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Minacce a Di Matteo: mafia parla, Stato tace

12 Dicembre 2013

di Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”, 12 dicembre 2013)

Da oltre un anno il pm antimafia Nino Di Matteo, che sostiene l’accusa nel processo sulla trattativa Stato-mafia, è minacciato di morte proprio per quel processo e per le indagini collegate tuttora in corso.
Nel settembre 2012 gli giunse un dossier anonimo di 12 cartelle con lo stemma della Repubblica italiana, di chiara fonte investigativo-istituzionale: lo avvertiva che insieme ai colleghi impegnati sul caso trattativa era spiato da “uomini delle istituzioni” che poi riversano le informazioni a una “centrale romana”, che si stava inoltrando su terreni pericolosi, che doveva fidarsi solo di Ingroia, che una serie di politici della Prima Repubblica coinvolti nella trattativa non erano stati ancora toccati dalle indagini e che l’agenda rossa di Borsellino era stata trafugata da un carabiniere.
Seguirono alcune lettere anonime con minacce mafiose e annunci di un imminente attentato avallato da Totò Riina dal carcere.
Il 26 marzo, un mese dopo le elezioni, giunse la famosa doppia lettera scritta al computer da un anonimo sedicente “uomo d’onore della famiglia trapanese” che annunciava l’eliminazione di Di Matteo “in alternativa a quella di Massimo Ciancimino”, “chiesta dagli amici romani di Matteo” (il boss Messina Denaro) con l’ “assenso di Matteo” (sempre il capomafia di Trapani), “perché questo paese non può finire governato da comici e froci”. Anche quell’anonimo era uomo di apparati istituzionali, conoscendo a menadito gli spostamenti di Di Matteo e di un altro pm palermitano in servizio a Caltanissetta (forse Nico Gozzo) e i punti deboli dell’apparato di sorveglianza.

Per tutta l’estate vari confidenti delle forze dell’ordine hanno confermato progetti di attentato contro Di Matteo con 15 kg di tritolo già arrivati a Palermo, mentre un superesperto di esplosivi illustrava anonimamente i sistemi per neutralizzare il “bomb jammer”, il robot che da mesi si pensa di assegnare alla scorta del pm per il disinnesco preventivo di eventuali ordigni. A fine giugno Riina confidava a un agente penitenziario, che lo scortava in una trasferta processuale, che per la trattativa “io non cercavo nessuno, erano loro (lo Stato, ndr) che cercavano me” e “mi hanno fatto arrestare Provenzano e Ciancimino, non come dicono i carabinieri”.
A quel punto Di Matteo decide di intercettare Riina in un luogo aperto del carcere di Opera dove il boss è solito appartarsi nell’ora d’aria con un boss della Sacra Corona Unita pugliese, Alberto Lorusso. Dal 2 agosto in poi è un’escalation di minacce di morte: Riina è ossessionato da Di Matteo e da quel che potrebbe emergere dal processo e dalle nuove indagini sulla trattativa (“questi cornuti portano pure Napolitano”, cioè i magistrati citano il presidente come teste). E ripete continuamente che bisogna “fargli fare la fine del tonno”.

L’ultima volta, il 16 novembre, prima delle fughe di notizie che inducono i pm a levare le cimici, il capo dei capi ordina: “Tanto deve venire al processo, è tutto pronto. Organizziamola questa cosa, facciamola grossa, in maniera eclatante, e non ne parliamo più, dobbiamo fare un’esecuzione come quando c’erano i militari a Palermo”. Chissà perché un boss al 41-bis può chiacchierare con un collega di un’altra organizzazione. Chissà perché – come suggerisce Lirio Abbate – il ministero della Giustizia e il Dap non gli applicano il 14-bis dell’ordinamento penitenziario, che consente ulteriori limitazioni al carcere duro fino a sei mesi.

Ieri Di Matteo – fatto mai accaduto a un magistrato antimafia, neppure nel ‘92 – non ha potuto presenziare per motivi di sicurezza all’udienza milanese del processo sulla trattativa, proprio quella dedicata all’audizione di Giovanni Brusca, che nel ‘ 96 svelò i negoziati fra il Ros e Riina tramite Ciancimino. Avrebbe dovuto muoversi su un carrarmato Lince tipo Afghanistan, e comprensibilmente ha rifiutato.

C’era da attendersi almeno in questi giorni, dopo l’allarme lanciato dal ministro dell’Interno Alfano e la visita eccezionale di domenica al Viminale dei procuratori di Palermo e Caltanissetta, Messineo e Lari, una parola di solidarietà a Di Matteo dall’Anm, dal Csm, dal premier Letta e dal presidente Napolitano.

Invece dalle cosiddette istituzioni tutto tace. Letta jr. difende lodevolmente i giornalisti “messi alla gogna” da Grillo (non quelli minacciati dal suo viceministro De Luca), ma il caso Di Matteo non gli risulta. E che dire del Colle? Ha oggettivamente contribuito a isolare i pm della trattativa trascinandoli dinanzi alla Consulta, presiedendo il Csm che da un anno processa disciplinarmente Di Matteo (per un’intervista sulle sue telefonate con Mancino) e accampando scuse puerili per non testimoniare al processo. Ora dovrebbe precipitarsi a Palermo per rispondere alle domande dei pm e dimostrare anche plasticamente che lo Stato è con loro, anche rinunciando al privilegio di essere ascoltato nel suo ufficio al Quirinale. Invece niente, silenzio di tomba anche di lì.

A questo punto tocca ai cittadini far sentire la loro vicinanza a Di Matteo, ai suoi colleghi e agli agenti delle scorte. La migliore scorta siamo tutti noi.
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(Che dire di più. Condivido. Mi vergogno di Napolitano, l’uomo di Budapest. bdm)


Dirigenza di ottusi contro le proteste
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 12 dicembre 2013)

Lo schema mentale è tragicamente ottuso e stabilisce in maniera apodittica che se la protesta di piazza non è della sinistra politica e sindacale o anche dei “compagni che sbagliano” della sinistra extraparlamentare, è automaticamente di destra. E quindi eversiva, ribellistica, priva di qualsiasi valore, espressione solo di spinte irrazionali a cui si può e si deve contrapporre solo una severa e giusta repressione.

Con questo schema la classe politica dominante, permeata di pregiudizi maldigeriti lasciati in eredità dalla vecchia egemonia di stampo gramsciano, sembra decisa ad affrontare il fenomeno delle agitazioni che si accendono in maniera spontanea nelle principali città italiane e che rischiano non solo di paralizzare il Paese, ma di gettarlo in una spirale di tensione del tutto incontrollabile.

A nessuno passa per la testa di considerare che se nelle piazze s’incontrano senza preordinazione alcuna gli autotrasportatori e gli operai disoccupati o cassintegrati, i professionisti ed i piccoli imprenditori delle partite Iva ed i precari o i senza lavoro che formano il nerbo degli ultrà degli stadi, vuol dire che il disagio per la crisi ha raggiunto il livello di guardia e può traboccare da un momento all’altro.

La reazione pavloviana è che se questa gente non ha alle spalle i sindacati o i partiti (in particolare della sinistra) e non è espressione neppure dei centri sociali, non può essere che massa bruta infiltrata da estremisti di destra e non esprime nulla di politicamente e socialmente rilevante se non una rabbia eversiva da tenere a bada solo con la forza pubblica. Dispiace che questo schema abbia trovato l’interprete istituzionale nel ministro dell’Interno Angelino Alfano, che dovrebbe essere estraneo ai pregiudizi della sinistra post-gramsciana. Ma tant’è.

La reazione ufficiale del governo al fenomeno è la promessa di manganelli in nome della difesa dell’ordine pubblico. O, peggio, l’assicurazione del ministro Saccomanni che il prodotto interno lordo ha fermato la caduta e che nel quarto trimestre del 2014 si incomincerà a vedere la luce della ripresa. Ma possono essere i manganelli e le promesse assurde a fermare il disagio crescente della parte più disperata ed in difficoltà della società italiana?

E può essere lo schema manicheo che rende un corpo estraneo alla società qualunque pezzo di società non sia espressione di una qualsiasi parte della sinistra a riportare la tranquillità nelle piazze d’Italia? Il Presidente del Consiglio, Enrico Letta, sembra convinto che l’ennesimo voto di fiducia dato da Camere brutalmente delegittimate dalla Corte Costituzionale possa essere una risposta efficace alla protesta popolare.

Come se la disperazione dei Forconi possa essere placata dal “patto alla tedesca” tra lui stesso, Renzi e Alfano. A sua volta il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, sembra colpito solo dalla preoccupazione di evitare ad ogni costo le elezioni anticipate tenendo in piedi a qualsiasi costo il Governo delle piccole intese. E preferisce ignorare una protesta che non provenendo dalla sinistra è oggettivamente espressione di eversori e banditi.

Il guaio, però, che lo schema non aiuta a risolvere. E che l’atteggiamento del Governo e del suo Lord Protettore non spinge i manifestanti a liberare le strade e tornare nelle proprie case. Per secoli si è irriso su Maria Antonietta che aveva proposto di dare brioches a chi voleva pane e libertà ed aveva scambiato una rivoluzione per una rivolta. Speriamo che il futuro non faccia irridere sulle Marie Antoniette nostrane che a chi chiede misure concrete contro la crisi risponde che lo spread è calato e che tra un anno si vedrà la luce!
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(Questa che avete letto è una delle migliori voci del nostro giornalismo. La mia stima è immensa. Sono poche le volte che mi sono trovato a pensarla diversamente. Le sue analisi sono sempre lucide, come quella esposta qui. Mi dispiacerebbe che, stante la crisi del suo giornale, questa autentiva voce di libertà, si smarrisse nel vuoto disordinato di questo Paese alla deriva. Dobbiamo sentirci obbligati a salvare giornali e uomini come questi che vogliono parlare di libertà e di giustizia per tutti. Io ho provveduto a dare il modesto contributo per aiutarlo a sopravvivere. Fatelo tutti voi che mi leggete, vi prego. Qui troverete le indicazioni per dare il vostro contributo, anche piccolo piccolo. Sembra una asciocchezza – quanti giornali chiudono o hanno già chiuso – ma l’Opinione è diretta da Arturo Diuaconale, un uomo che cercano di relegare nell’ombra affinché la sua voce si spenga. Aiutiamolo a poter continuare la sua battaglia che, quasi semepre, per non dire sempre, è anche la nostra. Grazie. P.S. Non conosco Diaconale, ma tutte le mattine non posso fare a meno di andarlo a cercare nei suoi scritti.bdm)


Urne funerarie (per Re Giorgio). Conversazione con Emanuele Macaluso
di Alessandro Giuli per “Il Foglio”
(da “Dagospia”, 12 dicembre 2013)

Emanuele Macaluso ha un anno in più del vecchio amico Giorgio e, se solo lui glielo avesse chiesto per tempo, nell’aprile scorso, il suo consiglio sarebbe stato: “No, non accettare il ricatto della rielezione al Quirinale, non conviene a te e alla tua salute. Ti guadagnerai rampogne e altri guai”.

Oggi che Napolitano agisce ancora da perfetto monarca costituzionale, nella palude delle intese ormai piccole e delle grandi intemperie politico-economiche, Macaluso dice al Foglio che il suo amico Giorgio non ha una buona ragione per farsi da parte subito, sebbene gli convenga sperare che questo stato d’eccezione si chiuda quanto prima.

Macaluso sopporta con bonomia l’aura di venerando, non ha alcun tratto d’inaccessibilità ma tollera poco l’equivoco doloso sul suo presunto ruolo di confidente (se non ventriloquo) quirinalizio. “Facciamo subito un paio di premesse metodologiche senza le quali non è bene iniziare la conversazione.

Punto primo: sto per dirti quel che penso io, come libero pensatore e senza vincoli che non attengano alla mia storia e solo a quella.

Punto secondo: il presidente della Repubblica in otto anni non mi ha mai anticipato una sua decisione, appresi alla radio della sua possibile rielezione, ero contrario e i fatti mi hanno dato ragione”.

Punto terzo, azzardiamo: potrebbe andarsene di qui a poco, Napolitano, una volta constatata la fine delle condizioni sulle quali poggiava l’esperimento del governo presidenziale d’emergenza: saltate le larghe intese con il passaggio del Cav. all’opposizione, impaludata l’iniziativa economica dell’esecutivo, delegittimato politicamente il Parlamento dalla sentenza della Consulta sul Porcellum, arrivato Renzi alla guida del Pd, non sarebbe opportuno varare una legge elettorale minimamente condivisa e poi liberi tutti?

Macaluso arriva al cuore del discorso muovendo dalla genealogia del Napolitano bis, un campo di battaglia politico nel quale non si contavano che vinti e dispersi, e che nel nome di re Giorgio ha prodotto un governo di necessità “contro il quale vi scagliate oggi voi del Foglio, con Beppe Grillo e quelli del Fatto, con Barbara Spinelli e con Repubblica”.

Al netto della genealogia, oggi il petto di Macaluso dice questo: in punto di diritto costituzionale, “Napolitano potrà sciogliere le Camere quando non ci saranno più questo governo e una maggioranza che lo sostenga o ne sostenga uno alternativo. A meno che non abbiate l’avventatezza di pretendere che lui dica a Enrico Letta di dimettersi”.

Ci avventiamo: Napolitano ha già dimostrato di saper interpretare la propria funzione fino ai limiti estremi delle sue prerogative, se possibile allargandoli nella terra vergine d’una nuova Costituzione materiale già semi presidenzialista. Ergo: se ammettesse, non vogliamo dire il fallimento, ma almeno la sopraggiunta obsolescenza della missione comune a lui e a Letta, se giudicasse esaurito il suo mandato e quello del governo, a quel punto il presidente del Consiglio dovrebbe prenderne atto.

“Ma non è lui che deve farlo – risponde Macaluso – devono farlo il capo del Partito democratico, Matteo Renzi, e Angelino Alfano: tolgano loro la fiducia a Letta e avrete le elezioni. Oppure c’è un’altra via”. Continuare così. “No. Si può fare come dice Renzi ma accelerando ancora di più i tempi. Vale a dire: approvare subito una nuova legge elettorale, ridurre il numero dei parlamentari, abolire il bicameralismo, varare un minimo di provvedimenti di natura economica. Si può fare tutto in pochi mesi, credi a me che ho esperienza quarantennale di cose politiche, e poi tutti al voto”.

Chiave di volta del ragionamento: “La maggioranza delle larghe intese non c’è più, è vero, ma se ne debbono creare altre sui punti specifici cui ho appena accennato, lo ha fatto capire anche Renzi. Spero vada così, e mi auguro che il prima possibile Napolitano possa dimettersi dalla presidenza della Repubblica, non appena si sarà insediato un nuovo Parlamento”. Finirà così? “Rileggetevi bene le sue parole”.

Le parole cui allude Macaluso sono quelle che Giorgio Napolitano ha pronunciato dopo la rielezione. “Lui è ancora lì, al Quirinale, soltanto per verificare che questa legislatura faccia una nuova legge elettorale e poche ma precise riforme. Non può essere il capo dello stato a chiedere elezioni subito, smentirebbe se stesso. Napolitano sa che le larghe intese sono finite ma sa pure che altre larghe maggioranze possono coagularsi sulle riforme”.

Dobbiamo confidare in Renzi? “Come sai, non sono iscritto al Pd e ho rivolto molte critiche a questo partito. Però oggi c’è un nuovo segretario, anzi un capo che si dice sia un decisionista, ritengo che grazie a lui tempi e contenuti delle riforme possano avanzare speditamente. Renzi è ambizioso, ha fretta di salire a Palazzo Chigi e il modo migliore per ottenere questo è imporre tempi rapidissimi all’agenda del governo. Ripeto: se davvero le cose vuoi farle presto, in Parlamento è possibile, anche a costo di far lavorare le Camere di notte“. E qui arriviamo appunto al crepuscolo di Enrico Letta. Lui non avrà fretta né voglia di accorciare le sue aspettative di sopravvivenza politica.

Macaluso non la pensa così. “Se è intelligente, deve essere lui per primo a muoversi per intestarsi alcune riforme. Potrebbe perfino uscirne meglio di Renzi. Sbaglia, invece, se pensa che allungando il brodo si allungherà la sua vita politica”. In coda c’è il veleno degli ultrà anti napolitaniani, l’incalzare dei mozzorecchi, l’amorevole disillusione del Foglio nei confronti dell’esperimento quirinalizio azzardato, malgré soi, da un presidente amico per la nostra ditta; e c’è la folle vicenda di Silvio Berlusconi.

Dice Macaluso: “Sia a destra sia a sinistra hanno tutti urlato ‘viva Napolitano’ fintantoché credevano potesse corrispondere alle loro pretese. La sinistra, quella che oggi con Barbara Spinelli dice a Renzi di affrettarsi a chiudere con il governo Letta, ce l’ha con Napolitano perché non ha messo subito alle corde Berlusconi.

E Berlusconi attacca ingeneroso il presidente e gli dà di golpista perché non ha inseguito i suoi funambolismi e le sue bugie (comprese quelle sulla grazia, tra pretese di motu proprio e altre contraddizioni da repubblica delle banane); ma Napolitano ha comunque cercato di coltivare un rapporto con il partito berlusconiano, prima che il Pdl si scindesse, deludendo coloro che intimavano di chiudere ogni rapporto con il ‘partito del delinquente’.
Ecco che cosa sta pagando Giorgio”. Speriamo finisca presto. “Prima possibile, come ho detto, anzitutto nel suo interesse. In primavera o in estate potremmo già essere pronti“. Per votare.
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(Finalmente incontro di nuovo la voce di Emanuele Macaluso, un galantuomo, del cui silenzio mi ero lamentato in una nota di qualche giorno fa. Macaluso e amico di lunga data del presidente, ma in questa intervista appare chiaro che proprio per l’antica amicizia, vorrebbe aiutarlo ad uscire dal pantano in cui si è cacciato, magari grazie a qualcuno che gli offrisse l’opportunità di farlo, ccome? Anche con una crisi di governo. bdm)


Due fronti interni
di Massimo Franco
(dal “Corriere della Sera”, 12 dicembre 2013)

È senz’altro un «nuovo inizio»: forse più di quanto Enrico Letta pensi e sia disposto ad ammettere. Non c’è solo una maggioranza di governo emancipata dall’ipoteca di Silvio Berlusconi dentro il Parlamento. Incombe anche l’Italia che sta fuori: l’elettorato che ha votato per Matteo Renzi segretario del Pd, assecondando un cambio radicale nel partito e nell’agenda del governo; e le piazze ostaggio della protesta dei «forconi» e di chi, Beppe Grillo e dietro di lui Forza Italia, soffia in modo strumentale sul malcontento.

Anche per questo, forse, il presidente del Consiglio ha scelto un profilo basso. Ed ha evitato accuratamente attriti con Renzi, schierando la coalizione su una continuità orgogliosa: una trincea che difende gli obiettivi di fondo, ma può rivelarsi scomoda e precaria per lo scarto tra tempi dell’emergenza e delle decisioni. La lista delle cose da fare sembra soprattutto un inventario di opzioni da rimodulare in corsa col proprio partito. Il problema, infatti, non sono le opposizioni.
Se non altro per il loro profilo aggressivo ed estremistico, gli avversari finiscono per definire e compattare l’esecutivo. A Letta è facile additare il comportamento becero e potenzialmente eversivo del Movimento 5 Stelle, confermato ieri in Parlamento; così come ribadire che «il rispetto della legalità» non gli permetteva di confondere le prospettive del governo con quelle giudiziarie di Berlusconi. Lo spartiacque tra una maggioranza attenta a non rinnegare i suoi vincoli europei, per quanto mal sopportati, e i seguaci di un populismo anti-Ue, è netto.

I confini che la maggioranza deve presidiare sono piuttosto quelli interni. La periferia ambigua e insidiosa del nuovo inizio corre lungo il rapporto tra premier e segreteria del Pd; e nel triangolo Letta-Alfano-Renzi. La pressione di un Grillo e di un Berlusconi «di lotta» è destinata a puntellare il governo, non a destabilizzarlo. Si tratta invece di capire come Letta riuscirà a onorare il debito di riconoscenza politica nei confronti degli ex del Pdl che hanno rotto col Cavaliere in nome della stabilità. E come, in parallelo, soddisferà un Pd renziano deciso a rivendicare un credito verso Palazzo Chigi.

Il nuovo inizio segnato dalla fiducia di ieri in Parlamento sarà dunque una competizione tra due visioni e versioni delle «larghe intese». Quella di Letta ritiene l’alleanza a tempo, ma inevitabile per non far precipitare l’Italia nel caos. L’altra la vuole piegare a sinistra, a costo di logorarla e in attesa di sostituirla entro il 2015. Per evitare che la coabitazione diventi un tiro al bersaglio di Renzi su Palazzo Chigi, il governo dovrà scegliere; e forse rassegnarsi a un passo diverso. Altrimenti, l’ambizione di dare energia a un’Europa «con le pile scariche», nelle parole del premier, suonerà velleitaria. E i populismi potranno presentare la stabilità come un fardello inutile, del quale disfarsi al più presto.
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(Il solito giornalismo cerchiobottista del “Corriere della Sera”. Ma c’è un punto che vorrei sottolineare, poiché emblematico di chi sta sempre con il potere, questo: “e le piazze ostaggio della protesta dei «forconi» e di chi, Beppe Grillo e dietro di lui Forza Italia, soffia in modo strumentale sul malcontento.”Mi domando se non se ne vergogni, ripetendo l’errore del Pci che non si accorgeva del pericolo delle Brigate Rosse. E, a proposito: perché non scrive – eppure era già grandicello – che il Pci appoggiava sempre i movimenti di piazza, come è solito fare, almeno nella democrazia di casa nostra, ogni tipo di opposizione? Il movimento, che non si chiama, caro Massimo, dei forconi, si chiama movimento 9 dicembre, è una cosa seria, e devi, anche tu, ben pagato come sei dal “Corriere”, non solo accorgertene, ma prenderne atto e magari difendere presso i poteri che ruotano intorno al tuo giornale, le loro ragioni, non da cerchiobottista, ma con la decisione che si richiede a chi vuole servire la libertà dal sopruso. Siamo ormai pieni di giornalisti senza visione futura e senza coraggio. Non l’ho preso in prestito da Grillo ciò che dico, ma lo scrivo da anni sul mio blog. bdm)


Se lo Stato rinuncia al suo ruolo
di Luigi La Spina
(da “La Stampa”, 12 dicembre 2013)

Da tre giorni le principali città italiane, ma soprattutto Torino, sono ostaggio di una confusa rivolta. Confusa, perché raccoglie un effettivo forte disagio sociale, ma pure un trasversale ribellismo dai molti e anche ambigui colori. Confusa, perché gli obbiettivi o sono così vaghi o sono così irrealistici da apparire puri pretesti.

Pretesti per sfogare una protesta destinata a non avere risultati concreti. Confusa, perché invece di colpire i presunti «nemici del popolo», la classe politica, nazionale e locale, colpisce il popolo. Quello dei pendolari, costretti a raddoppiare la fatica di una già durissima giornata; quello dei commercianti, obbligati dalle minacce dei rivoltosi a rinunciare ai pur magri incassi prenatalizi; quello della gente comune, costretta a complicati e, in alcuni casi, perigliosi pellegrinaggi tra serrande sbarrate. Una rivolta, invece, chiarissima nel dimostrare una realtà ormai emersa in molti casi, ma mai in maniera cosi evidente: l’assenza dello Stato.

Uno Stato capace di garantire sì la libertà di manifestazione, ma non di impedire plateali e gravi lesioni della legge, come quando si consentono l’occupazione di ferrovie, le interruzioni di pubblici servizi nel trasporto locale, le ripetute e pesanti intimidazioni contro la tutela di diritti irrinunciabili, quali la libertà di opinione e la libertà del lavoro. In questi tre giorni, la condotta del Viminale e quella delle questure e prefetture è stata sconcertante.

Gli italiani hanno assistito, allibiti, alla contraddizione palese tra le roboanti dichiarazioni di fermezza pronunciate in tv dal ministro Alfano e la realtà di un comportamento delle forze dell’ordine che ha lasciato le città italiane alla mercé di raid squadristici, peraltro operati da sparuti gruppi di ultrà, non da imponenti masse di manifestanti. Una strategia incomprensibile, perché invece di scoraggiare le violenze e di isolare coloro che non si limitavano a contenere la protesta nei limiti della legge, ha avuto l’effetto di allargare il contagio, vista la sostanziale impunità che faceva seguito a quei comportamenti. Ecco perché la polemica sui caschi sfilati dalle teste degli agenti si è incentrata su un falso dilemma, quello se fosse un gesto di solidarietà con i manifestanti o un intelligente atto per allentare la tensione. Ha avuto, invece, solo un effetto simbolico, quello di un abbandono del campo da parte dello Stato. Un’impressione certamente non contraddetta dai tardivi arresti di ieri sera.

Tale assenza dello Stato, in questi tristi giorni, sta suscitando i prevedibili e pericolosi effetti di reazione sociale: ieri, gruppi di cittadini esasperati hanno incominciato ad organizzare e a propagandare, anche via Internet, contro-manifestazioni per protestare contro i cosiddetti «forconi», in difesa del diritto al lavoro. Il rischio è quello di uno scontro civile dagli esiti incontrollabili e la responsabilità di questa situazione è proprio di chi ha lasciato che i cittadini si sentissero soli e abbandonati da coloro che dovrebbero difenderli. Quando il monopolio della forza, il fondamentale requisito per cui uno Stato viene riconosciuto come tale, viene così irriso da sparute e violente minoranze, è naturale che si lasci campo libero ad altrettante minoranze, magari meno sparute, che se lo contendono, in una sfida che mette i brividi.

È lo stesso abbandono del campo, da parte dello Stato, che avviene negli stadi tutte le settimane, quando si tollera il travestimento di teppisti da tifosi e si nascondono le ambiguità delle autorità calcistiche, più attente a tutelare gli interessi economici che quelli dello sport. La stessa assenza dello Stato, quando deve osservare i diritti del contribuente, frastornato e vessato da una frenesia incomprensibile di tasse, prima dovute, poi annullate, poi ripristinate, poi corrette mille volte, come l’assurda vicenda dell’imposta sulla casa dimostra. Quello Stato che lascia languire nelle carceri migliaia di detenuti in attesa di giudizio, magari molti innocenti e, nello stesso tempo, non riesce a ridurre in dimensioni accettabili la montagna di evasione fiscale che schiaccia i cittadini onesti del nostro Paese.

Come sarebbe bello se un questore o un prefetto, magari quello di Torino, per non dire un ministro di questo povero nostro Stato, per dimostrare un po’ di rispetto proprio per quello Stato che rappresentano, di fronte a una Waterloo come quella di queste ore, offrisse le sue dimissioni, anche se ritenesse di non essere il solo responsabile. Ma non allarmatevi, non lo farà.
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(Caro La Spina non crede che si giunto il momento, per tutti i giornalisti vicini al potere, di pretendere una cosa sola, di fronte a ciò che sta succedendo al popolo sovrano? Dargli la possibilità di andare a votare subito, entro la prossima primavera, come i manifestanti richiedono, e con una nuova legge elettorale che rispetti il referendum del 1993. Invece su questa esigenza glissate – e anche lei sta al gioco – e fate un bel regalo a Napolitano. Quando la finirete di avere paura di lui e dire che il popolo sovrano ha di fronte un parlamento ancora più corrotto di quello del tempo di Mani Pulite, e che, anche in forza della recente dichiarazione della consulta, ha tutto il diritto di mandare a casa la vecchia politica per sostituirla, tramite il voto, con una nuova? Eppure La Spina, lei dice le solite cose che magari sosteneva pure lei al tempo di Tambroni. Dobbiamo dare addosso ai corrotti che stanno in parlamento e mandarli a casa. Lo faccia! Prenda posizione. Non si metta astutamente a insinuare (e magari auspicare) divisioni del popolo. Altrimenti anche lei rischia di stare dalla paarte dei corrotti. bdm)


Macché Grillo: il pericolo per i giornalisti si chiama Letta
di Alessandro Sallusti
(da “il Giornale”, 12 dicembre 2013)

Nel suo discorso per la fiducia, il premier Enrico Letta ieri ha duramente criticato, fino allo sdegno, gli sgangherati attacchi di Beppe Grillo ai giornalisti scomodi per il Movimento Cinquestelle, a partire dalla collega dell’Unità Maria Novella Oppo. Giù le mani dalla libertà di informazione, ha tuonato il premier indicando in Grillo la minaccia.
Se non vogliamo prenderci in giro, dico che a me Grillo non fa nessuna paura e non costituisce nessun pericolo per la mia libertà. Se lui mi insulta lo mando pubblicamente a quel paese e la cosa finisce lì.

A minacciare la mia libertà è invece il premier Letta e il suo partito, il Pd, che da oltre un anno, pur essendo maggioranza, è incapace di varare una legge che vieti il carcere per reati di opinione e diffamazione. La mia libertà è minacciata dal suo vice Alfano che ha chiesto all’editore il mio licenziamento perché non allineato ai suoi desiderata.

Quindi se proprio vuole mettere qualcuno sul banco degli imputati, Letta lasci stare l’innocuo Grillo e punti il dito contro il suo vice, i pm e i giudici che continuano a condannare al carcere i giornalisti (solo se di centrodestra, ovviamente).

Caro premier, io sono stato spedito agli arresti dai magistrati e da lei (che non ha approvato una legge), non dai Cinquestelle. Il suo governo, contrariamente a quanto da lei detto ieri, non ha «arrestato la recessione» ma continua a far arrestare (o licenziare) giornalisti scomodi. C’è una bella differenza.


Giordano: “I forconi protestano perché traditi dal centrodestra”
di Mario Giordano
(da “Libero”, 12 dicembre 2013)

Caro direttore, hai visto? I forconi dietro l’angolo c’erano davvero. Eviterò di cadere nella trappola dell’«avevo detto», perché è troppo facile, e poi l’avevano detto in tanti. Ma non posso dimenticare gli sguardi di sfida che quasi l’intera classe dirigente del centrodestra ci ha lanciato in questi anni. Noi andavano in giro a raccontare di sprechi e costi della politica, e quelli ci guardavano di storto, ci urlavano nelle orecchie, minacciavano punizioni eterne, dall’alto e qualche volta pure dal basso, della loro prosopopea. Non avevano capito nulla. Non avevano capito che la difesa del Palazzo era la loro rovina e che così stavano tradendo il messaggio originale berlusconiano. Un messaggio che all’inizio fu Forza Italia e rottura, al diavolo le consorterie politiche, gli inciucci, i magheggi, le poltrone da sottosegretario, il sottobosco di governo, gli intrallazzi dei ristoranti romani… Adesso molti storcono il naso quando sentono che il Cavaliere invita a un incontro (poi rinviato) i leader della protesta dei forconi (e prima l’ideologo del Movimento Cinquestelle Paolo Becchi).

E ancor più storcono il naso nel leggere che le sue parole fanno asse inaspettatamente, con Grillo. Ma era inevitabile, caro direttore, lasciatelo dire da uno che è stato a lungo accusato di cripto-grillismo e convergenza a 5 stelle, quando scriveva Sanguisughe o Tutti a casa. Era inevitabile perché, in fondo, nella discesa in campo di Berlusconi c’era tutta quella sana anti-politica che oggi va per la maggiore, la ribellione a un sistema marcio, il rifiuto dei riti viziosi della Capitale, degli ozi levantini, di quel tirartardi perché non si ha nulla da fare. Oggi tutti si sciolgono per Renzi che convoca la segreteria politica alle 7,30 del mattino, ma com’è bello,ma com’è bravo, ma com’è efficiente. Qualcuno spieghi ai signorotti di Roma (giornalisti compresi) che sono orari piuttosto normali nelle aziende del Nord. Dove, non a caso, il berlusconismo, quello autentico, è nato senza sapere che cosa fossero i week end. Ricordate? C’era già tutto dentro quel moto tutto lombardo, forse brianzolo, di ribellione contro la politica. E se dopo è venuto tutto il resto, dal vaffa di Grillo ai forconi in piazza, è perché quel messaggio è stato tradito. Ed è stato tradito da coloro che hanno usato la rivoluzione liberale non come una parola d’ordine per cambiare il Paese, ma solo come un taxi per arrivare a poggiare i loro adorabili fondo schiena sulle seggiole privilegiate. E quando qualcuno ha ricordato loro che quei privilegi avrebbero dovuto abbatterli, anziché intascarli, beh, quelli ti guardavano storto e ti dicevano: «Qualunquista! Populista! Demagogo!».

Ce li ho ancora attaccati addosso gli sguardi di disprezzo, me le ricordo bene le telefonate con insulti ai miei parenti fino alla quarta generazione di quella parte di stato maggiore del centrodestra da sempre più dotato di insolenza che di acume. A differenza loro, però, ho girato molte piazze, in questi anni. Ho presentato i miei libri contro la Casta da Asiago a Capo d’Orlando, da Ventimiglia ad Andria, ho frequentato i piccoli centri della provincia, dove gli elettori del centrodestra mi chiedevano spaesati: «Se abbiamo un problema non sappiamo più a chi rivolgerci, a parte il sindaco…». E dappertutto mi sono sempre sentito rivolgere la stessa domanda: «Ma loro, quelli che stanno nel palazzo, si rendono conto di quello che sta crescendo nel Paese?». Ho sempre risposto allo stesso modo: «Dobbiamo fare in modo che se ne rendano conto ». E, vi giuro, per parte nostra ci abbiamo provato in tutti modi, vero caro direttore? Abbiamo scritto fiori di editoriali, fiumi di inchiostro, pagine intere per cercare di far suonare la campanella, per svegliare il reparto dormienti. Ma quelli niente. Ci guardavano storto.

Ci accusavano di «alimentare l’antipolitica». Non hanno mai capito, poveretti, che l’antipolitica invece l’hanno alimentata loro con i loro comportamenti sordi, con l’incapacità di parlare al Paese, con le promesse vane ripetute mille volte e mai realizzate. Faceva impressione ieri, mentre il Paese era in mano ai forconi, vedere il premier Letta asserragliato nel Palazzo che prometteva di abolire entro il prossimo anno il finanziamento pubblico dei partiti. Ancora lì, siamo? Il finanziamento pubblico, a oggi, non dovrebbe nemmeno esistere. È illegittimo, illegale, è un furto ai cittadini che l’hanno abrogato con tanto di referendum vent’anni fa. Che ce ne facciamo di altre parole? E come non capire che sono queste parole vuote, cui non seguono mai fatti, che hanno fatto crescere la rabbia nel Paese fino ad arrivare ai forconi? Noi avevamo provato ad avvertirli. Oggi ci resta solo un po’ d’amarezza: se anziché prendersela con noi, avessero provato a cambiare davvero, forse avremmo evitato un po’ di bile. Soprattutto avremmo evitato tanti guai.
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(Caro Giordano, la politica di casa nostra è come la madre dell’aceto. Anche il vino buono diventa aceto se lo mescoliamo alla madre dell’aceto. Così è successo ai berlusconiani. La politica ha bisogno di una strigliata robusta. Non bastano recrimonie. Non offendiamo il movimento 9 dicembre (impariamo a chiamarlo con il suo nome). Quell’ancora piccolo popolo (spero che diventino milioni e milioni di cittadini) vuole distruggere la madre dell’aceto, che se va bene per la buona cucina dei ristoranti della camera e del senato, non va bene per la politica. Questi politici incapaci e corrotti vanno cacciati con una nuova legge elettorale rispettosa del referendum maggioritario, subito, in primavera!, poi devono essere sottoposti al nuovo processo di Norimberga. Sono tutti nazisti: di destra e di sinistra. Di sinistra perché sono fascisti rossi; di destra perché ci hanno turlupinato con le promesse. bdm)


La pacchia è finita. Forse
di Gian Marco Chiocci
(da “Il Tempo”, 12 dicembre 2013)

Avete votato e chiesto di far votare Cuperlo alle primarie? Bene. Adesso so’ cavoli vostri. In estrema e brutale sintesi la reazione di Renzi all’impegno della Cgil nello sponsorizzare ai gazebo il candidato d’apparato pd, non s’è fatta attendere. L’avviso ai naviganti il sindaco di Firenze l’ha lanciato nel suo primo discorso da segretario quando s’è rivolto all’organizzazione di Susanna Camusso e alle sue consorelle come la Spi-pensionati pazze di Cuperlo: «In un Paese civile – ha tuonato Matteo – non deve bastare l’iscrizione a un sindacato per fare carriera e anche il sindacato deve cambiare con noi». La sacrosanta battaglia per un sindacato meno «casta» e meno costoso, dunque più improntato alla trasparenza e alla sobrietà, Renzi l’ha avviata da tempo. E nel ribadire ogni due per tre che il suo Pd non si farà dettare la linea dalla Cgil, a un certo punto se n’è uscito così: «Non è possibile avere tutto questo numero di persone che usufruisce di permessi sindacali». Detto, fatto. Un fedelissimo di Matteo, Dario Nardella, ha presentato un emendamento alla legge di stabilità incentrato sulla sforbiciata del 90 per cento dei permessi sindacali ai dipendenti pubblici per destinarli al fondo per i malati di Sla. Il risparmio secco ammonterebbe a più di 100 milioni di euro. Una gran bella iniziativa. Peccato però che il vecchio Pd ha alzato la voce e il nuovo Pd s’è subito adeguato chiedendo a Nardella di abbassarla. Il nuovo che avanza, il vecchio che ritorna. Siamo alle solite, è il solito Pd.


Amnistia, Imu e segreteria Quante bischerate, Matteo
di Vittorio Feltri
(da “il Giornale”, 12 dicembre 2013)

Non siamo mai stati né comunisti né opportunisti di sinistra (generica), ma confessiamo di aver fatto un po’ di tifo (moderato) per Matteo Renzi, neosegretario del Pd.
Il ragazzo non ci era simpatico, ma neppure antipatico quanto la maggior parte dei suoi sodali. Diciamo che tra coloro che non ci piacciono, era quello che ci dispiaceva di meno.
Supponevamo che egli, non essendo un prodotto di Botteghe Oscure e nemmeno un figlio del marxismo-leninismo, ma semplicemente un figlio di buona donna, rappresentasse il meglio del peggio.

E così, forse ingenuamente, ci siamo lasciati trascinare dalla speranza che il sindaco di Firenze potesse imprimere una svolta al suo partito, portandolo verso le praterie della socialdemocrazia, lontano dai pascoli prediletti dai compagni, quelli del compromesso storico e dell’euro (o neuro) comunismo.

L’eloquio sciolto del giovin signore era ed è rassicurante. In certi momenti siamo arrivati ad augurarci che Renzi fosse uno dei nostri, cioè un tipo col quale si potesse parlare e trattare senza paventare inganni. A pochi giorni dalla sua elezione a leader del Pd, temiamo già di aver sbagliato i conti, avendoli fatti senza l’oste. Oddio, qualche dubbio l’avevamo già avuto un paio di settimane orsono, quando «don» Matteo se ne uscì con una bischerata madornale. Questa: sono contrario all’amnistia e all’indulto, perché non risolvono il problema delle carceri, ma lo rinviano sine die.

Quando uno scopre l’acqua calda spacciandola per un’idea geniale bisogna diffidarne. Infatti, la maxi sanatoria proposta da madame Cancellieri, e sollecitata da Giorgio Napolitano, non è una panacea. Ma non ha alternative, dato che il sovraffollamento delle galere si combatte solo in due soli modi: primo, costruendo nuove prigioni, il che comporta l’esborso di soldi, dei quali non disponiamo né disporremo a breve termine (forse mai), quindi «salutame a soreta», nel senso di campa cavallo; secondo, depenalizzando reati che oggi sono stupidamente puniti con la detenzione. Ci sarebbe una terza via, ma è impraticabile: fare sì che gli stranieri dietro le sbarre finiscano di scontare le pene nel loro Paese anziché nel nostro. Ma chi è capace in Italia di organizzare un’operazione similmente complicata? Scartiamola.

Ecco dimostrato che il rifiuto opposto da Renzi all’amnistia e all’indulto significa non avere capito un tubo, considerato che la situazione nei nostri reclusori è ai limiti dell’umana sopportabilità e richiede interventi d’urgenza. Se lo ha intuito perfino Napolitano, che ha l’età del dattero, lo potrebbe afferrare anche il rottamatore. Invece niente, il concetto non gli entra in testa, poverino. Il che conferma che la questione anagrafica è una boiata pazzesca. Se uno è indietro di comprendonio, lo è a prescindere dalla data di nascita. Si può dire che questo sia un assioma.

Renzi, inoltre, non appena conquistata la poltrona in vetta al partito, si è distinto compiendo un’altra porcheria che grida vendetta. Ci si aspettava da lui che desse vita a una segreteria politica innovativa e in grado di ribaltare i vecchi criteri gestionali improntati alla peggiore tradizione comunista; eravamo in ansia, pieni di curiosità, desideravamo verificare l’autenticità della sua propensione a guardare al futuro.

Delusione cocente. Matteo ha nominato una dozzina di mattocchi senz’arte né parte, tra cui un certo Taddei, sedicente economista, il quale ha ribadito senza arrossire – essendo costui più rosso del fuoco – che la chiave adatta per recuperare denaro, allo scopo di distribuirne ai lavoratori in affanno, sia l’aumento della tassazione sulle case di proprietà. Altro che Imu, una bazzecola: bisogna massacrare fiscalmente chiunque abbia uno, due, tre immobili; e il ricavato sia utilizzato per fare giustizia sociale, ossia, spartire la ricchezza. La teoria si basa sul seguente principio: poiché gli immobili sono fermi per definizione, mentre la società è in movimento, occorre penalizzare l’inerte mattone e premiare gli operai che, viceversa, sono la rappresentazione fisica del moto perpetuo.

Renzi si è affrettato ad aggiungere che non candiderà alle europee – le quali si svolgeranno a maggio – né Rosy Bindi né Massimo D’Alema. Agisca come crede. Il capo è lui. Cerchi soltanto di non buttarci dalla padella nella brace. Non ci faccia rimpiangere i bei tempi andati, quando i comunisti si accontentavano di mangiare i bambini, oltre al caviale, naturalmente.


Forconi, la Santanchè incontra chi protesta
di Redazione
(da “Libero”, 12 dicembre 2013)

I Forconi creano tensione nel Paese. Ma non solo. A risentirne sono pure gli equlibri di Forza Italia. Berlusconi aveva annunciato un incontro con i rappresentanti della protesta, poi Silvio ha annullato l’incontro per evitare “polemiche strumetntali”. Apriti cielo. Il partito del Cav si è spaccato. Daniela Santanchè non ha digerito il “niet” di Silvio all’ultimo minuto e così hadeciso di incontrare da sola i Forconi: “Non mi piace vedere lo snobbismo sulla protesta, io sono per la legalità. E non cerco visibilità perchè ho incontrato i rappresentanti dei Forconi. Chiedono di essere ascoltati dal governo che ha detto che li riceverà martedì, ma loro vogliono essere ascoltati subito. Con loro c’erano due leader, ma non voglio parlare delle persone. Sono più legittimati del Parlamento“.

L’incontro che salta – Insomma la Pitonessa ha pensato di prestare subito ascolto alla voce della protesta. Il Cav invece è più prudente e in un comunicato ha fatto sapere: “Rivolgo il mio invito al governo affinchè si faccia subito interlocutore attento delle istanze rappresentate da migliaia di aziende che stanno pagando la politica recessiva degli ultimi due anni”. A frenare l’incontro di Silvio con i Forconi è intervenuita anche Renata Polverini. Lei ex sindacalista dell’Ugl ha compreso subito la natura della protesta : “So bene che questo sciopero dei forconi mette insieme disagi diversi e sigle molto differenti tra loro. Ma bisogna leggere cosa c’è dentro e capire le loro ragioni”. Insomma sul fronte Forconi per ora ha prevalso la linea dei moderati di Forza Italia. La Pitonessa va avanti da sola. Ma se la protesta dovesse accentuarsi allora anche il Cav probabilmente incontrerà chi protesta.
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(In Forza Italia ci dovrebbero essere centinaia di Santanchè. I moderati, di questi tempi, devono solo rintanarsi in cucina a sbucciare patate. bdm)


Riforme, Quagliariello: “La maggioranza trovi un accordo a breve o è crisi”
di Redazione
(da “il Fatto Quotidiano”, 12 dicembre 2013)

Il destino del governo è legato anche alla riforma elettorale. Come se questo governo non avesse già abbastanza problemi (e come se ne avesse già superati) ora ci si mette anche il ministro delle Riforme Gaetano Quagliariello che parla chiaramente di crisi se la maggioranza non formula una proposta comune sul nuovo sistema elettorale e sulla riforma del bicameralismo. Per paradosso, quindi, laddove non è arrivato il voto sulla decadenza di Silvio Berlusconi, potrebbe arrivare il percorso delle riforme: proprio quello per il quale questo governo è nato, sotto la stella del Napolitano bis al Quirinale. “Nei prossimi quindici giorni”, al più “subito dopo la Befana”, questa maggioranza o trova un accordo “su legge elettorale e riforma del bicameralismo” o va in crisi. “E allora ognuno si prenderà le sue responsabilità”, è l’avvertimento di Quagliariello, lanciato ai microfoni di SkyTg24. “La maggioranza deve avere una proposta che avanza all’opposizione”. Sono lontani i toni del ministro che faceva da “freno a mano” a tutte le polemiche sollevate dai “duri e puri” del Pdl nei confronti del governo.

A scatenare Quagliariello è stato il voto che in mattinata ha dato il via libera allo spostamento della legge elettorale alla Camera arrivato in commissione Affari costituzionali del Senato: i sì sono arrivati da una maggioranza trasversale formata da Pd, M5S e Sel. Contrario tutto il centrodestra: non solo Forza Italia, Lega Nord e gli altri alleati, ma anche Nuovo Centrodestra, Scelta Civica e Per l’Italia (cioè i popolari fuoriusciti dal gruppo montiano) che sono tutti gruppi di maggioranza. Non solo. Intervistato da una radio fiorentina, Lady Radio, Matteo Renzi aveva insistito: “Si può discutere se farla in un modo o in un altro”, ma “non è un maggioritario e basta, perché può anche non dare garanzia, è un maggioritario che dice chi vince e governa”. Il sindaco ha ribadito come modello “la legge elettorale dei sindaci per dare un messaggio molto chiaro: se si candidano Vignolini, Renzi e Pini, non è possibile che si presentino tutti e tre a dire ‘ho vinto io’ o ‘non ho perso’”.

La rabbia degli alfaniani può risiedere nel fatto che alla Camera il Pd ha una larga maggioranza, ma può contare anche sull’eventuale sostegno di Sinistra Ecologia e Libertà e Movimento 5 Stelle, riproponendo dunque l’asse che ha dato l’ok al trasferimento della discussione della riforma elettorale dal Senato alla Camera.

Ma se da una parte il Partito democratico non ha più a che fare con l’ingombrante presenza di Silvio Berlusconi e con gli oltranzismi di Forza Italia (che sulla legge di Stabilità è arrivata a votare un emendamento dei Cinque Stelle), la maggioranza “ristretta” rischia di essere un nuovo imbuto per le trattative su una nuova legge elettorale. Perché anche questa discussione rischia di dare scossoni al governo: “Le chiacchiere stanno a zero, ora decidere nella maggioranza” dice Maurizio Sacconi, capogruppo al Senato di Ncd, rivolto proprio a Renzi. “Noi siamo gente seria che vuole al più presto un tavolo di maggioranza, disponibili anche ad una proposta di governo. E una maggioranza coesa è la migliore premessa per la ricerca di un consenso più ampio nel Parlamento”.

Niente giochetti, è il ragionamento. Ed è ciò che dice anche Quagliariello: l’intesa, sottolinea a più riprese, va cercata innanzitutto tra chi sostiene il governo: “Dopo quello che è accaduto e che abbiamo fatto, con una scissione dolorosa di percorsi nel centrodestra, dovremmo partire dalla maggioranza e dire ai cittadini che in un anno diminuiamo i parlamentari, facciamo in modo che abbiamo una sola camera politica e facciamo una buona legge elettorale”. E’ importante cambiare la legge elettorale anche perché “è diventata un simbolo della politica che parla e non fa. Nella scorsa legislatura – afferma Quagliariello – non l’abbiamo cambiata perché alcune parti del Pd e alcune del Pdl, in gran parte confluite ora dentro Forza Italia, si sono messe d’accordo per non cambiarla”. Infine Quagliariello entra nel merito della proposta di Renzi: “Per avere il bipolarismo non basta la legge elettorale: o eleggi direttamente il capo dello Stato a doppio turno e il capo dell’esecutivo è frutto di un confronto bipolare, o eleggi direttamente il premier, cioè il sindaco d’Italia. Noi siamo apertissimi all’una e all’altra soluzione, quello che non vogliamo è alzare cortine fumogene”.

A Quagliariello arriva la risposta del braccio destro di Renzi, Dario Nardella: “Con tutto il rispetto – dichiara – il ministro Quagliariello non è in condizione di dettare diktat al più importante partito italiano e al partito di stragrande maggioranza di governo. Una cosa è chiedere legittimamente una attenzione preferenziale al confronto nella maggioranza, altro è escludere a priori le altre forze parlamentari dalla riforma della legge elettorale che per definizione rappresenta le regole del gioco. E le regole del gioco riguardano tutti coloro che giocano”. Ma i malumori non ci sono solo dentro al Nuovo Centrodestra: “Scelta Civica – dice il capogruppo al Senato Gianluca Susta – prende atto con rammarico che il Partito Democratico ha deciso di ricorrere a una maggioranza variabile per trasferire alla Camera la decisione sulla legge elettorale, forse per mostrare i ‘muscoli’ all’indomani delle primarie”. Lo stesso dice Stefania Giannini, segretario politico di Scelta Civica, che a sua volta lega la sorte dell’esecutivo a quella della riforma elettorale: “Letta metta ordine nella maggioranza”.


È morto Angelo Rizzoli: dai fasti del Corriere all’ingiusta carcerazione
di Raffaello Binelli
(da il Giornale”, 12 dicembre 2013)

Angelo Rizzoli si è spento a Roma all’età di 70 anni. Ex produttore televisivo e cinematografico, in precedenza era stato editore della Rizzoli editore (Corriere della sera), prima dello scandalo che lo coinvolse e a causa del quale finì in carcere  e condannato per bancarotta fraudolenta.
Dopo aver patito 407 giorni di ingiusta detenzione (nel 2009 la Cassazione lo assolse), in cella vide aggravata la sua malattia (sclerosi multipla).

“Angelone” – così veniva chiamato per la sua stazza – entrò nel cda dell’azienda di famiglia ad appena 27 anni. Quattro anni dopo la Rizzoli acquistò il Corriere, già allora molto indebitato. Nel 1978 ereditò la guida del gruppo e il pesante fardello di debiti: pressato dalle banche, cedette il controllo del Gruppo al Banco Ambrosiano di Calvi (legato al gruppo di Licio Gelli). Lo scandalo scoppiò nel 1981: il Corriere fu travolto dal clamore per il controllo sul giornale esercitato dalla P2. Due anni dopo, il 4 febbraio 1983, con una decisione del Tribunale di Milano il primo quotidiano d’Italia passa sotto amministrazione controllata, con un debito di oltre 65 miliardi: Angelo, il fratello Alberto e Bruno Tassan Din (direttore generale) sono arrestati per bancarotta. L’accusa è di aver “occultato, dissipato o distratto” oltre 85 miliardi di lire. Ma Angelone non smise mai di lottare. E con una sentenza del 1992, ribadita in corte d’appello nel 1996, fu riconosciuta la sua totale estraneità all’operazione, come poi fu dimostrato con sentenza definitiva nel processo sul crac del Banco Ambrosiano. Rizzoli seppe anche reinventarsi come imprenditore, dedicandosi a cinema e tv con brillanti successi.

Nel 2010 avanzò la richiesta di risarcimento danni per l’ingiusta carcerazione patita. Ma nel gennaio 2012 il Tribunale di Milano respinse l’istanza e lo condannò al risarcimento danni. Il 14 febbraio 2013 una nuova doccia fredda: fu di nuovo arrestato con l’accusa di bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale per un crac da 30 milioni di euro, causato con il fallimento doloso di quattro società controllate. Viste le sue condizioni di salute precarie, a fine marzo il gip del Tribunale di Roma gli aveva concesso i domiciliari. Da allora Rizzoli era stato ricoverato in ospedale diverse volte, prima all’ospedale di Tor Vergata poi al Policlinico Gemelli. “Questa ennesima vicenda giudiziaria – racconta la moglie Melania Rizzoli – ha spezzato il cuore a mio marito. E pensare che solo quattro mesi fa una perizia della procura di Roma ha certificato la sua compatibilità con il regime carcerario, pur con l’evidenza delle sue condizioni, già allora gravi – aggiunge – Angelo era ricoverato da 13 giorni nell’unità intensiva coronarica al Gemelli. È morto questa notte tra le mie braccia”.

In un’intervista a Stefano Lorenzetto, nel febbraio 2010, disse: “Loro, i cavalieri bianchi senza macchia, sapevano bene che soffro di sclerosi multipla dal 1963. E che cosa può fare un malato con tre ordini di cattura sul capo, spogliato di tutto – reputazione, affetti, aziende, patrimonio, passaporto – e privato della libertà per più di 13 mesi, di cui tre passati in cella d’isolamento, neanche un giorno d’infermeria, né visite mediche, né cure specialistiche, sbattuto da un carcere all’altro, prima San Vittore, poi Como, poi Lodi, poi Bergamo, infine Rebibbia, allo scopo di fiaccarne il fisico e lo spirito? Può solo morire”. La morte è arrivata. Ma prima di arrendersi Angelone ha lottato come un gigante contro le tante ingiustizie subite.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart