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Mercantini, Fabrizio

22 Dicembre 2018

Filosofia del poker

Filosofia del poker

L’autore, nato nel 1948, è lucchese; laureato in giurisprudenza ha la passione della scrittura. Esordì nel 1998 presso un piccolo editore locale, Marco Del Bucchia, con una raccolta di racconti: “Matoruna”, e nel 2005 pubblicò con Guanda il romanzo di cui ci occuperemo.

A leggere il titolo viene in mente un libro che ebbe molto successo quando uscì nel 1993: “La variante di Lüneburg”, di Paolo Maurensig. Là si trattava di una partita di scacchi, qui invece affrontiamo il gioco del poker.

Troviamo all’inizio una frase apodittica: “I giocatori di poker non sono molti, mentre molti sono quelli che giocano a poker”.

Come per gli scacchi, anche nel gioco del poker occorre dedicargli la propria vita, non solo allenarsi, ma rivolgergli la mente senza soluzione di continuità. Creare, inventare, a seconda delle carte che abbiamo in mano.

Vi ricordate la partita a scacchi tra il cavaliere Antonius Block e la Morte ne “Il settimo sigillo” (1957), uno dei film più belli di tutta la storia del cinema, del grande regista Ingmar Bergman? Era una partita della vita. Quando si gioca a poker si è dentro la vita, la si celebra, con ragione e sentimento: “Un giocatore sempre aggressivo, o sempre cauto, o sempre falso, dà comunque dei riferimenti importanti perché è prevedibile. Bisogna saper sfruttare questo suo punto debole senza accanimento, ma con la ferrea determinazione di portargli via il piatto non appena sarà possibile.”. Per molti degli uomini non è così la vita? Dunque, nel gioco del poker si rappresentano i comportamenti umani, gli stessi che ci segnano nel vivere quotidiano: “ecco la chiave del successo, nel poker come nella vita.”.

Si nota subito la padronanza della scrittura, che è garbata e scorrevole e senza impuntature stilistiche, e nemmeno linguistiche: si rivolge a tutti e vuole lasciare un messaggio inequivocabile: “è l’uomo che stiamo cercando!”. Un obiettivo ambizioso.

Come Monsignor Della Casa con il suo “Galateo ovvero de’ costumi” ambì a dare delle regole di comportamento che rendessero più piacevole il vivere, lo stresso fa Mercantini regalandoci pillole di saggezza, ossia la sua filosofia del poker, che consiste nella ricerca di atteggiamenti e maniere, le quali, non mortificando il rivale, conducano alla vittoria. Occorre anche dotarsi di un’osservazione furba ed ironica: “È da evitare ogni critica al modo di giocare degli avversari, sia perché quasi mai ben accetta, ma soprattutto in quanto atteggiamento autolesionistico. Perché dare vantaggi agli avversari per le successive partite? Al poker non si insegna la verità, piuttosto s’induce in errore.”; “Al tavolo del poker bisogna evitare le battute di spirito a spese degli amici, a meno di non tenere più alle nostre battute che ai nostri amici: consiglierei di mantenere un buon equilibrio tra il proprio senso dell’umorismo e la propria socievolezza.”.

Apparecchiate le premesse, si passa ai fatti e si comincia con un locale lucchese a quel tempo (soprattutto fino agli anni Sessanta) famoso, La fanciulla del West, frequentato nientemeno che dall’artista più celebre della città, Giacomo Puccini, che poi compose anche un’opera con quel nome che debuttò con successo al Teatro Metropolitan di New York il 10 dicembre 1910, diretta da un altro genio musicale, Arturo Toscanini. Il locale esiste ancora, anche se ha perduto il prestigio di un tempo e si trova all’interno delle mura della città, in pieno centro, in via Mordini, oggi via Nuova, una traversa della elegante passeggiata di via Fillungo, pochi passi prima, sulla sinistra, venendo da via Fillungo, del punto dove una volta era la sede della Banca d’Italia.

Dobbiamo accomodarci in questo locale, nella stanzetta destinata alle partite di poker per entrare nel romanzo. Sono partite che si abbracciano alla storia sia quella minuta della città sia quella grande che riguarda il mondo. Tra una mano e la successiva, le notizie entrano, portate da uno o l’altro degli avventori o degli habitué e segnano per un istante, non di più, il gioco; una minuta distrazione come un cenno del capo per assentire e prendere atto.

Mercantini ha scelto di iniziare da questo piccolo e storico ambiente di giocatori, frequentato da uomini particolari, per allargarsi oltre quelle pareti e sollevare in un tempo eterno la navicella su cui sale una parte della nostra vita. Mercantini, appassionato del poker (che considera superiore ad ogni altro gioco; interessanti saranno le differenze con altri famosi giochi, descritte nella parte finale), appassionato di quel locale, e di ogni altro luogo e ambiente in cui ha giocato a poker, e di quegli amici, li assorbe nella sua vita trasformandoli in radici che lo rendono recettore e interprete degli avvenimenti. Lo stare chiusi in quelle stanze, l’apparente noncuranza per le voci che vi penetrano improvvise, la percezione di essere lontani da ciò che accade fuori da lì (“così il Sessantotto non l’abbiamo vissuto”), non rappresentano altro che una partita che, ogni volta che finisce, li proietta in una universalità resa possibile dal magnetismo e dalla permeabilità di quel gioco.

Il romanzo ne è la prova più esemplare.

Il 20 agosto 1968, quando l’Urss invade la Cecoslovacchia di Alexander Dubček, alla Fanciulla del West si sta svolgendo una partita a poker che rimarrà nella storia, proprio come quell’invasione.

Questa che segue è la radiografia del giocatore, ed è anche, però, una radiografia della vita: “In una singola partita, in una serata particolare, la sorte, fattori esterni, momenti sentimentali o psicologici difficili possono far sì che un vincente si trasformi in perdente e un perdente in vincente, ma la natura del vincente e del perdente è sempre tale da non consentire alla lunga nessun cambio di direzione: il perdente continuerà a perdere perché quella è la sua natura, il vincente a vincere perché quella è la sua. E nessuno dei due è mai a proprio agio nei panni dell’altro.”. Pure la seguente è una radiografia, quando marca talune differenze con la vita: “A differenza che nella vita, in certe occasioni al poker la presunzione può portare risultati confortanti.”.

Le figure che sono analizzate, si incontrano nella vita, non solo al tavolo del poker. Il vincente e il perdente per natura, l’ostinato, l’ottuso, il presuntuoso, il vanitoso, l’estroso, il pedante, il pignolo, il riflessivo l’impetuoso, l’impulsivo, il frenetico, l’idealista, il superstizioso, il lamentoso, l’umile, il servile, il superbo, l’orgoglioso, l’avaro, il lussurioso, e così via continuando per tutti i sette vizi capitali, sono personaggi della vita, che incontriamo per strada o tra gli amici ogni giorno. Sono giocatori, ma pur sempre essere umani con le loro speciali qualità i Morosini, i Ciroti, i Turingia, i Pieroni, il protagonista (lo stesso Mercantini), che non possono fare a meno di incontrarsi per il poker, ma che, giocando, non trasformano mai la loro natura. Dunque, il tavolo del poker è anche il tavolo della vita? A mano a mano che andiamo avanti siamo spinti a rispondere di sì. Invece del cavaliere Antonius Block e della Morte de “Il settimo sigillo”, noi vediamo la Vita, nelle sembianze di una leggiadra ballerina uscita dalle mani di Degas, che si diverte a conturbarci e a donarci momenti di passione: “L’attesa di una carta, di quella carta, non di una carta qualsiasi, seppur bella, ricca e presumibilmente generosa dispensatrice di fortuna e ricchezza, è una trepidazione d’amore”.

I capitoli hanno lunghi titoli riassuntivi, come si usava una volta, nonché degli esergo tratti da importanti scrittori, e nomi importanti appaiono anche nel testo, quando hanno a che fare con il carattere delle persone e con il gioco.

Mercantini sa che la materia che tocca è delicata; per assimilarla occorrono varie dosi di buona psicologia e una speciale capacità di osservazione e di indagine, e allora si aiuta con delle citazioni che rallegrano l’atmosfera che si è creata intorno al lettore con una calligrafia che si fa anche divertita, e ogni tanto gli strappa il sorriso. Come questa: si parla dell’avaro e del pavido, “Viene in mente quel capitano siciliano che si abbottonava la giubba sulla schiena per far credere al nemico che avanzava.”. Che poi, se uno va indietro, sono le gambe che ne indicano la direzione, ma la battuta c’è e fa sorridere. Si legga anche quest’altra: “Lady Astor disse a Winston Churchill: «Se fossi vostra moglie vi metterei il veleno nel caffè». Churchill, togliendosi il sigaro di bocca, rispose: «Se fossi vostro marito lo berrei»”. O questa: “I compromessi, spesso oggetto di disprezzo, sono il carburante dell’esistenza: noi stessi non siamo nient’altro che un compromesso fra anima e corpo. Ma ahimè, c’è sempre una grande differenza tra chi vuol essere così grande da tenere il mondo nel proprio pugno e chi invece vuole rendere il mondo così piccolo da poterlo tenere nel proprio pugno. È su questa differenza che si gioca la partita della grandezza e della mediocrità.”. La lunga citazione è voluta, affinché il lettore si renda conto della facilità di questa scrittura, che sa rendere in modo semplice concetti complessi. È un dono che Mercantini possiede. Anche l’intervista ad un anonimo L. D., professionista del poker, ne mostra simpatia e flessibilità.

Il confine tra il gioco e la vita non esiste più. L’autore lo ha abbattuto con la sua filosofia che è entrata prepotentemente dentro il solco del gioco e vi produce i suoi frutti abbondanti. Il lettore non si trova più davanti ad un tavolo da gioco, ma davanti a se stesso e al suo rapporto con la realtà. Un passaggio che si attraversa senza faticare, quasi senza accorgersene. Viene in mente Voltaire.

L’autore è un saggio che racconta; un santone indiano seduto con le gambe incrociate davanti alla sua casetta di legno. Tu vuoi parlargli del poker e lui ti risponde parlando della vita: “Il percorso del progresso è andato un po’ a balzi, come quelle partite di poker che cominciano bene, poi vanno male, poi stagnano per un po’ di tempo e poi riprendono ad andare male o bene a seconda della serata.”; “Al poker conoscere l’altrui psicologia fa guadagnare molti soldi, saper nascondere la propria ne fa risparmiare altrettanti. (…) La curiosità, nella vita, paga. Nel poker costa.”.

La filosofia del poker come finestra sul mondo: durante una partita: “Oggi hanno ritrovato il cadavere di Aldo Moro (…) Era il 9 maggio del 1978. Le Brigate Rosse avevano rapito il presidente della Democrazia Cristiana, massacrando la scorta”.

La finestra sul mondo si è aperta sin dall’inizio di questo lungo racconto, esattamente nel 1968, con l’invasione da parte dell’Urss della Cecoslovacchia, e continua, già trascorsi dieci anni, a rimanere aperta e ci dice che il marchio d’identità del mondo non ha subito variazioni. Si sta giocando con dentro la vita.

Che cosa serve per essere dei professionisti del poker?: “Ricordare le carte, calcolare le probabilità, penetrare la psicologia degli avversari dai loro impercettibili mutamenti d’espressione, e tutto ciò in tempi strettissimi, a volte davvero pochi secondi, sono i primi rudimenti, ma anche quelli fondamentali, che contraddistinguono il professionista.”. E quando nella vita devi affrontare un confronto, dal quale vuoi uscire vincitore? Idem. Allenarsi al poker è allenarsi alla vita.

In ogni pagina, questo autore ce lo ricorda, anche quando non ce lo dice. Il succo del romanzo sta qui: nell’affermare che la vita ci accompagna sempre e che la nostra personalità è sempre sottoposta alla prova e messa in guardia. Difficile che la vita sia contemplazione. Forse neppure per un eremita: “Il professionista esamina le situazioni di gioco come un esperto chirurgo le budella di un paziente sotto i suoi ferri.”. Troveremo scritto più avanti che un giocatore di poker professionista deve avere le stesse virtù del Principe di Niccolò Machiavelli: “Poi, nel Cinquecento, nacque un giocatore, uno dei più grandi: Niccolò Machiavelli.”.

Quando Mercantini fa la storia del giocatore di poker americano, il “gambler”, che si trovava sempre a bordo di un battello in navigazione lungo il Mississippi, viene in mente Gregory Peck nello splendido film “Il grande Paese” del 1958, diretto William Wyler. Incontreremo tracce di cinema quando la notte di Natale si giocherà tra amici una partita di poker; il film rievocato è di Pupi Avati e s’intitola “Regalo di Natale”, del 1986, che fece vincere a Carlo Delle Piane (il supposto pollo Santelia, come ricorda Mercantini) la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile. Il cinema torna ancora con “Posta grossa” di Fielder Cook, del 1966, con due attori straordinari: Henry Fonda, nella parte del giocatore, e Joanne Woodward, nella parte della furba sposa, sua spalla nell’imbroglio in una partita di poker. Arriverà anche il turno de “La conquista del West”, di Cecil B. DeMille, del 1936, con un altro grande del cinema, Gary Cooper, nella parte del pistolero giocatore Wild Bill Hickok.

Bisogna ammettere che la rievocazione con tratti essenziali e efficaci di questi film lascia il segno. Mescolano le epoche, e le rendono contemporanee, ponendo al centro non i diversi ambienti in cui si svolsero, ma caratteri e sentimenti universali e perenni. I personaggi che vengono rievocati, anche quelli realmente vissuti (Arnold Rothstein, Nick il greco, Tommaso Landolfi), tutti accaniti giocatori, disposti a puntare grosse somme e quindi a rovinarsi o a divenire milionari, rendono al gioco del poker la suggestione di una battaglia combattuta sul campo senza risparmio di forze e di coraggio, in cui ad ogni colpo di cannone, si risponde quando con le fucilerie, quando con la cavalleria, con la fanteria, o con un eguale colpo di cannone. La polvere, le fiamme e le scintille che si sollevano nell’aria, sono le ansie, le paure, le avidità, le speranze, le disperazioni della vita. Il gioco è partecipazioni ad esse, ma può essere anche un rifugio, una protezione, un luogo da cui ripartire, una palestra in cui tornare ad allenarsi: “Forse il giocatore è soltanto uno che si ostina a rifiutare un mondo pieno di regole che non capisce o che non riesce a rispettare, cercando di sostituirle con altre, più semplici e chiare.”.

Mercantini ci racconta tutto questo con il sorriso sulle labbra; mai troviamo segni di paura, di risentimento o di malinconia (quest’ultima la si trova brevemente e suggestivamente accennata quando al termine scrive della vecchiaia imminente, che lo allontanerà dal gioco).

Sembra che entrare nel mondo del poker possa offrire un elisir di prima qualità e di sicuro effetto; a mano a mano che le pagine scorrono si accentuano il piacere e il divertimento (in cui traspaiono anche venature di fine humor), insiti nella facile scrittura, che esce come un getto di sorgente, con la stessa freschezza e la stessa voglia di luce: “Pare che Pascal combattesse il mal di testa risolvendo problemi di matematica. Questo fatto mi ha sempre sconcertato perché io, al liceo, combattevo la matematica facendomi venire il mal di testa.”; “Napoleone ha avuto dal destino la possibilità di giocare a lungo a poker; si è poi ritrovato a giocare a briscola all’isola d’Elba e infine a fare lunghi solitari a Sant’Elena. Morì infelice: lui era uomo da poker, non da solitari.”; “La fede è sentire pulsare nelle vene il sangue dell’immortalità: in alcuni pulsa fortissimo, in altri meno, altri hanno disturbi cardiocircolatori.”.

È un libro che ci insegna e ci diverte: miscela che non è facile da comporre.

Quando si legge: “La partita è una rappresentazione teatrale dove recitano più attori ognuno una parte diversa, spesso scambiandosele all’insaputa l’uno dell’altro.”, si innalza quel gioco ad un livello assai alto, poiché è il livello della vita. Sarà lo stesso autore a confermarcelo, scrivendo che il poker è “metafora della vita”, e anche: “Tutto quello che accade, nel poker come nella vita, si muove in definitiva su una linea così sottile, indefinita, che è legittimo porsi questo dubbio: se la vita è un gioco di cui non si conoscono esattamente le regole, alla fin fine perché procedere a caso deve essere considerato tanto più stupido che avere invece mete prefissate?”.  Tra il gioco del poker e la vita, però, una differenza c’è: “Ecco, il ritmo intenso delle giocate è un aspetto che ci allontana dal nostro continuo confronto con la vita vera, perché questa scorre più lenta, i tempi sono lunghi, le attese spesso snervanti, si giocano poche mani e si è condizionati, pesantemente, dalle carte che si sono avute in sorte, molto di più che al poker.”.

Scrivere un libro tutto dedicato al gioco del poker, e farlo sotto forma di romanzo, non è impresa facile. Ci vuole talento per non annoiare, e Mercantini ha dimostrato di possederne in dosi massicce.

In un esergo ci ha perfino offerto la risposta alla domanda che il lettore, giunto al termine del libro, si pone: Chi è dunque il giocatore di poker e che cosa prova? La risposta più vera ce la dà la Bella Otero: “Quando gioco ho l’impressione di avere venti amanti.”.


Letto 378 volte.


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Bart