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MUSICA: Un ricordo di Mario Lanza a 50 anni dalla morte

22 Dicembre 2009

di Antonio Guida

50 anni fa, il 7 ottobre 1959, ad appena 38 anni, scomparve a Roma il così soprannominato tenore leggendario. Tale fu il grande Mario Lanza, e secondo alcuni critici del 900 (Toscanini compreso), è stata la più bella voce da tenore che sia mai esistita.

In uno dei cassetti del mondo del canto, è riposta una delle più splendide favole che l’arte canora abbia mai conosciuto; una storia affascinante quanto avvincente, alla quale non è mai stato dato un preciso titolo e che fu archiviata, purtroppo dopo solo pochi anni, con il mero nominativo di “Mario Lanza: il tenore leggendario”.

In effetti, tra favola e storia, il mito impiega poco a prendere forma, e così il piccolo Freddy (così lo chiamavano in famiglia), figlio di italiani emigrati in America, tra un salto nella bottega del padre, e un’imitazione su quel disco che girava dalla mattina alla sera sul grammofono del nonno, scoprì che anni addietro, un altro italiano era espatriato negli Stati Uniti in cerca di popolarità.

“Granny, who is  Enrico Caruso?” Chiese una volta il giovane a suo nonno. “E’ un cantante lirico napoletano che ha avuto successo qui in America, ma tu devi pensare a lavorare Freddy, you have to work! non si vive di arte; per noi emigranti specialmente, l’America vuol dire lavoro, sudore e sacrificio, non divertimento! All right?”.

Già, la famiglia di Mario, che era originaria di Filignano un piccolo paese della provincia di Campobasso, era legata ad una forma mentis di tutt’altra tendenza, e non incoraggiava affatto il giovane a credere nella sua voce come mezzo per poter vivere, ma non avevano nemmeno la più pallida idea di ciò che di lì a poco sarebbe successo, né a quello che nel giro di qualche anno avrebbe mutato enormemente non solo la loro condizione economica, ma finanche il fato di dissimili individui in tutto il mondo; nonché l’uso, lo sviluppo e il modo di concepire il canto lirico.

La natura infatti era stata troppo generosa con il piccolo Freddy, perchè il possente vigore di quella straordinaria voce non si poteva arrestare solo con un semplice richiamo; l’infuriarsi delle sue emozioni che bramavano di manifestarsi con il canto non riuscivano più a trattenerlo dalla voglia di dare fiato alle portentose corde che la potenza generatrice gli aveva donato; ecco dunque l’ essere che si ribellò agli assetti degli emigranti, con il fuoco che gli ardeva nel sangue e che aveva bisogno di uscire allo scoperto come se fosse l’esplosione di un vulcano.

In modo sbagliato? in modo naturale? da autodidatta? non importa, e così la scuola di canto del giovane italo-americano di Philadelphia iniziò con l’imitazione dietro ai dischi di quel napoletano che era diventato tanto famoso proprio al Metropolitan Opera Hause di New York.

“Listen! Senti Freddy come imita Caruso!”, denotava il padre, l’unico vero appassionato di lirica di tutta la famiglia. ”My God! prima o poi dovrà scoppiargli la gola! Ma da chi l’ha ereditata tutta quella voce?” rispondeva il nonno sempre più sbalordito

Freddy così crebbe, e il suo interesse per il canto, seppure all’oscuro di un’educazione musicale e vocale, prosperò smisuratamente, allorché la sua irrefrenabile inclinazione, convinse i genitori ad iscriverlo alla Settlement Music School di Philadelphia per fargli studiare piano e violino.

“Ma siete impazziti? Vostro figlio è dotato di una virtù al di fuori della normalità e voi vorreste tenerlo chiuso dentro ad una bottega di alimentari a vendere scatolette di carne?you are crazy!”. Rimproverò Miss Irene Williams ai genitori di Mario, dopo che quest’ultima gli tenne un’audizione.

“Ma Miss Williams, noi siamo emigranti, gente modesta che ha bisogno di lavorare, non possiamo permetterci di credere nelle favole: we’re poors!”

Replicò la madre di Mario.

“Voi sarete anche gente modesta, ma la mia esperienza da insegnante di canto mi spinge a rendervi noto la voce di vostro figlio non è affatto modesta e che può credere anche in una favola. Datemi solo qualche mese di tempo e ve lo dimostrerò! you have to believe me please!”. Sentenziò senza esitare la donna.

Detto fatto, al giovane Freddy gli fu concesso dai suoi familiari di sognare per qualche periodo, durante il quale, chi di dovere non perse tempo, perché mai come in quel caso, il tempo significava…denaro? si, ma non paghe da dilettanti, bensì milioni e milioni di dollari!

Il debutto a 25 anni in un allestimento di Madama Butterfly, lo mise ottimamente in luce come giovane promessa della lirica, ma l’esuberanza di Freddy era nascosta ancora dentro di se, perché oltre alla superba potenza della sua voce, come definì il Times, fu notata anche quella distinta figura di bel ragazzo, ideale per i “musicarelli” che negli anni 50 brulicavano nelle case cinematografiche di tutto il mondo.

Nel contempo così che la voce del giovane tenore iniziò a far vibrare le radio con canzoni e arie d’opera, i primi Ciak diedero principio sotto la direzione del celebre produttore cinematografico Louis B. Mayer.

L’esordio al cinema avvenne quindi con “That Midnight Kiss”, per poi passare a “The Toast of New Orleans”; film nei quali, oltre che alla simpatia e alla bella forma, Freddy spiegava a polmoni pieni la sua impressionante tromba tenorile che faceva delirare sia uomini che donne.

Il successo mondiale giunse però con il film biografico proprio di quel tenore che egli da piccolo trascorreva le giornate intere ad imitare: “The great Caruso”;  opera cinematografica che di lì a poco scatenò un gigantesco Tzunami in chiave di Business e di imitazione intorno al trent’enne di Philadelphia.

La leggenda che ruota intorno a questo lungometraggio infatti, recita che chiunque lo veda, sia poi tentato irrefrenabilmente dal cantare. Diversi addirittura hanno testimoniato di avere iniziato a studiare canto proprio la visione del proiezione; lo stesso Tenore Josè Carreras, ammise di essersi dedicato al canto lirico dopo aver visto “The great Caruso”.

Richieste dagli enti lirici di tutto il mondo così, iniziarono ad affollare la scrivania del procuratore di Mario Lanza; teatri e impresari, diedero il via ad una estenuante gara atta al contendersi la voce del Giovane italo americano nel frattempo che la stampa lo divorava: Il tenore del secolo, la più bella voce che si sia mai udita, la superba potenza di Mario Lanza, Mario Lanza l’idolo delle giovanissime, l’unico vero erede di Caruso, la voce dell’America nel mondo, il tenore che fa vibrare i vetri…e tantissime altre locuzioni riempivano quotidianamente le pagine dei giornali, iniziando a scrivere le prime righe della legenda: il mito dei ragazzi e delle ragazze che impazzivano per lui, il mito degli emigranti, il mito delle mamme; il mito dei vociomani, il mito di tutti, e da tale tempesta, migliaia e migliaia di dollari iniziarono a piovere sulla testa della famiglia Cocozza di Filignano, mutando enormemente le loro condizioni di umili bottegai.

Ma perché Mario Lanza ebbe un così enorme successo? Cos’aveva di così particolare questo cantante che lo rese uno degli artisti più noti di tutti i tempi?

Appendendo per un istante al cappio la dea bendata senza la quale tutti ben sanno che il successo è presso a poco impossibile, le virtù di Lanza ne erano in realtà più di una, e grazie ad un perfetto sincronismo, ne venne fuori ciò che da allora in poi non si è mai più ripetuto in tali proporzioni nei riguardi di una voce di tenore.

Prima virtĂą fra tutte, ovviamente, la sua voce, e analizzandola nel dettaglio, il primo aspetto importantissimo di tale voce era il timbro.

La voce del tenore Mario Lanza, era infatti dotata di un particolare timbro chiaro e tagliente, particolarmente adeguato per il repertorio lirico, ma oltremodo conforme per le canzoni americane con le quali egli ebbe ancor più successo. (ciò sarà impreso anche da Franco Corelli negli anni sessanta, ma purtroppo non con lo stesso successo, forse, proprio perché il tenore italiano aveva voce molto più scura e poco confacente al repertorio dei motivi americani).

Grazie indubbiamente anche ai suoi film, Mario Lanza dunque improntò tenacemente la sua fiammeggiante vena di esecutore di canzoni americane dalle forti tinte passionali: chi dimenticherà mai le celebri Because? Oppure Be My love, o ancora With a song in my heart, Because your mine e tantissime altre ancora che raccontavano le gioie, le speranze e l’ esuberanza dell’america negli anni 50.

Secondo rilevante aspetto, al timbro chiaro, si univa un corpo vocale molto robusto e non assolutamente leggero come si verifica di solito per le voci luminose: Mario Lanza, era di fatto provvisto anche dei gravi del baritono e tali erano eseguiti con una sonoritĂ  da far invidia alle piĂą potenti delle voci medie; (scendeva senza problemi al LAb grave dei baritoni!); ciò gli permise di giocarsi un’altra carta vincente con grande successo: quella del repertorio drammatico operistico: oltre infatti ad essere stato nei suoi recital un grande esecutore di “Vesti la giubba”, “Celeste Aida” e altre illustri arie del repertorio lirico ottocentesco, si è fidato di cantare l’impervio Otello di Verdi a soli 33 Anni! Altra impresa ardita quanto rara per un tenore, sebbene di natura stentorea. (e per tenore stentoreo non si intende certo un tenore “stentato” come asseriva forsennatamente un tal esperto rossiniano, insegnante di canto al conservatorio di Benevento..)

Proseguendo ancora con i caratteristici aspetti di questa singolare voce; alle peculiarità del timbro chiaro e del robusto corpo vocale, che gli permetteva di eseguire ottimamente anche i chiaro scuri, si incatenava in modo sublime ad un’incredibile estensione di registro, che partendo da note molto basse, raggiungeva senza problemi il RE4: Mario Lanza, aveva dunque un’estensione vocale pari a due ottave e mezza, il che gli diede licenza di aprirsi un altro percorso vittorioso quanto esclusivo: la diversificazione di esecuzione; il più delle volte infatti, il tenore eseguiva le sue canzoni almeno un semitono più acuto rispetto alla tonalità originali.

Che se ne sappia infatti, è stato l’unico tenore della storia a registrare la titanica Granada, nella sovrumana tonalità di RE min., e se qualche tenore leggero in questo momento sta pensando che è ben in grado di piazzare 9 Do di petto uno dietro l’altro, in questo caso vige la regola di timbro e corpo vocale paritario; tendo a precisare che in questo scritto, per registrazione si intende un’esecuzione registrata dall’inizio alla fine in un tempo totale di tre minuti e 45 secondi, non un brano registrato una frase alla volta per via di scompensi respiratori, perché questo lo sappiamo fare tutti.

Provate invece a cantare Granada in RE min. dall’inizio alla fine senza mai fermarvi, con le stesse corone che eseguiva il tenore di Philadelphia e con il Do 4 finale, vi accorgerete dello scherzo della natura del quale Mario Lanza ne fu padrone.

Ultimo importante aspetto, si fa per dire, erano gli accenti vocali, che specialmente negli acuti divampavano con particolare impeto da autentico tenore eroico, donando alla linea sonora quel furore che ardeva la pelle di chi lo ascoltava.

Ma questa voce così prodigiosa, era veramente così perfetta? No.

“Caro Antonio, ascoltai per la prima volta Mario Lanza a Milano nel 55 in occasione di una suo tour in Italia. Nelle prime arie che cantava, era un’autentica potenza della natura: al suono dei suoi impressionanti acuti, in teatro tremava tutto, aveva una voce di eccezionale impetuosità che affascinava in modo travolgente; ma dopo le prime quatto o cinque romanze, la fibra vocale iniziava a palesare un declino di potenza e squillo, fino a giungere ad una quasi totale assenza di suono dopo la prima mezz’oretta di recital!”

Tale ricordo, mi fu raccontato da uno dei miei amici romani, melomane sfegatato, che negli anni 50 appunto, ebbe la fortuna di assistere ad un recital di Lanza a Milano.

Già, la voce del fenomeno di Philadelphia era un’arma a doppio taglio: il tenore soffriva infatti di malmenage vocale, e di critici che gli hanno puntato il dito contro per questa sua imperfezione, non ne sono certo mancati.

“Mario Lanza non ha tecnica, Mario Lanza non sa cantare, Mario Lanza non è un tenore d’opera, Mario Lanza il finto tenore…” diverse spade cominciarono così a volgere la loro lama nei confronti dell’artista, iniziando un vero e proprio processo all’intenzione, l’intenzione di un tenore che si era dato al cinema e alle canzoni perché non riusciva a sostenere vocalmente un opera, l’intenzione di una voce che sprigionava la sua colossale potenza in brevi componimenti perché ciò non era in grado di farlo per due ore su di un palcoscenico operistico.

Sta di fatto che però il portento italo americano era ovunque accolto come un Dio; il Dio della passione in canto, del vigore in voce e della gioventù nel suo smagliante sorriso.

Mario Lanza è morto perché si drogava? Perché lo hanno ucciso? Perché si è suicidato? Per embolia?

Forse l’ultima ipotesi è quella che tutti abbiamo preferito, ma tutti coloro che hanno creduto in questo mito, tale da denominarlo come “Il tenore Leggendario”, sanno che nulla di tutto questo è successo, perchĂ© in realtĂ  Mario Lanza è stato una stella caduta sulla terra, è brillata il tempo giusto da cambiare il modo di concepire il canto e se n’è andato via, forse su di un altro pianeta, ove anche lì, cantando anche semplicemente “A’ vucchella” fa venire la voglia di cantare anche alle pietre; perchĂ© la grandezza di questo tenore consisteva proprio nell’infondere la gioia e la voglia di cantare per raggiungere l’obiettivo piĂą arduo dell’essere umano: la felicitĂ .

Mario Lanza, è stato uno dei pochissimi artisti che veramente ha saputo infondere nel suo prossimo tale principio. Null’altro.


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2 Comments

  1. Comment di giovanni — 1 Gennaio 2011 @ 18:02

    Volevo dire che non solo Toscanini che definì Lanza come la piĂą grande voce del xx secolo e che poteva superare lo stesso Caruso, la divina dei soprani Maria Callas disse che il piĂą grande rammarico della sua vita in teatro è stato di non avere avuto la possibilitĂ  e l’onore di duettare con questo tenore, una voce così mai ascoltata prima; da notare che la Callas detestava i tenori.
    Fa rabbia che la Rai che oltretutto è servizio pubblico continua ignorare di trasmettere i film musicali di Lanza così dicasi per la radio in modo particolare la Barcaccia su radio tre; dobbiamo sentire le solo ignobili voci nasali di Bocelli e Pavarotti, il sottoscritto appena sente nominare questi nomi spenge tutto.
    Al mondo non uscirĂ  piĂą nessuno come l’indimenticabile e insuperabile e grande MARIO LANZA.

    Distinti saluti.

  2. Comment di enrico macchioni — 17 Maggio 2014 @ 18:48

    e stato il primo amodificare il canto sei tenori di tutto il mondo.bravo

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