tutte le sere aspetta il suo ritorno a casa. Anche quella volta. Leggete questa bella descrizione che esemplifica una scrittura ottocentesca di gran pregio, per nitidezza e quieta rotondità: “Raramente incontrava che questi ritornasse a casa dopo la mezzanotte; e tutte le volte che ciò avveniva, la vecchia era in un’agitazione grandissima; e, aperto il balconcino che rispondea su la strada, non si muovea più di là, aspettando con viva impazienza il figliuolo. e ad ogni minuto che passava mille sinistri pensieri le si affacciavano alla mente, comeché ella sapesse che Cipriano veniva quasi sempre accompagnato a casa da due suoi amicissimi. Ciò non ostante, la vecchia biasciava paternostri e avemmarie per che la Madonna volesse scansare il caro figlio da ogni malo passo. E ad ogni pedata ch’ella sentiva venir su le rimbalzava il cuore; e prestava attento l’orecchio, perciocché ella non si sbagliava giammai nel riconoscere le pedate del figlio.”.
Ne approfitta per tracciare un elogio alla figura della madre, di cui si dà uno stralcio: “Se fosse lecito il prestare un culto a creatura mortale, soltanto alla madre, dopo Dio, si dovrebbe adorazione più che obbedienza e rispetto. E Domineddio perdonerebbe facilmente una così fatta latria, perocché adorare la mamma significa adorare Lui nella più sublime manifestazione del suo amore verso le creature.”.
Perché i due amici hanno aggredito Cipriano, e lo hanno abbandonato svenuto a terra? Perché questi si era lasciato sfuggire che teneva in casa mille ducati (gli erano stati consegnati da Coletta perché li facesse fruttare), e siccome il denaro corrompe ogni cosa, perfino l’amicizia, eccoli entrare con inganno in casa dell’amico, aggredire la povera e spaventata Si-Maddalena, la madre, e rovistare dappertutto onde appropriarsi del gruzzoletto. Lo trovano e, affinché non li denunciasse, strangolano la vecchia: “Il volto della misera era orribile a vedere: erasi fatto tutto nero; e gli occhi spalancati e iniettati di sangue erano pressoché usciti dalle orbite loro.”.
Dopo di che i falsi amici vanno a trovarlo in ospedale, fingendo di lagrimare sulla sua disavventura. Lui, che non nutre alcun sospetto, li prega di andarsi ad assicurare della madre e portarle la notizia che egli è vivo e ricoverato in ospedale, sì che gli rechi assistenza.
Entra in scena Lucietta, la sorella di Aniello, che va a trovare in ospedale Cipriano di cui è innamorata: “Lucietta era bellissima. Una chioma d’oro le coronava la fronte candida e pura, sotto la quale brillavano due occhi turchini sempre umidi per soverchia tenerezza di cuore. Avea forme di una perfezione artistica e una carnagione che vincea l’alabastro.”. Naturalmente non sospetta nulla del fratello e del cognato Tommaso, che è marito di Filomena, sua sorella e sorella di Aniello.
La signora che ha condotto Coletta nel suo palazzo di Caserta, si chiama Cesarina, figliola di “un Esente Proprietario delle Reali Guardie del Corpo. Ci si consenta il tacere il cognome paterno della Cesarina.”.
A 25 anni è andata in sposa a Rodolfo Molisi, un cinquantenne “ex militare ricco proprietario di quella provincia.”, Caserta: “Non era bella la Cesarina, ma avea uno di que’ corpi che sono impastati appositamente pel terzo peccato mortale. Alta, ben formata, con ricca chioma del più fulgido nero, con occhi languidi e appassionati, la signora avea quel bruno pallido, che accusa quasi sempre violente passioni”; “Se si fosse dovuto prestare ascolto a certe voci, forse un po’ troppo malediche, ci era da credere niente di meno che la pallida Cesarina figliuola dello ‘Esente’ delle Guardie del Corpo, fosse stata fatta segno all’attenzione di sua maestà o almeno di qualche altro altissimo personaggio.”. Il re di Napoli nell’arco di tempo del romanzo è Ferdinando IV, conosciuto anche come re Nasone.
Nel palazzo di Caserta si sta svolgendo la nuova vita di Coletta (ricordiamo, è importante, che è una trovatella) la quale, come si sa, ha cambiato nome di famiglia, ma non il nome di battesimo, che resta quello di Coletta per volontà di Cesarina ed ora risulta essere la figlia di certa Albertina di Giovanni. Ma non è mutato il carattere e, pur con il lusso che ha attorno, si sente prigioniera e pensa ad una vita diversa, da condurre insieme con Cipriano che ella sente di amare. Sa che il giovane a cui ha affidato i suoi mille ducati è amato da un’altra giovane, Lucietta appunto, e già pensa a come liberarsene.
Una protagonista egoista votata al male e a procurare la sofferenza al prossimo? Parrebbe di sì, e la sua terribile fine ci fa già presumere che assisteremo a fatti di rifinita crudeltà: “Ci era in questa donna, che doveva in giovane età esser condotta al supplizio delle forche per uno di quei delitti che fanno fremere la natura, ci era, diciamo, qualche cosa di straordinario, di non comune.
Un amatore di studii antropologici, di nazione inglese, comperò dal governo napolitano il teschio di Coletta Esposito, che era stato sospeso come accennammo, alle mura della Vicaria. Di fatti, il teschio di quella nuova Medea valea la spesa.
Ci era dello strano, dell’originale, del terribile in quel carattere. Coletta era un tipo di donna alla Shakespeare, alla Victor Hugo: ci era nel suo sangue la figlia di re e la prostituta: ci era qualche cosa della grandezza e della ferocia romana.” (ricordatevi nel finale queste parole).
Ce n’è già abbastanza perché la bravura di Mastriani ci irretisca.
Chi può mai essere questa giovane sventurata? Quali i suoi genitori? Forse Cesarina, donna dalle forti e incontenibili passioni, era sua madre? Forse il re era suo padre?
Del resto il ricco marito, Rodolfo Morisi, era da gran tempo immobilizzato nel suo letto: “Il signor Rodolfo aveva aspetto cachetico: le spalle erano coperte da uno scialle e il capo da un berretto di castoro a larga tesa. La pelle del volto molle e scolorata gli pendea, per così dire, senza forza vitale.”.
Finché confida alla sua protettrice Cesarina, la ragione del suo brutto carattere. Ella ama, non riamata, Cipriano, il quale invece ama un’altra donna, Lucietta.

Cesarina non è donna che disarmi: “O sventurata. Ma non bisogna disperare… Tuo marito Nunzio non potrà vivere a lungo; e, quando egli sia partito di questo mondo, non sarà difficile indurre il giovine Cipriano a sposar te. La promessa di un bello impiego che mi sarà facile di procurargli in sostituzione di quello meschino che occupa di presente, e una discreta dote che gli daremo per te, gli faranno dimenticare la sartina. Abbi fede nello avvenire, figliola mia; e confida nella mia affezione, che non ti verrà mai meno.”.
Eccoci offerta su di un piatto d’argento la prima parte della trama che mette a contesa due amori, uno possessivo e violento in capo a Coletta, l’altro umile e remissivo in capo a Lucietta. In mezzo sta l’intrigo, di cui si fa garante Cesarina, la benefattrice misteriosa.
Ed è nel palazzo di Caserta, dove Cesarina l’ha condotta, che una sera ode raccontare di un giovane ferito a Napoli e della morte procurata alla madre di lui. Capisce che si tratta di Cipriano e parte immantinente, con sorpresa di tutti che la credono impazzita, ma non di Cesarina, che le procura una carrozza per Napoli e la rifornisce di denaro.
Al momento della partenza si abbracciano e Cesarina ha le lagrime agli occhi, ciò che ci dà ulteriore segno di un qualche forte legame tra le due.
Come facilmente si immagina, giunta in ospedale e fatto capire a Cipriano del suo amore, entra nella camera anche Lucietta e avviene lo scontro. È il 23 aprile 1792: Mastriani ci tiene a farci conoscere alcune date in modo che il lettore si renda conto della caducità e inesorabilità del tempo e ne risalti la cronologia degli avvenimenti.
Quando Coletta se ne va, minaccia la rivale: “E, rimesso lo spillone nelle sue trecce, ricomposto lo scialle sulla persona, senza più riguardare in fronte a nessuno e neanche a Cipriano, con passo fermo e celere prese la volta dell’uscio…”.
Coletta e Cipriano hanno occasione di incontrarsi di nuovo al cimitero davanti alla bara di Si-Maddalena, la madre di lui. Vi si recava a pregare tutti i giorni (era trascorso un mese dalla morte della donna), sperando di essere veduta da Cipriano e con ciò attrarre il suo sentimento verso di lei. Non sbagliava, poiché dal momento dell’incontro Cipriano cambia parere su di lei e comincia a nutrire un sentimento di affezione.
La maliziosa strategia messa in atto da Coletta per conquistare l’amore del giovane, sarà bastevole? È la nuova curiosità che l’autore insinua nel lettore.
Quando Cipriano l’avverte che, Nunzio Pagliarella, suo marito sta facendo le pratiche per costringerla a tornare da lui e le consiglia di allontanarsi da Napoli, Coletta ne approfitta per negarsi alla fuga e dichiarargli che non potrà mai distaccarsi dall’uomo che ama: “Senti, Cipriano, io ho fermo di uccidermi perché questa esistenza mi è venuta odiosa; ma, prima di togliermi la vita con le mie mani, ucciderò la tua amante, la tua sartina.”.
Ci si domanda: A tanto può portare l’amore? Ed è questo l’amore?
Mastriani ci confida con ciò che nella vita si deve stare sempre in guardia dalle passioni, che possono mascherarsi con le sembianze del bene, come addirittura l’amore, per corromperlo e seminarvi il male.
Quella di Coletta è una passione violenta generata dalla cattiveria e dall’egoismo? Parrebbe di sì.
Ma Mastriani ci fa restare abilmente nel dubbio quando scrive: “Insomma, l’amore è ingegnoso; e Cipriano volea trovare buone ragioni per l’amore incipiente di che ormai si sentiva rapito per la bruna ‘figlia della Madonna’.”.
Si interessa presso un amico avvocato, Leopoldo Melori, perché accetti d’imbastire una causa di divorzio a favore di Coletta, e questi, chiedendogli notizie sul delitto accaduto a sua madre, si lascia scappare un suo convincimento, ossia che la polizia avrebbe dovuto cominciare le indagini con l’interrogare i suoi due più stretti amici, ossia Aniello e Tommaso: “Comunque Cipriano avesse rigettato un tal sospetto, pure ne rimase turbato e pensoso.”.
Coletta tanto fa che riesce a sedurre lo sprovveduto Cipriano: “Da’ capelli, dal collo e dal busto di Coletta partivano quelle esalazioni tutte particolari delle carni giovanili che abbrucia una fiamma d’amore.”; “Aggiungete che Cipriano era già mezzo cotto per la ‘Moretta’, per non dire tutto cotto, e, se primamente egli erasi innamorato del cuore della giovane, di presente i sensi erano in lui vinti da quella irresistibile seduzione.”; “Il fuoco che sprizzava dalle infiammate pupille della giovane distrusse ogni esitazione; ed egli giurò sull’anima di sua madre che non avrebbe più avuto attinenza veruna con la Lucietta.”; “… e l’uno nelle braccia dell’altro si abbandonò col delirio dei sensi e del cuore.”.
Si noti la facilità con cui la parola avvolge il contenuto. Grazie al Mastriani, si ha perfino la sensazione che questo linguaggio ottocentesco sia più capace di rappresentazione di quello dei nostri tempi.

L’incontro tra i due innamorati avviene il 29 maggio 1792 e vi troviamo una spia di quanto dovrà succedere. Riportiamo l’intera frase: “Pensa, Cipriano, che, se un giorno tu mi tradissi, io piglierei di te la più feroce vendetta – soggiunse quella donna, che fu poscia soprannominata La Medea di Porta Medina.”.
La Medea è un disperato personaggio della mitologia greca (tra tutte: la tragedia di Euripide. Nel 1969 Pier Paolo Pasolini ne trasse un film). Tradita da Giasone, uccise i figli avuti con lui. Non vi è nella mitologia personaggio più orribile.
Lucietta, insospettita dalla freddezza dei rapporti tra lei e Cipriano, lo fa pedinare (‘codiare’) da una sua collega di sartoria. Anche in questo caso può assumersi ad esempio la efficacia, il colore e la rotondità della scrittura: “E Lucietta, dando una monetina d’argento a quella fanciulla, le ordinò che seguitasse a codiare il giovine quando questi fosse uscito della chiesa. E la fanciulla si partì nuovamente per eseguire la nuova incumbenza.”. Oppure in quest’altro, di intrinseca bellezza e sintesi, e direi meglio, con un neologismo che mi sarà perdonato, succintosità: si parla di Filomena, la sorella di Lucietta: Essa non era bella come sua sorella Lucietta; ma avea natura più vantaggiosa, corporatura più grossolana e più ricca di muliebri forme.”.
Dobbiamo far notare al lettore che in questo come negli altri romanzi scopriamo, dalle numerose citazioni, che l’autore fu uomo di molte letture e molto sapere; ciò che ci rafforza nel convincimento che ci troviamo al cospetto di un rappresentante della nostra letteratura che dovrebbe avere maggior peso e considerazione, nonostante che alcuni difetti compaiano ogni tanto nella numerosa sua produzione.
Cipriano rassoda i suoi sospetti su Aniello e Tommaso poiché vede splendere sulla veste di Filomena, sorella di Aniello e Lucietta, un suo orologio d’oro sparito quel 21 aprile 1792, il giorno dell’assassinio di sua madre (Filomena erasi recata da lui per minacciarlo se avesse lasciato Lucietta per Coletta).
Aniello e Tommaso sono incarcerati in attesa di giudizio, nonostante continuino a proclamarsi innocenti, e anche le due femmine di famiglia, Filomena e Lucietta, vengono trattenute in custodia per ulteriori accertamenti.
Scoperti i colpevoli, liberatosi Cipriano di Lucietta, invaghitosi com’era di Coletta, messe in libertà le incarcerate innocenti Teresina e la madre Si-Vincenza, parrebbe che ormai la storia sia finita.
Ma Mastriani non è narratore da limitarsi ad un tale sempliciotto scioglimento, e dunque sono attese le sue nuove mosse, visto che sì e no siamo a metà del romanzo.
Una cosa è certa: egli furbescamente ci fa avvertiti della sua simpatia per Lucietta, vittima incolpevole di quanto accaduto.
Avrà degli sviluppi?
E Teresina, la giovane che è stata incarcerata senza colpa, concluderà qui la sua rapida apparizione? Ne dubitiamo, e con ragione, vedrete.
Intanto Cipriano, al fine di potersi incontrare con Coletta, affitta per lei un piccolo appartamento vicino a Porta Medina: “Di questa notizia fu lieta la giovane, perciocché in questa nuova caserella avrebbe avuto l’agio di ritrovarsi sempre sola col suo caro Cipriano.”.
Si può imparare a scrivere da Mastriani? Sì, lo si potrebbe addirittura considerare un maestro. Notate la elegante articolazione di questa frase (un esempio tra tanti): “Ferdinando IV avea quasi sempre al suo seguito il confessore ed il medico, avvegnaché mai non pensasse né alla salute dell’anima né a quella del corpo, massimamente quando si trovava nel mezzo della parte femminea della sua ‘colonia di San Leucio’.”.
Il suo periodare è musica, risponde a tonalità e tempi impressi da un abile e consumato compositore.
Cesarina è tanto legata a Coletta che conduce, lei e Cipriano, dal re Ferdinando IV, che si trovava a Caserta, per chiedere il suo autorevole intervento per l’annullamento del matrimonio di Coletta con Nunzio Paganella. Il re domanda come Cesarina abbia conosciuto Coletta e la donna risponde, lasciando un altro segnale all’attento lettore: “Perdoni vostra maestà; ma questo è per me un segreto sacrosanto, che io non posso rivelare neppure alla maestà vostra.”. Ma di tali segnali ne troveremo molti altri, e non occorrerà citarli tutti, se non, intanto, quest’ultimo. Sono parole che Cesarina rivolge a Coletta: “Spesso una tremenda necessità, l’onore di un casato, d’una famiglia, costringe una misera donna a respingere lungi da sé il caro frutto delle visceri sue; e questa povera madre è molto più infelice della sua creatura. Un giorno forse tu comprenderai quanto è possente l’amore di madre.”.
Coletta non si accontenta di essere presentata al re delle due Sicilie, e “guardava il re con occhio procace.”, e siccome il re amava in modo speciale le donne del popolo, non disdegnò quello sguardo. Così che, nel mentre donava a Cipriano duemila ducati “per sollevarlo nella disgrazia che ha sofferto”, a Coletta “concede l’onore di ammetterla a lavorare nella fabbrica delle sete di San Leucio.”. La quale decisione non va a genio a Cesarina.
Perché? Perché in realtà quella fabbrica era “un aremme, a cui egli aveva dato lo specioso nome di ‘Colonia’.”.
Si intravvede un nuovo destino per l’ambiziosa e cinica Coletta?: “Donna Cesarina sapea che quando sua maestà ‘Nasone’ gittava l’occhio su qualche gonnellino ‘extra-moenia’, dava l’incarico al Barone… di fare entrare quel gonnellino in una delle fabbriche della colonia di San Leucio.”.
Nel frattempo, Cipriano propone a Coletta di aprire un banco di cambiatora (cambiamonete) e lei accetta, mostrandosi poi capace di attrarre clientela e condurre con abilità quella professione. Rifiuta così la proposta del re.
Viene alle mani con Lucietta e Filomena, quando si avvicinano al suo banco.
Sappiamo che i loro sciagurati parenti, Aniello e Tommaso, sono fuggiti di prigione e che il tribunale li condannerà in contumacia alla pena “dello afforcamento”, ossia all’impiccagione (ci sarà una sorpresa per loro proprio nelle ultime righe): “Vuolsi che re Ferdinando montasse in furia quando gli fu recata la nuova della fuga de’ due assassini dalle prigioni della Vicaria.
Fu per questa ragione sospeso lo stipendio a non pochi ufficiali e custodi di quelle carceri.”.
Come si vede, a quei tempi errori e distrazioni erano puntualmente puniti.

Non v’è dubbio che questi due assassini tornati in libertà creano nel lettore un interesse nuovo e aggiuntivo.
Mastriani scrive e pensa sempre ad un arricchimento della sua trama, con ciò dando uno spessore ampio ai suoi propositi di rappresentazione quanto più larga della realtà di una Napoli del suo tempo.
Notate l’eleganza di questa informazione: “Ora noi sorvoleremo su parecchi mesi per ritrovare i nostri personaggi verso lo scorcio del febbraio dell’anno 1793.”.
Non vi è più alcun dubbio; questi ed altri esempi che il lettore troverà da sé sono la prova di una eleganza innata nella grammatica e nella sintassi di Mastriani.
Si saltano questi mesi per dare la notizia che il matrimonio di Coletta con Nunzio è stato civilmente, ma non sacramentalmente, sciolto e Coletta il 27 febbraio 1793 ha dato alla luce “una bambina oltremodo bellissima, a cui, per riconoscenza dei tanti benefici ricevuti dalla signora di Caserta, ella pose il nome di Cesarina.”.
Ci fa scaltramente sapere che la bambina somigliava in tutto a Cipriano, salvo che negli occhi nerissimi, “benché nello scuro degli occhi avesse qualche cosa di misterioso e di fatale.”.
Povera bambina, ci verrebbe da dire, che ha impresso il suo destino nella maledizione della sua razza.
Vedremo.
Il lettore intanto avverte che le ragioni del titolo che richiamano la Medea greca si stanno palesando non solo con la nascita di questa bambina, ma anche con un altro personaggio, ossia Teresina, che abbiamo già incontrato di sfuggita quando fa visita con la madre Si-Vincenza a Coletta, ferita in una rissa contro un’altra giovane compagna quand’era ancora tessitrice, e sappiamo che quest’ultima non ha simpatia per Teresina a causa della sua bellezza.
A questo punto, sorge spontanea la domanda: A Cipriano succederà come a Giasone d’innamorarsi di un’altra? E costei sarà proprio Teresina?
Mastriani costruisce la sua tragedia proprio alla maniera degli antichi, riesumandone, nella sua coinvolgente storia, il clima minaccioso ispirato e deciso dal Fato: “Teresina era una di quelle giovani donne, la cui bellezza non abbaglia, a prima giunta, ma quanto più la si guarda, tanto più piace e si ammira.”; “Gli occhi erano bruni ed espressivi, e la bocca d’una perfezione incantevole, per modo che il suo sorriso riusciva seducente.”; Coletta “non avrebbe mai pensato che la giovane tessitrice fosse così bella ed avvenente; e questa scoperta le chiuse con tristezza il cuore.”.
È lei destinata a fare la parte della figlia di Creonte, Glauce (nei latini Creusa) la nuova innamorata di Giasone?
La gelosia fa breccia nell’animo di Coletta: ogni tanto è trattenuta e ogni tanto esplode creando stupore in Cipriano che a tutto pensa fuorché a tradire la madre della sua piccola Cesarina.
Siamo solo all’inizio, però, ci fa capire l’autore: “Ma il diavolo suole cacciare la sua coda in tutte le umane faccende e massime quando vede che la gente sta lieta e si diverte: allora mantaca nei cervelli, e soffia le discordie.”.
In occasione di quella visita, le due donne, madre e figlia, sono invitate a restare a pranzo, e Cipriano sta seduto accanto a Teresina, mentre accanto a Coletta sta Si-Vincenza. Nasce l’occasione di una esplosione di gelosia (“La gelosia è figlia del demonio.”) nella “sospettosa e ansiosa” Coletta, la quale così inveisce contro Teresina: “Tu sei la più spudorata frasca che io mi conosca. L’hai fatto a posta a sederti al fianco del mio uomo; e questa visita, questo invito, questo pranzo è stato tutto un bel concertino. In quanto a lui, me la vedrò con lui più tardi. Intanto, esci di casa mia, civetta; e non ci riporre mai più il piede se hai cara la ‘vista degli occhi’.”.
Naturalmente Teresina e la madre, e lo stesso Cipriano rimangono stupiti nel sentire quelle parole e nel constatare una reazione tanto esasperata per un sospetto che non aveva ragione di esistere.
Anche nelle rappresentazioni delle zuffe popolane Mastriani si rivela fine conoscitore e maestro.
Di questa lite il lettore rimarrà gustosamente impressionato.
Coletta si avventa su Teresina per sfregiarle il viso: “E si avventava furibonda contro la donnina; ma la Vincenza l’afferrò per le braccia e ne succedette una colluttazione, per la quale la tavola andò sossopra e si fracassarono piatti, bicchieri e bottiglie.”.
Il giorno dopo la lite, mentre Coletta è al suo banco di cambiatora, le si presenta un distinto signore che chiede di cambiargli in monete più piccole “una doppia da 36 ducati”. Quando, anziché l’aggio previsto, si vede dare in compenso una moneta più vantaggiosa, una piastra, Coletta alza il viso a guardarlo: “Era un uomo da’ 45 a’ 50 anni, di bello e nobile aspetto, senza barba di sorta alcuna e con parrucca studiamente arricciata e incipriata, con finissima biancheria di Olanda merlettata allo sparo della camicia e a’ polsi. L’abito era di quelli che si portavano soltanto da’ grandi signori.”.
Questo sconosciuto si è recato appositamente presso il banco di Coletta per comunicarle che l’arcivescovo di Napoli vuole parlare a lei e a Cipriano.
Si tratta del fatto che il prelato sta interessandosi presso il pontefice Pio Vi per l’annullamento religioso del matrimonio tra Coletta e Nunzio Pagliarella, ma per intanto i due conviventi non devono dare scandalo e hanno da separarsi fino a che non potranno sposarsi con la benedizione della Chiesa.
La donna, al contrario di Cipriano, non ha alcuna intenzione di vivere separata dal suo uomo, al contrario di lui, che le fa notare che “Il cardinale è più potente del re”.

Ma intanto le bizze e la gelosia “matta” di Coletta avevano provocato un mutamento nell’animo di Cipriano: “Tutto ciò che il carattere di Coletta avea di brutto e di fierino mostravasi a nudo di presente.”; “Ma, più che le scene di gelosia, Cipriano avea provato nel suo cuore un movimento di rancore che molto avvicinava all’odio contro la sua donna, quando avea veduto costei gittare sul letto la creaturina, come si scaglia lungi da sé per impeto di collera un oggetto qualunque che si ha nelle mani.”.
Comunque, convengono di vivere separati durante il giorno e di riunirsi soltanto la notte, finché, entro un mese (è la condizione posta da Coletta) si abbia lo scioglimento sacramentale.
La gelosia di Coletta assume nel romanzo una visceralità penetrante, ben espressa nei movimenti che Mastriani sa imprimere alla donna, vinta dal sospetto e dall’ansia, ed anche da una cattiveria innata che le fa contrastare il prossimo per qualsivoglia ragione. Egoismo e gelosia, infine, si amalgamo e creano un sentimento corrosivo e letale.
Tra Teresina e Cipriano apre un varco il sentimento: “Quella donna, quella Teresina gli aveva messo un’agitazione nel cuore, una perturbazione, che aveva per altro quel segreto piacere che accompagna il peccato.”.
La Teresina si rivela, a sorpresa del lettore, non priva di malizia e capace di accattivarsi la simpatia di un uomo: timida, facile al rossore, ma forte e risoluta dentro di sé. La madre Si-Vincenza si raffigura a tutto tondo una scaltra mezzana, come ce n’erano una volta nelle corti di campagna e nelle popolose città.
Lei e la figlia si trasformano con sapiente scrittura nell’aura di una tradizione di intrighi e malie amorose, che ci rimanda finanche alla novellistica boccaccesca e sacchettiana.
Quando Cipriano si presenta all’uscio della loro casa per rispettare un appuntamento che aveva dato a Teresina, alla madre Mastriani mette queste melliflue e lagnose parole: “Oh, signor Cipriano, che piacere ci avete dato! – ella esclamò, mentre Teresina metteva innanzi una sedia pel giovane anche daccanto al braciere – mia figlia cominciava a perdere la speranza che voi ci aveste onorato.”.
La conversazione che ne segue è tutta da gustare e ci penserà il lettore a godersela.
Essa ci offre un’altra dimostrazione delle qualità di Mastriani, il quale sa riempire le parole di reconditi significati e sottintesi: “No, no, io glielo debbo dire al signor Cipriano, perocché egli non può mai immaginarsi il bene che tu gli vuoi.”. E Teresina, di rimando: “Mamma, e perché vuoi farmi arrossire? – disse la giovane con fina civetteria.”.
Tant’è che, al termine di quella civettuola serata, il lettore si sente portato a prendere le parti della gelosa Coletta.
La gelosia è il vizio che sta creando il vuoto all’ignara Coletta, la quale è fuor dell’immaginazione che codesto suo stare a ridosso continuamente dell’amante, la condurrà alla perdizione.
Questo è il risultato: “Cipriano si recava ogni sera da Teresina, della quale era ormai perdutamente invaghito.”.
È già evidente che la tresca sarà scoperta dalla sospettosa Coletta e ci si attende la reazione, ricordandoci proprio della Medea greca.
Da notare che l’autore ci tiene a sottolineare in ogni frangente l’amore che Cipriano nutre per la sua bambina: “Il novello amore che si era acceso nel cuore di lui non inscemava per niente la tenerezza che egli sentiva per la sua Cesarina; e questa paterna tenerezza parea che crescesse ogni giorno vieppiù.”.
Tutto si sta componendo per volgersi a quel tragico finale. Le linee del percorso diventano ora solchi che renderanno il passaggio obbligato: “Egli aveva osservato che costei non gli dava più molestia per sospetti gelosi; ma la vedea cupa e concentrata; e questa cupezza gli facea paura. Aveva ella qualche sentore delle visite di lui alla Teresina?”.
Un’altra significativa annotazione: la bambina ha sempre dimostrato di nutrire un forte terrore nei confronti della madre e ogni volta che vede suo padre, vuole andare in braccio a lui: “Soddisfatto appena il naturale bisogno dello alimento che il seno materno le porgea, la bimba tendeva le braccia al padre. Avea per la madre inesplicabile paura.”. E più avanti: “parea che la Cesarina avesse una invincibile ripugnanza per la genitrice.”. Dirà Coletta alla sua benefattrice: “Me non ama questa creatura. Se non fossi certa di averla partorita io, direi che non mi è figlia. Non sorride giammai che nelle braccia del padre.”.

Il disegno drammatico ha assunto tutti i suoi colori, tranne l’ultimo che è il nerissimo della tragedia.
Coletta non gli chiede più dove abbia trascorso la serata e il perché torna a casa sempre ad ore dopo la mezzanotte.
È la Medea che sta meditando la sua orribile vendetta, poiché è venuta a sapere che l’amante si incontra ogni sera con Teresina? Infatti Coletta sa, e glielo rivela la sera del Sabato Santo: “Lo so. Tu vieni dalla Teresina.”.
Nel momento in cui una certa vecchiarella, Pasqualina Cicoria, gli ha rivelato la tresca di Cipriano, il volto di Coletta metteva paura, tanta era la furia che si stava sprigionando. Una volta uscita spaventata la vecchia, Coletta si era rivolta alla bambina: “Hai visto quel che mi fa il tuo caro papà! Grida, grida pure, figlia di Coletta Esposito!… Chissà che tra poco non griderai mai più!”.
Ottiene conferma del tradimento recandosi presso la casa di Pasqualina e attendendo, là chiusa, di vedere il suo Cipriano entrare nel ‘basso’ di Teresina. Il che avviene.
La lite tra i due non è così violenta come ci si sarebbe aspettati, ma ecco cosa scrive Mastriani: “Cipriano la stava a sentire con maraviglia, da che, guardando semplicemente alla placida superficie del lago, non vi scorgea la bufera che ribolliva nel fondo.”.
Siamo giunti al giorno di Pasqua del 1793.
Cipriano ha trovato una scusa per non stare a pranzo quel giorno. In realtà si deve recare in carrozza a Casoria, con Teresina e la madre per festeggiare colà, presso una parente di queste ultime.
Ma Coletta fa la guardia.
Lasciata in custodia ad altra donna la bambina, sta per recarsi presso il punto di sosta della carrozza quando giunge a renderle visita la sua benefattrice Cesarina Molisi, la quale le porta la notizia che quel ricco signore che era venuto a trovarla al banco del suo lavoro di cambiamonete altri non era che un parente del Papa, il quale si era assunto il compito di farle ottenere l’annullamento del matrimonio. Il che era avvenuto e proprio questa notizia era il regalo che lei era venuta a recarle nel giorno di Pasqua.
Viene a sapere del tradimento di Cipriano e del dolore della sua protetta, alla quale chiede di essere indulgente, essendo un vizio degli uomini quello di lasciarsi facilmente sedurre da una donna.
Coletta rinuncia al suo progetto e decide di attendere la sera, quando Cipriano sarebbe andato a trovarla. Avrebbe festeggiato con lui la Pasqua insieme alla bella notizia ricevuta “dello scioglimento definitivo del suo matrimonio.”.
Ma il diavolo – succede sempre nelle feste – era in agguato. Cipriano tarda a far ritorno a casa, dove tutto è già apparecchiato per la festa: “Non sapremmo fare intendere ciò che ella provasse di dispetto, di rabbia e di angoscia mortale in ogni quarto d’ora che passava.”.
La circolarità di questa scrittura ricorda quella di Charles Dickens.
Cipriano si fa vivo la mattina successiva, lunedì in Albis, e la donna nel vederlo comparire sviene: “E si appressò alla sponda del letto sul quale giacea la sua donna; e più volte la chiamò per nome senza che ella desse indizio di ritorno ai sensi.”, che è un altro dei molti esempi di scrittura rotonda e circolare che si potrebbero addurre.
La giustificazione che riporta Cipriano del suo ritardo è di quelle che sanno di falso a naso. Non ha trovato mezzi per il ritorno e comunque: “Sarei la sera ritornato a piedi in Napoli; ma, a dirti il vero, ebbi paura dei briganti che infestano le campagne.”.
Coletta, presa da incontenibile gioia, poiché Cipriano, dopo aver saputo dell’annullamento religioso del matrimonio di lei con Nunzio, le ha promesso le nozze, non fa più la difficile e crede ad ogni sua parola, comprese quelle che le dicono che Teresina e la madre si sono trasferite fuori Napoli presso una parente.
È, quel lunedì in Albis, un giorno che pare recare a Coletta, una delle poche volte capitatole nella vita, un po’ di felicità.
In realtà Teresina e la madre si erano trattenute a Casoria, poiché lì era più facile incontrarsi con Cipriano lontano da occhi indiscreti. A Cipriano, che ormai aveva perso la testa per la giovane tessitrice, bastava solo mantenersi dolce e affettuoso con Coletta onde “allontanare le suspicazioni della gelosa donna.”.

Il lettore attende, oramai, il botto, visto che la mina è stata innescata appena appena sotto la terra e attende il pestio sciagurato e letale.
Del resto, per che cosa mai sarà stata afforcata Coletta se non per un suo delitto, che si prevede terribile, visto il titolo dell’opera?
Sono intervalli e sospensioni ansiosi e attrattivi: “Intanto, egli continuava nella sua perfetta simulazione verso Coletta, dal cui animo egli era riuscito a bandire ogni ombra di gelosia.”.
Paiono invertite le parti. L’uomo buono e sincero si è trasformato in simulatore e la donna gelosa e perfida in una femmina tutta presa d’amore e buoni sentimenti: “Tutte le volte che Cipriano doveva andare a Casoria diceva alla sua donna ch’egli sarebbe tornato a casa un po’ più tardi del solito per faccende che avesse a sbrigare. E Coletta, che non vivea più in angosciosi pensieri per la Teresina, che ella sapea non dimorare più in Napoli, non accogliea più la minima dubbiezza sulle parole dell’amante, che le si mostrava sempre più appassionatamente amoroso.”.
Seguono altre bugie di Cipriano che ingannano Coletta, la quale era convinta di sposarsi entro pochi giorni e invece passano settimane e Cipriano ogni volta trovava nuove scuse: “E diceva a Coletta ch’egli era dovuto andare qua e colà per le carte occorrenti al matrimonio.”.
Si giunge al 16 maggio 1793.
Torna a farle visita la sua benefattrice che le conferma che la bolla papale è giunta e trovasi presso l’Arcivescovato, e dunque perché Cipriano non vi si è recato, e perché non sono ancora sposi?: “Signora, ho il cuore scuro scuro come se dovessi essere colta da una grande disgrazia. Permettete che io vi baci la mano.”.
Di nuovo, dubbi, pensieri e disperazione cominciano ad insinuarsi nell’animo di Coletta. Quando la benefattrice si congeda da lei: “Coletta si impadronì d’una mano della signora Morisi; e voleva appressarla al suo labbro; ma costei l’attirò al suo seno, e la baciò con estrema tenerezza dandole molte volte il nome di ‘figlia’.”.
Ricordiamo che quest’ultimo è un altro interrogativo che attende una risposta, verso la quale ci stiamo avvicinando: “Quando la signora Cesarina fu partita, Coletta si gittò su una sedia, esclamando: – Questa donna è certamente la madre mia!”.
Si aspettava l’esplosione della mina. Ed eccola. Chi vi pesta il piede è un personaggio appena sfiorato nel romanzo, quasi fantasma scolorito, la lavandaia Antonetta, la quale una sera bussa alla porta di Coletta, si fa riconoscere e le espone nientemeno che questo racconto: “Voi avete a sapere che io prendo a lavare i panni d’una signora che abita nel vicoletto del Vasto presso la strada Brancaccio. Ieri mattina andai a recarle la cesta dei panni del bucato; e nel salire le scale della signora mi imbattei nel signor Cipriano che scendeva da quella casa, lo conoscevo il signor Cipriano; ma egli non conosce me. Come venni alla presenza della signora, le parlai di lui; e la signora mi disse che quel giovine era venuto da lei per pagarle la prima mesata di pigione di una casa di lei in Casoria, e che egli ha tolta in affitto. Mi soggiunse che il signor Cipriano ha dato promessa di matrimonio ad una certa Teresina, che qui in Napoli esercitava il mestiere di tessitrice nella via San Cristofaro e che ora si trova in casa d’una zia a Casoria. Domenica si celebrerà il matrimonio nella parrocchia di quel paese; e gli sposi andranno ad abitare nella casa, che il signor Cipriano ha fatto magnificamente arredare.”.
Vi è più d’un motivo per farsi assalire da una catastrofica follia.
Nemmeno il lettore più scaltro si sarebbe avventurato in una simile ipotesi così inattesa, di un Cipriano tanto cinico e crudele, seppure abbia perduto la testa per l’abile tessitrice.
Figuriamoci Coletta!

Alle due di quella stessa notte ecco che suona alla porta Cipriano, ubriaco fradicio. Osserva l’autore: “Notiamo che dal momento in cui questo disgraziato aveva accolto nel cuore un’altra passione, un altro amore, cercava di stordirsi e di soffocare i rimorsi a furia di liquori spiritosi e di poderoso vino.”.
Ciò a rappresentarci quanto il male inquieti e corroda.
La reazione di Coletta è composta, non dà adito a sospetti di sorta, ma: “In quella notte del 16 maggio 1793 fu concepito nella mente di Coletta Esposito il delitto del quale fu soprannominata la ‘Medea di Porta Medina’.”.
Abbiamo detto abbastanza affinché il lettore si renda già conto dello sboccare della tragica storia, ed ora è bene che egli prosegua da solo le poche pagine che mancano alla conclusione, sapendo che Mastriani dà questo avvertimento, dopo aver rammentato la Medea della grecità: “Non leggano le madri questo capitolo della presente storia.”, la cui conclusione è anticipata da questo disegno criminale di Coletta: “… io voglio che la ferita che io farò al cuore dello infido sanguini per lungo spazio di tempo: io gli debbo trapassare il cuore con una freccia avvelenata che non lo uccida di un colpo, ma che il faccia spasimare come un’anima dannata. Egli giurò sulla vita di sua figlia di non tradirmi giammai, di non amare altra donna che me! Ebbene, egli è forza che lo spergiuro gli ricada sul capo. Colà, a piè dello altare, dinanzi al quale il traditore giurerà fedeltà e amore ad altra donna, quando le loro destre saranno congiunte dal ministro di Dio, gitterò ai suoi piedi il cadavere di sua figlia, e sotto agli occhi suoi gli svenerò la sposa.”.
Non v’è più alcun dubbio che il lettore ha dovuto fare i conti con una storia forte, tesa, intensa e tragica, condotta dall’autore con maestria. Dirà il giudice che condannerà a morte Coletta: “Se questa donna fosse vivuta a’ tempi delle repubbliche greca o romana, avrebbe di sé fatto parlare le storie.”; “Coletta Esposito fu condannata ad essere trascinata per la città con la parola ‘Empia’ sul petto, decapitata, e la testa appiccata alle mura del tribunale.”.
Inutile la grazia chiesta al re Ferdinando IV dalla benefattrice Cesarina Morisi, che scopriamo, finalmente, essere sua madre: “Le aspre parole della regina le avevano tolto il coraggio di dire al re quello ch’essa aveva in animo di dirgli; e che forse avrebbe mossa la clemenza reale.”.
Dunque? Il padre è addirittura il re? Mastriani non ci dice di più e lascia a noi di indovinarlo.

L’assassinio in via Portacarrese a Montecalvario

Mastriani ha tratto spesso dalla cronaca il soggetto dei suoi romanzi.
In questo, scritto nel 1882, il fatto narrato accadde il 9 gennaio 1819. Occorre precisare che il romanzo fu pubblicato in appendice sul quotidiano “Roma” dal 15 settembre al 12 dicembre 1882 in 85 dispense, ed è stato pubblicato in volume solo nel 2018 da Guida editore a cura dei discendenti diretti Emilio e Rosario Mastriani.
Barbara (Barbarina) Castigli è una danzatrice di Messina che vive a Napoli. È piuttosto belloccia, non bella, ma ha un corpicino che fa girare la testa agli uomini, i quali la spiano ogni volta che passa per strada per recarsi alle prove presso il teatro San Carlo, accompagnata dalla nonna, essendo orfana dei genitori: “C’erano di quei giamberghini più avventati che seguivano la corifea insino al vestibolo delle scene di San Carlo e, al ritorno insino al vico ‘Storto alla Concordia’; ma queste erano passeggiate che si riducevano a solo vantaggio dei calzolai; dacché gli spasimanti non avevano neppure l’onore di essere guardati con la coda dell’occhio dalla piccola Tersicore, che, se fosse accaduto che ella si avvedesse di quei persecutori, si fermava di botto, e menava giù colpi di ombrellino a manca e a dritta, accompagnando queste ombrellate con certi sonnacchi pornografici che le uscivano dalle rosse labbra e che non erano certamente fiori di arcadica poesia.”.
Con poche parole è tratteggiato il carattere intimo del primo personaggio che incontriamo e lo vediamo muoversi come lanciatovi in mezzo dal pennello di Toulouse Lautrec o dai bronzetti di Edgar Degas.
Ma Barbarina non era come le tante che si lasciano abbindolare a fronte di certe agiatezze concesse dai corteggiatori. Era furba, e onesta lo era per calcolo: “Barbarina era onesta per calcolo: voleva ‘maritarsi bene’, com’essa diceva.”.
Mariannina, una sua collega, piccoletta e grassottella dalle forme tuttavia seducenti, non è dello stesso parere e le suggerisce di fare come lei, che si è accalappiata uno sciocco corteggiatore, il cavaliere (dell’ordine di San Costantino) Benedetto Sabini (l’autore ci avverte che avrà parte “importantissima” nel romanzo), che non le fa mancare nulla. Non è il momento di legarsi ad un marito, le fa capire, quando si è giovani e belle.
Forse perché si parla di teatro e l’opera si apre descrivendocene il mondo variopinto, ci viene in mente la stupenda apertura, ambientata proprio in un teatro parigino, del celebre romanzo di Émile Zola, “Nanà”, del 1880, di due anni prima, cioè.
Mastriani fa un cenno alla reggenza di Murat: “Il principe napoleonide volea far divertire il buon popolo di Napoli e vi metteva tutto il suo buon volere. Nelle gale di Corte facea correre il vino dalle fontane; alzare in tutte le principali piazze gli alberi della cuccagna; e faceva dare accesso gratuito al popolo nei teatri.
Il governo di re Gioacchino avea permesso che nel vico ‘Freddo a Chiaia’ si aprisse una specie di ballo pubblico, come si costuma a Parigi.
Fu chiamato il ‘Giardino di Tivoli’.”.
Esso, da principio ritrovo delle classi più alte, a poco a poco divenne luogo frequentato da femmine di facili costumi e per incontri e approcci amorosi.
Il ricco don Benedetto, il protettore di Mariannina, ne era un assiduo frequentatore. In quel vizio stava per esaurire tutto il patrimonio ereditato dal padre, ma riesce a salvarsi mettendosi al servizio dello Stato nel ramo della polizia segreta, ossia dello spionaggio. Si leggerà più avanti che “si era mezzanamente arricchito con una professione che non obbliga a nessun lavoro, e che si esercita comodamente nei gabinetti dei sopracciò che governano.”.
Barbarina si mette in testa di sedurre l’amante dell’amica, onde sfruttarlo pure lei: “… la primissima intenzione di Barbarina si fu quella di carpire qualche regaluccio all’amante di Mariannina senz’arrischiare la propria onestà.”.
Nel ballare sul palcoscenico, occupando la prima fila, la sua bellezza si faceva notare, e si era già accorta che Benedetto la riguardava con un certo interesse. Così una sera fissa su di lui uno sguardo pieno di voluttà, che è percepito dal “panciuto ganimede”: “Don Benedetto ebbe il capogiro; gli si annebbiò la vista pel piacere e avrebbe voluto che il ‘passo a due’ fosse durato un’ora per deliziarsi della luce vaporosa e magnetica di quelli occhi divini.”.

Il contatto avviene e il lettore potrà ammirare le arti seduttive di Barbarina, ben rappresentate dall’efficace scrittura di Mastriani.
Ci sono strade e luoghi che vengono immortalati dalla sua penna di gran conoscitore della città di Napoli e sarebbe bello che un altrettanto conoscitore facesse una comparazione storica tra quelle strade citate, che forse potrebbero anche aver cambiato intestazione, e quelle di oggi. Per esempio, esiste ancora la locanda dell’Aquila nera? E la strada dove si situava si chiama ancora Tre re a San Tommaso?
Nell’opera complessiva di Mastriani è contenuta anche una invidiabile, doviziosa e varia eredità di notizie da renderla del tutto speciale. Egli si esercitò in molti campi, lasciando “oltre 900 lavori letterari”.
Ci lascia anche moniti e suggerimenti, e pillole di saggezza popolana che mostrano la sua sapienza esistenziale e il contatto profondo che tenne con la società civile, che imparò a conoscere fin nell’anima. Leggete cosa scrive della nonna, quando si accinge a descriverci l’avola di Barbarina, che sia chiama Rosalia, e ha circa 55 anni, “ma ne addimostrava una decina di più”: “C’è nella nonna due volte la madre e quattro volte il padre.”. E verso la fine: “Dicemmo altrove che la nonna è due volte madre, epperò la tenerezza per i nipoti è due volte più intensa dello stesso amore di madre.”.
Che si deve dire di uno scrittore di tale delicata e rara sensibilità?
Si faccia quanto prima dagli esperti un approfondimento su questo scrittore i cui meriti sono disseminati a iosa nelle sue opere, mai banali per valori di contenuto e di scrittura: “Un giorno, settant’anni fa, anch’essa era una bambina che folleggiava da una stanza all’altra e correva nei giardini appresso alle farfalle; e tutti la baciavano e le facevan carezze; ed aveva i capelli come l’oro e i labbri come il corallo.”.
I vocaboli che usa, spesso sono perle che formano una preziosa, scintillante e ubertosa collana.
I rapporti tra nonna Rosalia Fioretti, che era stata madre di Rosolina, cantante di teatro e morta di tisi a 32 anni, e la nipote Barbarina, che oltre alla madre era rimasta orfana del padre Paolo Castigli, pure lui interessato al mondo del teatro, sono più che amorevoli. Le dice Barbarina: “Aspetterò che la buona ventura m’arrivi di maritarmi come dico io; e allora, nonna mia, tu vivrai altri cento anni tra le morbidezze d’una comoda vita.”.
Ma ci avverte l’autore: “Questo è veramente un giuoco assai pericoloso per una fanciulla; ed anche quando con arti sottilissime ella riesca a difendere la sua onestà contro le provocazioni che la medesima fa nascere, non riuscirà certamente a porre in salvo il suo decoro e la sua reputazione.”.
Sarà così anche per Barbarina?
Intanto ammiriamola mentre sa tenere sulle ansie il cavaliere Benedetto che di mattino è andato a trovarla, regalandole un bell’anello con due brillantini, e avviando con ciò il suo corteggiamento: “Costui si era trovato al fianco di tante bellissime donne e, nondimeno, nessuna gli avea fatto quello effetto d’incantesimo che gli facea quella donnina di Sicilia, dalla cui capigliatura esalava una vibrata essenza di garofano; ed era un’acqua odorosa o pomata di viva fragranza di cui le danzatrici solevano in quel tempo ungere i loro capelli, e che si addimandava ‘La Favorita’.”.
Il dialogo è uno dei punti di forza di Mastriani (che fu anche autore di teatro), il quale non sbaglia mai tempi e situazioni, e il lettore ne avrà un esempio leggendo il corteggiamento in questione che ci farà apparire il cavaliere come un galletto che abbia avanti a sé una faina. Sull’importanza del teatro ai quei tempi, più avanti, dirà: “Le polemiche teatrali tenevano quel posto che oggidì occupano le polemiche politiche.”.
Certi interventi dell’autore hanno delicata ironia e garbo.
Eccone uno. Mentre il cavaliere e Barbarina stanno esibendosi nel corteggiamento, si sente bussare all’uscio, e chi è? Il padrone di casa che viene a riscuotere gli affitti, in un momento così inopportuno. E l’autore chiosa: “I miei benigni lettori debbono certamente aver notato che c’è una classe di persone che io picchio ben bene nelle mie opere, ed è la classe dei padroni di casa.”.
Chi sa a quanti recano felicità e soddisfazione queste parole! Al punto che, se Mastriani fosse un Santo, ne terrebbero l’altarino all’ingresso della loro casa, onde auspicarne e accalorarne la venuta.
Così continua, palesando anche l’anima del socialista, quale fu: “Non credano pertanto che io li picchi per astio personale. Non iscrissi mai una parola sotto l’impeto della collera o del rancore. Ma non risparmio tutti gli oppressori della povera gente, tutti quelli che succhiano il sangue dalle nostre vene, tutti quelli che calpestano le leggi di Dio e della umana fratellanza per infame ingordigia del guadagno.”.
In quel primo giorno di corteggiamento, l’abile faina Barbarina riuscì a togliere con le sue movenze all’istupidito galletto: un anello di brillanti, un orologio d’oro, e due mesate con le quali Benedetto saldò l’arretrato dell’affitto.
E siamo solo al principio.
La femminilità, pare suggerirci l’autore, è qualcosa di sublime che agisce in specie sul lume della ragione: “Barbarina lo guardava con un sorriso ineffabile, mettendosi le mani ai fianchi con quella grazia di civetteria che è tutta propria delle danzatrici, e facendo rilevare un busto che Venere le avrebbe invidiato.”.
La sera dello stesso giorno il cavaliere si reca nuovamente in casa di Barbarina, secondo le intese, e vi trova un giovane poeta, anch’egli originario di Messina, Tito Leonzi di anni 24. La cosa non gli garba punto e noi già andiamo avanti e pensiamo che sarà questo giovane a mettersi in mezzo alla nascente relazione. Sarà così?
Il Mastriani semina il sospetto, come al solito abilmente, richiamandoci alla memoria i tanti romanzi che hanno circolato con perfide seduttrici quali protagoniste.

Il giovane Tito ha scritto una tragedia e desidera che sia rappresentata. Lasciata la casa di Barbarina, questa lo raccomanda al cavaliere perché trovi un impresario disposto a metterla in scena. Lui lo promette ma la conversazione, che Benedetto si attendeva propizia, prende una brutta piega quando egli le chiede se vuole diventare la sua amante. Barbarina dichiara di sentirsi onorata, ma chiarisce che ella è disposta ad accettare solo se diventerà sua moglie. Non se lo aspettava il galletto, e va su tutte le furie, imprecando che non si farà più vedere. Ma Barbarina non ci crede ed è sicura che tornerà al più presto.
E ha ragione. Il contatto, dunque, si mantiene.
Ne approfitta Mastriani per fare una divagazione che annuncia con la solita sua galanteria e ci dà, in sovrappiù, una notizia che il lettore gradirà perché divertente.
La prima, che serve ad introdurre alcune note sull’impresario di Barbarina, don Domenico Barbaja, ha tale una squisitezza: “Ci consentano i nostri leggitori un breve capitolo su quest’uomo che per tanti anni resse le sorti dei nostri reali teatri. Benché questo capitolo sia in gran parte estraneo al viluppo del sanguinoso dramma di via Portacarrese, verrà sempre a colorire i tempi e gli uomini. D’altro lato, non si può fare la storia di una corifea dei reali teatri senza che ci entri per poco don Domenico, del quale più diffusamente parlammo in altro nostro lavoro.”.
La seconda ci narra un fatterello di cui dobbiamo esser grati a detto impresario, e riguarda Vincenzo Rossini: “Rossini forse non avrebbe scritto una nota senza Barbaja.
Si sa che il grande maestro di Pesaro era neghittoso, massime in Napoli. È noto che don Domenico, per avere l’’Otello’, dovette rinchiudere il maestro prigioniero in sua casa, dandogli per tutto svago per colazione, per pranzo e per cena i maccheroni, di cui il Rossini era ghiotto e mangione.”.
Nel farne il ritratto ci fa sapere che: “Aveva inoltre un’altra qualità che è assolutamente indispensabile per un impresario. Il suo cuoio era impermeabile ai vezzi delle cantanti e delle danzatrici. In quanto a queste, le metteva tutte in un fascio, dando loro una qualificazione, di cui si sarebbero tenute offese, se non avessero saputo che il Barbaja non era molto corretto nel parlare.”.
La capacità di saltare da un personaggio all’altro con assoluta lievità è una delle tante qualità di cotesto narratore, il quale dimostra di avere sempre la storia in punta di dita. E il passaggio dall’uno all’altro è così armonioso che il lettore non avverte alcuna cesura.
Dopo l’impresario tocca di entrare in scena al poeta che abbiamo già incontrato di sfuggita in casa di Barbarina, Tito Leonzi, che era in cerca di raccomandazione per rappresentare una sua tragedia e l’aveva trovata in don Benedetto.
Vediamo come si prosegue.
Riceviamo questo segnale, di cui, come abbiamo visto in altre sue opere, l’autore ci fa grazia per metterci in ansia e in sospetto. Il giovane va a trovare Barbarina e la nonna Rosalia gli consegna la lettera di raccomandazione preparata da don Benedeeto e, nel farlo, si lascia scappare che quel gentile signore “ha forse qualche intenzione per Barbarina.”.
Ecco il segno: “Se la vecchia ci avesse badato, avrebbe visto a queste parole farsi più pallida del solito la faccia del comparello e più bianche le labbra.”.
La mano di Mastriani scivola a questo modo nello svolgimento delle sue storie, con una leggerezza saporosa che accarezza sempre la scrittura con cui ci intrattiene: “È necessario che diciamo qualche cosa su questo giovine, che è destinato a rappresentare una parte non secondaria nel dramma di via Portacarrese.”.
Pare di vedere già la scena finale, che può anche preludere ad una tonalità a forte tinte shakespeariane.
Tito e Barbarina sono legati dall’amicizia dei loro rispettivi padri che è durata fino alla loro morte. Il padre di Tito, violinista, avrebbe voluto che anche il figlio si dedicasse alla pratica dello strumento, ma questi era stato vinto soprattutto dall’ispirazione poetica: “Certo è che fra tutte le protuberanze questa del poetare, ed in generale questa dello ingegno, è la più funesta che Domineddio possa regalare ad una povera fronte umana. È meglio nascere con la disposizione a vendere trippe e baccalà.”.
Si delinea un quadro di vita bohemienne, a cui avrebbe volentieri messo mano il nostro grande Giacomo Puccini: “Avea scarne le guance e pallido il viso il siculo giovinetto; e, quando le ombre della sera cadevano sul mare, se ne andava soletto e molte volte pressoché digiuno di pane in riva al mare, e quivi, seduto sull’arena, guardava quell’antico fenomeno di tetra grandezza che sono le acque; e pensava… pensava… poetava.”.
Ciò che abbiamo pensato è vero: “Tito amava la comarella Barbarina.”.
È un amore senza avvenire? Non si sa. L’autore ci anticipa che la sua tragedia “Saffo”, fu rappresentata con successo e “si ripetette non poche sere”. Dunque, intanto, coglie questo trionfo, che lo rende più sicuro nel suo amore verso Barbarina.
Riguardo ai suoi meriti nel suonare il violino, siamo avvertiti: egli “vivea miseramente con la mamma sonando il paterno violino nelle orchestre di chiese e di teatro; ed era forse migliore poeta che sonatore di violino.”.
Ma Tito non ha il carattere docile che potrebbe immaginarsi per una persona che cresce negli stenti.
S’avvede dell’interesse accanito che don Benedetto ha per Barbarina e mette le mani avanti, con un altro avviso che il lettore dovrà tenere di conto. Gli dice “che, se per avventura ella abbia fatto nell’animo suo il bel proponimento di fare di Barbarina la sua ganza, può fare il suo testamento.”.
Questa minaccia spaventa il ricco pretendente, che non se l’aspettava, verso il quale Tito aveva anche aggiunto: “Una palla nel petto la mandiamo al seduttore delle nostre donne con la stessa facilità onde diamo una stretta di mano ad un amico.”.
Sarà lui l’assassino? Le premesse farebbero pensare di sì, o almeno questa è la strada su cui ci avvia Mastriani.
Così, per la passione che nutriva per la ballerina e a seguito delle esplicite minacce del giovane poeta don Benedetto si decide di menarla a nozze, che avvennero “Nell’ottobre dell’anno 1818”; “nella parrocchia di San Matteo e quella sera la chiesa era gremita di curiosi di cui ciascheduno fece i suoi commenti su gli sposi.”.

Il matrimonio fu, comunque, una sorpresa per Tito, che tutto si aspettava fuorché che Benedetto sposasse una fanciulla senza dote e di una tale miserevole condizione sociale: “Se Tito Leonzi non si gittò dal Ponte della Sanità fu perché avea dato al Fabbrichesi la sua tragedia, ed aspettava i trionfi della scena.”. Di questo ponte, costruito nel 1809, sapremo che era diventato il ponte dei disperati dal quale essi si gettavano a morire (“ebbe quasi ogni anno a registrare due o tre suicidii”): “Il ponte, com’è noto, fu opera di Gioacchino Murat, che nel breve suo regno fece di molte e buone cose, e moltissime altre avrebbe fatte se non fosse stato moschettato da Ferdinando I, per grazia di Dio e per disgrazia nostra, re del Regno delle Due Sicilie, e della povera Gerusalemme per soprammercato.”.
Col matrimonio, Barbarina cessa di calcare le scene per volontà dello sposo che non le fa mancare nulla di ciò che possa piacere ad una donna.
C’è già chi prevede la lite tra i due: “Ma c’è da scommettere che non passerà la luna di miele, e la sposina verrà in lite collo sposo.”.
Al lettore pare di avere la strada davanti dritta e spianata. Il triangolo si è formato e resta solo da assegnare le parti. Già immagina che Tito diventi l’amante di Barbarina e che si compia dai due il delitto. Oppure che don Benedetto continue le sue scappatelle e trascuri la sposa finché non lo uccida la vendetta del giovane Tito sempre più innamorato. Oppure che sia don Benedetto a uccidere la sua sposa e il suo amante.
Troppo facile? E perché no? Tutto sembra doversi risolvere all’interno di questo triangolo (fate, però, attenzione a non cadere nei trabocchetti che l’autore semina qua e là), ma intanto ciò che vale è il gusto che si prova per l’architettura semplice e lineare costruita con la saporosa arte di una scrittura ben amalgamata con il popolo: ridanciano ma sospettoso, crasso ma astuto, focoso ma vigile e previdente.
Ed ecco arrivare un altro segno, lasciatoci semplicemente in un inciso. Sarà una delle trappole?: “Un anno era appena trascorso da questa sera del banchetto, e Barbara Castigli, la moglie del cavaliere don Benedetto Sabini, sedeva su lo sgabello dei re nell’aula della Gran Corte Criminale di Napoli, alla presenza di quel giudice della Gran Corte, il quale era stato seduto quella sera alla cena delle nozze.”.
Una domanda sorge spontanea. Perché Mastriani ci dà certi segni? Vi è una spiegazione possibile, che è quella che egli conti sulle sue qualità di abile narratore, così che il lettore non sarà mai sprovveduto d’interesse. L’arte nativa e l’esperienza del mestiere gli danno, ovviamente, una tale sorridente e astuta sicurezza. Egli è un sarto sopraffino capace di cucire un vestito addosso al lettore senza neppure prenderne le misure. Sa quel che fa.
E Tito? Voleva gettarsi dal Ponte della Sanità, a far compagnia ai suoi predecessori: “Per il disperato, l’ignoto della morte è meno terribile del noto della vita.”. Lo distoglie dal tragico proposito il suono di una campana: “Poi lentamente si allontanò da quel sito funesto, che era stato per lui una terribile tentazione; e cominciò a ridiscendere la strada.”.
Mentre sta camminando incontra Giacinto Acimulo, un amico di infanzia, che si era traferito a Napoli, pure lui amico di infanzia di Barbarina, e lo mette al corrente dell’accaduto e del suo proposito di suicidio. Giacinto si adopera per ridonargli il buon umore e scuoterlo da quella profonda e pericolosa tristezza. Vuole incontrare Barbarina, che non vede da anni.
Ahi, ahi! si dirà il lettore: Ora abbiamo il terzo incomodo. Sarà lui il nuovo amante di Barbarina?
Ė la conferma che Mastriani è padrone della scena e sa attirarci nelle sue trappole. Certamente sorride mentre ci apparecchia le sue sorprese. Credevi, sembra dirci, di aver spianata la strada? Ebbene, ora eccoti quest’altro seme che ti spronerà ancora di più a seguire la mia storia. Mettiti comodo, sembra sorriderci maliziosamente, e continua a leggere, che le sorprese, vedrai, non sono finite. Abbi fede nel tuo burattinaio.
Ci troviamo in presenza di un’altra curiosità, o meglio di una notizia storica: piccole gemme che ingentiliscono e impreziosiscono il romanzo: “Come curiosità storica notiamo che il re stanco di regno [Ferdinando IV], aveva affidato le cure dello stato al suo dilettissimo primogenito don Francesco, duca di Calabria, che aveva assunto il titolo di Vicario generale.
Il principe Francesco, duca di Calabria, aveva una strana consuetudine, che egli continuò nel breve suo regno.
Pranzava a mezzogiorno preciso; e, appresso al desinare, si coricava, e non si alzava prima delle due ore di notte; andava al teatro e restava in casa fino alle undici della sera; e verso la mezzanotte cominciava ad occuparsi delle cose del regno; per modo che i Consigli Stato si teneano dalla mezzanotte in poi e i ministri e tutti gli uffici pubblici erano aperti nel cuore della notte; e gli impiegati governativi non andavano a letto che verso le otto o le nove del mattino.”.

La tragedia scritta da Tito ha successo, rappresentata in presenza della Real Casa e di molta aristocrazia. Si noti che il successo è misurato, come è accaduto in tutti i tempi e accade tuttora, dalla commozione che l’opera riesce a suscitare nel pubblico. Più lacrime si versano e più si presume che l’opera abbia delle qualità.
Tornando al matrimonio di Barbarina, l’autore ci dà notizia di un’altra usanza, che oggi appare davvero curiosa per non dire crudele: “Ma, ‘in illo tempore’, quando viveva mia nonna, le cose non si facevano così a dirupo; e la sposa non se ne scappava dalla città, ma stavasene rinchiusa otto giorni in casa; e per lo più non usciva neppure dalla stanza coniugale, avendo quasi vergogna di farsi vedere dai suoi stessi parenti.”.
S’usava pure dare alla sposa un Cavalier servente con il quale uscisse a passeggiare in assenza del marito. Di solito un parente, ma poiché Barbarina non ne aveva, don Benedetto le suggerì di nominare a quell’incarico il giovane messinese, suo compagno d’infanzia, Tito Leonzio, che egli crede uno sprovveduto. Barbarina fa le viste di essere scontenta di andare in giro a braccetto di un giovane, e don Benedetto invece, da sciocco, insiste, non sapendo che con ciò fa il gioco della furba sposa.
Annota Mastriani: “Noi non crediamo a quel Dio di bronzo che si chiama ‘il destino’ e lo abbiamo detto mille volte; crediamo invece all’alta sapienza divina che regola tutte le umane cose. Ma pur ciò nondimeno avvengono di tali cose nel mondo le quali si potrebbero a ragione addimandare ‘fatali’. Come si spiega, verbigrazia, che un marito si ostini a rendere accetta alla moglie una persona che dovrà poi cagionare la sua disgrazia?”.
E ci dà con questo un altro segnale. Veritiero o ingannevole?
Il lettore già si arrovella a fabbricare da sé la conclusione della storia. Una specie di gioco che gli è posto davanti, come quelle figurine di mosaico che devono essere incastonate l’una all’altra per formare il disegno complessivo, ed ora si prova una figurina, ora se ne prova un’altra, finché tutto non si aggiusti.
Ti sarai accorto, caro lettore, che così sto facendo pure io con questa lettura che mi piace proprio per il gioco che vi sta nascosto e che sta prendendo i suoi colori, divertendomi ancora di più.
La tragedia “Saffo” composta da Tito, che ebbe grande successo e procurò commozione in tutti gli spettatori e massimamente in Barbarina, ha nel romanzo la stessa funzione che ebbe la storia di Lancillotto e Ginevra nell’infiammare i cuori di Paolo e Francesca, di dantesca memoria.
Barbarina fu contenta di avere come Cavalier servente (detto anche ‘Bracciere’) il giovane artista.
A mettere gallo al poeta, è anche questa frase detta da Barbarina a Tito, loro due rimasti soli a tavola, a riguardo del marito che se n’era andato a letto: “Un marito, e sia di quella specie, è sempre un vescicatorio sul petto.”.
Allo stupore di Tito, così completa il quadro: “Si vede che sei poeta, ragazzo mio! E tu pensi che io abbia sposato per amore quel bufalone? Gli faccio, è vero, moine e carezze per dargli a credere che io muoia per lui; ma questo io fo soltanto per carpirgli il più che posso denaruzzi e gioielli, e perché mi sta a cuore di far passare una comoda vecchiaia a questa mia buona e affezionata nonna, che mi vuol tanto bene. Ma, in quanto al resto, io respiro più liberamente quando non ho su lo stomaco questo gastigo di Dio, che non sa parlare d’altro che dei suoi becchi, dei suoi maiali e del granturco e dei fagioli e delle fave e delli stomatici di Bari e dei vini di Bitonto e di Molfetta! Quanto è antipatico, Gesù Cristo mio!…”.
Ce n’è d’avanzo per farsi un’idea della furba e spregiudicata sposa, che già abbiamo paragonato a una faina.
In un attimo si mangia in un solo boccone l’innamorato poeta, e già ci dà l’idea che potrà manovrarlo a suo piacimento.
Leggendo le opere di Mastriani, e il lettore ci ha potuto seguire in quelle che già gli abbiamo offerto, si ha solo una piccola idea della varietà dei personaggi che egli riesce a creare, tutti perfetti, aiutati in questo, oltre che dalle appropriate descrizioni, anche dalla parlantina, diversificata a seconda del soggetto da mettere in scena, che l’autore riesce a tingere dei giusti colori, si tratti di commedia o di tragedia.
Giacinto, ad esempio, vi appare presto, con il suo allegro ed estroso carattere, come il pagliaccetto di corte che tiene di buon umore e risolleva dalla tristezza il nostro debole poeta.
Pare di vederlo coperto di un abito da paggetto e con un cappello dai sonaglini vibranti.
Quando Tito gli dice che ha baciato Barbarina, in un impeto di passione provocato dal troppo vino, ed ora si vergogna di incontrarla di nuovo, lui lo incoraggia a non fare lo stupido e gli dice che ha sbagliato fuggendo subito dopo dalla donna, che invece si aspettava ben altro da lui. Gli ha offerto di essere il suo Cavalier servente e lui si sente in imbarazzo? Ebbene accetti o sarà lui, Giacinto, a offrirsi al suo posto.
Tito però lo raffronta a Mefistofele, immaginandosi qualche cattivo tiro da parte sua nei riguardi di Barbarina, che pure lui conosce sin dall’infanzia.
Vuol forse soffiargliela ora che Giacinto ha chiesto di volerlo accompagnare a far visita alla giovane sposa?
Nell’introdurre un nuovo personaggio, che andremo a conoscere meglio, e dall’apparenza di un ricco cafone, ci dà questa informazione a proposito di un paesino, Sava, situato in “Terra di Otranto”, da dove questi proviene. A Sava “è la costumanza di seppellire i morti appena un’ora dopo che sono ‘apparentemente’ spirati; e diciamo ‘apparentemente’ dappoiché non è possibile che dopo un’ora si sia certi della morte reale di un uomo. Per lo che noi pensiamo che 99 su 100 sepolti nella pretura di Sava in terra d’Otranto siano ‘sepolti vivi’; in guisa che il cimitero di colà può dirsi veramente il ‘campo scellerato’.
Come conseguenza di questa amena costumanza, la famiglia di un infermo si affretta a fargli costruire la cassa mortuaria qualche giorno o parecchie ore prima che spiri l’anima o si supponga così. E il più delle volte egli avviene che l’infermo guarisce; e, dacché la cassa mortuaria si trova già bella e fatta, la si conserva per quando dovrà servire; e l’uso vuole che si tenga sotto il letto, ad imitazione di un antico re di Spagna e della vivente attrice francese Sarah Bernhardt.”.

Ma chi è questo rozzo individuo apparso in casa di Barbarina? Un compare di don Benedetto, una specie di parente. Il suo nome? Pippo Gnuoccolo.
Benedetto arriva a casa e trova il compare, la cui cafonaggine esce magnificamente descritta dalla conversazione tra i due. A Benedetto viene subito in mente che quello potrebbe essere il Cavalier servente per la sua mogliettina, che vuol far conoscere al compare, il quale segue Benedetto: “Don Benedetto andò innanzi, e il cittadino di Sava appresso, lasciando dietro ai suoi passi orme di fango su i tappeti che correvano per tutti i pavimenti.”.
Il bello è che subito dopo arrivano anche Tito e l’amico Giacinto.
Il primo era vestito come piaceva a Barbarina, ma il secondo leggete come Mastriani lo descrive: “Il suo amico Giacinto era vestito in un modo che non si potea far di meno di ridere nel guardarlo: portava un giubbone a coda di rondine con un bavero che gli copriva interamente la parte posteriore del capo. Un corpetto bianco gli scendeva insino all’ombelico, e una cravatta di seta color giallo-cromo era il bastimento sul quale si rizzavano due alte vele, ed erano i colletti della camicia. Un fazzoletto di seta color sangue di porco gli spenzolava addietro pendente da una delle tasche del giubbone.”.
Non vi pare di vederci il Grillo parlante del cartone animato di Walt Disney, “Pinocchio”?
Ma a fare il Cavalier servente è scelto il poeta, il quale è invitato a restare a cena, mentre Giacinto già se n’era andato dopo una lite col cafone di Otranto. Barbarina, nell’accompagnarsi a Tito per andare a tavola, gli sussurra: “Pure, quell’originale di Giacinto mi piaceva. L’avrei tanto volentieri fatto rimanere a cena.”. L’autore aggiunge: “Tito impallidì.”.
Che cosa ha in mente Mastriani e quel don Pippo comparso all’improvviso a quale ruolo è destinato? Si noti che tanto don Pippo che Giacinto sono entrati in scena come personaggi portatori di una certa comicità, peraltro ben rappresentata, che ci ricorda che Mastriani fu anche autore di commedie esilaranti.
Uscita in carrozza con seduto a fianco Tito, tutto intimidito, Barbarina è felice perché avverte di essere ammirata lungo il corso della “Favorita”, dove si davano convegno le dame, in gara tra loro: “Ed era veramente bella questa diavolessa di Barbarina! E la sua beltà era rialzata non tanto dalla pomposa acconciatura, la quale pei tempi nostri sarebbe goffissima, quanto dalla contentezza che le brillava in quei grandi occhi neri per la umiliazione che essa infliggeva alle sue ex compagne che in modesti ‘equipaggi’ erano menate dai loro amanti al passeggio.”.
Non dimentichiamoci di apprezzare la carezzevole scrittura dell’autore, che in questa immagine del passeggio in carrozza ci rammenta autori francesi come Stendhal e Maupassant. Da ammirare il dialogo tra il timido Tito e la civettuola Barbarina, con ciò degna di entrare nei migliori ritratti dipinti dal Mastriani.
Anche Benedetto, da parte sua, non sta fermo; donnaiolo com’è, s’è stancato della moglie e così mette gli occhi sulla cameriera di Barbarina, Antonetta. Leggete come giustifica il corteggiamento alla ragazza, che si mostra timida e sorpresa ma ne sa più del diavolo: “Le farfallette non vanno a baciare sempre lo stesso fiore, ma svolazzano su per i prati, e libano essenze da questo o da quel fiore, secondo che lor prende vaghezza. Piace la varietà.” (la farfalletta, ovviamente, è don Benedetto).
Pare di assistere a una commedia del Goldoni.
Ed ecco che cos’è la donna pel Mariani: “C’era una volta un diavolo nello inferno che era il più infame di tutti i diavoli; e questo diavolo fu spedito nel nostro buono mondo per far dannare tutti gli uomini. E sapete, graziose mie leggitrici, come si chiama questo demonio che ora si trova su la terra? si chiama la ‘Donna’!”.
E allora? Allora “Noi vogliamo dare un consiglio alle signore mogli che voglion vivere sicure su la fedeltà dei loro mariti. Il consiglio è il seguente: Chiudeteli a chiave in una stanza; e fate che non escano mai e badate che in quella stanza non abbia ad entrare nessun individuo del vostro sesso che non abbia ancora valicata la sessantina.”.

Ma Antonetta non gli basta, e conosce e frequenta un’altra donna, che riesce a irretirlo, Fortunata.
È una di quelle donne che vivono in “’quelle case oneste’, in cui il marito esce all’alba, e non rientra che dopo la mezzanotte, e sempre che torna a casa non manca mai di avvertire del suo ritorno la moglie, facendo giù dal portoncino un fischio acuto che la moglie conosce.”.
Fortunata andava verso 35, 40 anni: “C’era del giovanile ancora nella sua bellezza delle forme e nel colore dei capelli in cui non avresti trovato un solo filo d’argento; ma la maturità cominciava ad alzarsi nelle grinze che ne solcavano la fronte ed il viso, il cui colore era quello della lisciva. Le labbra avea bianche e grossolane, Ma i denti li avea tutti e nitidi. Sulla fossetta del mento era un neo. Tutto compreso, donna Fortunata quando si pettinava e acconciava, era ancora piacente, benché il suo linguaggio fosse quello di una pedina da trio, e non sapesse aprire la bocca senza mandare a lippa qualcheduno.”.
E qui sovviene Fellini.
Il marito, don Ciccio Mitraglia (“brutto come la mala notte; ed avea la guardatura del lupo”), esercitava fittiziamente il mestiere di sensale (“ma esercitava questo mestiero in un’ampia significazione.”).
La casa si trova “nel vico ‘Storto Concezione Montecalvario’.”.
Montecalvario, con la via Portacarrese del titolo, diventa a poco a poco la strada del destino di questo romanzo, nel quale le attaccature (legate al tipo in voga di pubblicazione a puntate) sono sensibili ed evidenti, ma il modo pregevole in cui sono riprodotte le fanno apparire come anelli di una solida catena.
Torniamo ad Antonetta, la quale ci sapeva fare col padrone, e in più odiava nascostamente sia Barbarina che il suo Cavalier servente, che non si mostravano molto generosi con lei. La corte che le faceva don Benedetto era una fortuna che non si sarebbe aspettata. Farsela fuggire? Giammai.
La donna in questo romanzo assume i connotati di una astuta padrona delle azioni e dei pensieri degli uomini. Antonetta, al pari della padrona, si muove sulla scena con l’agilità e la sicurezza dei campioni nelle tenzoni d’amore. L’una, circuito Tito bellamente, lo fa cadere ai suoi piedi e questi le manifesta con un incandescente fiume di parole la sua passione. L’altra, Antonetta, gioca al gatto e al topo con don Benedetto, al quale, debole per le gonnelle, qualunque donna era in grado di far girare la testa, figuriamoci lei che gli girava in casa tutto il giorno.
Ma tutte le donne, anche quelle che seguiranno, sembrano formare insieme una donna sola, regina e padrona degli uomini.
Si volge al meglio anche l’intoppo che capita all’Antonetta, essendo stata cacciata dalla sospettosa Barbarina. Don Benedetto le propone di affittare una stanza tutta per lei presso una casa di cui la Fortunata e il don Ciccio che abbiamo conosciuti erano i tenutari per i convegni d’amore: “… quest’oggi io torrò in affitto una stanza per te e ci potrai stare fino al giorno che ti mariterai. Converrò con donna Fortunata che ti dia anche il pranzo e la cena, tutto a mie spese. E quando ne andrai a marito ti farò pure una discreta dote.”.
Tutto procede a puntino per Antonetta (non durerà molto, però, secondo il vezzo del cavaliere, che si stancava presto delle donne, una volta conquistate), ma non per Barbarina, poiché don Benedetto l’ha sorpresa con Tito, e ha proibito a costui di frequentare la sua casa. In seguito a ciò, Don Benedetto pensa di separarsi dalla sposa.
Don Benedetto nel frequentare la casa di Fortunata sente parlare di una certa Rosina Cataldi, avellinese “che si dicea di maravigliosa bellezza” e chiede a don Ciccio, il ‘sensale’, di fargliela conoscere.
Il galletto si è messo di nuovo a caccia, come si prevedeva. Tanto più che don Ciccio gli dice: “Uh! signor cavaliere, bisogna vederla, una gioia di figlia, diciassette anni, fresca e colorita come una rosa di maggio.”.
Però ha già un amante: un ufficiale tedesco “brutto come un rospo. Io sono sicuro che quando la Rosina avrà veduto voi, andrà pazza di voi; e manderà al paese il tedesco.”.
L’incontro avviene con soddisfazione del cavaliere: “Per lo che lasceremo in tutta libertà quei due personaggi di sesso diverso i quali naturalmente dovettero rimanere soddisfatti e contentini l’uno dell’altro.”.
Ma presto si ha un altro incontro, e proprio in casa di Rosina, dove il capitano tedesco sorprende, rinchiuso nell’armadio, il nostro cavaliere don Benedetto.
La conversazione che si ha tra i due è godibile per quell’italiano tedeschizzato del militare, e il lettore si ricorderà con ciò, che l’autore conosceva ben cinque lingue e le padroneggiava anche nello storpiarle a fini comici.
Non v’è altra via di fuga per don Benedetto se non quella di trasferire in un’altra casa Rosina, di modo che il capitano non l’avesse più a trovare al solito indirizzo.
Ne fa le spese Antonetta, poiché viene scacciata dalla sua stanza e sostituita con la bella Rosina.
Ci sembra di vivere quelle situazioni amorose che divertivano i francesi nel diciottesimo secolo.
Tornato a casa dalla sua dolce Barbarina, la trova nella stessa situazione in cui, dal tedesco, era stato trovato lui con Rosina, ossia la trova in camera con il poeta.
È la goccia che fa traboccare il vaso, e i due si separano di comune accordo e Barbarina andrà ad abitare altrove.
A riguardo dei pettegolezzi che si levarono in quell’occasione, Mastriani fa questa sottolineatura che vale anche oggi: “Questo modo di uccidere civilmente il prossimo è uno dei privilegi conceduti all’uomo. Eppure troviamo nelle Sacre Scritture che Domineddio ‘perseguiterà’ i maledici fino alla terza generazione!”.

Ed eccoci all’approssimarsi della fine. Rosina finisce per essere trasferita in un appartamentino tutto suo. E dove? In via Portacarrese a Montecalvario, che è la strada del titolo e dove si compie il delitto.
Chi sarà destinato a morire? Don Benedetto? Rosina? Il tedesco? Barbarina? Tito? Tutto è possibile.
Il romanzo ci ha portato in giro per tante strade e casupole di una Napoli popolana, ed ora esse pigliano una sola e unica, e definitiva, direzione: la strada e la casa dove si commetterà il delitto: “Ad onor del vero dobbiamo dire che la Cataldi [Rosina], stabilita nella sua novella dimora, non lasciò parlare di sé i vicini perciocché mai non si mettesse alla finestra né in altro modo si lasciasse vedere.”.
Però occorre vigilare attentamente affinché la Rosina non ne faccia una delle sue, coll’attrarre in casa qualche altro amante, poiché in quel caso, la polizia, secondo le leggi del tempo, avrebbe arrestato don Benedetto quale “tenitore di casa illecita”, ossia di un bordello: “Questa minaccia spaventò siffattamente il nostro barese che raddoppiò le spie e la vigilanza sulla donna da lui sequestrata in via Portacarrese.”.
Ci pare di avvertire già l’odore del delitto.
Sappiano che la storia è stata ricavata da un fatto di cronaca realmente accaduto e ci si figura che i lettori di quel tempo, essendone stati a conoscenza, avessero meno dubbi di noi lettori di cent’anni dopo, che i fatti li apprendiamo ora e solamente dall’opera del Mastriani, ma la lettura deve essere stata avvincente anche allora, allo stesso modo e con la stessa intensità e la stessa curiosità che si son mantenute fino ai nostri giorni.
Abbiamo ora trascorso l’8 dicembre, tanto pieno di avvenimenti, e giungiamo ai primi dell’anno 1819, ed esattamente a sabato 9 gennaio.
Don Benedetto incontra uno sconosciuto il quale l’avverte che la sua vita è in pericolo, poiché la moglie Barbarina gli ha teso un agguato, e gli consiglia perciò di astenersi dall’andare in giro di notte.
Il motivo glielo spiega il rozzo amico che abbiamo già conosciuto, Pippo Gnuoccolo, “che avea fino il cervello e grossolane le suole delle scarpe”. Si tratta di questo. Tito Leonzio è diventato straricco per una eredità venutagli dall’America, precisamente dalla città di Boston, da parte di un prozio defunto senza altri eredi, e dunque lui, don Benedetto, costituiva un ostacolo per Barbarina, che s’era messa in testa di sposare con regolare matrimonio il suo innamorato. E ciò poteva succedere, gli chiarisce l’amico, solo con la morte di Benedetto (che era da lei “confidenzialmente separato”).
Ci si appressa al delitto, dunque: “Su quel vico non passava a quella ora persona viva; e le botteghe erano quasi tutte chiuse, vuoi per l’ora tarda, vuoi pel freddo.”.
Il lettore leggerà da sé come avvenne il delitto, che fu in strada, una volta che il cavaliere fu sceso dalla casa della sua Rosina, e le altre cose che seguirono del processo che vede accusati (ci sarà un colpo di scena) Barbarina e il suo innamorato Tito Leonzi, “che durò per oltre un mese”, raccontate in uno stile trascinante e risolutivo. Oltre che preciso nel rapportarci fasi e dettagli del medesimo, quali potrebbero uscire dalla penna di un cancelliere di tribunale. Noi ci limitiamo a dire che fa meraviglia quanto un semplice fatto di cronaca possa ispirare la fantasia di un sensibile narratore.
In una specie di elogio funebre che l’autore indirizza alla vittima, nel far presente che ai defunti, soprattutto quelli in giovane età e di morte violenta, si deve cancellare ogni macchia, poiché tale è la loro espiazione voluta da Dio, aggiunge, con riferimento alla concupiscenza nei confronti delle donne: “… scagli pure la prima pietra chiunque si senta mondo di tali peccati. Ed ecco che i lapidatori svaniscono. Gli stessi Santi che la Chiesa cattolica venera in su gli altari non andarono immuni di questi peccati, od almeno furono in tutta la loro vita molestati da queste violente tentazioni della prepotente natura; in guisa che della castità nessun uomo può darsi vanto, imperciocché questa preziosa virtù non è che un dono particolare del cielo.”.

I Vermi

Ed eccoci ora a trattare uno di quei libri di carattere storico-sociale che hanno evidenziato l’inclinazione del Mastriani a rappresentare la vita dei suoi tempi coi loro difetti e meriti, calcando sui difetti in modo martellante, sì da auspicarne il rimedio. Sono libri improntati al verismo più che al gotico, e li trattiamo poiché significativi nella produzione dell’artista.
Abbiamo cominciato la celebre sua trilogia con “I Misteri di Napoli. Studi storico-sociali”, romanzo che fu scritto, ultimo dei tre, nel 1869, il quale forse è il più celebre, sebbene sappiamo che questi poderosi e impegnativi lavori furono molto amati dall’autore, il quale a “I Vermi”, del 1863, che ci accingiamo a presentare, fece seguire “Le Ombre. Lavoro e Miseria”, conosciuto anche come “La figlia del forzato”, che è il titolo del suo prologo, del 1868.
Tra le due date, uscì, nel 1866, il romanzo che viene considerato il seguito de “I Vermi”, di impossibile reperimento, non essendo stato più pubblicato, e che si spera i discendenti di Mastriani, come stanno facendo per altre opere, possano ridare alle stampe: “I figli del lusso”, conosciuto anche come “Oro e fango”, del 1866.
Lo stesso Mastriani, nella Prefazione, ci spiega il motivo che lo ha indotto a scrivere “I Vermi”: “Il suo scopo principale è di gittare alquanta luce su le pratiche insidiose di quelle numerose classi che, o per accidia naturale ed abborrimento ad ogni onesto lavoro, o sedotte dalla speranza di uscire, più presto che col lavoro, dallo stato di miseria in cui giacciono, o sopraffatte per ignoranza da’ più astuti che si dànno a vivere di illeciti guadagni. Queste classi, figlie della corruzione, formano appunto la sciagurata generazione de’ VERMI sociali.”.
Affronteremo, dunque, un mondo di miserie, di raggiri e arrangiamenti per guadagnarsi una sopravvivenza che gli altri godono per un destino meno avverso e più compassionevole, verso i quali “Questo libro non è per essi: la nostra speranza è che sia letto e propagato tra le classi medesime, di cui ci occupiamo, e verso le quali non abbiamo che un sentimento di profonda commiserazione e un desiderio vivissimo di cooperare al salutare ritorno di qualcuno di questi miseri nel seno degli onesti e nelle originarie condizioni della vita sociale da cui si trovano oggidì segregati ed espulsi.”.
In tutte le opere del Mastriani, e massimamente in queste di natura storico-sociale, vi è sempre un intento moralistico di cui lo stesso autore, cristiano e socialista, si nutre.
La natura verista del libro è qui conclamata: “I fatti su cui si appoggiano i nostri studi storici sono, la maggior parte, veri: i particolari che diamo su i costumi, su le pratiche, sul linguaggio di queste classi sono esattissimi, perciocché, vincendo la ripugnanza che c’ispiravano i luoghi più abbietti, abbiam voluto studiarli da vicino, per offrirne un quadro sincero, comeché sempre velato da quel santo pudore che le lettere non devono mai abbandonare.”.
Dobbiamo dire che la prefazione è esemplare ed esaustiva e consente al lettore di conoscere perfettamente in anticipo le mura e le atmosfere che andrà ad incontrare. Anche questo tributo a “I Miserabili” di Victor Hugo, accompagnato dalla distinzione che è fatta tra le due opere, è autorevole: “Noi avevamo concepita quest’opera molto innanzi che fosse venuto alla luce il libro stupendo de’ Miserabili di Vittor Hugo. Confessiamo che la lettura di questo ammirabile lavoro del romanziero francese ci avrebbe scoraggiati dallo intraprendere il nostro, qualora non ci fossimo avveduti della differenza della indole dell’opera, differenza che i nostri lettori rileveranno di per sé, dove attentamente si facciano a leggerci. Nel resto, non bisogna mai diffidare delle proprie forze quando si ha in vista, non un titolo di vanagloria, ma uno scopo utile e morale, e il bene de’ propri concittadini.”.
Andiamo a cominciare, dunque, nella speranza di saper leggere questo “scabroso lavoro”, come ci avverte Mastriani.
Il libro (l’autore ci avvertirà: “Questo non è un romanzo; né è un libro per quelli che cercano il solo svagamento della lettura”) è diviso per piaghe, che sono quelle della società: l’Ozio (“è marciume”), la Miseria (“è sordidezza”), l’Ignoranza (“è morte”), ciascuna divisa in parti e capitoli che rappresentano le sotto piaghe.
Si comincia con l’Ozio, e i fatti accadono nel luglio del 1858 (si noti che il voluminoso romanzo è uscito appena 5 anni più tardi e alcuni personaggi sono viventi). Noi ci troveremo, però, ad andare avanti e indietro rispetto a questa data lungo il percorso non breve e accidentato dell’opera.
Il metodo che l’autore segue è quello del cronista, taccuino alla mano. Si sposta nei vichi, si ferma a chiacchierare con questo o con quello e prende nota. La scrittura ha un che di compiacente e vezzoso, e rivela la piacevolezza con cui Mastriani si accinge al suo lavoro: “Vi ho detto che Augusto era stato mio compagno di catena alla scuola dell’Abate V…, d’imprecata memoria. A proposito di scuole, mi ricordo che, a mo’ di celia, egli soleva dirmi: Sapresti indicarmi chi fu l’inventore delle pubbliche scuole? Ho sfogliato tutt’i repertorii di invenzioni e scoperte; ho rovistato in tutt’i dizionari delle origini; ho fatto le più minute ricerche ne’ libri che trattano de’ famosi scellerati; ho letto attentamente la storia dei ‘Delitti Celebri’; speravo di trovarlo in qualcuna delle bolge di Dante; ma il nome di questo malfattore si è involato alle mie particolari maledizioni ed a quelle di tutti gl’infelici vertebrati che hanno, al pari di me, sofferto in questi lazzaretti che si addimandano ‘scuole’ la tormentosa quarantena, che si espia pria di entrare nel regno della vita umana.”.

Il lettore apprezzerà la presentazione arricchita di buon umore e di garbo che Mastriani farà dei suoi amici che lo accompagneranno nel racconto, Augusto, un quarantenne gaudente e straricco, Federico, un trentenne dalla bella voce tonante, “allegro e spiritoso” e Eduardo, un letterato di 27 anni, dal naso prominente e di “patrizia famiglia napolitana”. Nella compagnia, Mastriani è indicato con la semplice M seguita dai puntini: M…
Si deve dire che, proprio grazie alla piacevolezza della sua scrittura, non solo per quest’opera, ma anche per le numerose altre scritte dal Mastriani, non s’immagina che egli ebbe una vita difficile per miseria e disgrazie (gli morirono tre figli). Si ha proprio da dire che la scrittura fu il suo rifugio, dentro il quale egli, grazie alla sua arte, trasfigurava la sua persona e vi trovava, forse, un po’ di felicità: “Io non adulerò nessuna passione, nessun vizio, nessun pregiudizio. Quando vi avrò mostrata la faccia lucida della medaglia, ve ne mostrerò il rovescio. Colla mano sulla coscienza, solleverò il velo che copre la frine impudica, non perché il vostro occhio si arresti e si diletti su quelle forme prevaricatrici, ma perché sotto quella rosea epidermide scopriate il pus venefico che vi si nasconde… Io le toglierò dal volto il belletto, perché ne veggiate il plumbeo pallore; le torrò dal capo la ghirlanda di fiori perché possiate sentir di lei l’alito pestifero e morboso.”.
Entriamo in una casa di tolleranza (alla prostituzione dedicherà in seguito molte pagine esecratrici), la cui tenutaria si chiama Antonetta, una quarantenne parigina che ne dimostra 30: “… gli occhi ti s’infuocavano e la mente ti si annuvolava. La bocca era, in ispezialità, qualche cosa da sedurre un morto.”; “… le parigine sono nate a bella posta per chiacchierare, per far l’amore e per far passare una gran parte della vita nell’ozio.”.
Da Antonetta s’incontra “una scioperata gioventù”.
Antonetta ha in casa una fanciulla molto bella di nome Blandina, che tutti credono sua nipote e nessuno sospetta che sia sua figlia, avuta in gioventù da un certo poeta Arturo Dufaure.
La bambina ha avuto una ottima educazione da una famiglia molto povera, di cui l’autore esalta la virtù, indicandoci che la povertà spesso è la più vicina a Dio.
È già evidente il modo che Mastriani ha scelto per lasciare ai lettori il ricordo dei suoi ammonimenti morali e nello stesso tempo non annoiarlo, se non addirittura infastidirlo. Fa tutto ciò narrandoci storie di personaggi e di famiglie che rappresentano la società napoletana del tempo, così che seguendo quelle storie, in cui si intersecano i suoi interventi illustrativi o ammonitori, il lettore ne riceva insegnamento.
Il romanzo, perciò, si presenta come una summa dei vizi della società e dei contrasti che essi causano al bene della convivenza e al bene richiestoci da Dio.
Vi troveremo di tutto nelle tre piaghe che sono prese ad oggetto e penetreremo le specialità delle cosiddette “classi pericolose”.
Se poi pensiamo alle altre voluminose opere che hanno lo stesso scopo, si deve ammettere che ci troviamo di fronte ad un narratore che considerava una irrinunciabile missione il suo lavoro, il cui punto di vista, ricordiamocelo, muovevasi da un uomo colpito dalla indigenza e sul quale il destino si era accanitamente abbattuto. Solo la complessa e articolata architettura di questa e delle altre opere della trilogia, evidenziano le sue qualità titaniche sostenute da una sontuosa e scorrevolissima scrittura.
Si può dire che in questa scrittura (variegata nei vari campi dell’arte: nel teatro e perfino nella poesia) trovasse il suo rifugio dalla personale spiacevole realtà? Sembrerebbe un paradosso, ma crediamo di sì. Mariani non poteva non scrivere, poiché solo così aveva l’occasione di vivere e ripensare la sua spirituale esistenza. La sua povertà aveva generato la ricchezza della sua arte, con in sovrappiù il prodigio di una efficace contaminazione dei lettori: “A’ corpi deboli, nervosi, linfatici, ha dato un’intelligenza, alacre, sottile: al povero ha dato le gioie; al ricco le noie.”.
La Blandina, la giovane figlia della “snaturata” Antonetta, riassume felicemente, come si vedrà, questa missione sanificatoria e redentrice: “Blandina a diciassette anni era un fiore di bellezza, un angelo di virtù, un amore d’innocenza. Ella era alta, gracile ma non tanto che ne scapitassero in grazia e in armonia le forme del suo corpo, pallida, ma non così che il pallore denunziasse un vizio qualunque dei suoi tessuti. La sua salute non era però un gran che di perfetto.”.

La redenzione vuole la sofferenza: “Blandina era nata di sei mesi e mezzo; la natura non aveva avuto il tempo di dare alla sua fattura la necessaria perfezione; laonde senza che le parti tutte del leggiadro suo corpo difettassero nelle forme, era in esse qualche cosa che annunziava la mancanza della lima. Tutto accusava in lei un certo stento nel meccanismo fisiologico… Senza essere ammalata o sofferente, ella era ‘stanca’, non come chi ha camminato lunga pezza, ma, come chi non ha dormito le ore sufficienti… Questa specie di incomprensibile lassitudine era il carattere proprio di questa creatura…”; “Ma quel che la natura avea di lento in lei nella vita fibrosa e animale, il compensava nella precocità della vita sensibile.”.
Nei suoi primi anni, come si è detto, era stata allevata in una famiglia della cittadina di Dieppe, a cui Antonetta aveva affidato la figlia, composta da Antonio Rouen, pescatore, la moglie Rosa Maria e due figlie, di cui Orsola, la secondogenita, era coetanea di Blandina; il primogenito si chiamava Stefano: “Erano poveri, ma di quella povertà che è una benedizione di Dio, di quella povertà che nodrisce tutte le virtù senza stringere nelle angosce delle più crudeli privazioni.”.
Allorché la madre Antonetta venne a prenderla, quando aveva compiuti i diciassette anni, accompagnata da un signore di 30 anni che poi conosceremo come Alberto B…, un gigolò, Blandina non avrebbe mai voluto lasciare Rosa Maria, non avendole fatta buona impressione colei che le si rivelava come madre vera La quale, invece, riuscì a farle abbandonare quella casa e quella famiglia molto amate, a cui la fanciulla doveva la felicità di quegli anni, e le impose in sovrappiù che la chiamasse non madre, ma zia.
Blandina, dunque, ora vive tristemente nella “casina” di Antonetta, soggetta a sopportare una esistenza triste in un ambiente di corruzione.
Mastriani ci descrive la ‘casina’ tenuta a Posillipo dalla madre, frequentata dai più variegati viziosi del gioco e delle donne. L’amico Augusto gli fa da cicerone: “Osserva attentamente le facce di questi giocatori, disse Augusto: le rosse additano i favoriti dalla fortuna, le pallide i disgraziati, le gialle i disperati. Guarda quel giovinotto che ha innanzi a sé quel monticello di napoleoni; è il figliuolo di un modesto impiegatuccio di dogana, il cui stipendio è di trenta ducati al mese e che ha una numerosa famiglia.”.
Nella prefazione, Mastriani ci ha avvertito che molti dei suoi personaggi sono veri e addirittura viventi e si è limitato a cambiare loro il nome. Nel romanzo troveremo citati anche strade e ritrovi che forse sono rimasti col loro nome e ci consentirebbero di fare una mappa del mondo raffigurato da questo scrupoloso cronista. Ci domandiamo: Esiste ancora la taverna dell’’Asso di coppa’ a Posillipo? O il “caffè di Europa”?
Così è per questo usuraio, Don Peppino, reale e non frutto di fantasia, appostato ogni giorno ai tavoli da gioco di Madama Antonetta, pronto a rifornire ad usura il denaro perso dai giocatori sfortunati. Il tanto denaro guadagnato l’aveva reso ricchissimo. Vale la pena riportarne l’impeccabile ritratto: “Tutto il suo oro egli avea conservato in un cassettino di ferro, da lui tenuto nascosto in un ripostiglio nelle vicinanze del cesso. Così Dio avvicinava alle naturali immondizie quello oro immondo, frutto dei più odiosi peccati.
Egli non avea voluto comperare rendite pubbliche perché aveva una paura maledetta della rivoluzione; non avea voluto acquistar palagi o altri stabili per paura di tremuoti ed incendii; né avea voluto in un altro modo qualunque impiegare il suo denaro, parendoglì che tutti gli uomini, e governo e ‘particolari’, dovessero essere così assetati d’oro, come lui, da non poter lui fidarsene. D’altra parte, la costante osservazione ci convince che l’avaro rinunzia al frutto medesimo del suo denaro per la libidine di tenerselo sempre sotto gli occhi. È la vista del suo oro quella che forma il paradiso dell’avaro.
In fatti, Don Peppino si levava ogni mattina allo spuntar del giorno e se ne andava dritto dritto in cucina dove si rinserrava con ogni precauzione. Ivi, dissepolto dal suo mausoleo di sterco il suo schifoso tesoro, Don Peppino sel poneva dinanzi, e, facendo da sé medesimo le dimande e le risposte, così prendeva a ragionare con quell’’anima sua’, con quella sua innamorata, con quella sua sposa, con quel suo dio.”
Abbiamo ricordato Alberto, lo sconosciuto che accompagnò Antonetta il giorno che si presentò da Rosa Maria a ritirare, dopo diciassette anni, la figlia. Chi era? Era un gigolò che trovò conveniente farsi procacciatore di donne sfortunate da mettere al servizio della ‘casina’ di Antonetta. Tra queste, Giulia, incontrata a Firenze, che era tenuta in casa insieme con Blandina. Quando Antonetta la vide per la prima volta, ne rimase entusiasta: “Questa sola basterebbe ad accreditare il nostro ‘locale’. Che cosa avremmo fatto se avessimo dovuto limitarci a tenere in casa quella sola ‘Conasse’ [‘giovine onesta’] di Blandina?
Giulia diventò ben presto la calamita della casina. Tutti gli ‘avventori’ rimasero abbagliati da quella incantevole bellezza, di cui ciascuno si disputò la preminenza de’ favori.”.

Anche la lingua che parlava, il toscano, contribuiva ad accrescere la sua sensualità: “Ella aveva per noi altri napoletani un fascino di più, il suo linguaggio terso e gentile, come quella che era nata su quella terra, dove il bello idioma italiano è parlato il più puramente di tutta Italia.”.
Giulia “amava di cuore” Alberto: “Quasi tutte le sciagurate che fanno altrui copia del loro corpo hanno una particolar tendenza o passione che dir si voglia e sempre pel più tristo, pel più libertino, pel più feroce d’indole. D’altra parte, era assai natural cosa che Giulia amasse Alberto. Le donne in generale, e questa specie di donne in particolare, amano nell’uomo la bellezza del corpo e soprattutto la forza fisica, la temerità, l’insolenza, la faccia dura, e, quel che sembrerà assai più strano, queste donne tanto più amano un uomo quanto più egli si mostra loro indifferente e disamorato.”.
E così, infatti, si comportava Alberto, ormai sazio di donne; “D’altra parte, benché assai valido in salute e ancora giovane, pur l’abuso dei muscoli afrodisiaci cominciava a fargli sentire una tal quale stracchezza e certe spezzature di tempo in tempo lungo la teca vertebrale. Erano i primi segni forieri dell’appello al ritiro: gli anni cominciavano a suonare a raccolta. Era dunque suprema necessità di non lasciar venir manco la cuccagna ch’egli godeasi alla casina: era necessità soffrire pazientemente il giogo di Madama Antonietta.”. La quale lo teneva in esercizio, soggiogato ai propri ‘colloqui amorosi’.
Notate il garbo nel trattare la materia incandescente.
Fu Antonietta a stancarsi, ad un certo punto, di lui, che non se l’aspettava: “fino a tanto che, un bel dì, la cassa gli fu chiusa addirittura” e il tapino si trovò nella necessità di procurarsi il sostentamento ai suoi vizi.
E non gli fu difficile, poiché Antonetta s’era innamorata di Giulia, un amore lesbico, dunque, e Alberto non doveva far altro che rinfocolare l’amore che Giulia aveva per lui, così da sfruttarla. A lei avrebbe chiesto aiuto, carpendole quanto questa riusciva ad ottenere da Antonetta.
Pare di essere immerso in una storia di gran libertinaggio, cara a certi autori del Settecento, tra i quali primamente “Le relazioni pericolose” di Pierre de Laclos, del 1782.
Mastriani, accompagnato dall’amico Augusto, è un attento osservatore di ciò che accade nella casina di Madama Antonietta.
Vi osserva una giovane molto carina, ma altrettanto sguaiata, Carolina (qualche volta chiamata Carlottina), napoletana verace, allevata da ragazzina, morti i genitori, da una zia adultera e scandalosa, “la signora di Buonfante”, molto ricca. Leggete questa annotazione: “La voce… Oh! Ecco ciò che tradisce la donna miseramente caduta nella prostituzione… Voi vedete una giovinetta dalle belle sembianze, su cui sembra leggersi l’angelico candore della verginità; vestita con eleganza, con gusto, ed anche con quella semplicità che caratterizza l’innocenza. Tutto spira in essa una certa distinzione: le sue lunghe ciglia sembrano abbassate dalla cara modestia. Voi giurereste che quel fior di fanciulla appartenga alle classi, in cui una squisita educazione fa delle virtù della donna un elemento di distinzione… Ebbene, sentitela a parlare. In un momento, il velo della illusione è caduto; il simulacro della verginità è sparito! Nella gentile e modesta fanciulla voi ritroverete la meretrice. La voce, la sola voce vi additerà a che genere di donne quella fanciulla appartiene.”.
Carolina ha 18 anni, “mezzana statura, capelli castagni, sopracciglia idem, occhi grigi.”.
Attenzione: “Madama Antonetta, la ‘madre’, avea messo questo demone in guarnellino [veste dimessa] a fianco di Blandina, nello intento di ‘depravar la figlia’.”; “Siccome Blandina era battezzata come ‘nipote’ di Madama Antonetta, così Giulia e Carolina erano battezzate come sue ‘cugine’.”; “Carolina, a tredici anni, era già corrotta; già l’alito pestifero di quella gioventù dissoluta l’aveva iniziata in quei misteri, che il solo talamo dovrebbe rivelare ad un’onesta donzella.”; “L’impudica zia, già venuta a quella età in cui la donna si rende più disgustevole agli uomini, concede a Carolina per ‘premio’ a quelli che si fossero acconciati a ‘star’ prima con lei.”.
Dissiperà il ricco patrimonio ereditato e finirà nelle grinfie dell’abile Madama Antonietta, in vena di ricavare denari da quel corpicino ben fatto e sensuale: “Carolina capì che ormai ella dovea abbandonarsi agli uomini per mercede, e che un’altra carpiva i frutti della sua prostituzione.”.
Ecco inquadrate le due compagne messe accanto alla innocente Blandina: Giulia e Carolina, due esempi di procacità e di scandalo.
Antonetta di non si stanca di assaltare l’onore della figlia, mettendole accanto anche giovanotti briosi e impenitenti, esperti nell’arte amorosa.
E Blandina?: “Ci fu un momento in cui la povera giovane si sentì scoppiare il cervello: ella dubitò della realtà di quanto vedeva e sentiva; si credé dominata da un sogno orribile; voleva fuggire, sottrarsi da quell’incubo, da quella fascinazione; ma sentì estinta in lei ogni virtù della volontà; le membra si ricusavano al consueto loro ufficio; ed ella rimaneva al suo posto, immobile, stordita, stralunata.”.
In queste immagini, riportate per dare l’dea dell’ambiente in cui si trovava a vivere la povera Blandina, ritroviamo confermato il convincimento dell’autore, ossia che nella società è dominante il vizio e una onesta persona, specie se donna, fatica a conservare la propria integrità morale. Essa non è tollerata, è malvista, e dunque assalita ai fini del corrompimento.
Blandina è arroccata dai mille assalti a difesa di se stessa e della sua volontà: “Ma la virtù ha il suo coraggio che le vien da Dio.”.
Un giovane ricco e generoso, Teodoro, premia quel coraggio, poiché, attirato da Antonietta verso la figlia onde sedurla, ne scopre l’onestà e le chiede di sposarlo.
Ciò che avviene.

In uno dei capitoli facenti parte della piaga dell’Ozio, vi è un riferimento ai mali dell’umanità che, nonostante il progresso, l’uomo non riesce a vincere, e si perpetuano tali e quali: “Una pruova in questa doppia inalterabile natura delle umane cose puossi avere nel considerare che le pagine di Terenzio, di Plauto e di Giovenale sembrano la più parte scritte a’ tempi nostri e pei nostri costumi, vale a dire che que’ vizî, quelle passioni e quei mali contro cui quegli autori si scagliarono, sono presso a poco gli stessi di che oggi potrebbesi menar lamento.”.
L’esame delle piaghe dell’umanità, esposteci in tanti rivoli che vanno a congiungersi in un fiume impetuoso, dànno modo a Mastriani di inserire molte argomentazioni su un quantità ampia di materie che sarebbe lungo enumerare, ma esse sono il sale dei “Vermi” ed evidenziano che ci troviamo di fronte ad un’opera di ricostruzione morale del nostro vivere comune. È, Mastriani, un operatore del bene, nel mentre ci presenta le facce più orribili della società.
In certi momenti, come quando parla del tempo, che i forti rubano ai deboli, ci pare di leggere “il Giorno” (fine Settecento) dell’abate Giuseppe Parini, e di rivedere il ricco gaudente (“l’illustrissimo”) nelle parti leziose del “giovin signore”.
Apprezzate questa frase che riguarda il giudizio negativo sulla classe dei vagabondi: “Né di rado avviene che per parecchi giorni questi bruti non ritornino a’ loro covili; né le famiglie avvezze alle frequenti assenze de’ loro uomini, s’impacciano un frullo di quel che essi sieno divenuti.”.
Le descrizioni di due vagabondi, Nicola Piretti, detto lu Sciamenco (ossia il Babbeo) e Carmine Esposito, detto Carminiello u Carpecato (il Butterato), sono esemplari e confermano la facilità con cui Mastriani sa muovere la penna. È un’abilità non comune che rimanda alla scrittura di Charles Dickens e alle rotondità del periodo blu e rosa di Picasso.
Leggete, ad esempio, ciò che scrive su lu Sciamenco, il cenciaiolo ubriacone e babbeo che viene indotto a sposare una donna allegra, Filomena, che gli dà due figli non suoi, Luigi e Concetta, bensì dei tanti suoi amanti. Grazie a ciò, gli mette in tasca qualche danaruccio affinché vada a ubriacarsi. Gli confesserà, ormai ridotto a schiavetto il marito, la speciale provenienza di quel denaro, ma il babbeo non se l’ha a male, anzi lascia perdere e si arriva così a questa situazione: “E Nicola, abbrutito dalla maledetta passione del vino, intorpidito dalla ignoranza e dall’ozio, ‘chiuse gli occhi’ per qualche tempo; indi li lasciò aperti addirittura. E, dopo la morte della vecchia madre di Filomena, non rare volte avveniva che in sul lettino, messo a fianco del letto nuziale, e in cui dianzi dormiva la vecchia, mettevasi a riposar la notte il buon marito unitamente alle due creature, Luigi e Concetta, frutti apparenti del felice connubio; e qualcuno degli ‘amici di casa’, che era il più nelle buone grazie della Filomena, occupava nel talamo il posto del marito, scambio che non dispiaceva a nessuno de’ tre.”.
Ammirate questa aggraziata ironia. Precisiamo che fra’ Luigi è il padre vero di Luigi, uno dei figli di Filomena attribuiti a lu Sciamenco: “Un giorno accadde che Fra Luigi si trovasse ad entrare nel ‘basso’ della Filomena nel momento che Caporal Stoppaccio riportava una bella vittoria amorosa…”.
Non si parli poi delle variopinte pagine che dedica ad immortalare la figura del monello napolitano, ossia il “guaglione”: “Ma è proprio pel ‘guaglione’ che Napoli è stata creata. Il Guaglione è il re di Napoli”; “Se vuol prendere i bagni (e questo è un gran divertimento per lui nell’està) se ne va a Santa Lucia, alla Villa o alla Marinella, e, deposta la sua camicia in su la arena, si gitta in mare, e passa la sua mezza giornata nella acqua donde invita i passanti a gittargli una moneta che egli s’impegna di afferrar con la bocca anche quando andasse nel fondo del mare. Se vuol farsi una passeggiata in carrozza, monta sul predellino di dietro della prima carrozza che incontra, e ne scende quando gli garba.”; “Quando i suoi calzoni diventano logori, ei li gitta via, e rimane in camicia; e, quando questa gli cade in cenci di su la persona, ei la gitta parimente e rimane ignudo, finché un’’anima benefica’ non gli pone addosso un altro cencio qualunque.”; “Nelle sommosse popolari ognuno di questi figli del popolo può diventare un piccolo Masaniello.” (viene in mente il monello Gavroche descritto da Victor Hugo ne “I miserabili”).
Paiono dei dipinti.

Queste pagine dedicate al guaglione debbono restare immortali, non trovando finora paragoni di altrettanta bellezza.
Filomena continua ad essere personaggio eminente di questa parte della storia. Coi suoi traffici si è perfino arricchita e si attira l’attenzione di un giovane avido di denaro, verso il quale sentiva montare una accesa passione, Angelo Mortella. Accortosene, il giovane, informatosi dei ducati posseduti dalla donna, si industria di accrescerne la passione per arrivare a sposarla e a goderne il patrimonio.
Però, la donna ha marito, quel babbeo de lu Sciamenco che ora è finito in carcere, e, se fosse riuscito ad eliminare il marito, restavano però i due figli Luigi e Concetta, i quali sarebbero stati gli eredi della vedova. Dunque ostativi anche loro al suo “infernale” progetto: “Posto ciò, per isposare quella donna era primamente giuocoforza smorzare il marito, e quindi accortamente sbarazzarsi delle due creature, come meglio fatto venisse.”.
Il lettore si troverà avvinto in questo progetto che Angelo (Angiolillo) condurrà a termine da solo nei confronti dei figli che riesce a far sparire dalla circolazione (sapremo che sono stati uccisi), mentre per il marito carcerato si avvarrà dell’aiuto di un personaggio che abbiamo già incontrato, ossia Carmelo Esposito detto Carminiello u Carpecato (il Butterato).
Trovatello, portava come tutti i suoi consimili sfortunati, un cognome che ne denunciava l’origine, Esposito, che costituiva come un marchio infame per coloro che erano nati da genitori ignoti e affidati alla ruota della Santa Casa dell’Annunziata (l’autore si scaglia contro questa usanza che rende difficile la vita a chi è segnato da questo cognome). Fugge “in età di sette in otto anni” dall’orfanotrofio per vivere in strada: “La popolosa Napoli ricoverò negli anfratti de’ suoi quartieri suburbani e tra i mille e mille suoi ‘vagabondi’ il piccolo Carmine, che visse per qualche tempo su i ciottoli delle vie, dormendo il più delle notti ne’ più immondi covili.”.
Ecco un altro punto in cui ci viene in mente Charles Dickens (1812 – 1870), contemporaneo di Mastriani. Un giovane sconosciuto, di nome Mineco, incontra il ragazzino e lo invita a seguirlo per diventare ‘tamurro’ (primo grado della camorra): “Carmine e la sua guida montarono su per la scura e disastrosa scalinata insino all’ultimo piano: a destra dell’uscio di questo piano era un’altra scaletta che mettea su una specie di terrazza, su la quale Carmine vide una mano di monelli scalzi, luridi, facce di scimmie o di cani; i quali, seduti sul lastrico, a gruppi, giocavano a carte nel massimo silenzio…”.
Pare di vedere Oliver Twist (il romanzo omonimo è del 1837) entrare nel covo di ladruncoli comandati dal terribile e astuto Fagin.
La storia di Carmine ci dà modo di conoscere il codice della camorra e le formalità del giuramento tenuto dall’ascritto (neofita), al quale viene tolto del sangue dal braccio sinistro, il quale è messo in una bacinella: “Si procede quindi alle formalità di rito. Il tamurro immerse la sua mano dritta nel proprio sangue, e giurò su questo di serbarsi fedele al codice della camorra, di obbedire ciecamente agli ordini che gli sarebbero stati imposti e di dare anche la propria vita, ove occorresse, al servigio della ‘Società’.”.
Ben presto Carmine sale gli scalini della carriera e diventa “camorrista proprietario in una delle prime paranze del mercato. Egli vestiva già con quella ricercatezza propria di tal sorta di furfanti; avea le dita carche di anella, una grossa catena d’oro gli pendea dal corpetto; e nell’està portava pressoché sempre i calzoni bianchi che andavano a terminare in ampie palette su gli stivali. Egli si era persuaso di esercitare un mestiero come ogni altro; passava con la fronte alta e col sigaro in bocca dinanzi al posto della guardia urbana alla piazza del Mercato; andava a braccetto coi più reputati birri del suo quartiere e spesso con loro traeva a sbevazzare alle bettole.”.
Siamo nell’ottobre 1855 quando Angelo e u Carpecato s’incontrano per concordare l’omicidio in carcere de lu Sciamenco. Sappiamo che a Napoli si ripresentava il colera, che era già comparso tre volte nel 1836, 1837, 1854: “La città di Napoli era novellamente atterrita da qualche caso di cholera morbus che si riproduceva per la quarta volta sotto questo nostro bel cielo.”.
Viene dato l’incarico dell’assassinio ad un camorrista carcerato, Vitale Esposito.
Il quale non l’uccide, ma lo fa uscire vivo mascherandolo da morto di quel male.
Siccome di colera era morto il suo compagno di cella, detto lo Zoccolone, la cosa fu facile facendo lo scambio dei corpi, così come accade a Edmond Dantès ne “Il conte di Montecristo” di Alexandre Dumas padre, pubblicato nel 1846.

Il tragitto che conduce Nicola Piretti, lu Sciamenco, dalla prigione al camposanto, vivo in mezzo ad altri cadaveri morti di colera, ha echi e accenti che si cercano in questo lavoro, ossia quel gotico che sapientemente Mastriani manovra in tutti i suoi lavori: “Le torture del sepolto vivo non sono paragonabili a quelle che patì il povero Nicola, situato tra due cadaveri di sotto e due di sopra al suo corpo… Volle la buona stella che quel dì i due carceri della Vicaria e di S. Francesco non dessero che 4 morti di cholera; imperciocché, dove un altro cadavere si fosse aggiunto a completar lo spazio di quel cassone, capiente per sei, Nicola non avrebbe potuto sopravvivere che un minuto nell’assoluta mancanza d’aria. Quel cadavere di meno dava tanto di aria a’ polmoni di Nicola che bastava a conservargli la vita; ma quell’aria addivenne sì pestifera, sì morta, sì pregna di carbonio per la presenza di quelle quattro organizzazioni in isfacelo, che, quando il carrettone fu giunto al camposanto e i cinque corpi ne vennero tratti fuori per essere consegnati alla terra, il corpo di Nicola non era men freddo, meno immobile, meno insensitivo degli altri quattro…”.
Succede che quando i due monatti gettano i corpi nella fossa comune e poi li osservano al lume di una lanterna uno ad uno: “Nel momento che dietro la lanterna i quattr’occhi dei due beccamorti erano forse intenti a contemplare la sua faccia, egli fece uno sforzo e si levò ritto all’impiedi!…
i due beccamorti misero un grido di altissimo spavento, gittarono lungi la lanterna, che si spense, la vanga e la zappa che avean nelle mani, e se la diedero a gambe, incespicando tra i mucchi di terreno…”.
Il camorrista aveva così risparmiato la vita a lu Sciamenco e si disse tra la gente che lo Zoccolone era resuscitato e scomparso e lu Sciamenco morto e sepolto.
Il mandante del mancato omicidio, Angelo Montella, grazie a questo equivoco, riesce così a fissare il matrimonio con la bella Filomena, da celebrarsi “la domenica appresso il Natale.”.
Intanto che succede? Non tutto corre liscio per Angelo. Infatti, la sua innamorata Nunziella, gelosa di questo matrimonio, teneva da tempo un segreto rivelatole in punto di morte dalla mamma, Rosaria Sessa, ossia quest’ultima aveva ucciso, con la complicità di Angelo, i due sfortunati figli di Filomena, Luigi e Concetta.
Dunque, Angelo era complice di un assassinio.
La denuncia arriva al punto giusto delle nozze, prima che siano dichiarati i giuramenti e Angelo viene tratto in carcere.
Nicola, lu Sciamenco, intanto, è stato visto da qualcuno e si comincia a mormorare che non sia morto. Egli, però, fa di tutto per non mostrarsi in paese, poiché dubita che ad organizzare il suo omicidio sia stata Filomena (e noi sappiamo invece che fu Angelo, all’insaputa di lei).
Come vedete, nel discorrere delle piaghe della società, Mastriani sa coinvolgerci con illustrazioni di fatti attinenti al vizio, e ce ne mostra gli aspetti più orribili con trame che coinvolgono e appassionano.
La società in generale, e quella napolitana in particolare, sono tagliate col bisturi e le carni e gli organi vitali sono esposti con la sicurezza di chi tratta di cose reali e vive.
Il lettore, intanto, è proiettato in avanti dalla curiosità sull’esito di questo confronto tra l’astuta Filomena e il sempliciotto Nicola.
Vi ricordate Carmine Esposito, l’amico di Angelo Montella, il quale, incaricato da quest’ultimo, aveva commissionato l’omicidio in carcere a Vitale Esposito (che poi non l’aveva eseguito e aveva lasciato in vita lu Sciamenco)? Ebbene, sarà lui a scoprire lu Sciamenco, poiché compagno di lavoro della sua ragazza, Mariannina.
Lo invita ad un incontro a quatt’occhi.
Ma prima Nicola vuole andare a trovare la moglie Filomena per prendersi la sua vendetta, credendola mandante del tentato suo omicidio, e questa, quando lo vede comparire sull’uscio, sviene dalla sorpresa e dal quel malore, aggravato da “febbre tifoidea della più malvagia specie.” da lì a otto giorni se ne andrà a morte. Il suo amante Angelo verrà condannato al carcere a vita da scontare a Nisida, la cui bellezza, non del carcere (che descriverà subito dopo), sibbene dell’isoletta, Mastriani narra doviziosamente: “Sul bellissimo faro posto al lato occidentale di detto porto e munito d’una graziosa balconata non dissimile a quella del faro del Molo di Napoli io mi fermai un giorno a contemplare la magnifica prospettiva d’un tramonto d’autunno sotto un immenso orizzonte che si spiegava sul mio capo senza una ombra, senza una nube, puro leggiero profumato come il velo azzurrino d’una silfide. Il sole, posato sul capo Miseno a modo di un globo di cristallo tirato tutto infuocato dai fornelli d’una vitriera, salutava la bella Napoli con gli estremi baci de’ suoi raggi indorati e parea staccarsi con pena dal nostro cielo. La soave malinconia di quell’addio, i sospiri di quella natura e lo strisciar delle lievi brezze su per le acque si accordavano alle voci lontane e staccate dei forzati che lavoravano alle casse de’ piloni, e formavano una scena per me nuova e commovente.”.
Come non confermare il nostro giudizio sulla scrittura docile e sensibile di questo autore, assurdamente trascurato!
Torniamo alla storia. Sembra che si stia spianando la strada verso la conclusione.
Abbiamo scritto che Mastriani costruisce quest’opera dal vivo, muovendosi per Napoli come un cronista. Le sue storie, di cui il libro è arricchito, nascono dai suoi incontri e dalle sue scoperte, e mai sono slegate tra loro, anche se può parere, poiché è la piaga che sta trattando che le incatena l’una alle altre.

A Nisida, ove ci ha condotto, egli entra a visitare le carceri e vi incontra un giovane triste, Stefano Merli, che interrogato narra la sua disgrazia di omicida.
Accanto a storie più ponderose, a Mastriani piace gettare nel romanzo narrazioni più rapide ma non diverse nella sostanza: ugualmente intensa e avvincente. Quel giovane è condannato a dieci anni di lavori forzati per aver ucciso sua sorella Emilia e il padrone della fabbrica in cui lui stesso lavorava, Giacomo Fiore, divenuti amanti.
Conosceremo la storia di Ignazio cresciuto nell’ozio grazie ad una rendita che il padre D. Ambrogio, ricco e zotico, aveva lasciato ai suoi dodici figli, maschi e femmine, tra le quali quella Carolina che abbiamo incontrato all’inizio del romanzo accanto alla innocente Blandina nella casa di tolleranza gestita dalla madre di quest’ultima, l’abile e astuta Antonetta.
Ignazio sin da ragazzo aveva mostrato la sua crudeltà, accecando le galline del suo pollaio: “Il suo divertimento favorito era quello di accecare quasi tutti i polli che in gran numero erano nel paterno pollaio, giacché la mamma era ghiotta di questa maniera di carne che ella mangiava pressoché in tutti i giorni grassi. Soleva il feroce fanciullo con un ferro infuocato perseguitare quelle povere bestiole, non appena entravano nelle prigioni di D. Caterina, e privarle degli occhi, ad impedire, come egli diceva ridendo, che si azzuffassero, e perché meglio si fossero ingrassate. Spesso egli invitava il babbo o la mamma a godersi di questo truce spettacolo; e i teneri genitori lo incoraggiavano con un sorriso a torturare quegli animali.”.
Finirà nelle mani di una vezzosa fanciulla di nome Teresina che lo condurrà alla rovina e al ladrocinio, per la qual cosa sarà condannato a 15 anni di lavori forzati. Li sconterà nella Petreria di Pozzuoli, dove ritroveremo un altro personaggio, appena appena lasciato, Angelo Montella.
Ma intanto godiamoci questa descrizione dell’uso, da parte dei forzati, della dinamite per frantumare le rocce, le quali sono destinate a finire in fondo al mare per l’edificazione del porticciolo di Nisida: “La mano dell’uomo è impossente a squarciare le costole di tufo dell’arido monte, ovvero sarebbe opera lentissima e lunga. Supplisce a ciò la forza della polvere. È noto che col cavare questa maniera di mine ne’ fianchi del monte si ottiene in piccolissimo tempo un risultato cui non potrebbe sperare un lungo periodo di infaticabile operosità della mano dell’uomo. Enormi pezzi di macigni staccati da’ fianchi rimarrebbero inerti massi se non venissero frantumati colla prodigiosa forza della polvere intromessa nel loro seno con appositi strumenti. È curioso il vedere con quanta facilità e rapidità si esegua da’ forzati la ‘carica’ di questi enormi obici di tufo, che una piccolissima quantità di polvere accesa nello interno mediante una miccia basta a far crepare con sordo scoppio. Bello è il vedere come que’ grandi massi di rupe si fendano in tanti pezzi, come se que’ pezzi fossero stati appena incollati tra loro, mentre nessuna forza umana sarebbe bastata a divellerli. I pezzi frantumati precipitano lungo la schiena del monte e minacciano spesso la vita dell’incauto servo di pena che non è attento a sottrarsi da quelle fattizie ruine.”.
Si riceve l’immagine dello scoppio della mina e della contemporanea frantumazione della roccia che rotola a valle in tanti frammenti.
È giunto ora il tempo di immergerci nella seconda piaga, la Miseria, “la più profonda delle Tre Piaghe dell’umana società”.
Questa specificazione ci conferma che lo scopo principale di Mastriani è quello di indagare sulla società in cui l’uomo, coi suoi pregi e i suoi difetti (che sono abbondantemente rappresentati) è inserito. Un rapporto che diventa simbiosi in virtù dei reciproci trasferimenti dall’una parte all’altra.
Dunque, l’esame dei “vermi”, ossia dei viziosi che animano la società, è allo stesso tempo esame delle sue due componenti inscindibili: il mondo fisico e il mondo morale: “Il marciume, la sordidezza e la morte producono i ‘vermi’ nel mondo fisico, siccome l’Ozio, la Miseria e l’Ignoranza producono i loro ‘vermi’ nel mondo morale.”.
La disamina esposta dall’autore è ampia e ci narra di quanto alcuni eminenti studiosi si siano impegnati per debellare la miseria, senza riuscirci. Il maggior libro che espone i precetti coi quali riuscire nell’impresa è il Vangelo e sono le Sacre Scritture. Ma l’uomo stenta a comprenderne significato e valore: “Vendete i vostri beni, e fatene limosina; fatevi delle borse che non invecchiano; un tesoro in cielo, che non viene giammai meno; ove il ladro non giunge, e dove la tignola non guasta.”; “Non dire al tuo amico, che ti domanda qualche cosa: Va e ritorna; io te lo darò dimani – allorché ce lo potrai dare in quella stessa ora: perché si perde la grazia ed il merito del dono non facendolo più presto che si può.”.
Queste sono le conclusioni di una tale premessa: “Non ci potrà essere su la terra ‘vera civiltà’ finché una creatura di Dio morrà d’inedia.”; “È indubitabile che la società si avvia per gradi insensibili al regno della sua maggiore possibile perfezione. Noi veggiamo nell’avvenire le istituzioni sociali elevarsi al livello delle istituzioni di Cristo Signore.”.
Apprendiamo con piacevole meraviglia che l’autore nel corso della sua vita si è molto prodigato per assistere i poveri e gli ammalati, pur essendo lui stesso povero, nonostante la sua fama.

Ce lo dice quando racconta la misera storia di Francesco Lojodice che egli va visitare con l’assistenza di un medico, onde prestargli soccorso.
Questo sventurato (scopriremo che è un matricolato furfante e impostore) vive in un sottoscala buio e insalubre, dove non si riesce a vedere alcuna cosa se non grazie ad una lucerna: “Colà entro, gittato su poca paglia, era un uomo, coverto appena da cenci fetidi e disgustosi. I capelli e la barba gli erano cresciuti sul capo come ad un selvaggio. Una faccia scarna, livida, del colore della cenigia, si disegnava nell’ombra come sinistra apparizione.
Quell’uomo parea morto, se non fosse stato per un sordo rantolo che risuonava nel cavo del suo petto, e che annunziava tuttavia la vita.”.
È l’occasione per descrivere una Napoli degradata per colpa dei governi tirannici che si sono succeduti: “Riconosciamo in questo difetto di carattere l’opera della tirannide secolare, che si sforzò sempre di corrompere e di abbrutire la generosa natura del nostro popolo, per far di esso una gregge vile e dappoco.”; “Certo, lo spettacolo dei nostri accattoni ha dovuto in ogni tempo ispirare il più gran ribrezzo a’ numerosi forestieri che han visitato la nostra Napoli. Nei loro itinerari, nelle loro impressioni di viaggi, nelle loro lettere essi non parlano che di questa specie novella di peste. Certo, non vi ha paese al mondo che offra un simile miserevole quadro, che noi siamo avvezzi a guardare e che non ci produce più nessuna impressione. Famiglie intere di luridi cenciosi sdraiati al sole, intenti a grattarsi le loro piaghe schifose, colla cui vista cercano di spetrare il cuore de’ passeggieri: donne vecchie e fanciulle, appena ricoperte nelle parti vergognose da stomachevoli stracci, le quali si dànno una certa occupazione nello spidocchiarsi a vicenda. torme di fanciulli pressoché ignudi che si avviticchiano alle gambe dei passanti, pitoccando il tornese con tutta l’arte retorica appresa da’ loro genitori naturali o ‘teatrali’. Ad ogni passo è un mendico che vi chiede la limosina, per questo santo o per quello; e, se voi gli date una moneta, siete assediato da mille altri, che vedrete apparirvi all’intorno, senza sapere donde sieno sbucati. Nel caffè vi assediano come le zanzare e vi numerano i bocconi che prendete: nelle chiese vengono ad ogni tratto ad interrompere le vostre preci: dappertutto, in somma gli accattoni vi sono addosso, colla caccia ostinata ed incessante al vostro borsellino.”.
Bisognerà attendere Curzio Malaparte per ritrovare una descrizione così efficace della miseria di Napoli, in “Kaputt”, del 1944.
Non dimentica, Mastriani, la sua missione: “Si moralizzi, s’ingentilisca e si educhi il popolo fino a fargli sentire la vergogna dello stender la mano; ma in pari tempo gli si dieno i mezzi di non aver bisogno di ricorrere a questa umiliante sfuggita.”.
Dove “sfuggita” è uno dei tanti esempi della felicità creativa della parola di questo fantastico autore.
Ancora un auspicio, una novella redenzione: “Più civile, più colta, più libera e più felice è quella nazione, che più vivamente sente in sé la grandezza dell’uomo e la sua eguaglianza nell’ordine degli spiriti redenti.”.

Un capitolo è dedicato ai letterati (è intitolato “Il letterato”) e chi vive in questo campo, o col pubblicare opere o con lo scrivere sui giornali, farà bene a chiosarlo attentamente, poiché illuminante sulla fatica, che perdura, di questo mestiere. Si intuiscono, nei passaggi sul personaggio Leopoldo, anche esperienze personali dell’autore: “Malgrado li sforzi della più sottile economia cui s’ingegnasse la virtuosa sua consorte, che col lavoro delle proprie mani suppliva a non poche urgenti spese, malgrado la più socratica parsimonia a cui Leopoldo avea avezzi i suoi figliuoli, malgrado che con somma rassegnazione si patissero non poche privazioni in quella costumata famigliuola, pure con una ventina di ducati al mese sarebbe stato a Leopoldo assolutamente impossibile il sostentare la sua famiglia, ove egli pel primo non avesse dato lo esempio de’ più eroici sacrifici per non contrarre altre obbligazioni fuori di quelle che egli puntualmente soddisfacea coll’ammazzarsi di fatiche.”; “Leopoldo usava poche parole, aborriva i modi cortigianeschi, era riservatissimo colle donne, dicea sempre il vero a rischio di spiacere altrui, non capiva la simulazione, avea sempre la cera pallida e smunta per fatiche e per iscarso nutrimento: egli non potea dunque di molto avanzarsi nel mondo. Coloro che gli affidavano la istruzione de’ loro figliuoli prendeano norma, dagli abiti del maestro, per l’onorario da assegnargli.”; “È cosa molto facile e comoda l’essere virtuoso con una rendita di cento piastre al mese. Il paradiso non costerebbe certamente grandi sacrifici. Ma l’essere virtuoso ed onesto quando ogni dì manca nello stomaco la quantità di cibo che è necessaria a sostenersi in piedi, è questo il caso che un uomo si meriti la beatificazione più che qualche monaco ben pasciuto, che, al pari del padre di famiglia povero e onesto, avrà ‘sudato’ per mangiare, colla differenza però che il padre di famiglia ‘suda’ ogni giorno ‘prima di mangiare’, ed il monaco ‘suda dopo’ aver mangiato.”.
Ne esce qui tutta la pena che deve aver sofferto Mastriani nella sua vita di insegnante privato presso le famiglie benestanti.
La presentazione di casi reali che costellano coi loro drammi la società, rende il romanzo sanguinante delle grida di dolore dei ‘miserabili’, inascoltati e sfruttati con il cinismo e l’insensibilità di chi ha avuto i favori del destino.
Mastriani insiste nel ritratto di un letterato: “… il letterato ha un umor diseguale, capriccioso, bizzarro, cade sovente in quegli eccessi in cui cadono quasi tutti gli uomini che per la speciale condizione della loro vita tengono in perpetua tensione il sistema nervoso. Il letterato ama di vedere intorno a sé la franchezza, il buon umore, il sorriso e non le ciglia corrugate; ama la parola graziosa e gentile e non l’aspra e tagliente.”.
Bella questa immagine dei fanciulli che dormono sereni nella loro cameretta: “I cari fanciulli dormono immersi in quel sonno profondo in cui gl’immergono la stanchezza e gli infantili passatempi e l’assenza compiuta di ogni molesta cura. Il loro sonno è sì profondo che neppure l’annunzio di una morte sarebbe capace di ridestarli addirittura. Eglino si sono addormentati nella piena sicurezza di trovare, la dimane, il loro piccolo mondo nello stato in cui il lasciarono la sera…”.

Il lettore continuerà ad apprezzare la sensibilità di Mastriani, il quale gli ricorda, soprattutto se egli è non più giovane, le emozioni che si provano al momento in cui ci ritroviamo a transitare nei luoghi del nostro passato.
Nel leggere queste righe, infatti, ho avvertito anch’io accendersi in me la stessa originaria ispirazione e la stessa originaria commozione di quando ogni volta torno ai luoghi della gioventù. Non è da tutti avere il tocco leggero e sensitivo di questo autore che, grazie al felice dono di una scrittura intima e penetrante, riesce ad esprimere il recondito sentire dell’anima: “Le selci delle strade che noi abbiam tante volte battute co’ nostri piedi segnano ciascuna una rimembranza, una commozione del nostro cuore: le case che vediamo ritte dinanzi a noi ci ricordano gli amici estinti, nella cui gioconda compagnia spendevamo così piacevolmente le ore. Noi sappiamo a memoria gli alberi delle nostre ville, delle nostre campagne. Amiam di rivedere con malinconica gioia le mura della casa dove la nostra cara madre ci diè alla luce, dove passammo i primi anni dell’infanzia: amiam di rivedere le mura della scuola, dove per la prima volta apprendemmo il divino sentimento dell’amicizia: ci piace di visitare le chiese, dove i nostri genitori ci menarono bambini e dove per la prima volta ci sentimmo sotto la misteriosa presenza di Dio. I nostri occhi si fermano lunga pezza umidi di lacrime su i balconi o le finestre di quella casa, donde una donna ci accompagnava con lungo sguardo amoroso fino allo svoltar della strada. La nostra infanzia, la nostra giovinezza vivono ancora nel paese in cui siamo nati e cresciuti. Quando la canizie cade su i nostri capelli, noi siam felici di ritrovare giovane ancora il nostro cuore in mezzo a tutto ciò che abbiamo amato. Gli estinti eziandio rivivono per noi, quando li ritroviamo ne’ siti, in cui secoloro usavamo. E quando la funebre campana, al 2 novembre, ci ricorda che noi abbiamo de’ doveri a compiere verso quei cari estinti, noi ci rechiamo con triste gioia su la terra che accoglie le loro ceneri, e, lasciando cadere un bacio ed una lagrima su la pietra sepolcrale sotto cui dormono il sonno che non ha dimane, ci sembra che rinascano in noi più vivi e più teneri gli antichi affetti.”.
Ecco un altro brano di limpida sensibilità e verità. Alfredo è il figlio malaticcio di Leopoldo, mandato in esilio per le sue idee politiche. La famiglia è rimasta nella miseria più nera, la sorella Cristina sarà costretta ad una vita da strada, e Alfredo a mendicare un lavoro, che nessuno, a causa delle idee del padre, vuole dargli: “Alfredo era timido e riservato come suo padre; al che si aggiungea quella specie di abbattimento morale in cui lo stato malsano del corpo fa cadere un giovine, specialmente quando mancano gli agi e i conforti della vita e quando in quel primo dischiudersi della giovinezza l’espansione naturale dell’animo è bruscamente respinta da una trista è odiosa realtà.”.
Dobbiamo dire che la storia drammatica della famiglia di Leopoldo, composta dalla moglie Rachele e dai figli Alfredo e Cristina è una delle più disperate che si possono raccontare. Qua la miseria è la più tetra ed inesorabile, qua perfino la carità cristiana trova alzata una barriera.
Fino al punto che il lettore non può capacitarsi che davvero siano potute o possano accadere di queste infelicità. Leopoldo è morto in esilio di crepacuore a causa delle disgrazie e degli stenti. Pure di stenti e di malattia muore la vedova Rachele, che ha ai piedi del letto, ammutoliti, i due figli: “La voce di morte era suonata sotto la scura volta di quell’umida stanzaccia, e i due simulacri, che erano stati da vari giorni immobili alle sponde di quel letto, non aveano dato alcun segno di vita o d’intelligenza.
L’immobilità di quei due corpi ancora vivi era assai più solenne e terribile di quella del corpo morto.”.
Ricordate lu Sciamenco e Vitale Esposito, che aveva avuto dalla camorra l’incarico di ucciderlo, e invece lo aveva lasciato vivere aiutandolo ad evadere dal carcere scambiandolo con un morto di colera?

Ebbene, Mastriani non se n’è dimenticato e li raccorda per narrarci altre imprese che i due compiono assieme, mettendosi in banda con un altro consimile, di nome Fustagno. Il redivivo Sciamenco è, intanto, riuscito a mettersi in regola con la sua nuova esistenza da redivivo, mediante un abile avvocato che gli ha spremuto l’intero tesoretto che Sciamenco aveva ereditato dalla defunta moglie Filomena.
Fustagno era stato una spia della polizia, che poi lo aveva licenziato per una sua manchevolezza. Per questo suo vecchio mestiere era inviso al popolo: “Allora il povero Fustagno fu ridotto all’erba; il quartiere lo detestava, i monelli gli scagliavano addietro bucce di cocomeri e di arance e talvolta ciottoli e sassi. Quando egli compariva in un caffè, la gente ne usciva ed il lasciavano colà solo; e quelli che mettevano il piede in su la soglia della bottega ed il vedevano seduto là entro voltavano le spalle e pigliavano altra strada; il che certamente non potea andare a garbo del caffettiere che faceva però certi visi in veggendo entrare quel malanaccio di uomo.”. Oltre al Fustagno, alla banda si unisce un certo Domenico Lepri, detto lo Zoppo di cui viene fatto il ritratto, il che ci ha portato a pensare che ogni volta, grazie alla efficace descrizione che Mastriani fa dei suoi ‘vermi’, subito li innalza a personaggi e a protagonisti. Noi riusciamo a vedere i loro occhi, i dimessi abiti che indossano, i loro movimenti e, se li sentiamo parlare, la loro anima. E a proposito del loro modo di parlare, vi è da annotare che si riscontra sempre una affinità tra il loro sembiante e il loro linguaggio. I ‘vermi’ di Mastriani sono personaggi della società la cui apparenza è sostanza. Lui, artefice e burattinaio, sa muoverli con sapiente destrezza.
Lo Zoppo aveva fatto anche il taverniere: “Egli lavava cinque o sei volte le carni a mezzo putrefatte e le imbottiva di forti aromi; schiacciava sotto la pestarola le polpette già apparecchiate parecchi giorni innanzi e le ritritava e ci ficcava entro e pepe e cannella e menta peperita ed agli; riscaldava a fuoco violento le brode già levate dinanzi a coloro che aveano mangiato il giorno avanti; non si facea scrupolo di spacciare i funghi a gran cappello di pericolosa natura, i quali egli sapea rendere stuzzicanti per via di oli bruciati, di cipolle e di spezie piccanti; apparecchiava con equivoci grasci le minestre di radicchi e di cavoli cappucci; rimpinzava di ciccioli di diverse carni già fradice certe frittelle saporitissime ma nemiche ai succhi gastrici dello stomaco; dava per insalate certe ortaglie ch’ei raccoglieva nelle vicine campagne; in cui non di rado frammischiavasi qualche erba velenosa che cagionava allo stomaco e agli intestini i più dolorosi tormini.”. E alla fine di tutto questo rimescolio ripugnante, che toccava anche alla preparazione dei pesci: “aggiugnea la sfacciataggine di calcar la mano su la cifra dello scotto.”.
Non possiamo dire quante delle voci popolari di che Mastriani rimpinza le sue opere, siano autentiche o frutto della sua inventiva lessicale, ma è da dire che sono tutte geniali e saporose. Come pure certe espressioni colorite, quali, ad esempio: “Parla, bestione, che ti possa scendere l’ernia.”.
Dunque, quattro ‘ vermi’ si sono incontrati e messi assieme. Vedremo a quali imprese il Mastriani li consegnerà.
Intanto ci delizia con storielle di furfanterie e imbrogli combinati da furbacchioni che si approfittano dei gonzi ai quali riescono a sottrarre denaro con l’inganno. Vi è tra essi una donna, l’abile Artemisia, di cui Mastriani non traccia il volto, lasciando a noi di lavorare di fantasia, disegnandola a nostro piacere. Sono quadretti atti ad illustrare in quanti modi i ‘vermi’ della società s’industriano per campare, approfittando della loro furbizia messa a confronto con chi ha la sventura di averne di meno. Se ne ricava un manualetto di birbanterie da collezionare al modo che si usa per le divertenti barzellette.
Vi si incontra un’altra delle qualità di Mastriani, versata in maniera garbata e sottile, quasi sussurrata, l’ironia.
Di Artemisia sappiamo solo come finì la sua arte: “Ma, qualche anno prima del 1860, l’Artemisia fu veduta accovacciata, tra le altre luride figlie della miseria, alle porte del monastero de’ Gerolomini, aspettando la sua porzione di minestra che que’ frati solevano far distribuire ogni dì a’ poverelli del quartiere.”.
Che è un altro monito esplicito diretto a chi immagini di praticare la via del male.

Ricordate la bella storia di Blandina che fu messa al centro dell’avvio del romanzo? Ora compare un’altra protagonista, Lucia, a cui il destino riserverà un trattamento speciale. Nata da un adulterio e partorita segretamente dalla madre che aveva dato incarico ad una casuale levatrice, Pasqualina, moglie di un mandriano, Geremia Chiari, di soffocarla, essa si era per miracolo salvata ed era stata accolta in casa da Pasqualina e da Geremia.
Annotiamo il nome dei veri genitori, i baroni Ernestina e Berardo von Kaufern, “di Baviera”. Di Ernestina, di origine italiana, figlia di un ricco proprietario terreno, fanatico del re Ferdinando IV e dei tedeschi, conosceremo la storia verso il finale del romanzo.
Non è iniziata bene la vita di Lucia, né proseguirà meglio. Il mandriano, che ella crede suo padre, nemmeno la guarda, assorbito dal suo lavoro e sacrificato dalla stanchezza, e Pasqualina, creduta sua madre, faceva ancora peggio: “L’infelice creatura era battuta cinque o sei volte al giorno allorché non adempiva in tutto al faticoso compito che erale assegnato da colei ch’ella estimava sua genitrice.
Lucia era addetta alle fatiche più dure, alle gite più disastrose sulle montagne o giù nelle valli: essa era che quasi ogni dì si recava a Roccaraso per piccoli servigi, mentre la Pasqualina nulla più faceva in casa di quel che pur solea fare per l’addietro, e stavasene tutto il dì colle gambe aperte in sulla braciera a discorrere con un’altra pessima femmina dei dintorni.”.
Ci viene in mente la povera Cenerentola protagonista della celebre fiaba omonima, raccolta dall’antico e passata per le penne di tanti autori, tra i quali Giambattista Basile (“La gatta Cenerentola”, scritta in napoletano) e successivamente Charles Perrault e i fratelli Grimm.
Vi sarete accorti che siamo usciti da Napoli e ci troviamo in Abruzzo, un passo fuori dai confini entro cui finora ci siamo mossi; il che vuol anche farci intendere la estensione universale dei fatti che sono narrati. La miseria morale e materiale non è patrimonio di una sola città, ma è radicata anche altrove, ed è sempre feroce.
In Abruzzo prende le mosse la figura radiosa di un prete leale al Vangelo, un “prete modello”, ammirevole per virtù e abnegazione in favore dei deboli, di nome Andrea de Vigilis.
Incontra Lucia che, stremata dalla fatica per adempiere ad un incarico affidatole dalla madre putativa Pasqualina, s’era inerpicata su di un erto colle, e affranta si era accasciata ai piedi di una cappelletta da dove se ne esce padre Andrea e la vede.
Il lettore troverà interessante come per strade tortuose, e camminando questo sacerdote a risanare il vizio, egli ritrovasse infine Lucia, perduta nella buca della perdizione.
Dall’Abruzzo si ritorna a Napoli, che di nuovo riprende la sua centralità. Pasqualina inganna la figlia mandandola quivi a lavorare in una casa equivoca promettendole che vi avrebbe trascorso una vita migliore: “… l’innocente fanciulla credé daddovero esser giunto, la Dio mercé, il termine delle sue sofferenze; e seco medesima ammiravasì che lo staccarsi, bensì per poco tempo come essa pensava, dalla mamma, non le cagionasse quella gran pena che avrìa dovuto cagionarle.”.
Il lettore ha già capito che si ripeterà la situazione di pericolo in cui fu posta Blandina, la quale riuscì a superarla, e spera che la medesima cosa accada a Lucia.

La donna che ha convinto, con estrema facilità e col denaro a supporto, la cattiva madre è una tenutaria di Campobasso, che si chiama -si noti l’ironia del destino – Coscienza e a cui Mastriani affibbia l’epiteto di “pezzo di carnaccia”.
Quando questa donna si presenta per ritirare la fanciulla, la ripulì dei miseri abiti e le fece indossare quelli più piacenti ed eleganti che aveva portato con sé: “Come i suoi occhi sfavillarono di gioia! come le sue guance arrossarono! come si gonfiò il nascente suo seno! E quanto non rifulse quella angelica bellezza sotto il candido mussolo! La figlia d’Eva si mostrò per la prima volta in quella creatura.”.
Si è già detto della capacità ammirevole di Mastriani di dare rotondità e leggiadria alla scrittura, e ciò avviene anche nell’uso magistrale di lemmi e frasi che paiono ricercate, ma sono senza alcun dubbio il frutto di una dimestichezza tanto con la parola quanto con la società in cui si trova immerso.
Leggete questa frase, che è un altro dei molti esempi già rappresentati. L’autore sta dando notizia del grado di diffusione in Napoli della prostituzione (ogni tanto troviamo pagine illustrative della condizione generale e particolare di Napoli, che fanno di questo lavoro una invidiabile ‘summa’ di valore statistico e storico): “Un altro dato statistico di grande importanza nella disgraziata rubrica di cui tentiam parola è la facilità che certi mestieri donneschi porgono alla prostituzione.”.
Non v’è dubbio che quel “tentiam parola” è una perla di locuzione.
Lucia è condotta in un postribolo di Napoli, gestito da Donna Maria. Vi giunge ignara dei pericoli che sta correndo: “Bench’ella non potesse comprendere ancora in quale orribile luogo si trovasse ed in quale abisso la scellerata mamma l’avesse scagliata, pure qualche cosa di sinistro era in tutto ciò che le si appresentava allo aspetto; onde alla misera si strignea dolorosamente il cuore, e però ella non si fidava di andare a sedersi a fianco della così detta ‘Signora’.”.
Ma, stordita, soccombe: “Nello spazio di tre ore otto uomini eransi gittati su quella vittima inerte e istupidita a disfogare i loro bestiali appetiti.”.
I dialoghi che Mastriani ci offre svolgentisi in quella casa sono tutti godibili per coloritura e realismo, in specie quello tra Rosina e il marito che si presenta a riscuotere, da becco, la sua mercede, che la moglie non vuole più dargli.
Leggete la descrizione di questo becco: “Uomo d’ignobilissimo aspetto, divorato dal vaiolo e dall’erpete, con viso lungo, stirato e pallido, collo scheletro di un cappello bianco in testa, vestito con un palettò ingrassato fino a’ rovesci delle tasche”.
Il degrado in cui a poco a poco cade la giovane Lucia è allucinante. I gradi di perdizione sono attraversati come in un sogno, con l’impalpabilità dell’immateriale e dello stupefacente: “Bastarono quindici giorni di ‘servizio’ nel postribolo al Vico Duchesca per far di Lucia una prostituta come tutte le altre.”. Rimaneva conturbante la sua bellezza: “Il suo occhio era quello della più bella tra le figlie della terra che innamorarono i figli del cielo, gli angioli. Il suo malinconico sorriso era irresistibile.”.
Un giorno che si trova in strada, una carrozza le si avvicina e una tenutaria di lusso le propone di trasferirsi da lei, dove avrebbe condotto una vita piacevole e agiata.
Accetta con entusiasmo e meraviglia. Non immaginava che, facendo quel mestiere, si potesse godere di una qualche benevolenza del destino.
Si trasforma in una figura elegante e leggiadra che sa attirare molti uomini. La soprannominano “la signorina”, per suoi modi non volgari: “Le altre donnine, tranne la Claudina, guardavano Lucia con un senso d’incomprensibile scoraggiamento, perciòcché la bellezza di lei era sì evidente, sì manifesta, sì incontrastabile da schiacciare i comenti e la critica più maligna.”.
Molti ricchi frequentatori del bordello di lusso se la contendevano per averla tutta per sé, e nella disfida a vincere fu un inglese, Edmondo Y., il quale le offerse “… un grazioso appartamento in via Riviera di Chiaja, un phaeton de’ più eleganti con due pariglie di cavalli di sangue andaluso, una cameriera toscana, un cuoco francese, un fantino inglese e un portinaio tedesco, e un assegno di cinquecento ghinee al mese.”.
Una sistemazione da regina, come si vede, per il solo fatto di essere una prostituta ambita: “Era incredibile la matta prodigalità con cui Lucia gittava l’oro a piene mani.”.

Ma un tale lusso (dimorerà anche in Inghilterra e in Francia, dove a Parigi incontrerà “un giovine lucchese di rara bellezza”, di nome Adolfo, di famiglia patrizia, che le regalerà “un oriuoletto d’oro”) produsse in lei un profondo cambiamento: “Lucia odiava l’uomo e disprezzava la donna al cui sesso ella stessa apparteneva.
Ella si estimava felice ogni qual volta potea procacciare una tortura ad un uomo ed una umiliazione ad una donna.
Questi sentimenti di odio presero tali proporzioni gigantesche nell’animo suo che divennero ben presto calcoli della più fredda ferocia.”.
Presto, pei suoi eccessi, si ammalerà di tisi, come la celebre Margherita Gauthier, la protagonista de “La signora delle camelie”, il romanzo di Alexandre Dumas figlio, del 1848, alla quale era stata, peraltro, paragonata: “La terribile e mortal malattia che colpì la infelice ne ebbe tosto distrutte o in gran parte menomate le veneri del volto e del corpo.”.
Ma vedremo che Mastriani, facendone strumento pei suoi obiettivi, le consentirà di percorrere la via della redenzione, che avrà ancora, tuttavia, prima di compiersi, vendette e risentimenti: “… la prostituta farà la guerra alla donna onesta, le strapperà la comoda beatitudine della pace domestica, usurperà l’affetto del marito e avvelenerà forse per sempre le sorgenti della vita de’ figli.”.
Annotiamo come i vari riferimenti qui e altrove fatti ogni tanto a rilevanti opere contemporanee, dimostrino l’assoluto inserimento di Mastriani nel panorama letterario del suo tempo.
Egli, inoltre, riesce a fare delle sue storie pedine di didattica e di filosofia: “La corruttela de’ costumi è il più forte ostacolo alla libertà ed alla indipendenza de’ popoli.”.
La storia dell’amore del patrizio lucchese Adolfo verso Lucia è il momento in cui si avvicinano le trame di due donne, Lucia, divenuta l’amante di Adolfo, e Gabriella, la sua giovane moglie, di famiglia patrizia, le quali hanno tra loro una straordinaria somiglianza.
Ricordate i coniugi Ernestina e il barone Berardo von Kaufern? Sappiate che quest’ultimo, subito dopo il matrimonio, nella stessa prima notte, si era dichiarato impotente alla moglie, la quale, dunque, aveva generato Lucia in adulterio (sapremo anche il nome dell’adultero, un giovane patrizio francese).
Bene, si è detto già anche troppo, e aspettatevi la sorpresa, che forse già immaginerete.
Lasciate, però, annotare che il confronto a cui assisterete tra la madre di Gabriella e Lucia è condotto con un ritmo magistrale e coinvolgente, laddove, accanto a qualche eccesso teatrale, si trovano perle di originale saggezza. Si legga ciò che Lucia dice alla madre di Gabriella: “Io non invidio la felicità di Gabriella perché posseditrice del cuore di Adolfo, ma bensì perché amata da voi.”.
Leggete anche qui. Gabriella trova un ritratto di Lucia: “Però quanto più ella fissava gli occhi su quelle sembianze tantomeno ella sentiva quel senso di avversione che la vista di quella donna avrebbe dovuto ispirarle. La giovine e casta moglie non sapeva risolversi a staccare il suo sguardo da quella immagine fotografica.”.

Intanto padre Andrea de Vigilis, il prete che aveva dissetato la povera Lucia quand’era fuggita dalla casa della matrigna Pasqualina, ritrova finalmente, dopo averla cercata con tanta ostinazione, Lucia, che vive nell’appartamento fittato dal Conte Adolfo, la quale non spera più di redimersi. Confessa al sacerdote questo suo modo di intendere Dio e la vita umana: “… io credo in Dio; ma quello che voi chiamate Dio io lo chiamo ‘fato’ o ‘destino’. Io credo al ‘fato’. Gli uomini sono spinti quaggiù nel mondo da un turbine inevitabile che li muove in senso opposto; altri sorvola, altri li affanga. Atomi di sabbia agitati dal vento, essi si urtano, si confondono, salgono, scendono, brillano al sole o all’ombra, finché il ‘simone’ o la ‘morte’ li sperde nella immensità del deserto, dove ad altre modificazioni dell’esser loro vanno soggetti.”.
Ci troviamo di fronte a una confessione importante, poiché mostra quanto il cammino doloroso e feroce di Lucia l’abbia sempre impegnata a domandarsi di Dio e delle ragioni dell’esistenza umana.
È una nuova Lucia che si manifesta al lettore, il quale mai avrebbe pensato che in quella vita dissoluta si fosse inserita una tale luce, la quale, se è deludente per il prete, è segno, invece, della grande forza dell’anima, nascosta e pulsante in ciascuno di noi, la quale mai si acquieta sulle ragioni del vivere.
Lasceremo al lettore il discoprire l’esito della storia di Lucia, che è confermativa dei propositi morali di Mastriani.
Invece ci dirigiamo a prendere conoscenza dell’ultima piaga, la terza, marcata dall’autore come marcescenza della società, l’Ignoranza, che prenderà, qui come nel romanzo, breve spazio, intenso e ricco di storia.
Ci basti, intanto, notare quanto scrive l’autore: “Un popolo ignorante è un popolo barbaro, corrotto, depravato, abbietto, superstizioso e schiavo per conseguenza. I despoti della terra fondarono sull’ignoranza il loro dominio.”; “Il dispotismo fece in ogni tempo aspra guerra alla istruzione universale, imperciocché il dispotismo non regna che su gli uomini bruti.”.
Emerge pure la particolare religiosità di Mastriani, il quale nel credere e valorizzare le Sacre Scritture, ed in specie il Vangelo, marca la sua lontananza dal potere temporale della Chiesa, la quale egli spregia come dispotica sul popolo e nociva alla sua crescita materiale e perfino spirituale: “Ma a fronte della potenza del genio italiano, una gran piaga ne eclissava gli splendori e ne paralizzava l’influenza universale: questa gran piaga era il papato temporale, regalatoci da quelli che sempre furono i più pericolosi nemici d’Italia, i Francesi. In ogni tempo l’ambizione pretile, disposatasi a’ tirannelli d’Italia, fece aspra guerra al pensiero ed alla istruzione popolare. Che cosa non sarebbe stato questo semenzaio di geni che dicesi Italia, senza questa vecchia fistola del papato temporale? Per essa i popoli della penisola furono sempre agitati da interne fazioni; per essa furono innalzate le sterminate barriere che si opposero alla unificazione politica d’Italia; per essa una setta prepotente s’impadronì delle deboli coscienze ed evirò il pensiero nelle pastoie di una tirannica censura; per essa il volgo giacque nell’ignoranza.”; “L’istruzione era affidata a’ vescovi ed ai preti, ed era il privilegio esclusivo d’una decima parte della popolazione. Grave delitto di stato avrebbe commesso chi avesse pensato di spendere un poco di coltura nel popolo, il quale dovea rimanere nelle tenebre più fitte.”.
È la proclamazione di una corruttela che ha allontanato la Chiesa dalle fonti originarie del cristianesimo. Mastriani fu per questo uno scrittore cristiano? Noi propendiamo per la sua laicità, che seppe tenere distinte severamente le due sfere: “Al sentimento di equità universale si era sostituita l’idea che l’umanità fosse tutta composta di ciuchi, di cui i soli preti sapessero menar la cavezza, e però ai preti doversi obbedienza cieca, infinita, illimitata; al salutare timor di Dio, principio di ogni sapienza, si era sostituito invece il timore del diavolo, il quale rappresentava una delle primarie parti governative nel secolo decimosettimo, e che partiva coi prelati la cuccagna di S. Chiesa.”.

Si annoti la terribile filippica che l’autore rivolge all’Inquisizione e ai tentativi, sempre respinti, di introdurla a Napoli. Così pure le imprecazioni rivolte a Papi e imperatori (specie spagnoli: “Due terzi delle rendite napolitane se ne andavano a ingrassare i maiali della corte spagnuola.”) che fecero del XVI secolo “quello che più si oppose alla civiltà della nostra penisola ed in ispezial modo di Napoli.”.
L’ignoranza regna sovrana anche su Napoli, schernita da “i nostri fratelli delle altre parti d’Italia”. Questo, al modo di Dante, è il grido di dolore di Mastriani: “Povera Napoli! Generosa, benevola, confidente, dopo di essere stata saccheggiata e sgozzata da’ soldati di Belisario, e quindi affamata da Totila, essa accoglieva SETTE DINASTIE straniere, le quali per lo spazio di SETTECENTOTRENTA anni ne disseccarono tutte le sorgenti di vita, la spogliarono, l’ammiserirono, l’avvilirono, la conculcarono, l’imbavagliarono, la trattarono da prostituta, da schiava e peggio. Per 730 anni le straniere signorie fecero di noi il più aspro governo.” (le maiuscole sono nell’originale).
Una triplice censura era stabilita nel Regno delle Due Sicilie, due di natura civile e una ecclesiastica: “Una doppia censura era stabilita nel regno, ma di cui era capo il Presidente della Pubblica Istruzione la cui carica venne per molti anni affidata ad un asino perfetto, e l’altra era affidata ad un censore dipendente dal Ministero di Polizia. Entrambe queste censure gareggiavano in rigore. La prima aveva l’incarico di rivedere le opere di oltre a 10 fogli di stampa che si pubblicavano nel regno; e l’altra di rivedere gli opuscoli ed i giornali. Verso gli ultimi tempi, oltre di queste due censure preventive, fuvvene stabilita un’altra dipendente dalla Curia Arcivescovile, sindacato di quelle della Pubblica Istruzione e della Polizia. Senza il ‘nihil obstat’ della Curia, nessun libro poteva pubblicarsi, ancorché la censura della Pubblica Istruzione o del Ministero avesse dato il suo favorevole parere.”.
Segnaliamo questa notizia, che pochi conosceranno: “Non dimentichiamo di dire che nel breve periodo della Repubblica partenopea pubblicavasi il ‘Monitore Napolitano’ di cui era compilatrice l’illustre dama Eleonora Pimentel, morta dal carnefice al ritorno della monarchia.”.
Ecco un’altra notizia, questa volta una diceria: “Vuolsi che uno dei nostri principi avesse detto che egli avrebbe dato la metà dei suoi domini se avesse potuto ottenere che tutta l’alta ufficialità, da maggiore in su, fosse stata analfabeta.”.
E ancora: “Fino a’ giorni nostri si sono conservate su le porte di certi luoghi di pubblico traffico alcune iscrizioni che diceano: ‘È vietato l’ingresso alle meretrici, agli studenti e ad altre persone infami’.”. Gli studenti, dunque, banditi al pari delle prostitute e degli infami.
Le cose cambiano con l’unità d’Italia e Mastriani ne gioisce: “Dal 1861 in qua grandi passi si sono fatti per invitare al banchetto della sapienza le classi de’ popolani.”.
Si legga questo auspicio di grande patriottismo: “E noi speriamo che non lontano sia il giorno in cui non vi saranno più queste meschine gare municipali, di che tanto per lo addietro si valsero i tiranni d’Italia per ismembrarla, ingelosirla, corromperla ed avvilirla.”.
Fu un convinto sostenitore dell’Italia unificata, ed ebbe sempre il coraggio delle sue idee: “Sette dinastie e 30 sovrani di Napoli in Napoli non hanno fatto che risospingere sempre più nella corruzione questo disgraziato paese.”.
Possiamo dire, a conclusione, che nel mettere in superficie i vizi e le impurità maturate nei secoli all’interno di un tale feroce assolutismo, Mastriani celebra la grandezza del Sud, e di Napoli in particolare, alla cui provata resistenza e alla cui naturale forza affida il più ottimistico destino.
Mastriani è senza dubbio tra i più lodevoli cantori e tra i più fiduciosi aruspici del destino della sua terra: “Noi accogliamo la speranza, per non dire la certezza, che tra dieci anni il nostro popolo non sarà secondo ad altri in Europa.”.
Vengono in mente le quattro giornate di Napoli dell’ultima guerra mondiale (tra il 27 e il 30 settembre 1943).

Le Ombre

È un’altra delle opere monumentali di questo autore, con la quale continua la enumerazione delle maggiori miserie di Napoli, onde ricavarne un insegnamento morale e di redenzione.
Fu pubblicata nel 1868.
Le Ombre? Sono le donne che, per la miseria e le tribolazioni dei figli, si vedono costrette a scendere in strada e darsi al meretricio: “La povera donna si allontana a passi concitati dalla sua casa… Ella si sdrucciola lungo le mura… gitta li scompigliati capelli dietro gli orecchi per esporre il suo volto a’ passanti… I suoi passi non fanno rumore, non è già una donna ma un’OMBRA!… Un uomo, una specie di mastro di bottega, le si accosta. Entrambi spariscono nelle tenebre…”; “L’Ombra non è più che un fantasma creato dalla mancanza di luce in un punto.”; “Figlie della luce, esse non sono più che ‘tenebre’.”.
Si comincia con la prima derelitta, Margherita (Rita) Damiani, la quale è figlia del forzato Rocco, finito nel carcere per uxoricidio, avendo la moglie Giovanna intaccato il suo onore: “Ella vilipese e oltraggiò l’onor mio…”. Margherita deve badare alle sorelline Filomena e Monica e al fratellino Peppino. Fa la cucitrice presso una sartoria di lusso, gestita da Madama G.
Il tempo della storia ha inizio il 12 gennaio 1844, genetliaco del re Ferdinando II, perciocché Napoli era in festa.
Mastriani, come si vede, ambienta i suoi romanzi nella contemporaneità. La lezione morale che intende consegnare al lettore non riguarda mai il passato, bensì il presente in cui, l’autore e il lettore del suo tempo, sono immersi.
Quest’ultimo, infatti, non dovrà lavorare di fantasia per riconoscere ambienti, personaggi e fatti che vengono a dipanarsi sulla scena.
Il primo personaggio che ha spessore nella descrizione che ne fa Mastriani, con la quale conferma il seme gotico che è in lui, seppure sparso su un campo fecondo di verismo del tipo verghiano (“A noi piace invece dipingere l’uomo coi suoi vizi e colle sue virtù, così come il troviamo nella presente società.”), è una nominata suora Susanna, in realtà una “sibilla”, una profetessa: “Era una rachitica barbuta, poco più alta di una sedia comune: gli occhi avevano il colore di quelli del ‘miotis’ [una specie di pipistrello], e sembravano adombrati da un nasaccio da Pulcinella, il cui setto veniva in qualche modo perduto in un labbro superiore coperto da baffi quasi maschili e rovesciato in su in guisa di lasciare scoperti gli incisivi magagnati e neri. Le braccia erano lunghe quanto quelle dell’orango-tango, con mani secche, ossute, abbellite alle falanci estreme da pipite e da unghie succide orlate di nero. Se una specie di scuffiaccia non avesse ricoperto il capo di questa specie di animale, il riguardante sarebbe stato allietato dalla vista di un cranio nudo come quelli che si ritrovano nelle sepolture; e, se un soggòlo da monaca non avesse interamente nascosto agli occhi degli spettatori l’istmo laringeo della ‘santa’, costoro sarebbero stati gratificati dalla visita di un gozzo da non fare invidia a quello di un tacchino di campagna. Compiremo il ritratto di questa sibilla, col fare osservare sul promontorio dello zigomo sinistro, una ciocca di peli, come una di quelle vegetazioni scordate dalla natura su la vetta di una montagna.”.
Un ritratto spaventevole che ci rimanda alla pittura di Hieronymus Bosch (1453 – 1516).
Si è recata da lei, reputata una profetessa, Margherita. Le confessa il suo amore per un bel giovane, Luigi Vercillo, “scritturale d’una casa di commercio”, al quale ha ceduto la sua innocenza. Dopo di che si è accorta di essere stata ingannata; quel nome dell’innamorato era falso, e non l’aveva più veduto, nonostante lo avesse disperatamente cercato. Nessuno conosceva Luigi Vercillo, il cui vero nome, come sapremo, è Ascanio Orsini, un conte.
La ‘santa’ avrebbe dovuto darle un consiglio e una profezia. Non ne ricava granché, se non la certezza che quel giovane si è approfittato di lei ed ora non vuole più saperne.
Margherita è l’Ombra che si è formata dopo la luce, dopo i momenti vissuti nell’’amore. Quella luce si è spenta.
Nella narrazione verista, Mastriani inserisce in questo romanzo musicalità romantiche meno presenti nelle altre due grandi opere della trilogia, “I misteri di Napoli” e “I Vermi”.
Succede che il padre Rocco, a seguito di varie amnistie, esce dal carcere e torna a casa.
Racconta ai figli il perché uccise la moglie e esprime con foga questa minaccia: “E, come uccisi vostra madre, così ucciderei chiunque di voi disonorasse il mio cognome.”.
A quelle parole la povera Margherita “mandò un sordo gemito”.

Rocco deciderà di raccontare la sua storia ai figli, e lo farà “la sera appresso”, “intorno a un fuoco scintillante”. Essa occuperà molte pagine, nelle quali emerge il suo grande amore per i figli, e specialmente per Margherita: “O Rita, fiore d’innocenza e di virtù, anima candida e pura (…) Ma Iddio ha vegliato sulla tua innocenza; e tu sei oggi l’orgoglio del padre tuo, la gemma della famiglia, l’esempio delle tue suore. Che tu sii benedetta, figlia mia!”.
È invidiabile la scorrevolezza, al modo di una favola, del racconto che il padre fa ai figli, il cui contenuto è talvolta truce, e vi si narra, tra l’altro, che il padre di Rocco, Piero, aveva pure lui vendicato il suo onore, spaccando il cranio ad un ricco e giovane possidente che aveva cercato di sedurre la moglie, con quella stessa scure lasciata poi in eredità al figlio.
Nel narrare loro anche la storia della donna francese tenuta prigioniera dai briganti in un anfratto sotterraneo, e che lui aveva liberato, noi troviamo le note del gusto gotico che ha caratterizzato tutti i momenti dell’arte di questo autore. Si cita appena qualche passo di una più lunga descrizione: “… allorché, fatto un po’ di silenzio nella foresta per subito rabbonarsi del vento, mi parve di udire un fioco gemito che l’aura pigra della sera recava al mio udito da un sito poco lontano e sotterraneo. Appuntai gli orecchi e stetti trepidante in ascolto… Tornò il vento a rombare tra le antiche elci, e più non distinsi il gemito che mi avea colpito l’orecchio ma, ecco che, cessato, novellamente il vento, il fioco gemito si fece di nuovo sentire…”. La prigioniera viene liberata da Rocco, al quale regala un medaglione su cui è effigiata la sua immagine e, sul dietro, è scritto il suo nome. Si tratta della “contessa Felicita di Saint-Marc”.
Dirà Rocco: “Non ho più riveduta questa donna né più saputo di lei.
Ella deve essere ormai una donna di circa sessant’anni, se tuttavia vivente. Probabilmente ella ritrovasi in Francia, sua terra nativa… Io conservo sempre il suo medaglione in quella cassapanca: è una dolce memoria della mia fanciullezza.”.
Si capisce che la nobildonna avrà una qualche parte importanza nella storia di Margherita.
Salvo che per le digressioni di carattere civile e morale, nello svolgimento delle storie raccontate da Mastriani si nota una certa somiglianza con il modo di narrare di Alexandre Dumas padre (1802 – 1870).
Le atmosfere spesso si incontrano.
I critici di Mastriani sostengono che egli non si curasse molto della scrittura e la lasciasse scorrere liberamente, sicché essa è piena di inciampi. E se vi dicessi che, a mio modo di vedere, sono proprio questi inciampi e questa trasparente spontaneità a colmarla di fascino?
Ciò che altri vedono per difetto, io lo vedo per merito. Si potrebbe continuare a fare tanti esempi della scrittura creatrice ed inventiva di Mastriani. Vi basti questa accoppiata di lemmi: “tristo dolciore”. Oppure qui (era stata diagnostica a Margherita la tubercolosi, sbagliando): “… quando seppero che l’ammalata si era levata di letto e che un barbassolo di medico avea accertato aver preso il collega un grosso granciporro nella diagnosi del morbo.”. O qui (Margherita è uscita di notte ed è fermata dalla polizia che poi la lascia libera): “… in quel che Margherita, a cui non pareva vero di essersi liberata di quel gran pericolo a sì buona derrata si condusse lentamente per l’opposta via; ché la tapina pel gran tremito che l’aveva invasata sentia di sciogliersi di sotto i ginocchi.”.
Del resto, non sono le stesse accuse che si mossero e si muovono al celebratissimo Dumas, il quale non s’immergeva forse piacevolmente e liberamente nelle stesse acque della fecondità e della facondia creatrici?
Leggete queste righe in cui ci parla di Luigia, una collega di lavoro e amica di Margherita (si fa per dire, poiché la tradirà), e a quest’ultima l’autore la raffronta: “Il tipo era affatto diverso di quello di Margherita. Mentreché costei era smunta di viso e nera di capelli, affinata, sottile, la Luigia invece era grassa e piena di vivaci colori; mentrecché la Rita era poco loquace, dolce e modesta, la Luigia, al converso, era di quelle che gittano il gomitolo col vigliettino entro [bigliettino], e sono di un comaratico da non finir mai.”.
Il lettore non può che trarre piacere da una tale scrittura che si manifesta libera, spontanea e virtuosa.
Anche il ritmo della storia che Rocco narra ai figli è tale da inchiodare l’attenzione del lettore, il quale si abbevera di ogni passaggio fino all’esito drammatico. Siamo alla mattina di domenica 30 settembre 1838. Rocco è alla porta di strada della sua casa, in attesa che l’amante della moglie, Gustavo, se ne esca per salire sulla sua carrozza: “Que’ vicoletti si andavano popolando di quel mondo animato indifferente a ogni altrui dolore, a ogni tempesta d’animo, a ogni disperazione. Le Campanelle delle chiese vicine suonavano per invitare i passanti a sentire la messa… Tutto ciò tumultuava nel mio spirito come qualche cosa di un mondo, col quale io non avea niente più di comune… Già mi sembrava che una barriera di sangue s’interponesse tra me e tutto quanto io vedevo e sentivo…”. Porterà a termine la sua vendetta terribile e sconterà il carcere.
Luigia, intanto, ha fatto la spia a Madama G., la padrona della fabbrica, sulla innocenza perduta di Margherita, e così viene licenziata e messa in strada. La giovane teme che la sua colpa giunga alle orecchie di Rocco, suo padre.
Si ammala e si scopre che è incinta. È contenta, ma ancora il timore del padre la sovrasta. Siamo vicini al suo ritorno dalla galera, e teme che, scoprendola disonorata, il padre la uccida, così come ha fatto con la mamma.
Confessa il suo stato alla sorella Filomena, ed ora sono in due a temere il ritorno del babbo, anche se Filomena confida che egli la saprà perdonare.
Il dipanarsi della storia ha ora assunto una grave e lenta malia, come se Mastriani avesse posto la sua storia, non più inclinata alla conclusione, ma su di un pianoro, dove essa possa scorrere con la placidezza di un fiume che precorra la sua caduta.
Dopo averci descritto con abbondanza di orridi particolari la casa di una “mammana”, ossia di una popolana e pseudo levatrice, Serafina Piscopo detta la ‘Morta’ (era stata data morta a causa del colera del 1836, e invece era riuscita a sopravvivere miracolosamente: “Ella camminava zoppicando col pie’ sinistro per antiche piaghe lascive.”), a disposizione, dietro pagamento, delle povere sventurate che volessero abortire o partorire nascostamente, ci viene detto che Margherita dà alla luce, in tale lurido ambiente, una bambina, a cui darà il nome di Marcellina (ch’era stato il nome di una sorellina morta), la quale, vedrete, ci ricorderà un poco la Blandina de “I Vermi”.

La mammana si offre di consegnarla alla ‘buca’ di un orfanotrofio dove venivano abbandonate le creature indesiderate poiché causa di scandalo, ma Margherita si rifiuta dichiarando che vuole tenere la bambina tutta per sé, poiché già l’adora e “ch’era ormai tutta l’anima sua.”; “Margherita era assorta nelle gioie supreme di che il suo cuore era inondato alla vista della sua angioletta, che per la prima volta sorbiva dal materno seno il vitale alimento.”.
Non avendo latte a sufficienza, Serafina Piscopo, la ‘mammana’, le propone di affidarla ad altra donna, Filomena l’Avellinese, di facili costumi (finirà in una casa di tolleranza), che aveva dato alla luce una creatura presto morta (“non fece che una rapida comparsa nel mondo e levò presto l’incomodo alla poco amorosa genitrice”), e Margherita, sebbene con dispiacere, accetta.
Di lì a poco (siamo nel dicembre 1844) la povera Margherita dovrà ricoverarsi presso l’Ospedale degl’Incurabili, avendo contratta, per la sua misera vita, la tubercolosi: “Margherita, ammessa per mera carità nell’ospedale degl’Incurabili, fu posta a giacere nella seconda corsia delle tisiche, in un lettuccio, segnato col N. 12, caldo ancora delle membra di un’altra infelice trapassata pochi minuti avanti.”.
Ecco disegnata un’Ombra di vita, che non ha potuto mai illuminarsi, se non a piccoli tratti, subito tornati nel buio.
Margherita è solo il primo dei casi che Mastriani ci presenterà, i quali si accaniscono contro la donna.
Lasciamo al lettore la libertà di conoscere il finale della storia di Margherita, anticipandogli solo la descrizione che si fa di un laboratorio anatomico: “Il traffico de’ cadaveri si fa da’ ‘bacilieri’ [facchini dell’Ospedale], i quali, se non andiamo errati, ne hanno l’appalto coll’amministrazione dell’Ospedale. Il prezzo era in quel tempo di grana venti pe’ cadaveri de’ maschi e di grana diciotto per quelli delle femmine. Le membra umane disgiunte dal corpo erano vendute in proporzione di questi prezzi. La sera, questi miseri brani di umane carni venivano raccolti da’ ‘bacilieri’ e gittati ne’ carrettoni per essere trasportati al cimitero di S. Maria del Pianto, dov’erano alla rinfusa precipitati in una delle grandi fosse comuni.”.
Ci apprestiamo ora ad immergerci nella triste storia di un’altra Ombra, ossia di un’altra femmina sventurata: “Noi ci facciamo di presente a narrare tristissimi casi, storia viva e contemporanea degl’infiniti dolori della donna, priva, per le presenti condizioni sociali, del naturale patrocinio dell’uomo. Cupe tinte adombreranno i nostri quadri, ritratti dal vero. Noi entriamo in una regione di pianti, di miserie, di sofferenze inaudite e ignote a quella classe che ha palagi, cocchi e cavalli. Coloro che si tappano gli orecchi per non sentire il grido di dolore che parte dagl’inferni d’una grande città, o che torcono gli occhi da’ luridi cenci a cui si avvengono per la via, lascino queste carte, che noi scriviamo pe’ cuori nobili e sensitivi.”; “Pesata la somma de’ mali dell’uno e dell’altro sesso, troviamo che la ‘espiazione’ imposta alla Donna supera di gran lunga quella gravata sul Viro.”.
Ci spiega in una nota perché adoperi la parola Viro anziché Uomo: “Mancando assolutamente nel nostro idioma una parola da contrapporre a ‘Donna’, dacché nel vocabolo ‘Uomo’ (homo) si comprende il genere umano nella doppia specialità di maschi e di femmine, abbiamo stimato adottare il ‘Vir’ de’ Latini, che significa precisamente il maschio del genere umano.”. E ci ricorda che la parola Viri si ritrova già in Dante Alighieri nel canto IV dell’Inferno (“d’infanti e di femmine e di viri”).
Scriverà, a sostegno dell’istituzione famiglia e a sostegno della donna: “La FAMIGLIA è il fondamento posto da Dio all’edificio sociale.”; “La Famiglia è scrollata quando la ‘Donna lavora pel Viro’.”.
Ci introduce nell’infelice mondo delle famiglie accolte in certe luride grotte, dove si traggono corde dalla canapa, dette “Grotte degli spagari” (ossia dello spago, ossia della corda).
Siamo nel 1850. Sono trascorsi sei anni dalla storia della “sventurata” Margherita Damiani.
Leggete con quanta invenzione, o comunque con quanta abilità lessicale, ci descrive l’incidente accaduto ad un certo muratore di nome Tommaso, padre di una bambina, Concetta, da poco morta in quelle terribili grotte (“guitte grottacce”), avuta da Pasquarella, la sua prima moglie. Poi si era risposato con un’antica amante, Maria Francesca (“lercia femmina”): “Un giorno, mentr’ei lavorava a riquadrare una pietra in su un ponte di asticelle levato all’altezza di quattro piani, una subitanea vertigine il fe’ traballare su la lingua di legno che il sosteneva per l’aria; e l’infelice precipitò da quell’altezza… ed ebbe rotto il femore e schiacciato per sempre l’intelletto dalla gagliarda ripercussione al cervello…
Trasportato all’ospedale “de’ Pellegrini”, il disgraziato muratore barellò per qualche tempo tra la vita e la morte; sembrò volersi prendere la scommiata; poi fu assicurato; poi ridette giù, e finalmente riuscì a campar la vita, ma rimase inabile al lavoro e privo per sempre del bene dello intelletto. Non è già che Tommaso avesse addirittura smarrita la ragione; ma rimase scotolato nella cassetta del cranio, e addivenne quello che dicesi un idiota.”.
La matrigna Maria Francesca (che del marito dirà più avanti con bella espressione, che “stette parecchi giorni a uscio e bottega colla ‘senza naso’”, che è la morte) aveva in odio la piccola Concetta, e la maltrattava duramente.
Spesso, mentre la piccola stava lavorando alla ruota per fabbricare la corda, la puniva legandola ad un grande fico che era nei pressi della grotta e la teneva per ore esposta al caldo o al freddo, secondo la stagione.
La bimba morrà orribilmente e il padre, disperato, si prenderà la sua vendetta, abilmente e trucemente concepita (il lettore ne vivrà una lenta e abile maturazione). Dirà alla vittima: “Ho giurato su l’anima santa della mia creatura ch’io avrei vendicata la sua morte. Ed eccomi pronto a mantenere il mio giuro.”.
Al funerale che conduce la bara al cimitero presenziano solo il becchino e il padre affranto, che faceva fatica, per le sue infermità, a camminare: “Di quando in quando l’infelice era costretto a fermarsi per un istante, perciocché si sentiva schiantare i polmoni… Allora l’idiota mettea fuori un grido, che avea qualche cosa di non umano: era l’anima straziata, più che il petto affogato di sangue, la quale rompeva in quel selvaggio muggito… E ogni volta che il lungo grido risuonava in quelle diserte campagne, il becchino faceasi il segno della croce e recitava un ‘requiem’, parendogli che l’anima di qualcheduno de’ trapassati da lui portati al cimitero gli gridasse addietro per le novelle pene in cui era tormentata nel fuoco del purgatorio.”.
Che è un altro esempio della calamita che attrae Mastriani verso il gusto del macabro.
Dobbiamo dire che le storie di queste ‘Ombre’ sono tutte legate alla miseria di che soffrirono.
Ancora una volta, anche in questa, come nelle altre opere di Mastriani, è da sottolineare e ammirare l’abilità dei dialoghi, tutti coloriti e veristi. Non ve n’è uno che non risponda a tono alla vivezza della realtà.

Vi ricordate di Filomena, la donna di facili costumi a cui Margherita aveva lasciato la figlia Marcellina, affinché la allattasse? Questa donna la tiene con sé nella casa di tolleranza in cui si è ritirata. Una giovane sconosciuta (sapremo che si tratta della contessa Ezilda di Saint-Marc) si è presa il carico di assisterla nel mantenimento della piccina, che cresce bella e di sembianze delicate.
Mastriani ora ci introduce nel seguito della vita della sventurata Margherita, trattando con noi della povera figlia, e tracciando con ciò un cordone di unità tra le storie in cui ci ha coinvolti.
Ci suggerisce in questo modo di tenere vigile l’attenzione e di non mai dimenticare. Sembra, ossia, di voler mettere alla prova la nostra capacità e la nostra attitudine di lettori.
Si dà il caso che la terribile Maria Francesca, causa della morte della piccola Concetta, si rechi dalla Serafina Piscopo, la ‘Morta’, per chiederle di trovarle una fanciulla che la rimpiazzi nella lavorazione della canapa.
Serafina non ha dubbi e si reca da Filomena alla quale, dietro compenso, le chiede di consegnarle la figlioccia.
L’affare è fatto “per cinque ducati” ed ora le pene patite da Concettina graveranno sulle spalle della figlia di Margherita, Marcellina, che ha ora sei anni. Il lettore le conterà tutte, e vedrà che si somigliano a quelle della disgraziata fanciulla, la quale, proprio a causa di esse, era morta.
Non v’è dubbio che anche qui, ancora una volta, si manifesta un certo qual collegamento con “I miserabili” (1862) di Victor Hugo, ove si pensi alla giovane e sfortunata Cosetta e alla cinica e feroce famiglia che l’ha in custodia, i Thénardier.
Succede infine che Tommaso, il padre di Concettina, si vendicherà della morte della figlia uccidendo ferocemente Maria Francesca, e così ci domandiamo che cosa accadrà a Marcellina. Uscirà dalle tribolazioni? Tutto ciò darà un diverso e più fortunato indirizzo alla sua vita? Marcellina fino a quel momento si era fatta una trista convinzione della vita: “La fame era il senso perpetuo ch’ella avvertiva; perché nella sua mente infantile erasi formato un concetto strano, quello cioè di credere che non si vivesse altrimenti che soffrendo quella maniera di tormento. E si persuase benanco non aver lei il diritto di lagnarsi e di piangere per quella smania di stomaco che incessantemente la torturava, dappoiché avea fatto lo sperimento che ognora ch’ella piangea per fame le toccavano busse e ceffate invece di pane.”.
Per intanto le cose procedono come prima. Verrà presa in casa di una donna di nome Si-Tanella, maritata a un certo Michele “che vendeva scampoli di frutte”, la quale manda in giro la sua numerosa prole (“una schiusa di mocciosi d’ambo i sessi”) a chiedere l’elemosina, una specie di Fagin in gonnella, il personaggio di “Oliver Twist” (1837) di Charles Dickens (un autore che, peraltro, Mastriani nominerà più avanti, dunque conoscendolo).
È significativa questa preghiera che l’autore direttamente rivolge a Dio, nel lamentare la miseria umana. Una specie di personale connubio tra il Pater Noster e il Cantico delle Creature di San Francesco: “O Dio del mondo universo, se tanta copia di malvagità è necessaria alla espiazione ed alla purificazione degli spiriti, siccome i tuoni, le folgori, le piogge degli uragani sono necessarii alla purificazione dell’aria atmosferica, deh, Somma, Infinita ed Incomprensibile Maestà, volgi un occhio pietoso su tanti milioni di tribolati che popolano la terra, e tu li conforta, e tu li rialza, e tu disacerba i loro affanni, e tu asciuga le loro lacrime, e tu tempera i loro patimenti. Tu che addoppii la lana sul dorso dell’agnello, e rivesti di nuove piume il dilicato augelletto, e insegni la fonte al cervo assetato, e sei misericorde provvidenza anco alle fiere più miserevoli e sanguinarie; deh! tu misura almeno la nostra pazienza a tanta soma di mali, infintantoché non cadano infrante sotto la luce del progresso le tirannidi sociali di ogni maniera e non ispariscano per sempre quelle turpissime barriere che oggi dividono l’umana famiglia in due classi, ‘padroni’ e ‘servi’, ‘ricchi e poveri.”.
Finalmente Marcellina viene adottata da una buona donna, a cui erano morte due figlie, Si-Raffaela, sposata a un barbiere, Si-Biagio: “Quali sogni bellissimi facesse la Marcellina la prima notte che ella adagiò le sue membra su quelli morbidi materassi, è facile intendere. Oh! come ella si sentiva felice! Nel ridestarsi e nel ritrovarsi nel medesimo letto, nel quale si era coricata la sera innanzi, ella provò tale benessere che i suoi occhi si bagnarono di lacrime di riconoscenza. E, quando si vide vestita a nuovo, con una camicia come la spuma del mare, con una vesticciuola che sembrava essere stata tagliata espressamente per lei, con iscarpe che le stavano assestate a’ piedi, ella stampò mille baci sulle mani della donna che di tanti beni la facea lieta.”.
Sembra che tutto si sia messo a posto e finalmente la piccola abbia trovato la sua strada, senonché il colera del 1854 si porta via la vita dei suoi genitori adottivi, i quali “l’un dopo l’altra, spiravano in men di 12 ore”. Marcellina ha dieci anni.
Ne prende cura suora Vittoria, la quale la trae in convento allo scopo di farne una monaca: “Per impetrare allo Spirito Santo la grazia d’una perfetta vocazione, tu passerai quaranta giorni nell’assoluto digiuno, cibandoti solo di pane. Non si giunge alla perfezione dello spirito che colla macerazione del corpo. In questo tempo di severa penitenza, tu dormirai su la nuda terra. Quanto più soffrirai, tanto meglio. Oh quante invidieranno la tua sorte! Pochi anni di patimenti, e poi la gloria eterna del paradiso.”; “Fu posto in sodo che la futura monaca si svestisse degli abiti profani e si vestisse da monacella, affinché, dovendo ella votarsi, cominciasse a considerarsi come straniera al secolo. In fatti, poche ore appresso, Marcellina fu vestita da monaca.”.
Le privazioni e le sofferenze a cui viene sottoposta la precipitano di nuovo nella disperazione, ma una giovane fanciulla di nome Paolina, che abita vicino al monastero (detto di S. Andrea delle Monache), sentiti un giorno i suoi alti lamenti, riesce a liberarla e a condurla da una “ricchissima e ragguardevole signora Eleonora Munez, di patrizia famiglia spagnola, vedova e baronessa di Roccasalda, con due figliuole assai belle, Ines e Paquita: “godea fama di generosa soccorritrice de’ bisognosi.”. L’autore ci avverte che la nobildonna avrà una parte importante nella storia.
È in quella casa, dove starà per poche ore e poi sarà gettata di nuovo sulla strada, che incontra suo padre, il conte Ascanio Orsini, “il seduttore di Margherita Damiani”. Naturalmente i due non sanno del loro rapporto di consanguineità: “Ella avea colà veduto un uomo, che avea fatto in lei un effetto singolare.”.

L’attorcigliata trama, la cui regia non è mai manchevole, pone il romanzo nella tradizione romantica, più che in quella verista e gotica, di cui comunque troviamo marcate tracce, cosicché possiamo dire che Mastriani fu ricettivo nell’animo suo alle principali correnti letterarie che dominarono l’Ottocento. Egli respirò e propagò quei sentimenti, immergendovi la sua fertile e fervida fantasia, la quale, non va dimenticato, dalla realtà traeva alimento. È da immaginare che Mastriani costruisse le sue storie e le sue descrizioni, vedendole formarsi dentro la sua mente nella loro chiarezza come in un film. Lì esse sono, anche per solo qualche istante, intensamente vissute prima di essere trasformate nella parola. Una tale impressione è ricavabile dalla scorrevolezza della prosa e dalla sua nitidezza compositiva.
Una prostituta, Maddalena Caruso, incontra per strada Marcellina, smarrita e infreddolita, e le trova una casa dove passare la notte. Annota l’autore: “Una nobile signora mettea l’orfanella in mezzo alla strada, e una infelice prostituta le dava ricetto, alimento e vesti.”.
Le verrà trovato lavoro in una filanda vicina.
Ne approfitta l’autore per comporre una delle sue colorite esternazioni di carattere sociale, che riguardano lo sfruttamento dei poveri da parte dei ricchi: “Fatica, fatica, o povero. Nelle mani de’ ricchi, dei proprietari, dei capi d’opificii, tu non sei né più né meno che una piccola macchina paragonata alle grandi macchine. Si incarica forse il proprietario, il capo d’opificio, che una macchina sia messa in opera in un sito malsano o pestifero? Fatica, fatica, o povero, e divora il tuo tozzo di pane la sera sul tizzo ardente che ti rischiara e ti riscalda. ‘Tu sei nato per faticare, come il ricco per godere’. Adempì adunque al tuo ‘destino’ su la terra, e taci. Fatica, fatica, finché non ti sentirai sciolti i ginocchi dalla febbre, rose le ossa dall’umido, tronche le braccia dalla furia delle aguzze macchine, disseccati i polmoni dal carbon fossile, divorate le carni dagli ardenti fornelli.”.
Tutte le volte che i temi dello sfruttamento sociale sono affrontati, Mastriani vi pone una carica straordinaria di lamentazione e di accusa. In tutta la sua opera, all’avanguardia nelle rivendicazioni dei più miseri, non manca mai l’audacia della denuncia, rischiosa a quel tempo.
Leggete qui quella che riguarda il massacrante e mal pagato lavoro delle donne nella campagna. Si sta svolgendo il lavoro della separazione della pula dal chicco di grano, al quale sono adibite soprattutto le donne: “E la seconda operazione, quella cioè di ripulire i granelli dalle bucce o dalla ‘pula’, riesce non meno faticosa; imperocché le donne addette a questo esercizio devono spingere in aria con una pala i granelli, affinché la ‘pula’, ch’è assai più leggiera, venga trasportata dal vento e atterra ricascano i chicchi che sono di loro natura più pesanti. Quelli che non hanno veduto le donne a simili opere non si possono formare una idea dei sudori che a torrenti vengono giù da’ loro fronti e da tutte le loro membra quando per ore ed ore fanno forza di braccia per respingere in aria tutta quella quantità di granelli che riempiono le aie. Non dimandate la mercede che ricevono da simili fatiche le misere donne. Mezz’ora di lavoro del più vile artefice maschile dà il guadagno che la mietitrice ricava dalla sua giornata di penosissima fatica.”.
Soltanto per queste aperte denunce, che fanno dei suoi libri qualcosa di molto più del romanzo, e vi germina lo scuotimento della ingiustizia sociale, Mastriani merita un posto più elevato nella nostra letteratura. Vi si trova narrata la storia della povera gente, così come si svolgeva nella realtà.
Una fotografia, perciò, un antesignano documento filmato del tempo: “Chiunque passava la sera per l’Orto Botanico vedea, accanto della via de’ Fossi a Pontenuovo, starsi ritta una donna con un velo nero dinanzi agli occhi e con una bambina tra le braccia. Era Maddalena Caruso.”. Mastriani ci sta narrando la storia di questa sfortunata, che ebbe a cuore e aiutò Marcellina, e che abbiamo già incontrato.
A dimostrazione del valore documentario dell’opera si prenda ad esempio la storia che ci viene narrata della Filanda di Sarno, presso cui va a lavorare la nostra Marcellina, così ricca di particolari: “Quel mirabile magistero di ruote d’ingranaggio, di corregge volanti, di braccia di ferro che si muovono diremmo quasi con ponderazione e con ordine matematico; quei ‘pettinatori’ che si aggirano sovra se stessi per pettinare le masse di lini e canape; quei campanelli che suonano a tempo esattissimo per dare importanti avvisi all’operaia; quei naspi che avvolgono con una incredibile celerità; quei mille fusi che obbediscono a simultanei movimenti come un esercito ben addestrato; tutta quella vita, quel moto, quella intelligenza nel ferro, ti fa ammirare la potenza del genio dell’uomo, che comunicò una scintilla della sua anima al più duro dei metalli.”.
Dunque, Marcellina è stata assunta a lavorare nella Filanda. Una cinica donna, Michelina, ha provveduto a tenerla con sé come una nuova figliola, essendo maritata con il manovale Saverio e avendo avuto tre figli da lui, un maschio, di nome Mariano, e due femmine, Annina e Mariuccia. Mariano sarà un personaggio di rilievo nel romanzo.
Crescendo in età e bellezza, Marcellina era corteggiata dai giovani del luogo. Nella passeggiata domenicale che si faceva nel paese di Sarno, ella era la più ammirata.
Le altre fanciulle sono gelose: “Avvegna che quasi tutte le lavoratrici di Sarno affettassero dispregio per la ‘Napolitana’, in sostanza elleno aveano concepito di lei una invidia stragrande, vuoi perché la bellezza di lei soverchiasse di molto quella delle più belle tra loro, vuoi perché il direttore e i ‘contre-maîtres’ della fabbrica e gli impiegati dell’amministrazione avessero per lei straordinari riguardi e per la sua viva intelligenza e per la sua grande speditezza e per esser lei l’unica operaia della Filanda che sapesse leggere e scrivere.”.
Ma Marcellina si è innamorata di Mariano, il figlio di Michelina e di Saverio. Pensa continuamente a lui, anche mentre è al lavoro: “L’amore conserva le specie su le incessanti ruine della morte.”.
È un sentimento nuovo che la riscalda e allo stesso tempo la inquieta. Non sa che cosa di nuovo le stia accadendo.
Ma Michelina è intenta a studiare il modo di ricavare un guadagno dalla bellezza di Marcellina, e cerca di vendere la sua innocenza al lussurioso benestante Giambattista Leone.

Il che ci fa tornare al pensiero di quanto la miseria rechi agli sfortunati, specialmente se donne, smarrimenti e tragedie.
Marcellina è licenziata dalla Filanda perché trovatile addosso dei gomitoli di lana, messigli nella tasca della veste da Michelina e le due figlie Annina(che aveva avuto l’idea e l’aveva eseguita) e Mariuccia: “Gli è davvero scoraggiante cosa il pensare che in questo mondo la virtù abbia sempre a lottare con le innumerevoli insidie che da ogni parte le vengono tese, perciocché è dessa alla comune malvagità de’ più muto e solenne rimprovero.”.
Ė la vendetta con cui Michelina vuol punire Marcellina pel suo rifiuto a cedere alle insistenze del corteggiatore scelto dalla donna.
Col pretesto del furto e che non ha più lavoro sì da portare un contributo alle spese di casa, Michela, la caccia via e Marcellina si ritrova messa sulla strada: “Or va, che io non ti abbia più a rivedere in casa mia. Va a chiedere la limosina ai passanti, se pur troverai chi voglia di un tozzo di pane esserti largo. Va; esci pure mo, che la tua faccia mi move a sdegno; e non so chi mi tenga che io non ti graffi gli occhi o te li cavi a dirittura.”.
Che è la prova di quanto la cattiveria vada a braccetto con l’ipocrisia. Era stata una madre adottiva amorevole fino a che le era convenuto, poi aveva svelato il suo vero volto.
Un’altra grave avventura capita a Marcellina, che viene spinta nel fiume dalle solite tre donne sventurate. La salva un contadino, Domenico Asoli, che la conduce a vivere presso la sua famiglia, composta da Carlotta Schiavoni, la moglie, una figlia, Chiarina e “un bambinello di pochi mesi”, adottato poiché senza genitori.
È una famiglia buona e generosa, disposta al bene, e si pone, dunque, in contrapposizione con la famiglia di Michela, di modo che Mastriani ci insegna che non bisogna mai scoraggiarsi e che nella vita resta sempre un po’ di quella luce che è la speranza.
Infatti, ci sarà ben presto una sorpresa, con l’apparire di un personaggio, Ezilda di Camponere, contessa di Saint-Marc, di origine italiana, che il lettore ha già incontrato di sfuggita quando Marcellina era una bambina e si trovava in casa di Filomena, colei che l’aveva allattata. e che aiuterà la fanciulla a sposare il suo innamorato Mariano.
Ma di questa apparizione si lascia al lettore di gustare lo speciale e intenso sentimento.
Non si creda, tuttavia, che siano finite le tribolazioni di Marcellina, una volta divenuta moglie di Mariano. Si sono trasferiti a Napoli e siamo nel settembre 1860. Dappertutto in Italia si hanno sollevazioni popolari per giungere alla unificazione della Penisola: “Che canti! che brindisi! che cozzo di bicchieri! che allegria! che festeggiamenti alla nuova Italia, alle novelle libertà, all’eroe Garibaldi, alla caduta dell’antica tirannide!”.
Marcellina ha diciassette anni, Mariano era “poco più d’età.”.
Napoli è una citta non solo bella, ma ricca di vita e di tentazioni. Succede che Mariano si annoi del solo matrimonio e desideri incontrare amici e tornare alle vecchie abitudini, che lo avevano visto bazzicare bettole (“cànove”) ed anche ubriacarsi.
Ubriaco, recatosi in una casa di tolleranza con amici di ventura, incontra una giovane chiamata la “Muta”, di cui l’autore ci promette di narrarci quanto prima la storia.
Mastriani è maestro in questo lasciare e prendere altre vie, riallacciare storie, raffrescarle, insinuare nel lettore sempre più curiosità ed interesse.
Incontrata la “Muta”, il lettore sa soltanto che Mariano, pur ubriaco, riesce a dirle che è più bella della sua Marcellina. E il lettore vorrebbe da subito saperne di più.
E invece ci porta nel palazzo Rotschild, dove, alla Riviera di Chiaia, vive la ricca contessa di Saint-Marc che, come già sappiamo, ha favorito con una munifica donazione il matrimonio tra Marcellina e Mariano, ed è nipote della baronessa di Roccasalda Eleonora Munez, che abbiamo già incontrato quando Marcellina fu accolta per breve tempo nella sua casa, e poi abbandonata.
La capacità di intricare le storie ricorda quella scaltrissima di Alexandre Dumas padre.
Il lettore potrebbe anche smarrirsi, e Mastriani lo sa, e per questo, allo scopo di rammemorare i fili della storia, gli offrirà sempre un aiuto, quasi intenda condurlo per mano.
Vi ricordate Maddalena, la prostituta che aveva aiutato Marcellina a trovare lavoro alla Filanda di Sarno?
Ebbene, ella è ora la tenutaria della casa di tolleranza in cui Mariano ha incontrato la bella “Muta”. Sapendolo marito di Marcellina, è andata ad informarla, e a sua volta Marcellina si è recata a Napoli dalla contessa di Saint-Marc per sfogarsi e chiedere consiglio.
È in questa occasione che, narrando Marcellina alcuni fatti della sua vita tribolata, fa il nome della baronessa di Roccasalda, la quale, accoltala in casa, l’aveva poi discacciata, quando la poverina aveva appena dieci anni, e in piena notte.
Marcellina non sa che questa nobile patrizia insensibile e sciagurata è la zia della contessa, la quale apprende la notizia senza porvi meraviglia, sapendo della sua cattiveria, e di quella delle due figlie Ines e Paquita.

Nel continuare il racconto le dirà di aver appreso che l’amante di Mariano è una prostituta molto bella, chiamata la “Muta”, non perché le mancasse la parola, bensì perché nei primi tempi che viveva nella casa raramente parlava: “Mariano provava per quella donna un indefinibile sentimento di simpatia e di pietà; il generoso giovine avrebbe dato la sua vita per trarla da quella casa infame e da quel turpe mestiere.”.
Marcellina attende un bambino da Mariano. Il marito la trascura e in casa non ci sono soldi per tirare avanti.
Mariano strepita che li chieda alla contessa, ma Marcellina non vuole. Allora il marito minaccia di recarsi lui a chiederli.
Ma dalla contessa andrà per un altro motivo. La “Muta” gli ha rivelato di essere innamorata, non di lui, ma di un bel giovane molto povero, di nome Valentino (sarà narrato il loro incontro: “Valentino avea l’anima di un angelo, il cuore di un bambino, la timidezza di una donna.”), che la sposerebbe, se avesse il denaro necessario. Nello svelargli ciò, lo prega di lasciarla perdere e di dedicarsi a coltivare l’amore della sua giovane sposa, che non merita i suoi tradimenti. Gli affida un medaglione che ha incastonati tre smeraldi, incaricandolo di trovare un compratore, poiché con quel denaro Valentino potrebbe sposarla e trarla via da quella vita sciagurata. Quel medaglione era appartenuto a Rocco, suo padre, e se l’era portato con sé il giorno che era fuggita da casa.
Quando la contessa vede il medaglione in cui compare una bella figura di donna e che sul retro ha la scritta “Felicita di Saint-Marc”, emette “un’esclamazione di sorpresa”: Felicita “era la madre del conte di Saint-Marc, marito di lei, Ezilda.”.
Dunque sua suocera.
Ricordate la storia del medaglione? Felicita di Saint-Marc l’aveva donato a Rocco Damiani, il padre di Margherita (la madre di Marcellina), poiché l’aveva liberata dai briganti.
Allora perché si trova nelle mani della “Muta”? Chi è costei?
La storia si fa intrigante, e ci immaginiamo i lettori del giornale su cui, a puntate, veniva raccontato il romanzo. Mastriani li imbeveva di attesa e di curiosità, forse a qualcheduno e, più ancora, a qualcheduna levando il sonno.
La “Muta” (non possiamo, ahimè nasconderlo, poiché essa ritornerà ancora nel romanzo), altri non è che Monica Damiani, la sorella più piccola di Margherita, della quale la famiglia aveva perso le tracce. Un’altra Ombra. Era stata traviata da una compagna di lavoro, Giovannina, che l’aveva indotta alla prostituzione onde menare una bella vita: “Or, perché non fai tu pure lo stesso, suora mia. Tu sei bella e fresca e aggraziata. Se tu volessi, potrebbeti forse mancare un buon signore di una certa età che ti volesse bene, e ti regalasse di belle cose, e ti facesse mangiar bene e vestir meglio? Che tu hai voglia di far l’amore con un bel giovinotto, ben potrai ciò fare senza farne accorto il buon signore che spende. Non pensare a maritati, che questa è la peggior disgrazia che ci possa incogliere.”.
Essa, dunque, è la zia di Marcellina, e sembrerà strano, esse sono quasi coetanee. Sposerà Valentino Nonnato, figlio di ignoti genitori (“figlio della Madonna”), e la coppia sarà protetta dalla contessa di Saint-Marc, allo stesso modo dell’altra coppia composta da Marcellina e Mariano. Il lettore sarà ancora una volta avvinto da una rivelazione che riguarda il rapporto tra la contessa e Valentino, che è quello tra madre e figlia. Già, perché la contessa, ancora fanciulla aveva avuto un figlio, lasciato poi alla ruota, a cui aveva dato il nome di “Valentino e il cognome di Nonnato, sì perché quel dì correva la festa del santo Raimondo Nonnato, e sì perché, essendo il bambino venuto a luce di soli cinque mesi, potea dirsi ‘non nato’ nelle ordinarie proporzioni.”. E chi è il padre? Stupitevi: è il conte Ascanio Orsini, che il lettore ricorderà col nome di Luigi Vercillo, “il seduttore della povera Margherita Damiani”, e quindi è il padre di Marcellina e di Valentino, nati da due donne differenti.
Bisogna dire che la bellezza di questi intrecci – di genere decisamente romantico, sibbene narrati con un lodevole asciuttezza datagli anche dal vocabolario popolare usato – sta nella meraviglia del loro scioglimento, in cui si manifesta l’ingegno e l’abilità dell’autore. Come accade (in qualche modo lo abbiamo già detto) per le differenti e varie cascate d’acqua che vanno a confluire in unico fiume, il cui scorrere si distende e si acquieta a poco a poco, dopo il tumulto.

Credo che valga la pena rappresentarvi questa descrizione del firmamento, così piena di spiritualità e di mistero: “Faceva una di quelle serate, che manifestano la grandezza e la bontà di Dio. Innumeri stelle ingemmavano la volta del firmamento, ignoti soli che rischiarano migliaia di altri mondi dove forse il peccato non condannò alla morte e al dolore gli spiriti incarnati che vi dimorano. Abisso di sublime grandezza sospeso sul nostro capo, il firmamento ricorda all’uomo che egli è l’atomo di un atomo. Pur, quella armonia celeste è amore, è desiderio di un bene che ci sfugge perennemente quaggiù, è aspirazione verso gl’immortali destini che ci aspettano, è il talamo nuziale delle anime peregrine su questo punto impercettibile della creazione.”.
Mastriani, non pago delle curiosità immesse nel lettore, ne aggiunge un’altra. Il seduttore di Margherita e di Ezilda, e cioè il conte Ascanio Orsini, ha chiesto in sposa la cugina Ines, odiata e ricambiata da Ezilda. Le due femmine non possono vedersi. Di che ha paura Ezilda? Ha paura che, una volta diventati marito e moglie, il seduttore marito, riveli ad Ines la conquista fatta su Ezilda, e dunque che il suo segreto venga disvelato e lei finita nello scandalo.
Succederà?
Intanto diciamo che questo timore procura una malattia alla contessa, che la porta a momenti di “sconcerto mentale”. Il medico di famiglia dottor Luciani intuisce che qualche cosa di grave deve aver colpito l’inferma, e si domanda che cosa possa mai essere.
Sarà il marito, insospettito, che la costringerà a confessare che Valentino è suo figlio, avuto da Ascanio Orsini. Co ciò, la contessa impazzirà definitivamente: “Essa rimanea quasi tutta la giornata a una finestra, donde si godea la vista del mare, colli occhi ardentemente fissi verso un punto lontano dell’orizzonte, colle lunghe chiome scompigliate. Di tempo in tempo, uno strano sorriso le rischiarava le sembianze; e mormorava parole inintelligibili con gesti animati come s’ella avesse parlato con qualcuno.”. Finirà rinchiusa, anche lei divenuta un’Ombra, “in un privato manicomio ne’ dintorni di Napoli.”.
Si è formato, dunque, questo triangolo: Monica, sposa di Valentino è la zia di Marcellina e Valentino è fratello di Marcellina per parte di padre, il conte Ascanio Orsini.
L’affetto che i due fratelli, che ancora non sanno di esserlo, provano reciprocamente ha generato in Mariano, marito di Marcellina, una forte gelosia, che lo ha spinto a tornare ad essere l’ubriacone di una volta, nonostante che ora abbia sulle spalle il carico di una bambina, sua figlia Maria: “… non mancava pria di gettarsi nel letto di andare ad abbracciare e baciare la piccola Maria. ma alla moglie né anco una parola, neanche un’occhiata.”.
Un giorno che Valentino va a casa di Marcellina per confidarsi con lei su alcuni dubbi che aveva circa la malattia della contessa Ezilda (non sa ancora che è sua madre), la quale ogni tanto è presa da deliri che la costringono a letto malata, Mariano, messo sull’avviso da una spiata, picchia all’uscio di casa sua e inveisce contro la moglie (Mariano, nel frattempo se n’era già andato) credendo che i due siano amanti.
La povera Marcellina è assalita da feroci insulti e terribili minacce di morte.
E non basta, lo stesso giorno bussa alla sua porta, allo scopo di recarle danno, l’antica sua matrigna, la prostituta Filomena, che le aveva donato il latte da piccina, e gli svela che Monica è sua zia, e le rivela anche il nome della madre, Margherita, che Marcellina ignorava, morta “tisica all’ospedale degl’’Incurabili’.” e sorella maggiore di Monica.
Da ciò segue che Filomena racconti di come Margherita ebbe la figlia a causa di seduzione e di come la consegnasse a lei in allattamento e in custodia.
Filomena appare qui come un deus-machina che scioglie molti segreti della vita della famiglia Damiani, da cui Marcellina discende, la quale viene a sapere che, mentre la madre è morta, è vivo suo nonno, Rocco Damiani, colui che aveva liberato dai briganti la contessa Felicita Saint-Marc, suocera di Ezilda.
Mastriani sta tirando a conclusione i fili della sua trama, e il lettore può convenire della speciale abilità del narratore, il quale ha saputo calcolare tutte le sue mosse per convergerle ad una logica unità.
Si è visto, anche, come tutto ciò non fosse affatto facile e come la fantasia ricamatrice di Mastriani non abbia mai mancato ogni punto della sua tela.
Quando il conte Alfonso, marito di Ezilda, convoca Valentino e gli propone di lasciare il paese, Mastriani ci dà una bella definizione di Patria. La mette in bocca a Valentino che, ricordiamolo, non ha mai conosciuto i genitori e si considera un ‘bastardo’: “A tutti grava il lasciare il patrio suolo, signor Conte. Le stesse sventure ci attaccano alla terra dove respirammo le prime aure di vita. La patria è per tutti un amore, una fede, una religione; ma per i bastardi è più che questo; ella è la madre stessa, che gl’infelici non conobbero mai.”.
Aggiungerà, precisando: “Io intendo per patria il paese nel quale sono nato.”.
Ma si convincerà che è necessario partire quando il conte glielo suggerirà, confidandogli che non può ancora spiegarne le ragioni. Risponde Valentino: “Non le nascondo che grande ferita è al mio cuore il postergare la mia terra nativa; ma rispetto le ragioni che inducono le signorie vostre a darmi un tale comando.”.
Intanto Monica e Marcellina si riconoscono come zia e nipote, e in più Monica le rivela chi è l’uomo che ha sedotto Margherita, con il che Marcellina viene a sapere che il conte Ascanio Orsini, “il serpe” che un giorno l’aveva fissata negli occhi onde sedurla, è suo padre. Così ce lo descrive Mastriani: “Biondi aveva i capelli, bianco e gentile il viso, alta ed elegante la statura, grazioso il portamento, qualità tanto più pericolose in un giovinetto di quello stampo in quanto che eran per lui argomenti di vanità e incentivi al malo oprare.”. Egli conduceva una “vita licenziosa e dissipata.”.
Ora restano a mancare due punti ancora da sciogliere: che Valentino conosca di essere figlio di Ezilda e che Valentino e Marcellina sappiano di essere fratelli (Valentino, sposo di Monica, crede invece, avendo sposato la zia di lei, Monica, di essere diventato di conseguenza zio di Marcellina).
La quale, con la figlia Maria, che ha ormai quattro anni, conduce una vita misera; Mariano è stato licenziato dal lavoro e passa le sue giornate alla bettola, tornando ogni sera ubriaco: “Caduta nella miseria e nella sventura, tutti quelli che le avevano mostrato un po’ di cuore l’aveano abbandonata.”.
Lo stato misero in cui si trova Marcellina dà occasione a Mariani di esprimere tutta la sua indignazione contro le ingiustizie della società: “Si proclamano altamente oggidì i dritti della donna, si grida al suo affrancamento dall’antica schiavitù; la si cerca di rialzare a quel livello che costituisce la sua civile e politica eguaglianza coll’uomo; e intanto la si segrega ogni giorno vie più nel fatale ‘isolamento’ della sua specie; la si snatura ne’ suoi puri ed ineffabili aspetti; la si strappa dal suo mondo naturale, la si gitta nelle agonie delle fatiche sterili ed infeconde; la si sbranca dalla sua vite, e si condanna ad appassire tralcio spezzato, in su aridissimo terreno; le si addita, da una banda l’onestà povera, affamata, coverta di cenci, e dall’altra il vizio coronato di fiori e lussureggiante di pingui imbandigioni; e all’una ed all’altro, un sol confortante a finire, LO SPEDALE.”.
Siamo nel pieno dell’Ottocento e Mastriani si è unito da tempo agli ancor pochi sostenitori dell’uguaglianza femminile e dei diritti della donna.
Poco prima aveva lasciato scritto che il suo lavoro, le sue “carte” sono “consacrate ad un fine moralissimo ed umanitario.”.
Per un delitto commesso in una bettola, durante una partita a carte, Mariano finisce in galera, creando nuovi aggiuntivi problemi alla già stremata Marcellina.

Il lettore, a questo punto, si domanderà che cosa di terribile possa capitare in sovrappiù a questa disgraziata, ed immagina che la sola via di uscita sia la prostituzione. Sarà così? Basterà avere un po’ di pazienza e non farsi irretire nel gioco perverso e astuto in cui ci sta trascinando l’autore: “Comunque fosse, più non pigliava riposo alcuno la disgraziata giovane, che passava i giorni e le notti nelle più penose fatiche per procacciarsi un tozzo di pane a sé ed alla sua creatura e arrecare qualche picciolissimo sollievo al carcerato consorte.”.
Le arriva anche l’intimazione di sfratto e la sua piccina si ammala pure.
Mastriani ha la mano pesante su questa disgraziata, forse per dirci quanto le più virtuose, ed anche i più virtuosi, siano tormentati dalla vita. L’autore sottopone la virtù a dura prova: “Marcellina era pressoché vicina ad uscir di senno.”. Quando due ufficiali del tribunale le ingiungono di lasciare la casa entro le ventiquattr’ore, Marcellina cade in un orribile sconforto: “Balenò per un istante una luce di sangue nella mente della disgraziata operaia: affogare primamente la figliuoletta, e quindi spaccarsi la testa fra le mura, donde ella dovea essere discacciata il domani.”.
Il lettore spera che a trarla d’impaccio arrivi Valentino, e i due si riconoscano come fratello e sorella. Dopo di che Valentino ricorra al marito di Ezilda, sua madre, il conte Alfonso di Saint-Marc, per chiedere aiuto, il quale ne profitterà per rivelargli che Ezilda è sua madre e il conte Ascanio suo padre.
Il lettore, ossia, è indotto a confrontarsi con la mente di Mastriani e col suo modo di intessere la sua trama.
È un’altra delle sfide che apertamente Mastriani ci incoraggia ad accogliere.
Però intanto ci ha giocato, e immagino che di là dove si trovi si sia aperto ad un simpatico sorriso, almeno nei miei confronti, che viso a viso lo sfido.
Avete letto come Monica e Marcellina scoprirono di essere tra loro zia e nipote. Avete anche letto, in principio di questa storia, che Margherita aveva due sorelle più piccole e, in ordine di età, esse erano Filomena e Monica.
Ebbene a rimediare alle difficoltà in cui si trova Marcellina, giunge all’improvviso Filomena, l’altra zia.
Lei e la sorella Monica avevano saputo dal padre Rocco che il seduttore di Margherita era stato il conte Ascanio Orsini.
Ma Marcellina è afflitta di nuovo dalla sventura, con la morte del marito Mariano, assassinato in carcere dalla camorra per avere lui ucciso in una bettola un camorrista, detto il “Rosso”.
Scriverà l’autore, a proposito dell’accanimento con cui la sfortuna perseguita Marcellina: “… della quale si poteva benissimo dire, averla il fato prescelta a sua vittima favorita.”.
Di nuovo le viene intimato lo sfratto per morosità. La zia Filomena è malata e Marcellina decide di rivolgersi direttamente al marito di lei, Luigi Alasio, “costruttore navale”.
Non ha nemmeno i soldi per affrancare la lettera e deve ricorrere ad un’usuraia che ha il nome cinico di Si-Fortuna, e impegnare l’unica sua veste che indossa, restando in sottanina fino a che non la riscatterà, non avendo altra biancheria da impegnare.
In questo tribolato colloquio che si ha tra l’usuraia e la derelitta troviamo ancora una volta conferma delle qualità dialogiche della scrittura di Mastriani. Tutti i dialoghi che abbiamo trovato, in questa come in altre opere, sono di una perfezione e di un realismo assoluti.
Di nuovo la stessa domanda: Ricordate Filomena l’Avellinese, la donna che l’aveva allattata? Si fa viva, e cerca di convincerla a prostituirsi. Non le mancherebbe più niente sia per sé che per Marietta, la figlia. Sta per trasformarsi, pure lei, in un’Ombra?
Lasciamo, a questo punto, al lettore di scoprire il finale di una tale storia così complessa e dolorosa. Tutti i nodi saranno sciolti. Tutti i segreti saranno rivelati.
Una sola notizia vogliamo dare nel concludere questa nostra lettura: Marcellina non vide queste felici risoluzioni, poiché morì di tifo il 23 novembre 1865.
Non vi è dubbio, allora, che nel romanzo questa sventurata sia il simbolo maggiore dell’Ombra persecutrice.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart