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MUSICA: I MAESTRI: L’altro Puccini

5 Maggio 2008

di Arrigo Benedetti
[dal “Corriere della Sera”, gioved√¨ 22 febbraio 1968]

¬ęGuardalo: √® Puccini¬Ľ. Me lo disse, mettendomi una mano sul berretto di velluto turchino per storcermi la testa dalla parte che voleva lei, la zia che d’inverno portava sempre un tabarro di falso astrakan, con in testa una toque d’astrakan vero.
Il babbo lo conosceva: en¬≠trambi indossavano abiti di tweed, feltri grigi, marroni verdi. Puccini veniva in citt√† per il dentista, per comprare biancheria in un negozio mol¬≠to accreditato: camicie a ri¬≠ghe, scarpe inglesi, i costumi intieri di lana necessari in case mal riscaldate. E si re¬≠cava a salutare Carlo Caselli, l’amico di Pascoli – morto questi, da sette o otto anni – fermandosi nel retrobottega.
L√¨, gli artisti che avessero un legame con Lucca – vi fos¬≠sero nati, v’insegnassero, vi venissero in gita – bevevano la cioccolata e s’abituavano al t√®, alla cui infusione ba¬≠dava il droghiere amico, traendo con un cucchiaio il tritume di foglie scure dai barattoli gialli, azzurri, viola, rossi; ce n’erano a fiori, o almeno sembravano tali i deco¬≠rativi ideogrammi.
Il vestito m’ingannava, non m’accorgevo della differenza di et√† fra Puccini e mio pa¬≠dre, anzi le due immagini si confondevano. La notte quan¬≠do svegliandomi udivo suo¬≠nare, era come se lui fosse giunto da Torre del Lago. Non riconoscevo le voce pa¬≠terna, immaginavo che fosse la sua, mai udita, del resto.
¬ęPrincipessa di gelo…¬Ľ. Mi chiedevo come mai Turandot fosse cos√¨ cattiva. La vedevo in una luminosit√† gla¬≠ciale, ¬ę Perch√© tarda la luna? Faccia pallida! Mostrati in cielo! Presto! Vieni! Spun¬≠ta! ¬Ľ. Di l√† dall’enfasi, m’ac¬≠corgevo che era mio padre a invocare l’astro freddo; Puc¬≠cini era morto da alcuni an¬≠ni. Al ¬ę Non piangere Li√Ļ ¬Ľ, la commozione attenuava per un attimo la tensione d’una fiaba crudele – come le fia¬≠be sono spesso, specialmente le infantili – ma al ¬ęNes¬≠sun dorma ¬Ľ, quando s’aspet¬≠ta che sia decisa la sorte del principe vincitore, di cui la principessa esasperata vuole scoprire l’identit√† a ogni co¬≠sto, lo spasimo, uscendo dal¬≠lo spartito della riduzione per pianoforte del maestro Carignani, un altro concittadino, invadeva la mia camera. Tan¬≠to era, quella notte, il gelo diffuso dall’ostinazione della principessa su Pechino, che io mi nascondevo sotto le coltri.
Motivi e immagini che se¬≠guitano a sdipanarsi da an¬≠ni. Ignoro quale altro narra¬≠tore contemporaneo in Italia abbia raggiunto la forza evocatrice di ¬ę Turandot ¬Ľ e del ¬ę Trittico ¬Ľ. Anche i coniugi battellieri della Senna, Suor Angelica, la Principessa-Zia, e infine il faceto Gianni Schicchi alimentavano lo stra¬≠zio notturno. Il racconto a un certo momento si svilup¬≠pava per conto suo, di l√† dai versi; la musica sollecitava la mia immaginazione.
Di solito, quando li legge¬≠vo senza il sollievo della mu¬≠sica, i libretti d’opera – di Verdi o di Puccini era lo stesso – svegliavano in me fanciullo la diffidenza che nei primi decenni del secolo por¬≠t√≤ a dubitare dell’autenticit√† poetica del melodramma. Ep¬≠pure bastava che di notte il babbo scorresse le mani sulla tastiera canticchiando, e su¬≠bito era il miracolo. Parole generiche, versi approssimativi acquistavano la loro ne¬≠cessit√† espressiva, e risplen¬≠devano. Puccini ebbe in Giu¬≠seppe Giacosa e in Renato Simoni due ottimi librettisti ma la sublimazione del linguaggio attraverso il lievito musicale avviene anche quan¬≠do il testo √® di Illica, di Ada¬≠mi, di Forzano che per quan¬≠to scaltri uomini di teatro avevano un orecchio poetico meno sicuro.
In ¬ę Tabarro ¬Ľ dopo il de¬≠litto, il battelliere Michele √® accarezzato dall’adultera che ignora l’uccisione dell’aman¬≠te. Lui l’invita a stringerglisi sotto il mantello, come un tempo, e il ¬ę Vieni nel mio tabarro ¬Ľ ha un’efficacia stra¬≠ordinariamente descrittiva. Si avvertono l’inganno e la ven¬≠detta gi√† prima che, aperto il manto, il marito lasci ro¬≠tolare il cadavere sulla tolda.
A¬†¬† met√†¬†¬† dell’atto¬†¬† unico¬†¬† di ¬ę Suor Angelica ¬Ľ, l’annunzio crudele della¬† Principessa-Zia (¬ę II principe Gualtieri vostro padre / la¬†¬† principessa¬†¬† Giara vostra¬†¬† madre / quando¬†¬† vent’anni¬†¬† or¬†¬† sono / vennero¬†¬† a morte… ¬Ľ)¬† non lo potr√≤ mai giudicare¬†¬† letterariamente:¬†i versi,¬†per¬†¬† merito¬†della¬†ca¬≠denza musicale, sono diventati per sempre una plastica rappresentazione della super¬≠bia, dell’odio, tanto ha il so¬≠pravvento quello che Thomas Mann chiamava lo spirito del¬≠la narrazione.
Sono, queste, impressioni labili a cui il tempo d√† un senso, quasi da permettere a un incompetente di musica d’azzardare giudizi. Per me, esistono due Puccini. Uno risponde alle fotografie ilari, alle lettere gaie, tenere alla madre, agli amici della costa, portato allo scherzo, ai giochi di parole, alle calde effusioni. Gli piaceva frequen¬≠tare la superstite boh√®me macchiaiola di Torre del La¬≠go, amava cacciare, parlare con vigore realistico, servirsi di macchine nuove: dai fono¬≠grafi alla celebre automobile ¬ę De Dion-Bouton ¬Ľ. Era gi√† un grande musicista teatrale di ¬ę Manon ¬Ľ, ¬ę Boh√®me ¬Ľ, ¬ę Tosca ¬Ľ, ¬ę Butterfly ¬Ľ, un uomo presumibilmente soddi¬≠sfatto, e invece, di l√† dall’ap¬≠parente gaiezza, l’accompa¬≠gnava l’angoscia d’essere sta¬≠to frainteso o non capito ap¬≠pieno.

L’altro Puccini, del quale ho un ricordo visivo, nasce da tale inquietudine, √® una creatura culturale, fornita di quella sensibilit√† esasperata ch’era d’altri artisti europei, come Cechov, Thomas Hardy. A un certo punto, questo musicista introverso preferisce la solitudine, gli approfondi¬≠menti ch’essa concede. Secoli di musica, da Monteverdi a Mussorgskij, l’ossessionano. Si sente ultimo d’una famiglia – i cinque Puccini – i qua¬≠li,¬† per¬† due¬† secoli,¬† di¬† padre in figlio, da Mozart a Verdi, ebbero a vivere straordinarie esperienze. I Puccini non furono solo esecutori o compositori¬†¬† ecclesiastici.¬†¬† Giacomo il vecchio, Antonio, Domenico, Michele scrivevano opere, ai loro tempi rappresentate e applaudite, e musiche da ca¬≠mera e da chiesa. S’√® avuto
modo di constatarlo nei con¬≠certi,¬†¬† dedicati¬†¬† appunto¬†¬† alla singolare¬†¬†¬† dinastia,¬†¬†¬† da¬†¬†¬† un giovane musicista americano, Herbert Handt, che dirige una orchestra¬†¬† a¬†¬† Lucca¬†¬† dove¬†¬† s’√® stabilito.¬†¬†¬† Infine,¬†¬†¬† l’iniziativa del¬†¬† Metropolitan¬†¬† di¬†¬† Nuova York¬†¬† di¬†¬† scegliere¬†¬† i¬†¬† cinque musicisti lucchesi per il prossimo festival di Newport – l’estate scorsa tocc√≤ a Verdi – conferma la modernit√† di un compositore affrancato dal¬≠la tradizione verista in cui lo vedevamo prigioniero, e dal¬≠la¬†¬† quale¬†¬† √®¬†¬† stato¬†¬† prosciolto anche¬†¬† per¬†¬† merito¬†¬† dell’avanguardia musicale europea, come testimoniano i¬† giudizi¬† di uno dei rappresentanti pi√Ļ in vista della dodecafonia, Ren√© Leibowitz.
Ha risalto ormai l’uomo eternamente scontento di s√©, insofferente dei confini impostigli dalla cultura musicale dei suoi tempi. Uno che cor¬≠reva a Parigi per ascoltare Stravinskij, e che, dopo l’ese¬≠cuzione del ¬ę Sacre du prim-temps ¬Ľ passeggiava inquieto per la citt√†, fermando i rari conoscenti che incontrava per discutere e precisare il giudizio. Anche quando s’inte¬≠ressava a Sch√∂nberg, voleva chiarire a s√© – e al pubbli¬≠co ostinato a sentire nella sua musica solo sentimenti sem¬≠plici – cosa d’altro esistesse nella tersa armoniosit√† di ¬ę Boh√®me ¬Ľ o nelle crudezze di ¬ę Tosca ¬Ľ, con Scarpia anticipo di Turandot, o dell’iro¬≠nia aspra, che avvertiamo sempre pi√Ļ ogni volta che la s’ascolta, in ¬ę Gianni Schic¬≠chi ¬Ľ, un’opera buffa.
La notizia, quel novembre del 1924, corse subito. Non so come giungesse Рun telegramma, una telefonata Рma ho ancora negli orecchi lo scroscio delle saracinesche, i battiti secchi degli sporti infissi nelle staffe di ferro. Ri­vedo la mia città, vuota, le bandiere   a   lutto,   ho   negli orecchi il silenzio.
Ad alcuni che l’avevano seguito da vicino negli ultimi tempi parve una notizia provocatoria, da rifiutare. Fino alla sera prima dalla clinica di Bruxelles, erano venute notizie favorevoli. Il cuore era forte, gli aghi radioattivi sarebbero stati tolti presto dal collo; invece, il venerd√¨ sera, c’era stato un collasso, e la agonia era finita la mattina, alle quattro.
Gli era parso, negli ultimi tempi, di poter ripetere la straordinaria vecchiaia di Ver¬≠di, e di portare il melodram¬≠ma pi√Ļ in l√†, in un territorio nuovo e inesplorato. Guarito, dicevano, avrebbe saputo fi¬≠nire ¬ę Turandot ¬Ľ con la sua felice violenza, conseguenza al solito d’un lungo segreto studio. Non era pensabile che il ritardo fosse dovuto a stanchezza.¬†¬† Lui¬†¬† sessantaseienne, se¬†¬† rivelava¬†¬† una¬†¬† melanconia pacata, un tempo invisibile o celata dalla spensieratezza superficiale, dava a chi lo os¬≠servasse un senso di vitalit√†.
Il gioviale maestro, che con Mim√¨¬†¬† aveva¬†¬† avuto¬†¬† l’aria¬†¬† di dare¬†¬† il¬†¬† capolavoro¬†¬† all’inizio della¬†¬† carriera,¬†¬† ormai¬†¬† aveva rotto¬†¬† i¬†¬† limiti¬†¬† della¬†¬† cultura teatrale e musicale italiana ri¬≠stabilendo¬†¬† i¬†¬† legami¬†¬† europei della sua tradizione familiare, e ne aveva annodati altri: non solo coi paesi che gli avevano dato¬† il¬† successo¬† –¬† le¬† due Americhe,¬†¬† la¬†¬† Francia,¬†¬† l’In¬≠ghilterra, la Germania – bens√¨ con zone nuove. Vienna, Pietroburgo, Mosca erano i suoi miti. Non lo turbavano solo Stravinskij, Sch√∂nberg, i grandi russi, ma composi¬≠tori lontani dal suo tempera¬≠mento, come Gustav Mahler che, quando dirigeva l’Opera di Vienna, gli aveva preferito Mascagni. Dall’oriente gli era¬≠no giunte sollecitazioni a cui si era affidato. Esse gli ave¬≠vano dato modo di forzare i confini del suo stesso teatro. Ormai ambiva dedicare la vecchiaia a nuovi studi e a nuovi slanci creativi. Ma so¬≠no,¬† queste,¬† ipotesi¬† che,¬† per quanto esistano¬† buone¬† testi¬≠monianze, non possono essere sviluppate da uno che s’√® la¬≠sciato cogliere solo dalla commozione e dal desiderio di verit√† che in certi casi susci¬≠ta la memoria.


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1 commento

  1. Pingback by MUSICA: L‚Äôaltro Puccini | Midi Blog — 5 Maggio 2008 @ 07:12

    […] info@popolis.it (POPOLIS): di Arrigo Benedetti [dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, gioved√¨ 22 febbraio 1968]. ¬ęGuardalo: √® Puccini¬Ľ. Me lo disse, mettendomi una mano sul berretto di velluto turchino per storcermi la testa dalla parte che voleva lei, (more‚Ķ) […]

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Bart