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Mozzi, Giulio

6 Ottobre 2009

Questo è il giardino
sono l’ultimo a scendere e altre storie credibili
Le ripetizioni

Questo è il giardino

Di questo giovane autore che, come Ignazio Silone, non apostrofa mai l’articolo determinativo, lessi Fantasmi e fughe e Fiction, e sono rimasto ammirato dalla intelligenza della sua scrittura. In questo libro, che è il suo primo, uscito nel 1993 per Theoria, tratta situazioni che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni, ma da un punto di vista assolutamente originale.
Lettera accompagnatoria, che è il primo racconto, ci narra di un ladro galantuomo e sensibile che, avendo trovato due lettere nella borsetta della sua cliente, gliele restituisce, ma accompagnandole con una lettera sua, in cui in qualche modo si svela intimamente e svela le astuzie del suo mestiere. Ma non solo. Dall’osservazione di un fenomeno, sia di costume o di altro, Mozzi riesce a trarre riflessioni impensabili come un affabulatore che sia chiamato alla sfida di dire tutto il possibile riguardo ad un soggetto o ad un fenomeno.
E da un’intuizione dialettica passa ad un’altra e così via finché l’argomento non si consuma, scarnificato dal pensiero. È difficile raccontare come avviene il furto, perché nel momento del furto c’è qualcosa come una diversa coscienza che si prende la sua rivincita, ed è come se, quando questa diversa coscienza si ritira, si ritirassero anche i suoi ricordi.
In questo primo racconto si nascondono emozioni delicate che riescono ad imporsi ad una scrittura dalla personalità sicura e prepotente. La storia dell’anima che viene raccontata in una delle lettere restituite o quella del tappeto sono pezzi da antologia, e questo racconto, così bello anche nella conclusione, è davvero straordinario.
Tra i narratori italiani di racconti, uno di quelli che prediligo è il lucchese Vincenzo Pardini, che riesce a spandere nei suoi libri, come scrisse Cesare Garboli, l’odore della terra (Tratta gli animali meglio di London e di Kipling; li tratta da fratello a fratello, senza paternalismo, senza nessuna ombra di superiorità. Li tratta con parole fatte di terra, impastate di terra…eccetera eccetera), ebbene questo racconto, che si muove all’interno di un altro mondo, raggiunge sensibilità di questo livello.
Caratteristica anche degli altri racconti resta questa capacità ed abilità di girarsi tra le mani l’oggetto della sua osservazione, della sua messa a fuoco, per ricavare sempre, dopo un lungo percorso di parole e di pensieri, un monito – più che un insegnamento – per la vita. L’apprendista, che è il secondo racconto, non ha il volo del precedente, ma lo ricalca nello strumento narrativo che prima analizza ampiamente e forse esaustivamente il fenomeno e poi conclude mettendo l’individuo, il singolo, davanti al mistero, alla sorpresa, al condizionamento che sempre sono presenti ed ossessivi nella società.
Dunque: due figure presenti nella società sono state messe nella condizione di esprimere il loro disagio e la loro insicurezza.
Il successivo Per la pubblicazione del mio primo libro colpisce per la sincerità e umiltà di un’esperienza che viene offerta come la rivelazione di un dolore che sta nascosto dietro il fenomeno della pubblicazione di un libro. Per chi ama i libri, il racconto è molto bello: naturalmente anche qui l’operazione che viene eseguita è la medesima, ossia la scarnificazione del soggetto attraverso tutte le possibili combinazioni che lo riguardino. Questo che hai scritto non è solo tuo: è di tutti è una delle frasi chiave insieme con quest’altra: Vederlo stampato fa tutto un altro effetto. È un effetto di definitività, che nella mia vita incompiuta non sono quasi mai riuscito a provare, e quelle poche volte mi è sembrata un’esperienza di una grande perdita. Chi l’avrebbe mai detto che la tanto auspicata pubblicazione del primo libro (e di ogni altro successivo, ovviamente) che appare a tutti noi come un momento di grande felicità, di un dono che si trasferisce a tutti e si rivela, in realtà possa costituire per l’autore un doloroso momento di distacco. In questo bel racconto, che non è altro che il discorso che l’esordiente autore tiene in una libreria davanti al pubblico, intelligenza, verità e sensibilità si fondono meravigliosamente.
Sebbene il racconto L’unghia sia ambientato in una zona sperduta dell’India, le prime pagine che descrivono un vecchio che fuma la pipa seduto in una disadorna e vecchia casa davanti ad un tavolo, rammentano l’esattezza di certi quadri fiamminghi, in cui le rughe del personaggio, il suo sguardo fisso e lontano sono il risultato di una specie di transfert dello spirito presente dentro le cose apparentemente inanimate che gli stanno intorno. Mi viene in mente il pittore olandese Vermeer, ad esempio.
Quell’uomo è nientemeno che Yanez, il noto personaggio di Salgari, il fratello bianco della Tigre. L’unghia della Tigre dirà più avanti. È davvero invecchiato, è senza denti, isolato da tutti. Solo una donna viene durante il giorno ad accudirlo. Parlava solo per dire le cose che servivano.
C’è un cambiamento di stile, che si ricollega proprio a quella minuziosa descrizione della stanza, grazie alla quale abbiamo incontrato in quelle prime pagine Yanez. Vale a dire che vi è qui una misura caparbiamente controllata dell’uso della parola, che manca negli altri racconti. Ci si muove come se s’impugnasse una telecamera per descrivere e penetrare nelle cose allorché diventano azioni, gesti significanti. Perfino frasi come questa non sono casuali e ben si armonizzano con lo spirito del racconto: la donna che assiste Yanez ha tre figli; come ogni anno, quando arriva l’anniversario del suo matrimonio, porta i figli, vestiti come in un giorno di festa, a salutare Yanez. L’autore osserva una cosa ovvia: Anni prima i figli erano stati due, e prima ancora uno solo. Ma è questo obiettivo analitico, di un’indagine che penetra e non si limita a guardare, che rende anche questa frase perfettamente aderente al racconto. Il nome di Yanez ricorre come colpi di martello dati sopra un gong. È un racconto diverso; in un certo senso un racconto più vicino alla tradizione, che non reca con sé le novità presenti negli altri. Yanez qui è l’uomo che porta addosso il fardello del suo mito, e che rinasce solo quando il prete inglese capitato nel villaggio, con la confessione esercita su di lui il suo potere di liberarlo da tutte le vite di troppo, di spogliarlo, di ridurlo alla massima povertà. Ora Può morire. Quando l’unghia di dio vorrà colpirlo. Nella completa spoliazione di sé può ritrovare la pace.
È la volta di Treni ed è grazie a questo racconto che si riesce a mettere a fuoco, dopo il dolore, e l’insicurezza sempre presenti e in agguato intorno a noi, un altro motivo che in realtà già si trova dentro i precedenti e che qui prende una sua consistenza. Una lettera di una sua ex che vive a Roma, spinge Mario, un fattorino di libreria, a salire in treno per farle visita. Il viaggio è un’occasione che l’autore prende a pretesto per svolgere quella sua naturale predisposizione al dettaglio dei sentimenti e dei pensieri. Eppure, in certi giorni, gli sembra che il tavolo, il divano, la trapunta del letto, il tappeto lo vogliano odiare. È in questi giorni che Mario prende il treno e va via. Una fuga dalla solitudine, che fa il vuoto intorno a sé. Non c’è nessun pensiero che lui possa concepire che non stia dentro questo grande vuoto, a tremare di freddo. Il treno ha superato Bologna, forse sarebbe meglio interrompere il viaggio – pensa Mario -, tornare da lei è un errore. Sì, scenderà a Firenze, ma si addormenta e quando si sveglia Firenze è alle spalle. Il treno continua la sua corsa verso Roma. Mario cerca di pensare ma non ci riesce, gli si perdono i pezzi dei pensieri per strada. E subito dopo, a conclusione: Mario odia la sua debolezza, non vorrebbe mai aver nemmeno cominciato quel viaggio, pensa se ce la farà, se non ce la farà, arrivando a Roma, a tornare indietro, ad allontanarsi dalla causa dei suoi mali, dalla ripetizione delle cose sbagliate. Dunque: la solitudine, dalla quale è difficile liberarsi una volta precipitati nel suo gorgo. Non è dolore, non è insicurezza, è qualcosa di più, molto vicino ad una condanna.
Leggete che cosa ricava Mozzi da un’azione apparentemente banale. Nel racconto Vetri, una persona ha cambiato i vetri di una veranda. L’operaio ha fatto una cosa molto semplice, con un martello ha rotto i vecchi per mettere i nuovi. I frammenti sono caduti in giardino, e il nostro personaggio (l’io narrante, in questo caso) che fa? Si mette in testa, quando esce a fumare una sigaretta, di raccoglierli a poco a poco. Studia il metodo migliore perché non gliene sfugga uno e si accorge che fa questa cosa perché facendola raffiguro, in un modo che non saprei descrivere ma che mi dà una sensazione molto forte, un’altra cosa che sto facendo. Sembra un’affermazione quantomeno curiosa e di oscuro significato. Ma eccone il senso, davvero stupefacente e geniale: Ogni pezzetto di vetro mi è caro. Sono contento che questo sia un lavoro di quelli che non possono mai essere finiti, perché, veramente, credo che sarebbe molto triste finirlo, e trovarsi con un’anima che possa stare tutta in una mano. Ho pensato che ogni parte dell’anima è tutta l’anima intera, e che l’anima intera è composta da una quantità infinita di parti, come i frantumi di vetro, la ghiaia, la superficie del muro. Avevate mai pensato a questo, all’anima, nel momento in cui il vostro vetraio dava un colpo di martello al vetro della vostra finestra, riducendolo in mille frantumi?
Tana è il penultimo racconto. L’atmosfera di attesa che si respira e anche lo stile rammentano la storia su Yanez: L’unghia. Ma qui è un angelo che crea il mistero, un angelo che una ragazza incontra in un giorno di pioggia. È bagnato e sfinito, allora lo sorregge e lo porta a casa sua. Lo nasconde subito in camera e poi nel bagno perché nessuno dei familiari lo scopra. Sembra l’angelo che si è imparato a conoscere frequentando il catechismo, ma la sua conformazione non è proprio quella che immaginava. Anche il suo carattere è diverso: sfrontato e senza nessuna riconoscenza. La sua sosta di una notte in quella casa provoca dei mutamenti, delle accelerazioni dei tempi, come se ci si trovasse davanti alle immagini di una pellicola fatta scorrere velocemente.
Poi arriva il momento di andare a dormire, e la ragazza, che si chiama Tana, un’abbreviazione di Gaetana, dirà all’angelo, lo fa accomodare nel letto e quando torna dal bagno lo trova addormentato. È bello con quelle ali che lo avvolgono e Tana si mette a guardarlo e ricorda di una gita fatta coi maschi che, dopo un bagno, si erano messi nudi davanti alle ragazze. Lei si era avvicinata ad uno di loro e gli aveva toccato il sesso; si era accorta che questo ingrossava, poi quando il ragazzo l’aveva afferrata per la nuca per avvicinarla a sé, era fuggita. Ora, davanti all’angelo, le affiorano le medesime curiosità. L’angelo le aveva detto di chiamarsi Roberta, ma la sua complessione a tutto fa pensare fuorché a una donna. Forse si è preso gioco di lei?
Così lo scopre e vede il suo sesso, che non era circondato da peli. Sembrava quello di un bambino, ma era grande. E più avanti: Toccò il sesso con le labbra, un piccolo bacio, come si darebbe un bacio a un neonato che dorme, per baciarlo senza svegliarlo. Il sesso non si svegliò.
Al mattino l’angelo non c’è più. Tania lo ha sognato che se ne andava via volando e sotto il suo passaggio c’erano le case che si scoperchiavano, e dalle case verso il cielo nero della notte c’erano dei raggi di luce dorata, vivissima, che salivano.
Tania aveva desiderato il giorno prima che la pioggia le facesse venire la febbre, in modo da restare a letto una settimana, voglio stare a letto così tanto che poi il letto mi farà schifo per sempre. E quella mattina, insieme con la partenza dell’angelo, accade che il suo desiderio è realizzato: si svegliò con una febbre buona che le avrebbe consentito una settimana di vacanza mentre fuori dappertutto pioveva, ed anche suscitato l’invidia delle compagne di classe.
Si può riassumere che in questo racconto, come pure in Vetri, la solitudine, il dolore, l’insicurezza si sono allontanati per permettere un approdo verso una più marcata spiritualità da scoprire dentro di noi. Per usare un termine coniato forse per la prima volta dall’autore stesso: alla disperanza si sostituisce la speranza.
F. chiude la raccolta. Abbiamo di fronte un magistrato che ha alcune inchieste da portare avanti. Su di lui sono state adottate misure di sicurezza. È chiuso in una stanza e custodito da Arcangelo, capo assoluto di tutti gli angeli custodi, precisa l’autore. Si tratta, ovviamente, degli agenti di scorta a lui assegnati. Per ragioni di sicurezza, incontra la moglie Renna ogni tanto. È costretto a farla abortire per evitare la nascita di un figlio destinato alla sventura e così, questa sua condizione lo porta a rendersi conto che il suo unico sentimento verso lo stato è l’odio.
Ci troviamo di fronte a un autore dalla scrittura lineare, netta, esplicita, che può permettersi di scrivere: aveva pensato tutti questi pensieri, o: Lo sedette sul bordo; camminava lentamente, quasi alla cieca, con l’ombrello inclinato davanti per difendere il viso dall’acqua bruciante; o anche: A me piace guardare questo muro perché è una superficie minuziosamente lavorata, e io la guardo come se fosse stata lavorata intenzionalmente, anche se non penso che sia stata lavorata intenzionalmente da una persona, eccetera eccetera; l’aspetto di uno che si aspetta; o un termine come disperanza (disperanza nel futuro).

sono l’ultimo a scendere e altre storie credibili

D’ora in poi quel lettore che di solito, per spostarsi da un luogo all’altro, utilizza il treno, sappia che non sarà difficile incontrarvi Giulio Mozzi (faccia attenzione, però: ho scoperto da Facebook che c’è anche un omonimo). In ogni caso lui si descrive così: “Sono basso, grasso, avviato alla calvizie, con sei difetti di pronuncia, la dentizione imperfetta…” Non so se le Ferrovie gli abbiano già dato una qualche medaglia; se ancora non lo hanno fatto, beh è il momento di rimediare. Giulio Mozzi non c’è giorno che non si rechi a una qualche stazione sparsa in Italia e attenda il suo treno, che lo porterà chi sa dove. Si dice che non abbia mai preso la patente proprio per non essere tentato di tradire il suo grande amore. Può essere un Eurostar (quello delle 6,54 per Milano è ormai famoso come la pipa di Sherlock Holmes), può essere uno di quei treni scassatelli che viaggiano da un paesucolo all’altro, ma Mozzi li ama tutti allo stesso modo. L’odore della rotaia lo manda in brodo di giuggiole. Quando sale la predellina, ha la sensazione di ascendere in paradiso. Dentro, guarda dappertutto, non c’è minima cosa che gli sfugga: “Dopo un minuto arriva un giovanotto grassoccio in completo grigio, camicia azzurra, cravatta blu, borsa di pelle cospicua e molto usata, due telefonini (uno con auricolare, uno senza)”; sembra abbeverarsi della vita che scorre anche sui treni; poi decide dove sedersi, difficile che si affidi al caso, è il treno piuttosto che gli bisbiglia il punto dove quel giorno la vita racchiusa negli scompartimenti pulsa di più. Parlano tra loro, i due.
A vederlo è l’uomo più serio del mondo. Raro sorprenderlo a sorridere; credo che nemmeno l’amico più caro ci sia mai riuscito. Se ha uno zaino con sé; se sta leggendo un libro (di solito di saggistica) o un dattiloscritto o una rivista letteraria, se gli leggete negli occhi quell’avidità della conoscenza che nessuno tra coloro che la possiedono può mai nascondere, è lui. Se volete un’ulteriore prova, attendete un momento e controllate se si comporta così: “Mi addormento. Mentre dormo ho dei piccoli risvegli improvvisi, di solito nelle stazioni. Mi sveglio e mi riaddormento. Il tempo di capire, sia pure in sogno, che non è quella la mia stazione. Il sonno del viaggiatore è fatto così.” Allora proprio non ci possono essere dubbi. Entrate e sedetevi davanti a lui. Non abbiate paura. In realtà è l’uomo più mite del mondo.
Conosco poche persone, anzi non ne conosco nessuna, che siano più altruiste di lui. Si fa in quattro per darti una mano. Però devi valere qualcosa, e non fare come il pivellino scrittore del racconto “Lasci perdere Piperno!”, che se le cerca, ricevendo una risposta risentita: “lei ritiene di avere il diritto di decidere i tempi della mia esistenza e del mio lavoro?” o come quell’altra signora dal nome curioso di Iodonna che vuole che le pubblichi un suo romanzo e glielo racconta al telefono (“Una storia travolgente, scritta con uno stile spigliato, che diverte e commuove”). Il suo mondo è quello dei libri, la sua passione è la letteratura, la sua malattia è lo scrivere. I suoi libri sono tradotti in molte lingue, perfino in russo e in giapponese. “Questo è il giardino” è del 1993; “La felicità terrena” del 1996; “Il male naturale” del 1998; “Fantasmi e fughe” del 1999; “Fiction” del 2001. Ma l’elenco sarebbe troppo lungo.
Sappi anche questo: per entrare in contatto con lui, devi gioire e soffrire come lui.
Il prossimo anno Giulio Mozzi compirà 50 anni, essendo nato nel 1960. Se ti solletica la curiosità di sapere dove abita, oppure se vuoi conoscere il numero del suo cellulare, non è necessario rivolgerti a me. I suoi dati sono pubblici, li leggi nel suo sito, insieme con i titoli dei libri che ha scritto, tutti segnati dal dono dell’originalità. Vi leggi anche l’indicazione di tutti i suoi movimenti: se lo vuoi, puoi anche sapere dove si trovi il tal giorno o il talaltro. Comunque, se, incontrandolo sul treno, hai ancora qualche incertezza, chiedigli se è nato a Camisano Vicentino. Non ce ne sono due, di Giulio Mozzi, nati lì.
Se poi sei anche fortunato e non lo trovi in vena di mitragliarti con quelle sue domande che ti fanno girare la testa (mi viene in mente il poliziotto del racconto “Incontro” che dice al collega impegnato in una discussione con lui: “Giusé, andiamo. Che questo qui è filosofo.” E nel racconto successivo “Mille euro”: “Giusé. Questo è quello dell’altra sera”), allora hai proprio vinto al lotto, è il Giulio Mozzi che vive a Padova e a Camisano “non ho mai abitato”. Significa che è il giorno della tua buona stella.
Il raccontino “Nunc” ti darà solo una vaga idea della quantità di cartucce che può sparare la sua mitragliatrice. Ne spara anche di calibro diverso, e tutte di prima scelta. Non ci credi? Vai a “Socratico”, ma anche a “Precisamente” (stava leggendo, arriva il controllore; lui si accorge di aver perso il biglietto sul treno, finalmente lo ritrova e dice al controllore che intanto gli aveva sfilato dal libro un vecchio biglietto ferroviario: “Io le ho ritrovato il biglietto. Adesso lei mi deve ritrovare il segno.”) Le sue cartucce sono un assortimento da collezionista. Con un Mozzi così non la puoi spuntare. Un altro consiglio: non mancare di leggere e rileggere il breve (ma che dice tutto di lui) “Una”.
Lo considero uno dei migliori raccontatori italiani, come il mio conterraneo Vincenzo Pardini. Se leggi Mozzi, non puoi annoiarti. Mozzi sfida sempre la tua intelligenza. Non c’è cosa della vita che riesca a sottrarsi alla sua osservazione. In questo lo paragono a Ennio Flaiano. Sornione e arguto come lui. Se, come ti ho suggerito, ora ti trovi seduto davanti a lui, non credere che stia leggendo; ti ha sentito arrivare, ti ha osservato mentre riponevi la tua valigia, e ti sta misurando dal momento in cui ti sei messo in qualche modo a spiarlo. Non gli ci vuole molto. È dotato per queste cose. Sa già a che razza di individuo appartieni. Se conosci i suoi libri, sai anche che tutto ciò non può meravigliarti. Che Mozzi sia di una intelligenza rara e che sia un osservatore puntiglioso è il marchio indiscusso della sua scrittura.
Questa raccolta ne è un ulteriore esempio. Sono brevi racconti che sfilano sotto i nostri occhi come strisce di fumetto di gran classe (chi li ha contati dice che sono 131) scaturiti nel corso dei suoi viaggi per l’Italia in un periodo che va dal 30 maggio 2003 al 6 settembre 2007. È più esatto dire, però, che è una selezione di racconti: infatti, in quegli anni Mozzi ne ha scritti moltissimi pubblicandoli sul suo diario in rete. Il filo conduttore è il suo sorriso sparso a piene mani sulle incongruenze e sulle assurdità della vita. Mozzi non le denigra; le ama; sa che senza di esse saremmo dimezzati, dei manichini e non uomini.
Le storielle di vita quotidiana che vi sono narrate, con l’immediatezza e l’efficacia della struttura dialogica (tante avvengono al telefono. Confesso che nel leggere il libro mi è venuta voglia di fare il numero del suo cellulare per sentirmi rispondere anch’io: “Sono Giulio Mozzi”), si leggono con lo stesso piacere con cui si legge un buon romanzo, direi che addirittura formano un vero e proprio romanzo: quello della vita che ciascuno di noi incontra tutti i giorni e di cui molte volte non si avvede. Mozzi ci apre gli occhi, ci insegna ad osservare e a riflettere. È il lavoro di uno scrittore ironico, ma sapiente fino al punto di metterci a disposizione il suo intelletto ed il suo sguardo come antidoto alla malattia che tutti abbiamo contratto con la modernità. Significative al riguardo le poche parole di un racconto saettante, “Una camera”. È una febbre alta, la nostra, a cui l’autore offre un antipiretico di immediato effetto. Dopo non siamo più gli stessi: siamo guariti. Sono pillole di saggezza, di avvertimento, ma anche di rassicurazione. Non c’è niente che non possa risolversi in una larga e taumaturgica risata. Immaginatevi la faccia di Mozzi, nel racconto “Das ist mein Zimmer”, allorché mostra la chiave al giapponese che sta armeggiando con la serratura della sua camera. Mozzi, che non riesce a farsi capire, apre per dimostrare che quella è la sua camera e che il giapponese si sta sbagliando, ma il giapponese ringrazia, entra e lo chiude fuori. Mozzi se le fa, eccome, le sue belle risatine, e ogni tanto sceglie di giocare al gatto e al topo (anzi, “come il gatto col gatto”) con i suoi interlocutori, qualche volta anche un po’, se non del tutto, psicopatici, come in “Salutare”, “Emiliano”, “Di mattina presto”, “Qualche minuto fa”, “Giovanni”, “Un caffè” (quello datato 8 novembre 2005), per non dire di quel controllore del treno in “Collo”, o di quel turista in “Socratico”, e così altri. Esemplare è il racconto “Suonano” del 5 gennaio 2004, allorquando ad una ennesima intervistatrice si fa passare per handicappato con “una natica di legno.”; “Di palissandro. Sono le migliori. Non ho badato a spese.” Non sono da meno, però, “6,43”; “Uno e l’altro”; “Bocca”, “Antonio” (qui si mette a fare la gallina), “Xuszufuzx”, tutte da sganasciarsi dalle risate. Sono i più colmi di saggezza, i più raffinati addirittura. E quando usufruisce del bagno in prima classe e il controllore gli fa pagare il supplemento? (“Bigliettazione”, da mandare a memoria). Il fax di un avvocato che gli perviene per errore, il quale gli chiede di pagare dei danni; la signorina che al telefono sostiene di aver parlato con sua moglie “Circa un mese fa” (Mozzi non è sposato) e vuol vendergli dell’olio; e allora lui si diverte a fare il pazzo con lei; un’altra signorina che vuole affibbiargli una tomba nel nuovo cimitero del suo paese natale; il signore che bussa alla porta e gli chiede se può andare al gabinetto perché se l’è fatta addosso; la donna grassa che alla stazione di Padova, mentre lui è in attesa del treno, e legge accucciato sui talloni, per poco non gli siede sulla testa; o quando, intervistato da una radio non riesce ad entrare in onda e dopo vari tentativi nel corso dei quali lui strepita di essere collegato e di essere pronto a rispondere, il conduttore, finite le interviste, conclude il programma dicendo: “Questa sera Giulio Mozzi forse aveva altro da fare, o si è addormentato.”; il tassista che ogni volta piscia dentro una grata “a filo col muro” che dà su di una cantina; e così via, valgono nella vita quotidiana, come i dieci Comandamenti nella vita cristiana. Bisognerebbe impararli a memoria, questi raccontini, leggerli ai figli che, dopo aver finito le scuole, si credono di essere i padroni del mondo, di conoscerlo, anzi di conoscere tutto. Quando un controllore lo sorprende a leggere un fumetto giapponese, conclude preoccupato: “Non sarà mica un professore di mio figlio, lei?” Non se la scampano neanche i rapporti di coppia, soprattutto tra giovani, come in “Due”; “Treno, telefono”. Ci sono anche storie tristi, come in “Pancia”, “No”, “Dice che i ritardati mentali” (è il racconto che Mozzi preferisce), “Una felicità terrena”, “Saluto”, ed altre. Le storie tristi formano un gruppo compatto (pur non essendo vicine le une alle altre) con il quale il mondo mostra il suo volto malinconico, struggente: “Mi mancherai, amico mio. Mi sei sempre stato misterioso. Spero di esserti stato utile: tu dicevi che ti ero utile. Che la persona divina ti accolga.” Se si ride qualche volta della vita, dobbiamo anche pensare che essa è, comunque, immersa nel dolore. Sono racconti che fanno da cornice obbligata, rammemorano, ci invitano all’amore verso tutti: “tutti veniamo condotti fino a un orlo e poi si casca giù e dopo l’orlo tutta la vita è questo continuo cadere”. “Paola” è una ragazza che si fece scrivere la dedica su “La felicità terrena”, gli aveva confidato che per lei il suo contenuto significava molto; poi questo libro è finito in un remainder’s. Come mai, si domanda Mozzi, se ci teneva così tanto. Chiede al libraio: è il marito che gli ha venduto tutti i libri della moglie, perché lei è morta: “Ho comperato il libro.” conclude l’autore.
Le stazioni che incontriamo nel nostro viaggio in compagnia di Mozzi sono Padova, Reggio Emilia, Bologna, Pordenone, Mestre, Milano, Vercelli, Trieste, San Benedetto del Tronto, Napoli, Sermide in provincia di Mantova, Carpi, Vicenza, Firenze, San Giovanni Rotondo, Torino, Conegliano, Ferrara. Ma è Padova il cuore delle città, qualche strada, qualche scalinata, qualche piazza entrano dentro di noi: “A cinquanta metri dal Pedrocchi, in piazza Cavour, c’è effettivamente una casa di formaggi e salumi. Un lungo banco a L con alimenti vari, possibilità di assaggio, esposizione di vecchi attrezzi agricoli, e sonorizzazione delirante con suoni di bosco, campi e stalla. Cinguettii e muggiti.”; “Sono a Padova, in piazza Cavour, seduto su una panchina di pietra. Guardo la giostra con i cavallini, i bambini sulla giostra, i genitori attorno alla giostra. Guardo la gente che passa.” (Se qualcuno dovesse un giorno fare un ritratto a Giulio, sarebbe bello che si ispirasse a questa immagine).
Nel racconto “Ultimo”, troviamo la frase che dà il titolo alla raccolta.
Da questo libro sappiamo anche che cosa, di solito, Mozzi ordina al bar per colazione: “Un caffè macchiato, un cornetto semplice e una bottiglietta d’acqua da mezzo non gasata e non fredda.” Mentre io, le rare volte che faccio colazione al bar, mi prendo un cappuccino e due sfogliatelle ripiene di crema o di marmellata. In fatto di gola, son sicuro, lo batto. Non altrettanto a scrivere, però.
Nel mio immaginario (eppure quanti battibecchi ho avuto con lui! E chi sa che non mi abbia preso in giro alla maniera di questi suoi racconti, ed io, tonto, ci sono sempre caduto!), Giulio Mozzi è già una leggenda. Ha perfino letto “Il lattaio” di Peter Bichsel (Mondadori, 1967, L. 800, prefazione di Giorgio Zampa; traduzione di Bianca Cetti Marinoni). Ci sono tutti i presupposti perché lo diventi, e questo libro sarà presto un cult.
Dimenticavo. Dimenticavo di dirvi che, salvo uno, tutti i racconti sono di pura invenzione. Li firma Giulio Mozzi (“personaggio mio omonimo”, scrive) e sono la voce della sua vita, ma anche della nostra.

Le ripetizioni

“Mi siedo e scrivo”

Con il 14 gennaio scorso mi sono incamminato verso un’altra meta, quella del compimento degli 80 anni, una bella età che può far dire a chi la raggiunga che qualcosa della vita probabilmente ha imparato e si porta sulle spalle un bagaglio di esperienze invidiabile. Così è per me, che spesso rivado col pensiero a ricercare i miei anni trascorsi. Mi vedo più giovane e ricco di entusiasmo, e mi domando chi io sia oggi e che cosa hanno prodotto in me tutti questi anni. Si dice che ogni istante vissuto lasci nell’anima un proprio seme, e tutti questi semi messi insieme contribuiscano e hanno contribuito a creare l’uomo che sono.
In questo mio già lungo viaggio mi sono domandato anche, e spesso, quando giunga l’ora definitiva che ponga termine alla mia impresa. Poiché il tempo avvenire potrebbe trovarmi ormai inadeguato, insufficiente, le poche energie già indirizzate verso un altrove da reimpostare e ricominciare. O verso il nulla, quell’eterna silenziosa quiete che comporta la smemorizzazione assoluta e perenne di ciò che siamo stati.
Ho fatto in tempo, però e vivaddio, a leggere l’atteso, attesissimo romanzo promesso tanti anni fa da Giulio Mozzi, uno dei migliori narratori di racconti, insieme con il lucchese Vincenzo Pardini, della letteratura italiana del tempo tra XX e XXI secolo.
Mozzi è da quando scrivevo sulla sua bella rivista Vibrisse che annunciava il suo romanzo. Ci stava lavorando, e tutti noi di vibrisse ad attenderlo, incoraggiandolo a fare presto. Ma Giulio è un meticoloso. Tutto ciò che esce dalla sua penna deve rasentare la perfezione. C’è un suo libro che è perfetto, e che ancora oggi, a ricordarne il contenuto, mi entusiasma: “sono l’ultimo a scendere e altre storie credibili”; eppure la critica, spesso disattenta e impigrita, lo ha lasciato passare invano.
Lo si cerchi dove si vuole Mozzi, nella sua vasta produzione tra volumi di racconti e quelli dedicati alla manualistica della scrittura. In tutti ne trovate qualche goccia, qualche spunto che vi tratteggia una piccola parte di lui, ma il Mozzi intero, il Mozzi completo e autentico è tutto in quei racconti ineguagliabili che compongono “sono l’ultimo a scendere e altre storie credibili”. Ci sono la sua arguzia, il suo gusto per l’ironia, la sua quieta meraviglia, il suo piacere di stare al mondo, di sbirciarlo e di penetrarlo, la sua voglia di scherzarci su per sorridere della vita, che è un dono da non sprecare.
Ma si stava tutti in attesa del suo misterioso romanzo. Ed ecco che alla fine del 2020 ce ne dà l’annuncio. L’opera è compiuta.
Quando poi ho saputo che la sua uscita è stata programmata per il giorno del mio 79mo compleanno, il 14 gennaio 2021, ho trovato che la lunga attesa era finita, e nel modo migliore, poiché dava una risposta anche alla mia domanda: ossia quando, anche per me, l’opera sarebbe stata completa, sarebbe giunta alla fine; quando, insomma, avrei dovuto smettere di ficcare il naso nei romanzi, e dunque nelle personalità altrui, per dedicarmi a ricomporre e congiungere il mio passato con il mio presente e predispormi all’altrove o al nulla.
Lo sento, questo sarà il mio nuovo obiettivo.
Chiudere una fase della mia scrittura con il primo romanzo di Giulio Mozzi e il fatto che esso esca proprio il giorno del mio compleanno, hanno dunque un significato speciale per me. Una chiusura e una contemporanea apertura verso un’avventura nuova e diversa. Verso dove? Verso che cosa? Dovrò scoprirlo da me, e da solo, in un percorso che dovrà scrupolosamente essere intimo e segreto. Solitario: affinché movimenti, profumi, sussurri, segni, colori e arcobaleni possano venirmi incontro e parlarmi della verità di questa esistenza miracolosa che non ci sazia mai.
Ma veniamo al romanzo di Mozzi.
Già il titolo suscita curiosità. Le ripetizioni di che cosa? Forse in qualche modo vi si nasconde una concezione dell’esistenza che, attraverso il suo ripetersi, si incammina e si rigenera nella perfezione?
Nella lunga presentazione fatta sulla sua rivista Vibrisse, ad un certo punto scrive: “Qui devo confessare. Non ho mai sentito la vocazione dello scrittore. Ne ho visti, e ben conosciuti, di scrittori con la vocazione. Quella è una roba seria. Per me lo scrivere è piuttosto qualcosa che mi è capitato, e il pubblicare idem. Inventare e progettare libri, possibilmente altrui, mi piace molto; ma non mi sono mai sentito, avendo fatto un libro o dei libri, in dovere di farne degli altri. Autori unius libri, di un libro solo, ce n’è: e quelli tra loro che hanno provato a dilungarsi, solitamente hanno sbagliato. Non c’è niente di male a fermarsi. Non c’è nemmeno da rammaricarsene. Esagerare, tirare in lungo, è peggio.” (“Cronaca di un romanzo/3”)
C’è da crederci? Ne dubito. Nei racconti sicuramente è un maestro, un punto di riferimento.
In “Cronaca di un romanzo/4” scrive: “Mi pare di averlo scritto più volte, lungo questa cronaca, ‘mi sono seduto e ho scritto’; il fatto è che funziona proprio così. Quando la ‘cosa’ si forma nella mia testa, e direi in tutto il mio corpo, arriva il momento in cui semplicemente mi siedo e scrivo.”.
Il romanzo, è vero, essendo per lui il primo, e con una tale lunga, e forse perfino sofferta genesi, può apparire un’incognita, ma l’autore è troppo intelligente perché non ci si attenda da lui in ogni caso una sfida.
Vediamolo insieme.
Già la sua intelaiatura complessa ci dice che ci immergeremo in un labirinto dal quale uscirà qualcosa che ancora non sappiamo, ma che avrà a che fare con la vita e i suoi misteri, i suoi giochi, i suoi trabocchetti, l’amaro che ci offre dietro ogni sorriso. Scrivere per scoprire, scrivere per rispondere, scrivere per essere, scrivere per vivere.
Si capisce subito che Mario, il protagonista (in molti dati biografici lo stesso autore), è una personalità complessa, che misura ogni azione, anche minima, che si domanda il perché di ciò che accade e soprattutto di ciò che fa. Il periodare all’inizio è lungo, e incatena tra loro le riflessioni. Non è un romanzo tradizionale, con un inizio e una fine; il suo percorso è più verticale che orizzontale. Muove dall’interno per salire, formarsi e oggettivarsi come cosa o pensiero definito.
Il passato, ogni volta che viene rievocato, ha la leggerezza di un’ombra (la morte?) che vi si adagia sopra per spegnerlo a vantaggio di un presente che lo ingloba e lo rimanda, a sua volta divenuto passato, ad ogni nuovo presente.
Mario è un’antenna sensitiva, un raccoglitore di onde invisibili, che si trasformano in accadimenti propulsori della singola e di tutte le esistenze.
L’autore ne fa un uomo vitruviano, al modo di Leonardo.

Non lo si scambi, questo libro, per un romanzo di formazione. La sua maturità è implicita e compiuta. Siamo di fronte ad un uomo che sa della complessità della natura e della specie e cerca di sopravanzare e superare gli enigmi ancora irrisolti avvalendosi di una captazione speciale di cui è dotato.
I capitoli sono temi, ogni volta sviluppati e rimandati ove non conclusi. Vi si trovano non personaggi, ma riflessioni e idee. Vi lavora la mente, vi ha il suo nido. Le parole vi si aggrovigliano, come serpi. La vita non si esprime più nella materia ma nello spirito. La materia vi si scioglie. È il filo rosso del composito romanzo. La linea retta non c’è, ma segmenti che tendono ad unirsi e a prenderne la forma e la direzione.
Qui trovate un esempio, tra i tanti, di un modo di periodare di Mozzi, lungo, come la riflessione che nasconde: “I ragazzi che guardano le ragazze stanno quasi tutti più indietro, dietro le panchine da bambini, in piedi, appoggiati alle biciclette e ai motorini, fumando, ogni tanto chiamandosi per dirsi: guarda quella; ridendo forte e dicendosi a mezza voce cose oscene, ogni tanto però alzando la voce fino quasi a gridare: che nella pista non si sentono nemmeno, ma le ragazze non hanno bisogno di sentirli per continuare a ballare, ballano per i loro ragazzi, per sentirsi ammirate e desiderate almeno quanto loro stesse li ammirano e li desiderano per le loro bocche grandi, i loro motorini rumorosi e veloci, le loro mani pesanti che per cinque giorni alla settimana manovrano muletti, aggiustano automobili, impastano il pane, e il sabato sera si nascondono nelle tasche, o si aggrappano alle sigarette, timide e voraci – quelle mani che forse più tardi, pensa Mario, la musica finita e le luci spente, nel segreto della prima notte tiepida dell’anno, tenteranno qualche carezza goffa e tenerissima, violenta di una violenza trattenuta a stento -, quelle bocche che forse, più tardi, nell’angolo del campo sportivo più distante dai tavoli dove gli adulti bevono e gridano ancora, come gente che non vuole morire, diranno delle parole quasi d’amore belle e false come quelle delle telenovele, e cercheranno le bocche loro, delle ragazze, e le baceranno finalmente in silenzio.”. Più spesso, però, avremo un periodare secco, ficcante e in movimento, direi meglio: ‘in corsa’, una corsa frenetica che inghiotte ogni particella dell’aria, e questa variazione a seconda del tema mostra una ecletticità che fa pensare anche a tempi diversi di composizione, e ad ispirazioni anche non contigue. A volte (“La storia delle fototessere, 3”) ci pare di leggere un raffinato esercizio di scrittura, tale da provocare uno stordimento e una sfida, così che ci sfiora la sensazione di trovarci di fronte ad una specie di zibaldone ad incastri (tipico l’incastro della storia del generale Luigi Cadorna, quello della disfatta di Caporetto), dal quale deve spuntare qualcosa che ci riguarda. Che cosa? Il consolidamento, la materializzazione e la comparsa di uno spirito che vive in noi e intorno a noi e ci accompagna ed anche ci guida, ci fa conoscere, ci svela? Che cosa rappresenta, ad esempio, la ricerca di una sua foto scattatagli tanti anni fa, quando era un ragazzino di 14 anni? E la ricerca continua di tante altre foto?
Leggeremo più avanti: “Mario è abbastanza convinto che quel che è stato è stato, e amen, però l’idea di trovare un senso alla propria esistenza lo appassiona, gli sembra bella, pensa che se trovasse un senso alla propria esistenza la propria esistenza potrebbe essere felice.”.
Intanto sappiamo che Mario (“anche lui viaggia spesso in treno”, come l’autore), è anche questo: “A destra del palco, nell’angolo meno illuminato della pista, Mario vede un ragazzo che balla da solo, anzi balla in un modo tale che sembra balli da solo, anche se le ragazze stanno a due passi da lui; il ragazzo balla a modo suo, con dei passi che non sono passi da ballo, balla come ballerebbe uno che per paura non abbia mai ballato in vita sua e che abbia deciso, pur conservando intatta la sua paura, di buttarsi nella pista a ballare; balla con le braccia rigide lungo il corpo, le mani tese all’infuori, la schiena e il collo dritti, gli occhi quasi sempre chiusi; oppure alza le braccia e unisce le mani dietro la nuca, buttando la testa all’indietro, come uno che dorma e mentre dorme sogna di ballare, e se aprisse gli occhi si accorgerebbe che sta ballando veramente; e fa tutto questo, il ragazzo, camminando lentamente all’indietro e in circolo, come uno che si muove senza voler sapere dove va, un esploratore del mistero, un viaggiatore che potrebbe attraversare il mondo incontrando solo le immagini di sé stesso riflesse all’interno delle palpebre, un giovane uomo che non può essere amato da nessuna e non può essere ferito da nessuno, eppure, e questo si percepisce guardandolo ruotare offrendo sempre le spalle indifese, eppure disponibile a tutto, indistruttibile. Quello sono io, pensa Mario: e in effetti è lui.”.
Mozzi ci offre sensazioni surreali con la leggerezza di un Salvador Dalì.
Addirittura il Franco Vaccari che conserva la sua fotografia di quattordicenne, ci sembra un personaggio fiabesco, quasi il Mangiafoco di Pinocchio: “Ogni tanto mi fermo a pensare quante persone, tra quelle che stanno dentro queste scatole, saranno già morte.”.
Scrivere per Mozzi è anche un gioco, lo si vede dalla costruzione di alcune frasi: “Se non me lo domanda, lo so. Se me lo domanda, e cerco di dirlo, non lo so.” (d’impronta agostiniana, “Le Confessioni”, Libro XI, 14.17: “Cos’è dunque il tempo? Se nessuno m’interroga, lo so; se volessi spiegarlo a chi m’interroga, non lo so.”); “Nella quarta fotografia l’espressione cambia poco, mostra solo un po’ di sorpresa, la testa non è al centro ma spostata a destra, alla destra di Mario fotografato, a sinistra di Mario che guarda la fotografia, lo sguardo sembra sul punto di orientarsi non più verso il basso ma verso sinistra, la sinistra di Mario fotografato, la destra di Mario che guarda: e da questa sinistra, di un Mario, o destra, dell’altro Mario, un viso di ragazzina, probabilmente coetanea del Mario fotografato, è entrato nell’inquadratura, quindi nella cabina, ha appoggiato la tempia destra, la sinistra per Mario che guarda, alla tempia sinistra del Mario fotografato, la destra per Mario che guarda, porta lo sguardo – divertito, con dentro il divertimento di chi fa una cosa blandamente proibita, una sorpresa, uno scherzo, una marachella, una disubbidienza senza senso di colpa – direttamente dentro l’obbiettivo della macchina fotografica, come avendone intuita non solo la presenza ma anche l’esatta posizione.”.
Una sessualità morbosa, a volte quieta e idilliaca (con Viola), a volte violenta (quella tra Santiago e il professore, o la scena sadomaso raccontata dalla lettrice di “Cosmopolitan”) ricorda quella dello scrittore lucchese Vincenzo Pardini. Santiago sarà una figura inquietante nel romanzo, una specie di ombra incombente e divoratrice. È l’incarnazione di una spiritualità cinica e fortemente corrotta in grado di assorbire tutto come un buco nero nell’universo. L’essere o il non essere, insomma. Troveremo, a proposito di un quadro dipinto da Gas (“La storia del Gas, 4”): “C’è tutto un fondo nero, di un nero che non è più nero-nero, ma con dei riflessi o delle trasparenze bluastre, di un blu molto cupo; in sostanza è diventato ancora più buio, quel fondo, più imperscrutabile, non è più un nero-piatto, è diventato un buio d’abisso, un vuoto tutto pieno nel quale lo sguardo sprofonda, sprofonda, senza mai vedere una fine, misterioso a perdita d’occhio.”.
Il sesso vi ha la parte di una luce e di un lampo che fermentano e s’impadroniscono del sentimento: “Lo dice a Viola: vorrei sciogliermi tutto, entrare tutto dentro di te, non con la violenza ma come un liquido denso e benigno, una specie di crema.”.
Questo romanzo ha un percorso a enigmi, ad ogni stazione si deve dare una risposta e la risposta non si trova e si va avanti con la lenta figurazione di un io problematico e incompleto, e, in sovrappiù, con la minaccia implicita di non riuscire a comporlo.
Gioco e dramma vi si intrecciano, nascosti dietro un sorriso beffardo, ma innocente, che attraversa anche taluni libri di cui cita i titoli e gli autori, quali veicoli del mistero che si sta provando a connotare.
Lettere e oggetti minuti sparsi nei libri e libri stessi si compattano per formare altro, per nascondere un contenuto e farne emergere uno differente che lo sovrasta.

La mente dell’autore si denuda nella costruzione di un qualcosa che non ha fondamenta eppure è titanico.
Si può trovare qui una chiave: “Decide che Viola sta giocando un suo gioco perché c’è qualcosa di cui vorrebbe parlargli, ma non ha il coraggio, e quel gioco le serve per riuscire in qualche modo, sia pure contortamente, e forse per mezzo di parole altrui, a parlargli.”.
In certe minute descrizioni si avverte la ferocia di una sadica ossessione che violenta ogni alternativa. Come qui (si precisa che Gas – un soprannome – è un pittore, suo amico): “Il miniappartamento del Gas è composto di due stanze e un bagno. Una stanza è la cucina-studio, cioè una stanza con l’angolo cottura e una finestra che dà sulla via, contro la quale è appoggiato un tavolo (due cavalletti, una tavola di compensato spessa un centimetro e mezzo). Questa stanza è adibita dal Gas a stanza per fare tutto, ossia per: dipingere, conversare con gli amici, cucinare, studiare, e qualsiasi altra cosa. L’altra stanza contiene due posti per dormire, cioè due materassi appoggiati in terra, e una quantità di tele e tavole dipinte e non dipinte, qualcuna appesa, la maggior parte semplicemente appoggiata contro il muro; una portafinestra dà su un cortiletto di due metri per due metri e mezzo, circondato da un muro altissimo, un cortiletto cieco, dove talvolta d’estate il Gas mette i quadri ad asciugare. Dalla stanza con i posti per dormire si va al bagno, che è lungo e stretto, un cunicolo. Anche tra la cucina-studio e la stanza per dormire c’è un corridoio stranamente lungo, forse quattro metri, e stretto, non ci si passa in due, e in salita: in salita dalla cucina-studio alla stanza per dormire. Sul tavolo della cucina-studio ci sono carte, disegni, posacenere – tre o quattro -, scatole di toscani, lamette, libri, blocchi e quaderni di carta per schizzi, e altre cose. Il tavolo, per chi entra, è a destra; a sinistra ci sono il lavello, il piano cottura, una dispensina e il frigorifero; di fronte alla porta d’ingresso c’è una libreria di legno chiaro piena di libri d’arte, di poesia e di matematica, i cui scaffali superiori sono a vista, quelli inferiori sono chiusi da antine vetrate. In mezzo, o dove vengono spostate volta per volta, talvolta messe una sopra all’altra, le tre sedie. Appesa al muro, nell’angolo tra la porta d’ingresso e la finestra, c’è una fodera di cuoio con dentro un coltello dalla lama seghettata lunga una spanna. Attaccate alla porta con il nastro adesivo ci sono – da sempre, o almeno da quando Mario conosce il Gas – due fotocopie in bianco e nero: una fotocopia di una riproduzione della ‘Cattura di Cristo’ di Caravaggio – Mario non è mai riuscito a farsi dire con chiarezza se si tratti di quella conservata a Dublino o di quella, pressoché identica, conservata a Odessa – e una fotocopia di una riproduzione di una delle ‘Annunziate’ di Antonello da Messina – quella più celebre, con la mano sinistra che trattiene il velo e la destra aperta, volta in basso, come in gesto che chieda quiete e silenzio. Di solito, per dipingere, il Gas socchiude due antine della parte bassa della libreria e le usa come supporto per la tela o per la tavola, che appoggia alla parte alta della libreria stessa. Ma in queste settimane il Gas sta facendo esperimenti con il dripping, come lo chiama lui, cioè con lo sgocciolamento del colore, e quindi lavora più che altro sul pavimento.”.
Come significativa, quasi maniacale, è la data del 17 giugno (quella in cui sono nati tanto Mozzi quanto Mario, che molto lo rappresenta, in questo romanzo che ha puntigliose valenze biografiche); la incontriamo più volte quale punto di origine e fermentazione di un avvenimento. È ancora un 17 giugno quello in cui Mario “è a bordo di un treno che da Padova va a Roma”. Padova è la città dove vive l’autore. Il singolo numero 17 è anch’esso ricorrente, e allo stesso modo maniacale; ad esempio 17 febbraio 1991, 17 ottobre 1998, 17 dicembre 1928.
In realtà, un filo sadico-maniacale attraversa tutto il libro. Si pensi al capitolo “La storia di Viola, 6”, in cui Viola, senza opporre resistenza, si fa mettere una fascia agli occhi e si lascia condurre in auto in una casa dove attende, distesa “a quattro zampe sul pavimento sporco”, che due uomini le facciano qualcosa.
Troveremo ancora: “Non si masturbava mai pensando a una persona precisa, aveva invece delle immaginazioni che lo spaventavano. Per esempio, immaginava il corpo di una donna legata a un palo, avvolta dalle fiamme, che bruciava. Oppure immaginava di essere legato, con un laccio al collo, accovacciato con la pancia a terra e che qualcosa gli venisse infilato a forza nel culo, dolorosamente.”.
E anche: “Quando Lucia gli appare nel sonno, il desiderio più grande di Mario è: evitare che all’immagine di Lucia si sovrappongano, si mescolino immagini di violenza. Non ha un desiderio preciso verso Lucia, non sa se ha un desiderio, desidera solo che tra le sue immaginazioni di violenza e Lucia non ci sia contatto.”.
Quasi un Dottor Jekyll.
Emana, infatti, anche una sensazione di doppiezza, di schizofrenia, in cui la parte buona si sforza di non lasciarsi dominare dalla parte cattiva.
E anche una sensazione di onirismo. La sequenza di alcune storie, contrassegnata da numeri progressivi, sa anche di onirismo, non solo perché il protagonista fa riferimento spesso ai sogni, ma perché la stessa scrittura accompagna una tale sensazione: “Mario non ricorda i sogni. Quando si sveglia, al mattino, spesso presto – non ha bisogno della sveglia -, gli sembra di avere la testa piena di cose sognate; ma nel giro di qualche secondo, nel tempo di fare i pochi passi dal letto al bagno, dimentica tutto. Sa di aver sognato, ma non è capace di ricordare nulla.”. È un’atmosfera rarefatta, sonnambula.

L’io si gonfia in una moltiplicazione che non dà risposte, ma esige interpretazioni impossibili: “Sogna ancora di sé stesso, ancora triplicato. Sta in fila indiana, questa volta: sé stesso, sé stesso, sé stesso. Vede, allora, che ci sono piccole differenze tra un sé stesso e l’altro. Ma allora non mi so, pensa nel sogno. Allora vede che i sé stesso sono quattro: il primo della fila, però, è una specie di telaio; una cosa fatta di filo di ferro; come certi porta-abiti che ha visti nelle sartorie, o nei quadri di de Chirico; sembra una bolla, una rete che ha la sua forma e sulla quale può essere tesa, eventualmente, la pelle.”.
Il lettore si accorgerà che quello del sogno è uno stilema ricorrente teso a spargere dubbi e dilemmi, a trasformare la realtà in dubbio e, meglio ancora in una evanescente ipotesi: “Quando Viola, avvolta nell’asciugamano, entra nella camera da letto piccola Mario si alza e la abbraccia. Sente l’odore del sapone, l’odore della pelle. Le scioglie l’asciugamano lasciandolo cadere. Appoggia il suo corpo sul corpo di Viola, la fronte sulla fronte di Viola. In quel momento ricorda tutti i sogni della propria vita, tutti insieme, ed è felice. Viola, ridiventata uccello, rizza il ciuffo e vola via per la finestra aperta.” Ma troveremo anche: “Il sogno sarà come una doppia vista che ci farà vedere l’interno delle cose al di là della bruttezza con la quale gli uomini così spesso ricoprono sé stessi e le cose del mondo. Sarà tutto bellissimo, e non sarà niente di speciale: solo essere vivi e liberi, amanti. Ti offro l’amore che sono in grado di fabbricare con le mie mani.”.
Tante sono le volte che Mozzi ambienta i suoi racconti sul treno, che esso ha finito per diventare una metafora della vita, talché ne ha fatto un libro apposito, di cui ho già parlato, lodandolo per la sua bellezza e la sua ironia: “sono l’ultimo a scendere e altre storie credibili”. Pure in questo romanzo incontriamo storie ambientate su di un treno in movimento, transeunte, traghettatore tra passato e presente.
In treno legge sempre. Se in strada possiamo trovarlo sprovvisto di libri, in treno no. Ne ha sempre uno nel suo zaino, lo estrae, lo apre e lo legge, incurante di ciò che gira intorno a lui, immerso invece, e rapidamente, nella storia. Il culto per il libro è manifestato con piacere e con orgoglio, il libro è come la fonte di ulteriore ossigeno che aiuta a vivere, ci sprona, ci rende meno vigliacchi e più aperti alle sfide.
Il lettore ne viene contagiato. Mario preferisce i romanzi lunghi con una copertina morbida, tale che si possano arrotolare per metterseli in tasca, e simpatizza per quelli scritti in prima persona: “Mario trova più interessante leggere un romanzo nel quale sembra che ci sia una persona che si alza in piedi a raccontare una storia, piuttosto che uno nel quale gli avvenimenti sembrano accadere perché un deus-ex-machina, o la giustizia divina, o il gran libro che c’è lassù e in cui è già tutto scritto, eccetera, li ha voluti così, e amen.”.
Gli piace leggere anche libri di poesie, di poesie brevi soprattutto e scritte da poeti minori: “A Mario piace leggere i poeti cosiddetti minori delle varie epoche perché lo interessa affiancare, alla lettura dei poeti veramente grandi, la lettura di quei poeti minori che attorno ai maggiori fanno, per così dire, da contorno e da paesaggio.”.
Mario, nel corso di una lunga riflessione, pensa: “Se mai vorrò diventare un poeta o uno scrittore, vorrò essere un poeta o uno scrittore minore e cult.”. È in questo capitolo, intitolato “La storia dei viaggi in treno, 2” (uno dei più intensi e complessi), che il lettore potrà gustare pagine divertenti sulle figure dei poeti maggiori, come Petrarca e Dante.
Lo si è già scritto: il romanzo non ha una storia lineare e il racconto spesso devia verso digressioni di pensiero che hanno a che fare con le ragioni quando dell’esistenza quando dell’arte. L’autore ha sempre pronti i suoi strumenti diagnostici finalizzati a sciogliere incertezze e complicanze, e accetta la sfida, anche se a priori sa di affrontare un terreno malfermo e scivoloso, dove nemmeno gli specialisti del corpo e della mente sono riusciti a muoversi con adeguatezza. Il lettore ne troverà di frequente, e sono come delle pause nelle quali, anziché dare ristoro alla mente, egli affronta una incognita e vi deve tenere testa.

È un romanzo tutto speciale, questo; sembra un esperimento o anche un prototipo che attende delle proliferazioni, però non facili, poiché è difficile essere Mozzi. Significativa questa frase: “La mia vita non è del tutto mia, è la porzione di una vita interminabile che attraversa le generazioni passate e attraverserà le generazioni future.”. Mi viene in mente, a parte che si tratta di un’opera a nove volumi, il “Tristram Shandy” di Laurence Sterne (1713- 1768), che nessuno può imitare all’infuori dello stesso Sterne, ovviamente redivivo.
A questo proposito, ecco un esempio, tra i tanti, della specialità di Mozzi: “Basta una sola vera poesia per fare un vero poeta, basta una felicità per fare un uomo felice, il poeta che una volta ha scritto una vera poesia inseguirà la poesia per tutta la vita, Mario che ha sperimentato la felicità crede che inseguirà la felicità per tutta la vita: e che non sarà infelice, non sarà più capace di essere infelice.”. Un altro esempio notevole ce lo offre il capitolo “La storia di Viola, 7” con una sequenza di scene simili tra loro, che si ripetono come in un disco che si è inceppato, e che offrono reminiscenze di scene descritte in altri capitoli. Mozzi gioca anche un po’ con il lettore, ne trae piacere, risarcimento e gratitudine.
Un’altra sensazione che la lettura ispira è quella di un Mozzi allo specchio; un Mozzi che guarda le sue fattezze materiali (non a caso troveremo citato il “Dorian Gray” di Oscar Wilde), e in esse cerca quelle invisibili e spirituali. Allo specchio ci passa delle ore. Crede di aver trovato, poi resta deluso e di nuovo si guarda, di nuovo resta deluso, e così via. Le pagine sono gli sguardi in quello specchio (significativo il capitolo “La storia del corpo”). Ci sono riflessioni, ragionamenti, che paiono bisticci, come se quegli occhi non riuscissero a fissarsi su di un punto e non sapessero riconoscere il centro focale. Bisticci e baluginamenti che si trascinano dietro la mente del lettore che ne segue l’altalenante percorso dei sì e dei no, delle risposte trovate e non trovate. Si può dire anche così: il protagonista cerca l’ago nel pagliaio, lo trova, ma si punge, ricavandone dolore. Una ricerca, la sua, che sembra svolgersi sotto le forche caudine dell’essere o non essere scespiriano: “Ero in una posizione strana: è straordinario come metta a disagio lavarsi in una stanza da bagno con la quale non si ha confidenza. Mentre sputavo l’acqua ho avuta la sensazione che ci fosse qualcuno dietro di me. Ho alzato gli occhi e mi è sembrato di vedere nello specchio un movimento grigioargenteo, lucente, che si ritirava dietro le mie spalle. Mi sono voltato di scatto, e non ho visto nessuno.”.
Per avere un’idea della ecletticità di Mozzi, basti confrontare tra loro qualche capitolo. Abbiamo già detto che all’inizio, s’incontra un periodare lungo, che poi sparisce e si fa vivo saltuariamente, ma non basta; s’incontrano anche atmosfere diverse quasi estranee l’una all’altra. Si vedano i due capitoli, quello che ci parla del romanzo e della poesia (“La storia dei viaggi in treno, 2”) e quello del pedinamento del Terrorista Internazionale (“La storia del Terrorista Internazionale, 1”, con doppio titolo: “La storia del Gas, 2”). Ponderosità e leggerezza si alternano (si veda la scorrevole scrittura nel capitolo “La storia del Capufficio”), rendono il protagonista Mario un essere tanto mai complesso che le venature della sua mente emergono a disegnare una sfinge. Siamo sempre nel bagno di cui alla precedente citazione: “Oggi so che il centro della mia anima sta nella schiena, tra le scapole, appena sotto. È il punto della schiena dove non posso arrivare con le mani. Ho la sensazione però che quel punto della schiena non sia il luogo naturale dell’anima: mi sembra quasi un rifugio, un luogo che l’anima abbia scelto perché il suo luogo naturale le è stato sottratto. Allora mi sono domandato quale sia il luogo naturale dell’anima e mi è venuta una paura improvvisa: che io avessi intravista l’anima, in bagno, proprio mentre stava facendo un tentativo di andarsene, di liberarsi da un corpo diventato intollerabile per lei.”.
Ci troviamo di fronte, davvero, a un prototipo di romanzo? Credo di sì. Mozzi è troppo intelligente e navigato nel mondo delle lettere, da non sapere che da queste pagine egli vuole estrarre tutto se stesso, anche ciò che vi è scritto con l’inchiostro simpatico. Per il lettore non è facile seguirlo in tutti i passaggi, talché viene da dire che, contrariamente a quanto avviene di norma, il vero recensore di questo romanzo non può essere che Mozzi stesso.
Così che le stesse donne, Lucia (“è come una traccia lasciata su di me, sul mio corpo”), Viola, Bianca e la figlia di quest’ultima, Agnese, finiscono per essere la sua cartina di tornasole: per certe ansie, certe contraddizioni, certe duplicazioni (“La storia di Bianca, 1” e “La storia di Bianca, 2, come se il lettore fosse all’oscuro di tutto), certa disinvoltura, perfino un certo narcisismo sessuale. Anche Rosa, che appare nel finale, con la sua malattia derivante dalla somatizzazione dei guai del cugino finito in galera, rientra nel quadro. Terribilmente inquietante, direi orribile, è invece la figura di Santiago (specie nel capitolo “La storia di Santiago,2”), un essere umano deviato e senza cuore, che s’inserisce con una violenza al massimo grado, un di più di un Mister Hyde o un di più di un Mefistofele della peggior specie, nelle perlustrazioni psicologiche dell’autore.
Nei dialoghi Mozzi resta il campione che abbiamo incontrato nella raccolta: “sono l’ultimo a scendere e altre storie credibili”. Causticità, nonsensi, ironia, leggerezza ne fanno un tratto speciale. Si veda, per esempio, il capitolo “La storia di Bianca, 6”, in cui si svolge il dialogo, al limite del surreale, tra Mario e Bianca. Oppure quello inimitabile intitolato “La storia della pelle” in cui si spiega l’anatomia del corpo umano all’essere che dovrà lasciare la sfera-mondo e vivere fuori della sfera-mondo.
Mozzi nei dialoghi riesce a imprimere tutto il succo di una storia, coi suoi tratti intimi e quasi invisibili, ma percepibili. Una sequenza dialogica di Mozzi, vale un intero racconto se non addirittura un intero romanzo.
È anche molto bravo a rendere la minimalità dei gesti, quasi una gestualità da burattino, come si vede bene nel capitolo (uno dei più completi e riusciti, insieme con “Una lettera”) “La storia dei genitori, 2”.

Ed è ciò che rappresenta in Mozzi la voluta, deliberata, esasperazione del raziocinio. Sono passaggi minuti ma scattanti proprio come quelli di una marionetta (“Non c’è burattinaio migliore di quello che non appare mai”). La mente è fortemente controllata, mossa a comando: “Mario in cucina apparecchia per due. Mette il pentolino del brodo sul fuoco, dopo averci aggiunta un po’ d’acqua calda. Infila i due pezzetti di lesso nel microonde. Passa l’insalata nella centrifuga. Guarda nel frigo. C’è la mostarda. Dà un’occhiata in salotto. Il padre ascolta un telegiornale.”; “Mario condisce l’insalata. Il microonde si è spento. Il brodo bolle. Mario riempie di farfalline una tazzina da caffè, le versa nel brodo. Sei minuti. Mescola. Toglie l’insalata dalla centrifuga, la mette nella ciotola di vetro. La condisce. Alle mele manca ancora qualche minuto, ma intanto mangeranno il resto.”.
Una nota speciale devo dedicarla ad uno degli ultimi racconti, “Una lettera”, già citato. Una figlia scrive al padre, che le ha inviato una busta con una lettera che la ragazza non ha voluto aprire, ma ugualmente gli risponde, accusandolo per le disgrazie della propria vita, che l’hanno costretta a abbandonare la casa quattro anni prima (il padre la stuprava): “Allora questa mattina, che è domenica, così che ho tutto il tempo, anche se per questi pensieri non mi basterà la vita, non mi sarà mai abbastanza il tempo, questa mattina mi sono messa a pensare con calma, nell’angolo cucina, qui, seduta al tavolo, con la busta vicina al mio gomito destro, e dopo aver pensato tanto ho pensato che non c’è nessun altro modo di far sparire una busta, di cancellarla completamente dal mondo, non c’è nessun altro modo, questo ho pensato, se non quello di mandare un’altra busta. Solo una risposta cancella una domanda, solo una frase cancella un’altra frase detta, solo un pugno cancella un altro pugno, mi sono detta; e così solo affidare un destino cancella l’affidamento di un destino. Si tratta di rispondere colpo su colpo. Di applicare la legge del taglione. Mi hai spedito una busta? Bene, anch’io ti spedisco una busta.”.
Sebbene il tono sia quasi un lungo e profondo respiro (“mentre ti scrivo mi sembra di essere come ancora una bambina piccola”), il suo contenuto ha la dimensione di una “Quinta” di Beethoven, di un attacco superbo di Wagner o di Verdi. Ancora: “Il mio desiderio più grande è, ti dirò, te lo dico sinceramente, il mio desiderio più grande è che questa busta sparisca da sé. Che smetta di esistere, o magari, che sarebbe meglio ancora, che smetta di essere mai esistita. Che tu non l’abbia mai preparata, riempita incollata e spedita. Che il postino non l’abbia consegnata. Che io non l’abbia trovata nella cassetta.”. Ed eccoci al centro, al cuore di questa ragazza: “Io sono stata innamorata di te, papà, e tu hai voluto che io fossi innamorata di te, mi hai fatto innamorare che ero ancora bambina, che ero ancora piccolissima, tutti i miei ricordi di me sono ricordi di me che sono innamorata di te, del più bel papà del mondo, del papà che mi voleva bene più di qualunque altro papà, del papà che ho conosciuto quando ero già una bambina grande, che avevo tanto atteso e desiderato, e tante volte me l’ero figurato in sogno, e prima ancora di conoscerlo ero tanto tanto tanto innamorata di lui. Ti ricordi? Ti ricordi, papà, che sono stata innamorata di te? Ti ricordi che mi hai fatta innamorare di te?”.
Lo stupro non è l’accusa più grave, che invece è questa: “… hai omesso di insegnarmi a costruire il mondo, a mettere le parole in modo che facciano esistere il mondo, così da poter parlare e dire le cose e mettere tutti i nomi, cioè quello che io sono più incapace di fare.”.
Il lettore scoprirà facilmente chi è la ragazza che scrive questa lettera non firmata. l’ha già incontrata nel racconto, ha già incontrato il gioco che le faceva suo padre: “… piegando un foglio di carta, fino a fare una specie di diamante, dove infilavi le dita per di sotto, e lo aprivi e lo chiudevi, io dovevo dire un numero, tu lo aprivi e chiudevi tante volte quanto il numero che io dicevo, e sull’ultimo numero si poteva aprire l’Inferno, che era tutto rosso o il Paradiso che era tutto azzurro”; le è sembrata docile e remissiva, pronta a donare se stessa, arrendevole quanto lo si possa mai essere. Ora finalmente, solo ora, ne vede il volto e ne vede l’anima.
Si badi, infine, che Mario in uno dei capitolo iniziali, “La storia delle fototessere, 1”, conosce il gioco e sa farlo.
E allora il lettore si domanda chi sia veramente Mario. Un Lautréamont? Un Rimbaud? Un De Sade? E perché il libro si chiude con l’orribile e atroce delitto sessuale nei confronti di una bambina da parte di Santiago e di Mario?
Ė a questo punto che ci si rende conto di aver fatto un viaggio, un lungo viaggio, all’Inferno.


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4 Comments

  1. Commento by Felice Muolo — 7 Ottobre 2009 @ 16:58

    Cinemascope. Il ritratto dell’autore e dei suoi libri che mi viene in mente, Bart, leggendo le tue recensioni.

  2. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 7 Ottobre 2009 @ 17:19

    E’ un bel libro, quest’ultimo di Mozzi. Ti consiglio di non perdertelo.

  3. Commento by cletus — 7 Ottobre 2009 @ 18:08

    Bart, ti sei superato.
    Grazie

    Cletus

  4. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 7 Ottobre 2009 @ 18:32

    L’ho messo anche sulla Bottega, Cletus. Grazie.

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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart