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Montepaschi: ecco chi guadagnò con le cedole d’oro

25 Gennaio 2013

giannelli2 a lato la vignetta di Giannelli

di Fabrizio Massaro
(dal “Corriere della Sera”)

SIENA – L’inchiesta su Mps è un faldone che si gonfia sempre di più.  Lo scorso maggio era deflagrata con le maxi-perquisizioni sull’ affaire Antonveneta, cioè l’acquisizione da 9 miliardi in contanti dell’istituto padovano e sui modi con cui la banca senese si era finanziata, a cominciare dal misterioso – per certi versi – bond fresh del 2008. Di recente si è incrociata con un’altra indagine relativa ai derivati sottoscritti da Montepaschi, sviluppatasi contemporaneamente a Siena e a Milano e poi, poche settimane fa, riassunta tutta nel capoluogo toscano. E il punto di contatto è appunto quell’emissione obbligazionaria da 960 milioni, per metà finita in pancia alla stessa Fondazione Mps, per metà a investitori istituzionali, come si disse allora. Soggetti mai venuti allo scoperto, nonostante la vita travagliata di quel prodotto finanziario.

I 220 milioni di utili realizzati nel 2009 da Mps grazie ai derivati di Nomura con l’operazione «Alexandria» consentirono allora alla banca di remunerare la pesante cedola del 10% annuo ai sottoscrittori del bond fresh , per poco meno di 100 milioni complessivi. Non è ancora chiaro se «Alexandria» sia stata realizzata proprio per ottenere la provvista per quel dividendo, ma di certo senza quel maquillage contabile pagare sarebbe stato impossibile. Quell’anno Mps riuscì a distribuire un utile di appena 186 mila euro e solo alle azioni di risparmio, tutte peraltro in mano alla Fondazione Mps: 1 centesimo per azione. Ma lo stacco di quella cedola fece scattare la clausola che obbligava la banca a remunerare anche i bond «fresh». Ma perché Mps ricorse a quello strumento così sofisticato? Per finanziare la gigantesca acquisizione di Antonveneta, 9 miliardi in contanti versati nel novembre 2007 alla spagnola Santander – che a sua volta l’aveva rilevata solo pochi mesi prima per poco più di 6 miliardi dalle spoglie dell’olandese Abn Amro – il Monte dei Paschi dovette ricorrere a un aumento di capitale monstre : 5 miliardi, metà dei quali dalla Fondazione Mps, che per questo si svenò. Alla banca presieduta da Giuseppe Mussari e guidata dal direttore generale Antonio Vigni ne servivano però almeno 6, di miliardi. Dove trovare quei soldi in più? Anche per agevolare la fondazione presieduta da Gabriello Mancini che non voleva diluirsi sotto il 50% del capitale, venne elaborato con Jp Morgan il «fresh», un prestito che però veniva computato nel patrimonio come se fosse capitale a tutti gli effetti.
La vita di quel prestito però non fu facile. Ed è proprio sugli eventi successivi all’emissione del «fresh» nella primavera del 2008 che inizialmente hanno acceso il faro la Banca d’Italia e i pm di Siena Antonino Nastasi, Giuseppe Grosso, Aldo Natalini e il procuratore Tito Salerno con il nucleo valutario della Guardia di Finanza, nell’ambito della più generale inchiesta su Antonveneta. Pochi mesi dopo, nell’autunno del 2008, la Banca d’Italia chiede a Rocca Salimbeni di modificare in maniera più stringente il regolamento di quel bond in modo da trasferire pienamente il cosiddetto «rischio d’impresa» sui sottoscrittori. Ma nel 2009 le cose si complicarono ancora di più.

Alcuni sottoscrittori, come l’hedge fund svizzero Jabre Capital Partners, contestarono a Mps le regole più stringenti introdotte nel bond accusando la banca di avere cambiato le carte in tavola dopo che essi avevano sottoscritto e dunque versato i soldi. Anche dentro la banca vi fu un’accesa discussione sui nuovi termini dell’emissione.
Addirittura ad almeno uno di questi sottoscrittori la banca concesse una sorta di garanzia supplementare, una indemnity , che lo tutelava maggiormente nell’investimento. Ma chi aveva concesso quel privilegio? Il consiglio ne era stato informato? E chi lo ottenne? Per il momento si sa da dove arrivarono gli utili per pagare la cedola: da Alexandria.


Davvero Bankitalia ignorava Alexandria?
di Milena Gabanelli e Paolo Mondani
(dal “Corriere della Sera”, 25 gennaio 2013)

Ieri Banca d’Italia ha dichiarato in una nota che quelli di Monte Paschi gliel’hanno fatta sotto al naso. «La vera natura di alcune operazioni del Monte dei Paschi di Siena è emersa solo di recente, a seguito del rinvenimento di documenti tenuti celati all’Autorità di Vigilanza e portati alla luce dalla nuova dirigenza Mps».

In effetti l’Istituto di Via Nazionale non è un organo di polizia e tantomeno giudiziario, e se la Banca che da tempo sta monitorando gli nasconde le carte, mica può mettersi ad intercettare i dirigenti!

Ma davvero Mps ha nascosto le carte?
Leggendo la relazione della Vigilanza di Bankitalia che nel 2010 fa visita al Monte si ricava tutt’altra impressione.
L’ispezione dura 3 mesi (inizia l’11 maggio e si conclude il 6 agosto) ed è firmata da Vincenzo Cantarella, Biagio De Varti, Giordano Di Veglia, Angelo Rivieccio, Federico Pierobon, Omar Qaram.

Dalle osservazioni generali sull’accertamento emergono risultanze parzialmente sfavorevoli, segue l’elenco dei punti di debolezza.
Per quel che riguarda i profili organizzativi e di controllo gli ispettori scrivono: «La regolamentazione delle operazioni finanziarie deve essere estesa ai veicoli di diritto estero, al fine di evitare che possano essere assunte posizioni non monitorabili dalle strutture di controllo» (ovvero: siccome ci sono più centri decisionali in grado di assumere rischi ad esempio acquistando finanza strutturata, è opportuno che la capogruppo sia in grado di conoscere i rischi che tutti questi altri centri si assumono).

La relazione prosegue: «L’azione dei comitati interni è incerta, poco incisivo l’operato del comitato rischi, le decisioni prese nei comitati finanza e di stress non vengono riportate con regolarità al consiglio» (cioè ognuno assume rischi come gli pare e il Consiglio non sa niente).
«La struttura commerciale si raccorda in modo insufficiente con quella che gestisce i rischi finanziari derivanti da prodotti che includono derivati.
Poco efficace anche il coordinamento dei vari risk Taking Center, la cui sovrapposizione operativa è stata assecondata assegnando crescenti obiettivi di profitto all’area Tesoreria, Capital Managment e Direzione Global Market» (in altre parole, i dirigenti di queste aree si sovrappongono pur di fare profitto senza monitorare i rischi).
«L’orientamento del gruppo verso l’assunzione dei rischi escluso dal computo dei requisiti prudenziali non si è accompagnato al rafforzamento, anche in termini di risorse addette, dei relativi presidi di riscontro» (come dire che hai comprato il treno ma non hai assunto il macchinista e lo fai guidare ad uno che non ha la patente).

A maggior riprova della mancanza di competenza nella capacità di gestire i rischi assunti, Bankitalia scrive: «Il Risk managment non riscontra le valorizzazioni dei fondi hedge e di private equity, né le posizioni detenute da numerose controllate estere».
Ed erano appunto le controllate estere a fare le famose operazioni Alexandria e Santorini, di cui oggi Bankitalia dice di non sapere nulla, nonostante sulla relazione ispettiva scriva: «Alcuni investimenti a lungo termine presentano profili di rischio non adeguatamente controllati né riferiti dall’esecutivo all’organo amministrativo. In particolare si sono determinati consistenti assorbimenti di liquidità (oltre 1,8 miliardi) riferiti a due operazioni, del complessivo importo nominale di 5 miliardi di euro, stipulate con Nomura e Deutsche Bank Londra».
Stiamo appunto parlando dell’operazione Alexandria e Santorini…che sono state un bagno di sangue.

Quindi Bankitalia sapeva di queste operazioni, e sapeva che non erano adeguatamente monitorate.
Perché non è successo niente? Inoltre tutte queste operazioni vanno scritte in un bilancio, e poiché il controllo della correttezza contabile spetta alla Consob, (ed è difficile immaginare che la nocività si sia manifestata negli ultimi tre mesi) se ne deduce che anche Consob non abbia garantito negli anni al mercato ed agli investitori la dovuta trasparenza sulla situazione contabile e finanziaria di Montepaschi.

Se non vogliamo continuare a porci sempre le stesse domande retoriche su dove fossero Consob e Banca d’Italia qualcuno dovrebbe avere il coraggio e la lungimiranza di mettere nel programma dei primi 100 giorni di Governo il progetto di riforma delle Autorità.

Guarda la puntata integrale “Il Monte dei Fiaschi” andata in onda a Report il 6 maggio 2012


Montepaschi: le colpe non viste
di Sergio Rizzo
(dal “Corriere della Sera”, 25 gennaio 2013)

Nessuno può chiamarsi fuori dalla vicenda che coinvolge il Monte dei Paschi di Siena. Non il governo, e ciò vale tanto per quello passato quanto per quello ancora in carica: se nonostante la crisi devastante del 2008-2009 la bomba dei derivati rimane innescata, come sanno bene anche i tanti enti locali che hanno rischiato di rimetterci l’osso del collo, è perché non si sono prese le contromisure necessarie.

Non la Consob: che dovrebbe sorvegliare i mercati tutelando i risparmiatori, ma spesso si addormenta. Non la Banca d’Italia: alla quale spetta il compito di vigilare sulle banche e non vede sempre tutto, anche se va precisato che l’istituto di via Nazionale non ha poteri di polizia giudiziaria.

Non il sistema bancario, cui il terremoto finanziario sembra non aver insegnato niente: i rubinetti del credito verso le imprese sono ben chiusi mentre la macchina della finanza creativa ha ripreso a girare a pieno ritmo. Meno che mai i politici, soprattutto quelli senesi, possono dire: io non c’entro.

Ma il fatto che siano tutti in una certa misura responsabili, e in un sistema finanziario sempre più integrato vanno chiamate in causa probabilmente anche le carenze europee, non può significare che nessuno è responsabile. Tutt’altro.

Questa vicenda non può essere archiviata come uno dei tanti incidenti di percorso del nostro sgangherato sistema finanziario. Né le dimissioni di Mussari dall’Abi possono essere considerate una sanzione sufficiente.

Non fosse che per un motivo. Dev’essere ricordato come, ancor prima che saltasse fuori lo scandalo dei derivati, per tirare fuori la banca dai guai causati da una serie di errori della sua precedente gestione, il contribuente ha versato nelle casse del Monte 3,9 miliardi. Per quanto le polemiche elettorali sollevate da chi ha accusato il governo di aver introdotto l’Imu per salvare «la banca del Pd» siano del tutto prive di fondamento, considerando che su quel prestito l’istituto paga al Tesoro un interesse del 9 per cento, e non c’è investimento sicuro che renda una simile cifra, si tratta pur sempre di soldi pubblici.

E non può assolutamente passare il messaggio che con i soldi dei contribuenti, sia pure pagati a caro prezzo, le banche possono tappare i buchi di speculazioni finanziarie sbagliate. Se poi si scoprisse che mentre il Monte era allo stremo alcuni soggetti avessero continuato a godere di un trattamento di favore, con conti correnti a reddito elevato e garantito, sarebbe gravissimo.

Ecco perché siamo convinti che il governo non si possa limitare a gettare la palla nel campo di qualcun altro, come ha fatto ieri il ministro del Tesoro Vittorio Grilli puntando il dito contro la Banca d’Italia. Mario Monti, che si candida a rimanere a palazzo Chigi, non può ignorare che questa storia coincide con il debutto della vigilanza europea sulle grandi banche, e per l’Italia non è davvero un bel viatico. Da lui ci aspettiamo una presa di posizione risoluta, come premier ancora in carica.

Certo fa sorridere che il primo fra i suoi sostenitori a sollecitare «chiarezza» sulla vicenda chiedendo a ognuno «di assumersi le proprie responsabilità politiche» sia stato Alfredo Monaci. Ovvero, un tipico esponente della classe politica locale che per anni ha retto Mussari e che ora è candidato della lista Monti in Toscana. Presidente della Mps immobiliare e dirigente del Monte, è il fratello minore di Alberto Monaci: a sua volta ex dipendente della banca, ex deputato dc, oggi presidente (democratico) del Consiglio regionale toscano.

Monaci senior già vedeva come il fumo negli occhi lo sbarco a Siena di Alessandro Profumo. Ma dopo che è sfumata la vicepresidenza per suo fratello Alfredo è scoppiata una guerra interna al Pd che ha fatto saltare per aria la giunta comunale. Questa poco edificante lotta di potere contribuisce a far capire perché siamo arrivati qui. Il fatto è che il Monte è un formidabile strumento di welfare cittadino. Finanzia il Comune, la squadra di calcio, quella di basket, gli stessi cittadini. A Siena dà lavoro a circa 5 mila persone: quasi il 10 per cento dell’intera popolazione. Per non parlare delle decine di poltrone nei consigli di amministrazione. Nonché del fiume di denaro che attraverso la fondazione si è riversato, anno dopo anno, nel territorio circostante.

Intendiamoci, questo non è un problema limitato alla sola Siena: sono le scorie della vecchia riforma che ha fatto nascere in tutta Italia le fondazioni bancarie dalle ceneri delle vecchie banche pubbliche. Sarebbe anche ingiusto negare che i contributi del Monte abbiano messo in moto iniziative di pregio, come la realizzazione di strutture sanitarie d’eccellenza e di centri di ricerca all’avanguardia. Ma è chiaro che adesso Siena e la sua banca sono a un bivio. Paradossalmente, dunque, questo scandalo dei derivati offre un’occasione da non perdere per cambiare registro. A tutti: al Monte, al sistema bancario, agli organi di vigilanza. E alla politica. Sempre che la sappiano (e la vogliano) cogliere.


Mps, lo sgomento e la rabbia. Siena, città sotto shock
di Laura Montanari
(da “la Repubblica”, 25 gennaio 2013)

SIENA — La signora si ferma a leggere le locandine dei giornali con i titoli sul Monte dei Paschi. Una via crucis: “Accuse”, “manovre”, “veleni”, le parole ricorrenti. Guarda l’ edicolante e sibila: “Se lo ricorderanno che è colpa di baffino?”. Un’ altra cerca salvezza nella geografia: “Questo Mussari non è senese. Ce l’ hanno portato qui…”. Chi? “D’ Alema no?”. Certi ripari lasciano lo stesso il freddo addosso. Le vetrine espongono i grandi saldi e Siena si sente davvero un po’ a fine stagione.

“Non è rimasto niente di pulito” racconta Luca Franceschi, dietro una pila di giornali a Porta Camollia. Un signore a passeggio con il cane, elenca il conto da pagare: “Il Siena calcio con le scommesse, il basket con i presunti pagamenti in nero, la Novartis con la storia dei vaccini, poi il buco alla Asl e al Comune, qualche anno fa il disavanzo all’ università e adesso il Monte dei Paschi… si è salvato qualcosa in questa città negli ultimi anni?”. Il Palio. “Ecco sì, ci hanno tagliato il protettorato: il Monte non darà più i 250mila euro alle contrade” spiega Fabio Pacciani rettore del Magistrato delle Contrade. Detta così sembra un dettaglio, invece è uno strappo, qualcosa fra una crepa e una ferita. Tanto per capire, gli alfieri del Palio fanno la sbandierata sotto tre palazzi: quello arcivescovile, l’ accademia Chigiana e in piazza Salimbeni, cioè la sede Mps, un omaggio che è come tatuarsi un’ appartenenza. “Che sofferenza questa storia dei derivati — prosegue Pacciani — la crisi del Monte altera tutti gli equilibri in questa città a cominciare dalla Fondazione. Serviranno nuove regole”.

L’ ex rettore dell’università Silvano Focardi va più per le spicce: “Il Monte era la manna dei senesi, un patrimonio costruito nei secoli”. Una storia italiana dal 1472 come recita lo spot dell’anno scorso (quello precedente, “ Il cielo è sempre più blu”, oggi sembra più lontano dell’ era Pleistocene). “La città dovrà ridimensionarsi — aggiunge Focardi — e sarà una grave perdita per tutti. Mi ricordo un dato degli anni d’ oro quando la Fondazione dava una decina di milioni di euro all’università per finanziare ricerca, borse di studio, assegni ai giovani docenti, per arricchire di libri le nostre biblioteche”. Il Monte adesso è sottrazione: lo è già stata per la Mens Sana fenomeno del basket, una squadra che ha portato a Siena scudetti, campioni e vetrine internazionali. Lo sarà per il calcio: il presidente Massimo Mezzaroma ha annunciato che i bianconeri della Robur non potranno più contare sulla sponsorizzazione targata Mps.

Il contratto scade nel 2013 e già si vedono le ombre del distacco: “Se qualcuno vuole farsi avanti seriamente… — ha spiegato il presidente in una intervista a una tv locale — ho a cuore questa società, ma siamo in una situazione complicata, il mondo finanziario è cambiato. Le premesse che c’ erano tre anni fa non sono le stesse. Io devo tenere d’ occhio il bilancio”. Farebbe bene anche un occhio alla classifica dove la squadra è slittata sul fondo, a due punti dal Palermo, a tre dal Genoa. “Che il Monte andava male lo dicevano tutti — racconta Paola, dietro il banco di un bar in San Domenico, contrada dell’ Oca — e molti raccontavano di stranezze a mezza voce, ma chi si immaginava tutto questo crollo? Speriamo nella nuova dirigenza”. Cioè quelli che ieri sono entrati in Cda dalle porte sul retro, quelli che oggi è facile immaginarsi che saranno bersaglio nell’ assemblea dei soci. Dicono che Grillo marcherà presenza, ma è soltanto un’ inquietudine in più.

Il clima in città è arroventato. Cresce la rabbia e l’ indignazione per quello che viene considerato uno sfregio, non tanto la fine di un amore, ma un amore tradito: “Il Monte con la scelta dei derivati si è allontanato dalla buona politica” dice lo storico Roberto Barzanti. Cresce anche la preoccupazione per il dopo che comincia subito: “Abbattersi sarebbe un errore clamoroso — sostiene l’ attuale rettore dell’ università Angelo Riccaboni, uno che in tre anni ha fatto passare il bilancio dell’ ateneo da un disavanzo di oltre 30 milioni di euro a meno 8 e da “ brutto anatroccolo” della città ha incassato di recente i complimenti del ministero per l’ opera di risanamento: “Siena ha molte eccellenze e un patrimonio che richiama turisti da tutto il mondo, si ricominci da lì”. Si cerca un chiodo, una radice, qualcosa che non frani. “Ma non diamo tutte le colpe a Mussari lui è stato soltanto un burattino nelle mani della politica” accusa Caterina che fa la volontaria nel carcere di San Gimignano. “Abbiamo vissuto sopra le nostre possibilità — osserva Mario, 66 anni, 35 dei quali alle dipendenze Mps — qui tutto si muoveva grazie alla Fondazione, non c’è dipinto che non abbia ricevuto finanziamenti per il restauro e poi concerti, grandi mostre… avessero speso meglio quel fiume di denaro, avessero investito sugli asili o sull’ assistenza agli anziani”. “Speriamo nei nuovi vertici — dice un altro — in Viola e Profumo…”. Da qualche parte bisogna pure ricostruire.


Dieci domande a Bersani su Mps
di Stefano Zurlo
(da “il Giornale”, 25 gennaio 2013)

Il Partito fa il partito, la banca fa la banca. Alza un bel muro, il segretario del Pd Pier Luigi Bersani. Lui sta da una parte, i banchieri di Siena, quelli di ieri che hanno svuotato il più antico istituto di credito al mondo e quelli di oggi che tentano di salvarlo, dall’altra.

Il segretario Pd Pier Luigi Bersani e Giuseppe Mussari
Ma questo muro dev’essere un argine invisibile. Non c’era quando Mussari arrivava nel 2001 alla testa della Fondazione, benedetto dalla dirigenza del partito. Fra una standing ovation e l’altra. Non c’era quando la Fondazione, che controlla in modo ferreo, oggi per fortuna un po’ meno, l’istituto di credito era una galleria di facce targate Pd e ancora Pd: 13 su 16 nel board che conta. E non c’era nemmeno quando Mussari, dopo aver fatto il bello e il cattivo tempo per un decennio e anche più, se n’è andato. Consegnando cumuli di macerie alla collettività.

1. Onorevole Bersani, lei afferma di non avere alcun imbarazzo per la vicenda Mps perché il Pd si occupa di politica, non di banche. Perfetto. Però Massimo D’Alema, che se non sbaglio è del suo stesso partito, ha dichiarato alla Stampa: «Noi, e per noi intendo il Pd di Siena nella persona dell’ex sindaco Franco Ceccuzzi, Mussari lo abbiamo cambiato un anno fa, assieme a tutto il consiglio d’amministrazione del Monte dei Paschi». Il Pd di Bersani non si occupa di banche, il Pd di D’Alema invece sì, al punto di cambiare tutto il vertice del Mps?

2. Il partito non si occupa di banche, però i 16 membri del comitato d’indirizzo della Fondazione Mps che a sua volta controlla la banca vengono così nominati: 8 dal Comune di Siena, targato Pd, 5 dalla Provincia di Siena, targata Pd, 1 dalla Regione Toscana, targata Pd e uno a testa, infine, dall’università e dalla Curia. Il Pd non ha le mani nella banca ma ha, a stare bassi, tredici dei suoi uomini nello strategico comitato d’indirizzo della Fondazione. Tredici su sedici: non è un è po’ troppo per dire che il partito è estraneo alla banca?

3. Il Pd non poteva sapere, perché il Pd, e i DS prima del Pd, e il Pds, prima dei Ds, e il Pci, prima di tutti gli altri, pensa alla politica. Però tutti questi partiti, che poi sono lo stesso nelle sue diverse evoluzioni, seguivano con attenzione quel che avveniva in una città simbolo come Siena. Le risulta che uno dei cavalli di battaglia del candidato sindaco Franco Ceccuzzi fosse: «La Fondazione non scenderà mai sotto il 50 per cento della banca»? Come mai Ceccuzzi diventò sindaco contravvenendo alla regola aurea che lei adesso richiama: «Il Pd non si occupa di banche»?

4. Ceccuzzi fu di parola. A luglio 2011, la Fondazione si svenò sottoscrivendo un aumento di capitale della banca e così s’indebitò, facendo saltare tutti i parametri, per mantenere il controllo assoluto della banca. Non vede una certa coerenza fra i comizi di Ceccuzzi e il comportamento della Fondazione? E, dettaglio ulteriore, le risulta pure che questa coerenza fosse il frutto di un documento scritto, con la Fondazione come cassa di risonanza dei desiderata del primo cittadino? Coda curiosa: il collegio sindacale della Fondazione si oppose all’aumento di capitale, ma l’operazione andò avanti…

5. Le risulta anche che il tentativo di svecchiare e rinnovare la Fondazione, che ripeto è la cabina di regia della banca, sia partito proprio dall’unico posto da cui poteva partire cioè il gruppo del Pd in consiglio comunale, grossomodo alla fine del 2011? E forse le risulta anche che il tentativo di cambiamento provocò una feroce spaccatura dentro il partito nella città del Palio e che il sindaco, sempre per seguire la massima che la politica è estranea alla banca e alle sue vicende, di fatto governò il rinnovamento della Fondazione centellinando le facce nuove?

6. L’ex presidente di Mps Giuseppe Mussari, avvocato calabrese e storico militante del Pci-Pds-Ds, nel periodo che va dal 27 febbraio 2002 al 6 febbraio 2012 ha versato a titolo personale nelle casse del partito, il suo partito, 683.500 euro. Forse avete cacciato un vostro disinteressato benefattore? Certo, i soldi sono stati destinati alla federazione provinciale di Siena, ma questo basta per dire che Roma non c’entra niente con questa storia? Comunque ancora ad agosto 2012, con la banca in acque agitate, Mps sponsorizzava con 10 mila euro la Festa del Pd. Marketing? Mah. Piuttosto, sempre e solo simpatia?

7. Le risulta che l’arrivo dell’avvocato Mussari nel 2001 alla testa del Monte dei Paschi fosse stato sponsorizzato, sempre per il principio che il partito non fa incursioni nel mondo della finanza, dai seguenti personaggi: il magnifico rettore dell’università Luigi Berlinguer, oggi curiosamente capo dei probiviri del Pd; il parlamentare eletto in città Franco Bassanini; Massimo D’Alema e Giuliano Amato da Roma? D’Alema del resto rivendica, come abbiamo ricordato un momento fa, l’uscita di scena di Mussari, dunque tutto torna. O no?

8. L’alleanza fra i quattro, il quadrilatero, si ruppe rovinosamente negli anni successivi ai tempi dell’operazione Unipol. A dirlo, sempre in base al fatto che il partito fa gli affari suoi e pure quelli delle banche, fu proprio Bassanini in un’intervista a Panorama: «Consorte e D’Alema fecero pressioni su Siena perché si alleasse con Unipol», ovviamente nella scalata a Bnl. «Chi difese l’autonomia di Mps – prosegue Bassanini – come me e Amato venne emarginato». Non le pare, visto tutto quello che è successo, un’accusa grave?

9. Massimo Mucchetti, autorevole giornalista economico per lungo tempo vicedirettore ad personam del Corriere della sera, oggi che è candidato del suo partito, capolista al Senato in Lombardia, dice alla Stampa: «Non vedo una responsabilità oggettiva del partito, ma della città». Solo che la città è da sempre nelle mani del partito comunista e dei suoi eredi. Insomma, passando per Siena non è che si ritorna Roma, alla sede del suo partito? Non è che buttare tutte le colpe, passate, presenti e future, sulle teste calde del Granducato di Toscana sia un modo un po’ troppo comodo per sfuggire a responsabilità che sono molto più grandi e gravi?

10. C’è chi dice che l’attuale numero uno di Mps Alessandro Profumo sia stato scelto a Roma, dopo frenetiche consultazioni ai piano alti del suo partito. Solo malignità e voci incontrollabili che non meritano nemmeno una precisazione? Certo, Profumo, che pure sta meritoriamente aprendo i cassetti in cui sono custoditi i segreti e le sofferenze della banca, si è impegnato in campagna elettorale sostenendo in Lombardia il candidato del centrosinistra al Pirellone Umberto Ambrosoli. Insomma, siamo ancora al tanto vituperato collateralismo fra il partito e l’istituto di credito più antico ma oggi anche più invecchiato al mondo?


Quella maxistecca Antonveneta rientrata con lo scudo fiscale
Gian Marco Chiocci
(da “il Giornale”, 25 gennaio 2013)

Siena – Nella grande abbuffata alla tavola di Mps alcuni commensali si sono riservati un piatto a dir poco prelibato, una stecca da centinaia di milioni di euro. La ricetta corruttiva riguarda uno «spezzatino» in salsa senese, nel senso di una maxi tangente da un miliardo e 200 milioni di euro spezzettata su più conti coperti di più personaggi che avrebbero avuto un ruolo nell’operazione senza capo né coda per l’acquisto, nel 2007, della banca del Nord Est da parte di Montepaschi.

LO SPEZZATINO
Alla preparazione del banchetto, apparecchiato sulla pelle di centinaia di piccoli azionisti, sarebbe seguito l’occultamento dello stesso in banche e fondi lontani (londinesi e non solo, si parla anche di Paesi off shore) dai quali, poi, i capitali illeciti sarebbero stati fatti rientrare in Italia grazie allo scudo fiscale. Una maxi tangente scudata, il colmo. L’unica pecca nei piani dei sofisticati gourmet finanziari che hanno servito l’operazione folle con cui Mps si è letteralmente svenata per acquisire il controllo della decotta Antonveneta, è la mancata previsione di un’indagine da parte di una agguerrita Procura (per troppi anni silente) che ha dato seguito ai riscontri via via trovati dalla Guardia di finanza sulle tracce di un flusso enorme di denaro che come una lumaca lascia una scia di bava tra la Toscana, il Nord Est, la Spagna, l’Inghilterra e alcuni paradisi fiscali oltreoceano.

IL GIRO DEL MONDO
La svolta nell’inchiesta sull’acquisizione dell’istituto di credito Antonveneta, in cui risulta coinvolto l’ex presidente Abi Giuseppe Mussari (da pochi giorni dimissionario per la scandalo derivati) nonché alti vertici e della banca e della Fondazione dell’istituto di credito più antico al mondo, è arrivata al termine di una pedinamento monetario lungo sette-otto mesi, che ha portato a scoprire che alcuni protagonisti della sciagurata acquisizione avrebbero fatto rientrare – anche attraverso prestanome – ingentissimi capitali che gli inquirenti sospettano provenire, almeno in parte, dal mega ricompenso illegale per l’operazione che ha prosciugato le casse di Mps. Siamo nel campo delle ipotesi investigative ma più di un riscontro, accostato a coincidenze temporali precise, fa dello spunto d’inchiesta un filone corposo seguito sin qui senza far mai trapelare nulla. Il meccanismo, secondo gli inquirenti, sarebbe stato semplice quanto astuto: separare le stecche così da ridurre l’entità dei «rimpatri» monetari per non destare sospetti, o comunque diluendoli di molto.

IL FILONE SEGRETO
L’inchiesta per aggiotaggio, manipolazione del mercato sul titolo Mps e ostacolo all’attività di vigilanza è un’atomica sganciata sul mondo bancario e politico nazionale, e non solo per il dna rosso che contraddistingue l’intera operazione (Mussari ex Pci, è stato un dalemiano di ferro), ma per gli effetti devastanti che potrebbero avere sui risparmiatori, sulle aziende e sull’assetto dell’intero circuito del credito. Nessuno, o quasi (tranne i sindacati e i vertici Pd) è stato particolarmente soddisfatto dell’operazione Antonveneta condotta in splendida solitudine, nel 2007, dall’allora presidente Mps Mussari che non ritenne nemmeno di informare i vertici della Fondazione, la «cassaforte» della banca. Mps comprò per 10,3 miliardi di euro Antonveneta accollandosi anche 7,9 miliardi di debiti, quando appena sessanta giorni prima gli spagnoli del Banco Santander di Botin, Opus Dei, molto vicino al banchiere Ior Gotti Tedeschi a sua volta vicinissimo a Mussari (come risulta dalle agende dell’ex presidente di Mps) avevano rilevato la stessa Antonveneta per 6. Perché questa differenza di 4 miliardi? E perché nel conveniente pacchetto Mps non pretese anche il controllo di Interbanca, il corporate dell’istituto del Nord Est che da solo valeva 1,6 miliardi di euro che rimase, invece, nelle mani degli iberici? Qui sarebbe volata la mega-tangente, a detta della Procura di Siena. L’obiettivo dei magistrati è infatti scoprire cosa ci sia dietro questa enorme plusvalenza per entrare in possesso di una banca il cui valore patrimoniale il presidente del collegio sindacale di Monte Paschi, Tommaso Di Tanno, aveva stimato in appena 2,3 miliardi.

BRUTTA ARIA COL FRESH
Allo «spezzatino» si sarebbe arrivati anche seguendo il filone dell’obbligazione Fresh da un miliardo di euro del 2008 (che contribuì alla ricapitalizzazione per 6 miliardi di Banca Mps) finalizzato all’acquisizione di Antonveneta. A forza di scavare la Gdf sarebbe finita col ficcare il naso tra i misteriosi «clienti privilegiati» e nei lauti guadagni di questi ultimi, alcuni con interessi nella capitale inglese dove non vi è più la filiale di Mps e dove, nel 2004, con la Dresdner Bank, venne trattato anche il prodotto finanziario Alexandria, il derivato dello scandalo che ha portato alle dimissioni di untouchable Mussari.


Grillo contro Monte Paschi e Pd: “Mussari e Profumo sono incapaci e la sinistra ci deve 14 miliardi”
di Redazione
(da “Libero”, 25 gennaio 2013)

Nell’affaire Monte dei Paschi spunta la parolina tangente. Una stecca da centinaia di milioni. Secondo le ipotesi investigative sarebbe stata pagata Una maxitangente da un miliardo e 200 milioni di euro spezzettata su più conti di più personaggi che hanno avuto un ruolo nell’acquisizione di Antonveneta. I protagonisti dell’operazione avrebbero fatto rientrare anche attraverso prestanome ingenti somme che gli inquirenti sospettano che arrivino dal compenso illegale per l’operazione che ha portato alla bancarotta Mps. Ed è su anche su questo che si indaga, su alcuni clienti “privilegiati” e sui loro guadagni.

Beppe Grillo arriva a Siena col suo tsunami tour. E trovandosi nella città del Monte dei Paschi non può che parlar dello scandalo. E lo fa proprio partecipando all’assemblea degli azionisti dell’istituto bancario. Il tema è caldo e la campagna elettorale passa da Siena. Grillo attacca subito il presidente della Banca: “Alessandro Profumo lo conosco, è di Genova come me, faceva il casellante e studiava la notte. Ma ha un curriculum completamente inadatto per questo ruolo perchè è indagato per frode fiscale; oppure potrebbe essere quello giusto in questa situazione”. Grillo è un fiume in piena e continua a martellare su Mps, richiamando anche altri crack finanziari degli ultimi anni: “Quello che hanno fatto alla banca è peggio della tangentopoli di Craxi e di Parmalat insieme. Hanno fatto di un partito una banca e di una banca un partito”. Lo ha detto Beppe Grillo arrivando a Siena per l’assemblea straordinaria di Mps, dove il leader del Movimento 5 Stelle partecipa con la delega, ha precisato, di “un amico che soffre”, titolare di cento azioni e che “ha già perso 30 euro”. “Ci sono assolute responsabilità della politica, che si chiamano prima Ds e poi Pd, che nella Fondazione hanno messo i loro uomini”.

Mussari incapace come Profumo – Sull’ex presidente di Mps, Giuseppe Mussari, Grillo ha commentato: “E’ un incompetente e lo hanno messo lì a fare il linoleum, non sa nulla di banche, non sa neppure che cos’è un bonifico”. “Mussari non capisce nulla di banche: ha disintegrato la banca di Siena e poi lo hanno eletto presidente dell’Abi”, ha aggiunto il comico genovese. Grillo ha poi colto l’occasione per infilzare Bersani e tutto il centrosinistra: “Serve una commissione d’inchiesta che prenda gli ultimi segretari dei Ds e dei Pd, dal 1995 ad oggi e si faccia dire dove sono andati a finire 14 miliardi di euro. Ci devono dare delle risposte”. Sul nuovo vertice della banca, Grillo ha osservato: “Profumo è un uomo in gamba, che si è fatto da sè ed ha le referenze giuste, visto che è indagato per frode fiscale. E’ stato chiamato a fare il lavoro giusto: è arrivato e la prima cosa che ha fatto è stato licenziare 4 mila persone e non ha denunciato i ladri”. Al leader del Movimento Cinque Stelle risponde comunque lo stesso Profumo che respinge ogni accusa: “Poi mi dirà dove ha preso quelle cifre. Non abbiamo assolutamente questo buco”.


C’è chi si è arricchito sul fallimento di Mps
di Redazione
(da “Libero”, 25 gennaio 2013)

Dietro il disastro del Monte Paschi di Siena c’è chi si è arricchito. C’è quindi chi, grazie ai disastri del Banco, ci ha “mangiato”. Nel 2008, infatti, la Banca di Siena per sostenere l’acquisto di Antoneventa (che da molti viene indicato come l’origine di tutti i mali) ha emesso uno strumento finanziario, il fresh: un miliardo di euro che servivano a rafforzare il patrimonio dell’Istituto di credito. Ma, come spiega il Corriere in edicola oggi, venerdì 25 gennaio, chi aveva sottoscritto questi titoli aveva diritto a un interesse molto alto pari al dieci per cento. Per ripagare questo debito, ogni anno, la banca doveva trovare nei suoi bilanci circa 100 milioni di euro. Un tasso altissimo perché la verità è che quando il mercato intuisce che ci sono delle difficoltà ne approfitta. Si guadagna sui più deboli. Insomma in questa situazione, nonostante il disastro finanziario del Monte Paschi c’era chi doveva assolutamente guadagnare.

Sul’emissione del titolo indagano I pm di Siena Antonino Nastasi, Giuseppe Grosso, Aldo Natalini e il procuratore Tito Salerno con la Guardia di Finanza, che indagano sull’inchiesta Antonveneta, hanno acceso il faro anche su quest’emissione già finita sotto il faro della Banca d’Italia che chiese di modificare il regolamento del bond in modo più stringente. Una decisione che provocò la reazione dei sottoscrittori.


“Io non c’entro”
di Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”, 25 gennaio 2013)

Come in ogni scandalo, anche nel caso Montepaschi nessuno può dire “Io non c’entro” (tranne un paio di leader appena nati). Bankitalia si difende così: “Siamo stati ingannati”. Ma Bankitalia è lì proprio per evitare di essere ingannata, e soprattutto per evitare che siano ingannati i soci, i risparmiatori e i cittadini. L’alibi dell’inganno non vale: sarebbe come se un poliziotto si lasciasse scappare un ladro e si giustificasse col fatto che non s’è costituito. I ladri questo fanno: non si costituiscono.

Perciò esistono i poliziotti: per prenderli. Sulla Consob è inutile sprecare parole: l’ex presidente Cardia aveva il figlio consulente di una banca da controllare, la Popolare di Lodi dell’ottimo Fiorani, infatti controllò pochino; e il presidente Vegas, ex sottosegretario e deputato Pdl, seguitò a votare per il governo B. anche dopo la nomina in Consob.

Ora il Pdl cavalca lo scandalo della banca rossa, ma dovrebbe ricordare l’estate dei furbetti, quando stava con Fiorani e Fazio assieme alla Lega (rapita dal “banchiere padano” e soprattutto dal salvatore di Credieuronord); o il crac del Credito cooperativo fiorentino di Verdini; o l’uso della Bpm di Ponzellini come bancomat per amici degli amici. Casini, sul Monte dei Fiaschi, dovrebbe chiedere notizie al suocero Caltagirone, fino a un anno fa vice di Mussari.

E Monti al suo candidato Alfredo Monaci, ex Cda della banca senese nell’èra Mussari. I vertici del Pd fanno i pesci in barile, ma sono anni che appena vedono un banchiere si sciolgono in adorazione. O diventano essi stessi banchieri, come Chiamparino al San Paolo. “Noi – dichiara quel buontempone di D’Alema – Mussari l’abbiamo cambiato un anno fa”. Frase che cozza con quella di Bersani: “Il Pd con le banche non c’entra”.

Ma se ha “cambiato” Mussari, vuol dire che il Pd c’entra: anzi, l’aveva proprio messo lì. Casualmente negli ultimi 10 anni Mps ha versato 683 mila euro nelle casse del Pd senese. Un po’ come i Riva dell’Ilva, che foraggiavano la campagna elettorale di Bersani. La questione penale non c’entra, quella morale nemmeno. Semplicemente riesplode l’irrisolto problema del rapporto politica-affari: nessun grande partito può chiamarsi fuori.

Tantomeno il Pd: si attendono ancora smentite alla deposizione di Antonio Fazio, che 6 anni fa raccontò ai pm milanesi di quando, nel 2004, Fassino e Bersani si presentano da lui in Bankitalia per raccomandargli la fusione tra Montepaschi e Bnl. Il progetto tramontò, ma quando l’anno seguente il Banco di Bilbao tentò di acquistare Bnl, l’Unipol d’intesa col vertice Ds organizzò una controcordata per sbarrargli la strada. Fassino a Consorte: “Allora, siamo padroni di una banca?”.

D’Alema: “Evvai, Gianni!”. Intanto Bersani difendeva Consorte, Fazio e Fiorani già indagati: “Per Fazio andarsene ora sarebbe cedere a una confusa canea”, “Fiorani è un banchiere molto dinamico, sveglio, attivo, capace”. Soprattutto a derubare i suoi correntisti. Del resto Bersani aveva messo lo zampino anche in altre memorabili operazioni finanziarie.

Tipo la scalata a debito dei “capitani coraggiosi” Colaninno & C. alla Telecom (1999). E l’affare milanese dell’autostrada Serravalle. Fu proprio Bersani a far incontrare il costruttore Gavio col fido Penati, presidente della Provincia. Intercettazione del 30.6.2004: “Bersani dice a Gavio che ha parlato con Penati… e di cercarlo per incontrarsi in modo riservato: ‘Quando vi vedrete, troverete un modo…'”.

L’incontro aumma aumma avviene, poi la Provincia acquista le quote di Gavio nella Serravalle a prezzi folli e Gavio gira la plusvalenza alla cordata Unipol per Bnl. A che titolo Bersani si occupa da 15 anni di banche, autostrade e compagnie telefoniche non da arbitro, ma da giocatore? Finché i silenzi e i “non c’entro” sostituiranno le risposte, possibilmente convincenti, tutti saranno autorizzati a sospettare. Altro che “Italia giusta”.


Ecco i documenti dell’ispezione 2010
di Milena Gabanelli e Paolo Mondani
(dal “Corriere della Sera”, 25 gennaio 2013)

Ieri Banca d’Italia ha dichiarato in una nota che quelli di Monte Paschi gliellianno fatta sotto al naso. «La ve­ra natura di alcune operazioni del Monte dei Paschi di Siena è emersa so­lo di recente, a seguito del rinvenimen­to di documenti tenuti celati all’Autori­tà di Vigilanza e portati alla luce dalla nuova dirigenza MPS». In effetti l’Isti­tuto di via Nazionale non è un organo di polizia e tantomeno giudiziario, e se la Banca che da tempo sta monito- rando gli nasconde le carte, mica può mettersi ad intercettare i dirigenti! Ma davvero MPS ha nascosto le carte? Leg­gendo la relazione della Vigilanza di Bankitalia che nel 2010 fa visita al Monte si ricava tutt’altra impressione. L’ispezione dura 3 mesi (inizia l’u maggio e si conclude il 6 agosto) ed è firmata da Vincenzo Cantarella, Biagio De Varti, Giordano Di Veglia, Angelo Rivieccio, Federico Pierobon, Omar Qaram. Dalle osservazioni generali sul­l’accertamento emergono risultanze parzialmente sfavorevoli, segue l’elen­co dei punti di debolezza. Per quel che riguarda i profili organizzativi e di con­trollo gli ispettori scrivono: «La regola­mentazione delle operazioni finanzia­rie deve essere estesa ai veicoli di dirit­to estero, al fine di evitare che possa­no essere assunte posizioni non moni­torabili dalle strutture di controllo» (ovvero: siccome ci sono più centri de­cisionali in grado di assumere rischi ad esempio acquistando finanza strut­turata, è opportuno che la capogruppo sia in grado di conoscere i rischi che tutti questi altri centri si assumono). La relazione prosegue: «L’azione dei comitati interni è incerta, poco incisi­vo l’operato del comitato rischi, le de­cisioni prese nei comitati finanza e di stress non vengono riportate con rego­larità al Consiglio» (cioè: ognuno assu­me rischi come gli pare e il Consiglio non sa niente).

«La struttura commerciale si raccor­da in modo insufficiente con quella che gestisce i rischi finanziari derivan­ti da prodotti che includono derivati. Poco efficace anche il coordinamento dei vari risk Taking Center, la cui so­vrapposizione operativa è stata asse­condata assegnando crescenti obietti­vi di profitto all’area Tesoreria, Capital Management e Direzione Global Market» (in altre parole, i dirigenti di queste aree si sovrappongono pur di fare profitto senza monitorare i ri­schi). «L’orientamento del gruppo ver­so l’assunzione dei rischi escluso dal computo dei requisiti prudenziali non si è accompagnato al rafforzamento, anche in termini di risorse addette, dei relativi presidi di riscontro» (come dire che hai comprato il treno ma non hai assunto il macchinista e lo fai gui­dare ad uno che non ha la patente). A maggior riprova della mancanza di competenza nella capacità di gestire i rischi assunti, Bankitalia scrive: «Il Risk management non riscontra le va­lorizzazioni dei fondi hedge e di priva­te equity, né le posizioni detenute da numerose controllate estere». Ed era­no appunto le controllate estere a fare le famose operazioni Alexandria e San- torini, di cui oggi Bankitalia dice di non sapere nulla, nonostante sulla re­lazione ispettiva scriva: «Alcuni inve­stimenti a lungo termine presentano profili di rischio non adeguatamente controllati né riferiti dall’esecutivo al­l’organo amministrativo. In particola­re si sono determinati consistenti as­sorbimenti di liquidità (oltre 1,8 mi­liardi) riferiti a due operazioni, del complessivo importo nominale di 5 miliardi di euro, stipulate con Nomura e Deutsche Bank Londra». Stiamo ap­punto parlando dell’operazione Alexandria e Santorini… che sono sta­te un bagno di sangue.

Quindi Bankitalia sapeva di queste operazioni, e sapeva che non erano adeguatamente monitorate. Perché non è successo niente? Inoltre tutte queste operazioni vanno scritte in un bilancio, e poiché il controllo della cor­rettezza contabile spetta alla Consob, (ed è difficile immaginare che la nocività si sia manifestata negli ultimi tre mesi) se ne deduce che anche Con­sob non abbia garantito negli anni al mercato ed agli investitori la dovuta trasparenza sulla situazione contabile e finanziaria di Montepaschi. Se non vogliamo continuare a porci sempre le stesse domande retoriche su dove fos­sero Consob e Banca d’Italia qualcuno dovrebbe avere il coraggio e la lungi­miranza di mettere nel programma dei primi 100 giorni di governo il pro­getto di riforma delle Autorità.


Sullo stesso tema anche qui, (Enrico Rossi) qui, (La Banca d’Italia non è stata con le mani in mano) qui, (Vittorio Feltri) qui, (Belpietro) qui, (Padellaro) qui, (Brunetta) quiqui, (Panorama) qui.


Le telefonate Napolitano-Mancino
Sua Maestà il Presidente

di Fabrizio Colarieti
(da “il Punto”, 25 gennaio 2013)

Sarebbe stata l’unica volta che Silvio Berlusconi non avrebbe gridato allo scandalo, anzi avrebbe ringraziato la Consulta – quella tutta di si­nistra – per averlo reso immune e libero di parlare di qualunque cosa, al telefono, con uno scudo invincibile e fatto di sole parole. Ma quelle parole, che scritte in al­tri tempi avrebbero evitato molte grane al­l’ex premier, la Corte Costituzionale le ha appena riservate a un’altra istituzione, il Presidente della Repubblica, Giorgio Na­politano, finita indirettamente dentro le cuffie di una procura mentre parlava con un affannato cittadino, tale Nicola Man­cino, già senatore e già vicepresidente del Csm, sotto inchiesta a Palermo per non aver detto tutta la verità sulla presunta trat­tativa tra lo Stato e Cosa nostra. Lo dicono i magistrati che lo hanno indagato per fal­sa testimonianza, insieme ad altri 11 tra po­litici, militari e mafiosi, e a breve si saprà se a torto o a ragione. Per ora Mancino è sotto inchiesta per quella lunga catena di non so e non ricordo. E mentre andiamo in stampa (martedì 22 gennaio) il Gup Piergiorgio Morosini deve ancora pro­nunciarsi sulla richiesta di rinvio a giudizio della Procura di Palermo. Un buco nero che copre tutta la stagione delle stragi di mafia, di cui lui, però, rimembra poco o nulla. Per esempio non ricorda di aver co­nosciuto – da ministro dell’Interno appe­na insediato – il giudice Paolo Borsellino, ed è singolare, perché, oltre a essere il sim­bolo della lotta alla mafia, era l’unico, in quel momento, dopo Giovanni Falcone, ucciso da pochi giorni, a rischiare la vita a Palermo. Nega di aver mai appreso, in quello stesso periodo, dell’esistenza di un dialogo segreto tra pezzi dello Stato e i boss (Bagarella, Cinà, Brusca, Riina e Provenzano).

Torniamo indietro. Il 15 giugno 2012 Cor­riere della Sera e La Repubblica riferi­scono la notizia di un colloquio telefoni­co fra il consigliere giuridico del Colle, Lo­ris D’Ambrosio (scomparso il successivo 26 luglio), e l’ex ministro Nicola Manci­no (intercettato). Il colloquio è avvenuto il 7 dicembre 2011, il giorno dopo la sua audizione in procura a Palermo. Manci­no si autodefinisce «un uomo solo, che va protetto», e chiede l’intervento di Napo­litano. Cinque giorni dopo il settimanale Panorama rivela l’esistenza di alcune te­lefonate, intercettate, proprio fra il Presi­dente Napolitano e Mancino. Altri due giorni e intervistato da La Repubblica il pubblico ministero Nino Di Matteo, tito­lare dell’inchiesta sulla trattativa, insieme ad Antonio Ingroia e Lia Sava, dichiara che «negli atti depositati non c’è traccia delle conversazioni del Capo dello Stato. Questo significa che non sono minima­mente rilevanti». Il 6 luglio il procurato­re capo, Francesco Messineo, fa sapere che la procura di Palermo «avendo già valu­tato come irrilevante ai fini del procedi­mento qualsivoglia eventuale comuni­cazione telefonica in atti diretta al Capo dello Stato, non ne pre­vede alcuna utilizzazione in­vestigativa o processuale, ma esclusivamente la distruzione da effettuare con l’osservanza delle formalità di legge». Tre giorni dopo dalle colonne del quotidiano La Repubblica, sempre Messineo, ribadisce che «nell’ordinamento attuale nessuna norma prescrive o an­che soltanto autorizza l’im­mediata cessazione dell’ascolto e della registrazione, quando, nel corso di una intercettazio­ne telefonica legittimamente autorizzata, venga casualmen­te ascoltata una conversazione fra il soggetto sottoposto ad in­tercettazione ed altra persona nei cui confronti non poteva es­sere disposta alcuna intercet­tazione». Perché Mancino è così preoccupato, tanto da ri­volgersi al capo dello Stato? In­nanzitutto perché sa che tutti quei non ricordo sono davve­ro imbarazzanti, anche vent’anni dopo. Ma non immagina, forse, che anche quelle te­lefonate diventeranno presto altrettanto fa­stidiose, in particolare per il suo interlo­cutore.

LE TELEFONATE

Mancino e Napolitano parleranno per quattro volte consecutive, su 9.295 tele­fonate intercettate dalla procura di Paler­mo, per complessivi diciotto minuti. Le prime due chiamate partono dalle utenze dell’indagato, le altre due dal centralino del Quirinale. Quando Mancino raggiun­ge telefonicamente Napolitano, è ormai a conoscenza delle sue grane e teme il confronto disposto dai pm palermitani con l’ex Guardasigilli Claudio Martelli («Non vorrei che dal confronto viene fuori che io ho fatto una dichiarazione fasulla e quel­lo ha detto la verità, perché a questo pun­to chi processano? Non lo so», dice al con­sigliere D’Ambrosio). Il confronto si ter­rà regolarmente. Mancino, sempre al te­lefono con il Colle, lamenta anche assenza di coordinamento tra le procure di Paler­mo, Caltanissetta e Firenze, doglianze che, il 4 aprile 2012, il segretario generale del­la Presidenza della Repubblica, gira con una lettera al Procuratore generale della Cassazione. L’iniziativa del Quirinale ha un seguito: il 19 aprile si tiene in Cassa­zione una riunione cui partecipano, tra gli altri, lo stesso Pg Ciani e il Pna Piero Gras­so. E’ proprio Grasso, dopo aver eviden­ziato «la diversità dei vari filoni d’inda­gine» tra Caltanissetta, Firenze e Palermo e «la loro complessità», a far mettere a verbale «di non avere registrato violazioni del protocollo del 28 aprile 2011 tali da poter fondare un intervento di avocazione».
Cos’altro si sono detti, Mancino e Napolitano, non è dato saperlo. I loro dialoghi vanno distrutti, secondo la Corte Costituzionale, perché, pur non contenendo nulla di penalmente rilevante (anche secondo gli stessi inquirenti), hanno comunque generato un conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato e leso le prerogative del Presidente. Da una parte c’era il Quirinale, convinto che tutto sia concesso a un capo dello Stato, e dall’altra una procura, che voleva andare fino in fondo, cercando verità e risposte anche indagando sul conto di Mancino. La decisione arriva presto, ed è la prima dell’anno nuovo: quelle telefonate, scrive il presidente della Consulta, Alfonso Quaranta, vanno distrutte e basta, aggiungendo che non spetta alla procura di Palermo «valutare la rilevanza delle intercettazioni di conversazioni telefoniche del Presidente della Repubblica».
Cita l’articolo 90 della Costituzione: «Il Presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione. In tali casi è messo in stato di accusa dal Parlamento in seduta comune, a maggioranza assoluta dei suoi membri».
Napolitano, dunque, non poteva essere né ascoltato (anche indirettamente) né registrato. Non poteva in alcun modo essere coinvolto in un’inchiesta giudiziaria – anche solo di riflesso, come è avvenuto -, né, tanto meno, velato dal sospetto che in quelle conversazioni ci fosse qualche verità scomoda o indicibile. Per trovare qualcosa del genere – ha ricordato recentemente il giurista Franco Cordero – bisogna scomodare l’articolo 4 dello Statuto Albertino: «La persona del Re è sacra ed inviolabile». «E a proposito d’effetti paradossali – afferma sempre Cordero – cosa avverrebbe se conversando con l’intercettato, P. (il presidente, ndr) parlasse del colpo di Stato al quale lavora?». Omissis, direbbe Mancino.


Paolo Villaggio, il Marx degli impiegati
di Marcello Veneziani
(da “il Giornale”, 25 gennaio 2013)

Paolo Villaggio è stato il Karl Marx degli impiegati e Fantozzi è il suo Lenin. Lo dico ora che ha compiuto ottant’anni ed è uscita in un solo volume la trilogia dedicata a Fantozzi rag. Ugo. Come Marx pose al centro del suo universo il proletariato sottomesso e sfruttato, così Villaggio pose al centro l’impiegato sottoposto e umiliato. Il Ragioniere al posto dell’Operaio.

Ma l’Ottocento di Marx fu il secolo delle fabbriche e del proletariato industriale, invece Fantozzi visse nella seconda metà del Novecento che fu l’epoca del terziario, dei piccoli borghesi e del ceto impiegatizio. Marx sostenne con la teoria del plusvalore che il padrone si arricchiva sulla pelle dell’operaio. Villaggio con la teoria del subvalore di Fantozzi, sostenne che i Manager – il Mega-Direttore – hanno addirittura poltrone in pelle umana.

Ma Villaggio criticò pure il servilismo dei subalterni. E Fantozzi liberò i piccoli borghesi anche dall’egemonia intellettuale con la sua celebre rivolta contro il film sovietico La Corazzata Potemkin, definito eroicamente «una cagata pazzesca». Certo, Villaggio non è un filosofo, non ha scritto le grandi opere di Marx, non ha cambiato il mondo con la sua teoria. Ma non ha sparso lacrime e sangue lungo la strada, solo tragiche risate. Ha saputo ricongiungere Karl Marx ai Fratelli Marx, mostrando il lato grottesco della nostra società. Onore al rag. Fantozzi e alla sua raccapricciante famigliola, al mitico Fracchia e al loro padre Villaggio che a ottant’anni si gode la sua dissennata saggezza.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart