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Napolitano è ancora in tempo a scegliere tra impeachment e dimissioni

7 Dicembre 2013

Ormai la distruzione dei nastri delle telefonate intercorse tra Napolitano e Mancino relative alla trattativa (accertata dal tribunale di Firenze) tra Stato e mafia, il cui contenuto è ipotizzabile (mi dispiace per Napolitano ma il suo comportamento autorizza un tale sospetto) da quelle intercorse tra il suo consigliere D’Ambrosio e lo stesso Mancino, in cui D’Ambrosio rassicurava spesso il suo interlocutore dell’interessamento fattivo del capo dello Stato alle sue vicende giudiziarie, ha gettato un’ombra cupa difficilmente dissipabile. Direi che con quella distruzione dei nastri (mentre avrebbe dovuto parlare del suo contenuto ai cittadini) Napolitano ha segnato la sua morte politica. La sua decadenza politica cominciò, come ho sempre ricordato, con i suoi silenzi di fronte alla strenua e direi pure violenta azione politica antiberlusconiana del presidente della camera Gianfranco Fini (qui la rivelazione che ambiva a diventare presidente della repubblica), che avrebbe dovuto censurare immediatamente onde  frenare tutte quelle conseguenze nefaste che sono seguite a danno della democrazia. Fini avrebbe dovuto raggiungere l’obiettivo di far cadere il governo Berlusconi. Come è noto non ci riuscì, ma da quel momento cominciarono gli attacchi più virulenti da parte di talune magistrature e dei quotidiani schierati con il regime in pectore dei partiti di sinistra. Non si ebbe vergogna di emanare sentenze di condanna senza che in esse fosse indicata una qualsiasi prova richiesta dalla costituzione. Furono usate “prove logiche” e i “non poteva non sapere”, fino a che nel novembre scorso Berlusconi fu cacciato dal senato con un’azione ispirata non dal rispetto dei diritti di difesa dell’incriminato che domandava solo di interpellare la consulta circa i di dubbi di costituzionalità della legge Severino espressi da vari politici e giuristi di fama, bensì ispirata dall’odio,  di cui lo stesso Luciano Violante si è vergognato accusando apertamente il suo partito di non aver garantito a Berlusconi i suoi diritti di difesa.

Oggi sappiamo che Francesco Cossiga nel 2009 aveva avvertito Berlusconi che proprio questa sarebbe stata la sua fine. Come pure sappiamo che tutto il processo di Napoli messo in piedi allo scopo di arrivare a condannare Berlusconi di essere stato l’artefice della caduta del governo Prodi per aver comprato a tale scopo (pensate: ben due anni prima!)  il senatore De Gregorio è una montatura. L’accusa è stata smentita, prima dallo stesso Clemente Mastella, e oggi nella trasmissione Piazza pulita dallo stesso Prodi che in un filmato ha raccontato per filo e per segno come andarono le cose, confermando che fu Mastella ad annunciare che se non fosse stato difeso dal governo, quest’ultimo sarebbe caduto per sua mano. Come infatti avvenne, e come io ricordo lucidamente.

I nodi stanno venendo al pettine. Qualche tempo fa scrissi un articolo dal titolo: “Si avvicina il cambio di un’ epoca”. Era il 10 agosto, da poco Esposito si era esibito leggendo Urbi et Orbi il dispositivo della condanna di Berlusconi, seguito, prima ancora della fine dello stesso mese, dalle motivazioni (chissà quando arriveranno quelle sulla incostituzionalità del Porcellum), al solo scopo di favorire il senato nella cacciata precipitosa dell’odiato nemico dello stesso giudice che non aveva mai mancato di sparlarne in pubblico, ma nell’aria avvertivo che con quella sentenza si era passato il segno. E che non era più possibile che i cittadini continuassero a respirare un’aria così ammorbata.

Ci sono due cose che sicuramente mi hanno sempre guidato nella mia vita: l’istinto e la fiducia nella nemesi, ossia del ripristino della giustizia violata colpendo soprattutto le persone che questa ingiustizia o questi soprusi avevano provocato.
Fini è stato l’esempio più clamoroso della prova che la nemesi si era messa in moto in forme assai più decisive che nel passato, poi è arrivato puntuale il turno dell’uomo che gli aveva implicitamente consentito di spaziare in lungo e in largo contro il nemico numero 1 del Pd: Giorgio Napolitano, nientemeno che il capo di Stato, che avrebbe dovuto sopraintendere al rispetto della costituzione e delle funzioni attribuite ai massimi organi delle istituzioni. Invece da quel momento in poi, ossia dal 2010, è stato un dilagare di operazioni discutibili ed anche fuori dagli ambiti costituzionali. Napolitano è stato il più forte esponente di una libertà svincolata dagli obblighi costituzionali che nessuno aveva mai oltrepassato in quella misura.

Ieri Marco Travaglio (ma lo aveva preceduto Gianni Barbacetto il 15 ottobre 2013, qui) ha ricordato nel suo articolo che per molto meno lo stesso Napolitano brigò per l’impeachment o in alternativa le dimissioni di Francesco Cossiga il quale, come molti ricorderanno, trovò l’occasione di concludere un mese prima il suo mandato di presidente della repubblica e porre fine, così, ad un assedio fuori misura.

Oggi Travaglio si domanda se Napolitano non senta il dovere di rivolgere contro se stesso le accuse che mosse al suo predecessore.
La risposta è ovviamente no, ove si pensi che dalle cronache si vocifera che stia organizzando con Letta e Alfano il modo di imbastire la proposta di una nuova legge elettorale (che Maurizio Belpietro chiama già Napolitellum) tale che tenga occupato il parlamento almeno fino al 2015, e dunque assicuri la durata del governo Letta fino alla scadenza che lui, Re Giorgio, aveva stabilito motu proprio sin dal principio.

Napolitano è, l’ho già ricordato più volte e non dobbiamo mai dimenticarcelo, l’uomo che approvò il massacro ungherese del 1956 e di cui dovemmo vergognarci quando l’Ungheria rifiutò la sua visita fino a che non avesse abiurato quella sua tremenda e orripilante affermazione, che disonorava, poiché veniva da un politico italiano eminente, il nostro Paese. Molti del Pci in quel tempo, e anche dopo l’invasione della Cecoslovacchia del 1968, abbandonarono il Pci rendendosi conto in quale porcata si era immischiato. Ma Napolitano no, restò impettito al suo posto convinto che l’unica fede possibile fosse quella della fedeltà al regime sanguinaria dell’Urss.

È anche il Giano bifronte che emerge dall’articolo di Travaglio. Con la faccia di bronzo finge di dimenticare le accuse che rivolse all’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga chiedendone l’impeachment o in alternativa le dimissioni, e, come è ormai abituato a fare quando i conti tornano a suo vantaggio (ma solo apparentemente come stiamo constatando) fa finta di nulla e tira avanti per la sua strada.

Ho già fatto notare che la nostra bandiera tricolore (fra l’altro con gli stessi colori dell’Ungheria) non può più stare sul pennone del palazzo dove vive un tale uomo. Finché lui resta, essa dovrà essere ammainata. Non si può sostenere se non ipocriticamente che la bandiera non è lì per Napolitano ma è lì per l’istituzione che lui rappresenta, perché le due cose sono unite inscidibilmente, e la verità sarebbe una sola: la mancanza di coraggio da parte nostra di liberare e difendere la nostra bandiera da una istituzione inquinata che non ha più la rappresentatività dell’intero Paese. Ciò che continua ad essere invece per la nostra bandiera, la quale resta rappresentativa di tutti gli italiani, quelli di casa nostra e quelli sparsi nel mondo. Si può tollerare oltre un tale offensivo obbrorio?

Con la recente sentenza della consulta abbiamo appreso, peraltro, che ad eleggerlo per ben due volte è stato un parlamento in cui almeno 148 parlamentari (tutti del del Pci-Pds Ds-Pd) erano abusivi, dunque con una maggioranza illegittima.
Io non sto a perdermi però nelle disquisizioni se, in forza di questa sentenza, si debba disfare tutto il passato. Poiché sarebbe impossibile a chiunque avventurarsi in un tale ginepraio, rifiuto di andare a vedere le carte. Ma ciò che non posso tollerare è che qualcuno (Napolitano in testa) possa ammettere che questo parlamento, la cui composizione è stata massacrata dalla consulta, possa continuare a legiferare o a distribuire fiducie a destra e a manca. Con la pubblicazione del dispositivo – che pur consentirebbe di avventurarsi in giudizi severi sul passato –  si è tracciato uno spartiacque ineludibile tra il prima e il dopo, e il parlamento del 3 dicembre non è più lo stesso del 4 dicembre. La consulta non lo autorizza a legiferare se non per fare una nuova legge elettorale e Napolitano non può inventarsi alchimie affinché questo risultato avvenga il più tardi possibile, onde vedersi accontentato nel suo vaticinio.

Napolitano, ossia l’uomo di Budapest e il Giano bifronte, deve ricordarsi che lui stesso (e se n’è perfino vantato) ha continuamente ammonito il parlamento a fare una nuova legge elettorale prima che il 3 dicembre (poi è stato il 4 dicembre, come si è visto, grazie alle pressioni prodotte dallo sketch a Ballarò di Maurizio Crozza) la consulta calasse la sua mannaia. Non dovrebbe dunque, Napolitano, essere il primo ad adoperarsi perché una nuova legge entri in vigore entro pochi giorni, recuperando così la vergognosa ignavia di questo parlamento? E invece che fa? Stando alle cronache sta per inventarsi il Napolitellum, archittettato in modo tale che il parlamento ne sia investito almeno fino al 2015.
Ditemi voi se – stante così le cose, come riferite da alcuni giornali– noi cittadini possiamo ancora tollerare un capo di Stato di questa specie.

L’intuito mi disse quel 10 agosto scorso che il Paese stava cambiando. Oggi, grazie anche ai grillini, i quali saranno pure impreparati e presi dalla strada come alcuni dicono, ma appaiono i soli a non aver paura di dire – sia pure grossolanamente – pane al pane e vino e al vino. E nei momenti in cui si devono fare battaglie rivoluzionare sono uomini come questi che servono e non certo gli Schifani, i Quagliariello, gli Alfano, le De Girolamo, i Cuperlo (il Pd cuperliano, ossia d’alemiano e bersaniano, ha tutto l’interesse a mandare alle lunghe il varo di una nuova legge elettorale poiché vuole tenersi stretti i circa 148 parlamentari in più regalatagli dal Porcellum), i De Siervo, i Polito, i Valentini, i Battista, i Breda gli Scalfari e così via. Questi non sono combattenti, sono uomini che stanno nelle retrovie, in attesa del risultato per andare a stringere la mano al vincitore.

Forza Italia deve anch’essa chiedere l’impeachment o come minimo le dimissioni di Napolitano, e così la Lega Nord e gli altri partitini del centrodestra. A chi mi chiedeva l’impossibilità della vittoria, ho ricordato che i colpevoli possono benissimo rinchiudersi nella migliore fortezza che sia mai possibile costruire, ma alla fine, pur dotati di cannoni, sono destinati a cedere all’assedio. È una risultato scontato. Ma ci deve essere la volontà di porre l’assedio, e i grillini ne hanno indicato la strada: siano perciò seguiti:  varo immediato della nuova legge elettorale o dimissioni o Aventino.

Si creerà il caos, lo so bene, l’Europa sarà presa da tremori e svenimenti (e forse capirà finalmente che anch’essa dovrà mutare registro altrimenti l’esempio dell’Italia sarà preso a modello da altri), ma piuttosto che vivere in questa totale ambivalenza e corruzione, il caos – in mancanza di rinsavimento (ma ormai non ci spero più, visto l’esempio negativo che ci sta  dando ancora con caparbia ostinazione il capo dello Stato – resta la soluzione migliore. Come dopo ogni guerra sapremo ricostruire. Ma ciò che non dovremo dimenticare di fare è la nuova Norimberga. Solo dopo la nuova Norimberga e la conseguente punizione esemplare di politici incapaci e corrotti, di giudici infedeli e traditori arroganti e sfacciati della costituzione, di giornalisti compiacenti, di capitalisti servizievoli, l’Italia che nascerà potrà di nuovo tornare ad essere orgogliosa del giusto connubio tra la bandiera tricolore del Risorgimento e della Resistenza e il palazzo dove dovrebbe risiedere sempre la sua massima istituzione di garanzia e di rappresentanza.

Forza, amanti della democrazia e della libertà, diamoci dentro, ce la stiamo per fare.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart