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“Nessun passo indietro”

26 Novembre 2013

di Chiara Sarra
(da “il Giornale”, 26 novembre 2013)

Silvio Berlusconi non si dimetterà da senatore prima del voto sulla decadenza. Lo ribadisce lui stesso a La Telefonata su Canale 5 questa mattina: “Non ho intenzione di fare alcun passo indietro”, ha detto, “Gli italiani che mi hanno dato la fiducia guardano a me come leader del centrodestra”.

A Studio Aperto, poi, aggiunge: “No, io ho lavorato bene per il mio paese come imprenditore e uomo di Stato, sono italiano al 100% e sono sceso nel 94 in politica per evitare un destino illiberale e una deriva giustizialista all’Italia, c’era da essere preoccupati.

Non ho mai avuto ambizione politica, continuerò a difendere quello che io ritengo il primo dei diritti e cioè la libertà. Lo farò con orgoglio”. E difende la protesta per cui Napolitano aveva espresso perplessità: “Domani scendono in piazza tutti i cittadini consapevoli di quello che sta avvenendo che sono preoccupati, che non lo fanno per difendere me, ma che hanno a cuore il futuro del Paese e la nostra libertà. Credo che la manifestazione sia assolutamente legittima e pacifica e sia solo l’inizio”.

A Maurizio Belpietro che gli chiedeva se teme l’arresto, il Cavaliere ha poi aggiunto di non aver mai chiesto “salvacondotti” e di aver lavorato esclusivamente per il bene del Paese: “Certo è che nei miei confronti c’è un odio totale da parte di una magistratura che ha impiantato 57 processi contro di me…”, ha ammesso, tornando a professare la sua innocenza nel processo Mediaset.

Innocenza dimostrata dalle testimonianze presentate ieri e per cui ha scritto una lettera a Partito democratico e Movimento 5 Stelle: “Se ci fosse un minimo di indipendenza di giudizio da parte di questi parlamentari rispetto alle indicazioni dei loro partiti, dovrebbero mettersi una mano sulla coscienza”, ha detto l’ex premier, ricordanto tra l’altro che ci sono già prove “assolute” che lo scagionano e che con i nuovi documenti è automatica la richiesta di revisione del processo che ha emesso una sentenza voluta da una magistratura di “estrema sinistra” che ha solo l’obiettivo di “condannarmi”. Una sentenza che, aggiunge, “grida vendetta davanti a Dio e agli uomini”. “Io sono stato già scagionato se si guarda ai fatti concreti, come hanno accertato i giudici nei precedenti giudizi”, ha ricordato Berlusconi, “Il popolo ha diritto alla democrazia ma non alla via giudiziaria al socialismo contro il capitalismo borghese per consentire alla sinistra di andare definitivamente al potere”.

Sul piano politico, il leader di Forza Italia ha detto che questa sera i gruppi del suo partito decideranno come votare la fiducia sulla legge di stabilità anche se “questo governo in confusione non ha ancora definito il testo”. Agli elettori del centrodestra, infine, chiede di “guardare in faccia alla realtà, alla nostra storia e dare il voto ad una sola forza politica”. Del resto per Berlusconi il governo Letta ha fallito su tutti i fronti. Al tg di Italia 1 ha infatti spiegato che l’esecutivo “aveva 3 missioni: 1) la pacificazione nazionale, perché ritengo che il Paese non possa andare avanti in una contrapposizione così forte, da guerra civile; 2)fare finalmente, grazie all’inedita collaborazione tra centrodestra e centrosinistra, le grandi riforme istituzionali necessarie per ammodernizzare il nostro paese; 3) la ripresa economica che non si aggancia però se non con una politica di sviluppo e crescita e non con una politica di sinistra come questa del tassa e spendi. Aveva tre missioni e sono tutte fallite”.


Travaglio: la grazia a Berlusconi e le cattiva lezione di Napolitano
di Redazione
(da “Libero”, 26 novembre 2013)

S’intitola “Clemenza senile”, l’editoriale di oggi martedì 26 novembre firmato da Marco Travaglio. Il vicedirettore del Fatto parte dalla situazione di Silvio Berlusconi, dal voto sulla decadenza in programma domani sera in Senato. Ma al centro del suo attacco odierno c’è Giorgio Napolitano e la sua “doppia faccia”. Travaglio addirittura dà ragione al Cavaliere rispetto al comportamento tenuto dal Colle rispetto alla questione della grazia. Precisa a scanso di equivoci: “Non che ne abbia diritto. Anzi, nel suo caso la grazia non è ammissibile, sia per i numerosi processi che ancora pendono sul suo capo, sia perché sono trascorsi appena tre mesi dalla sentenza della Corte di Cassazione”. Ma, osserva Travaglio: “peccato che Napolitano non abbia mai osato dirglielo fino a domenica sera”.

Mistero Napolitano – Travaglio fa notare come il 13 agosto il Capo dello Stato, diramò “un mega-monito in cui spiegava le istruzioni per l’uso della clemenza lasciando intendere che il principale ostacolo alla grazia era il fatto che Berlusconi non l’aveva chiesta e comunque avrebbe potuto coprire solo la pena principale (quella detentiva) e non quella accessoria (l’interdizione dai pubblici uffici). Lo stesso Napolitano, rimarca Travaglio, definì “legittimo il turbamento di Berlusconi e la preoccupazione per la condanna a pena detentiva di una personalità che ha guidato il governo e che è per di più rimasto leader incontrastato di una formazione politica di inengabile importanza. Cioè ammise che B. non è un cittadino come gli altri”. Da qui l’osservazione: “Mai nella storia repubblicana e pure monarchica, un capo dello Stato aveva spiegato come ottenere la grazia a un tipo appena condannato”. Ecco, Travaglio si chiede come mai Napolitano abbia “illuso” il Cav dal mese di agosto sulla questione della grazia, così come bisognerà capire “dell’altro inquietante tira e molla ingaggiato da Napolitano con i giudici del processo Trattativa che l’hanno citato come teste sulle confidenze che scrisse di avergli fatto il consigliere D’Ambrosio”. In pratica Travaglio ritiene che Napolitano debba spiegare perché si sia rifiutato di andare a testimoniare a Palermo. E chiude il suo editoriale con una considerazione su Napolitano: “Mentre dà lezioni di diritto al Cainano, il presidente farebbe bene a prenderne qualcuna per sé”.


Il complotto per far fuori il Cav
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 26 novembre 2013)

È singolare che nel Paese del pan-giustizialismo, dove tutto viene ricondotto al giudizio della magistratura, nessuno abbia avuto l’idea di sollecitare qualche Procura ad aprire un’inchiesta sulla notizia di reato resa pubblica dal presidente dell’Ifo, Hans-Werner Sinn. Il professore tedesco, alfiere del nazionalismo economico del suo Paese, ha dichiarato che nel 2011 l’allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi avrebbe avviato trattative per sganciare l’Italia dall’euro. Ed ha lasciato chiaramente intendere che la risposta alla mossa del Cavaliere sarebbe stata l’offensiva estiva sullo spread e sui titoli azionari di Mediaset che avrebbe portato a costringere Berlusconi a lasciare Palazzo Chigi ed a passare la mano a Mario Monti.

Se una Procura come quella napoletana porta avanti un’inchiesta sulla compravendita di parlamentari che avrebbe provocato la caduta del Governo Prodi, la rivelazione di Sinn dovrebbe spingere qualche altra Procura ad aprire un’analoga inchiesta sulla compravendita da parte dei poteri fortissimi dell’Europa dei politici italiani che crearono le condizioni per la sostituzione del governo Berlusconi con un governo totalmente appiattito sugli interessi dei banchieri e dei politici tedeschi. Naturalmente non ci sarà mai un pubblico ministero così temerario da aprire una inchiesta del genere in nome dell’obbligatorietà dell’azione penale.

Ma il fatto che la discrezionalità politicamente corretta spinga magistrati e tutta la grande stampa italiana ad ignorare le affermazioni di Sinn, non cancella una vicenda che se non avesse riguardato Berlusconi sarebbe diventata una conferma clamorosa dello stato di totale sudditanza agli interessi altrui in cui versa il nostro Paese. Le parole del professore tedesco impongono di riaprire una pagina di storia troppo rapidamente archiviata all’insegna della presunta inadeguatezza internazionale del Cavaliere.

Forniscono indicazioni suggestive ed inquietanti sulle ragioni della guerra di Libia scatenata da Francia e Gran Bretagna, sulle risatine di Sarkozy e della Merkel all’indirizzo del “buffone“ italiano, sugli artefici della scissione di Gianfranco Fini prima e di Angelino Alfano adesso, sugli assalti dei mercati e delle borse all’economia del nostro Paese ed alle finanze del Cavaliere nell’estate del 2011, sull’operazione che ha portato Mario Monti alla guida di un governo tecnico impegnato solo a fare i “compiti” assegnatigli dalle cancellerie dell’Europa del Nord. E gettano, infine, una luce decisamente sinistra sulle assicurazioni date dal Presidente del Consiglio Enrico Letta agli imprenditori, banchieri e politici tedeschi sul definitivo superamento del “pericolo Berlusconi”.

Questo significa che il tramonto del Cavaliere è la conseguenza di un complotto internazionale realizzato con il sostegno e la compiacenza di tanti italiani pronti a servire gli interessi stranieri? Le teorie complottistiche vanno prese sempre con le pinze. Ma per molto meno sono state aperte inchieste dalla magistratura ed istituite apposite commissioni parlamentari. Nessuno pretende questo. Ma chiedere a Sinn di chiarire il senso delle sue parole sarebbe quantomeno opportuno. In fondo non è indifferente sapere chi difende gli interessi del nostro Paese e chi si vende agli interessi degli altri!


E la chiamano democrazia
di Vittorio Feltri
(da “il Giornale”, 26 novembre 2013)

Arrivano nuove carte dagli Stati Uniti. Proverebbero che Silvio Berlusconi non ha ciurlato nel manico nella vicenda dei diritti televisivi.
Cioè che non ha commesso reati e che, pertanto, è stato condannato ingiustamente in primo, secondo e terzo grado a oltre un anno di reclusione. Vero o no? In qualsiasi Paese serio i documenti esibiti, sia pur tardivamente rispetto ai tempi processuali, verrebbero esaminati e valutati. Qui da noi, viceversa, chi avrebbe il dovere di verificarne l’autenticità fa spallucce. Nemmeno li guarda e li respinge, come se fossero fuffa.

Non si fa così. Altrimenti si dimostra in modo plateale che non si tiene conto del diritto di qualunque cittadino a difendersi sino all’ultimo da accuse che comportano addirittura l’esclusione dal Parlamento ovvero dall’esercizio dell’attività più alta che si possa svolgere: quella politica. In Italia, dove domina il pregiudizio, si nega a Berlusconi la possibilità di fornire, a chi ne vuole la «morte civile», nuovi incartamenti da cui si evincerebbe la sua innocenza.

Ciò contrasta con qualsiasi criterio di giustizia: qui non si tratta di ribaltare una sentenza, bensì di vedere se essa sia stata emessa o no senza considerare elementi importanti che potrebbero scagionare il condannato. Perché rifiutare a priori a Berlusconi simile chance? Che senso ha chiudere gli occhi davanti a un dossier di cui si ignora il contenuto? Questa è una mostruosità. Peggio. È la conferma che contro di lui si desidera procedere al solo scopo di farlo fuori, a prescindere dalle sue effettive colpe e indipendentemente dall’accertamento della verità. Per acclarare la quale occorre invece espletare qualsiasi tentativo di approfondire la questione onde evitare errori.

Il sospetto che nasce da queste inadempienze è inquietante: si pretende di liquidare il Cavaliere perché da vent’anni è un personaggio scomodo, talmente scomodo da aver impedito alla sinistra di conquistare il potere e di gestirlo a proprio piacimento. Ora che si è giunti al momento della fucilazione, c’è chi teme che l’esecuzione venga rinviata o revocata. E insiste affinché si premano i grilletti. Subito, senza indugi.

E la chiamano democrazia.


Alfano fregato: se vota la fiducia è come Vendola
di Redazione
(da “Libero”, 26 novembre 2013)

Adesso, per Alfano e i suoi le cose si fanno imbarazzanti. E difficili. Berlusconi lo aveva detto il giorno dopo l’annuncio della scissione, quando Angelino e i suoi decisero di non aderire a Forza Italia fondando invece il Nuovo centrodetra: Alfano resterà col cerino in mano. E ora che si alza il velo sul maxiemendamento alla Legge di stabilità, è difficile non definire così la posizione dell’ex delfino del Cavaliere. Il reddito minimo è infatti un provvedimento che di più sinistra non si può, qualcosa di assolutamente lontano dai desiderata di un elettorato di centrodestra. Una misura che fa parte del programma con cui il Movimento 5 Stelle si presentò alle elezioni dello scorso febbraio, tanto per dire della distanza. Che poi il fondo al quale attingere per varare quel reddito minimo venga costituito andando a pescare i soldi anche nel prelievo forzoso del 5% (definito “di solidarietà”) sulle pensioni a partire dai 90mila euro annui, è una cosa che fa vedere i sorci verdi a chi abbia votato centrodestra e si riconosca nei valori del liberalismo e del libero mercato. Una cosa da comunisti, degna di Nichi Vendola, al quale evidentemente il governo che scricchiola dopo l’addio di Forza Italia sta già strizzando l’occhio. E a poco vale che il fondo ammonti a una quarantina di milioni l’anno per tre anni (2014-206). E’ il principio, che è di sinistra. E Alfano che farà? Voterà la fiducia, accodandosi al suo predecessore (in quanto delfino e poi “traditore” del Cav) Gianfranco Fini, che pur di andare contro Berlusconi passò nel giro di qualche anno da Alleanza nazionale ad alleato del Pd? O manderà tutto all’aria? Non solo: appare ormai sempre più evidente che dopo l’8 dicembre il governo sarà prono al volere di Matteo Renzi, che con la segreteria Pd in mano sarà l’azionista di maggioranza del governo. Il capo di Letta. Lo sarà anche di Angelino? sembra di sì, visto che la reazione all’uscita di Forza Italia dal governo è stata la seguente: “Avevamo detto e ripetiamo che è sbagliato sabotare il governo e portare il paese al voto, per di più con questa legge elettorale, a seguito della decadenza di Berlusconi”.


Berlusconi ribalta la linea ma una foto e una data non tornano
di Luigi Ferrarella
(dal “Corriere della Sera”, 26 novembre 2013)

Una spettacolare piroetta rovescia e butta a mare la linea difensiva tenuta da Silvio Berlusconi nell’intero processo sui diritti tv Mediaset. E anche tutti i milioni spesi in consulenze contabili, e tutta la legione di testi citati dalla difesa, per sostenere strenuamente che i prezzi d’acquisto dei film Paramount, comprati da Mediaset con la mediazione di Agrama, fossero di puro mercato e non «gonfiati» per frode fiscale; che Agrama fosse un agente indipendente e non il prestanome o il socio occulto dell’ex premier; che il manager Mediaset Lorenzano facesse l’interesse del Biscione. Di colpo ieri, 4 mesi dopo la condanna definitiva, ecco che la ricostruzione della Cassazione (e in origine della Procura) diventa esatta anche per Berlusconi: davvero i prezzi venivano «gonfiati» dall’interposizione di Agrama tra Paramount e Mediaset. Solo che – rivela – accadeva ai suoi danni e insaputa, perché per truffare Mediaset si erano accordati Agrama, Lorenzano e Bruce Gordon, allora presidente della distribuzione estera di Paramount. Questo nuovo altare difensivo, sul quale viene immolata la precedente linea, poggia sull’affidavit che a suo favore – racconta Berlusconi – è stato rilasciato 6 giorni fa, il 20 novembre, da una manager ex collaboratrice di Agrama, Dominique Appleby, «choccata» dall’aver appreso «solo nel giugno 2013», nelle more di tre audizioni davanti al Fisco americano, che Berlusconi in Italia era da anni ingiustamente processato per colpa del terzetto che l’aveva raggirato. Una novità del 2004 Già il 13 luglio 2004, interrogato a Monaco, il coimputato Alfredo Cuomo (poi morto) collegava il boom di contratti di Agrama ai dubbi su un «accordo tra Lorenzano, Agrama e Gordon per spartirsi fondi occulti legati agli acquisti dei diritti tv». E già la condanna di Berlusconi in primo grado nel 2011 dava «pure ipotizzabile che Agrama avesse cointeressenze con Gordon: ma quel che è certo è che, anche quando Gordon fuoriuscì da Paramount, i rapporti Paramount/Agrama/Mediaset rimasero inalterati». La foto con Bruce Gordon Nuova è invece la teste che accredita la tesi, anche se due circostanze agli atti non paiono giovarle. Appleby – di cui Berlusconi ha scandito solennemente la dichiarazione – giura che in base «alle parole e alle azioni di mister Gordon e mister Agrama», di cui si descrive testimone diretta, nessuno dei due «aveva alcuna relazione o conoscenza con mister Berlusconi». Affermazione spericolata se tra gli atti del processo si guarda una foto in cui Gordon abbraccia Berlusconi nella residenza dell’ex premier: foto sul depliant «Bruce Gordon & friends» che il boss di Paramount si era fatto stampare per accreditarsi con potenziali investitori. I 4 milioni in Svizzera nel 2006 Poiché la revisione di una condanna definitiva può essere chiesta solo per prove decisive ignote al momento del processo, è cruciale che Appleby dica di parlare ora perché «solo nel giugno 2013» ha appreso dell’inchiesta su Berlusconi. Ma questa premessa pare contraddetta dalla nota con cui il 28 febbraio 2007 il Tribunale Federale svizzero comunicò alla Procura di avere respinto il ricorso di Agrama e Dominique O’Reilly-Appleby contro la chiusura nella banca Ubs il 2 novembre 2006 del conto Ragtime/Gander , ottenuta proprio nell’inchiesta su Berlusconi dal pm Fabio De Pasquale perché i suoi consulenti Kpmg avevano scoperto che sul conto erano finiti 4,3 milioni: dollari provenienti da due società di Agrama a Hong Kong, Wiltshire Trading e Harmony Gold, sponde dei pagamenti Mediaset per i diritti tv Paramount acquistati con l’interposizione di Agrama. Peraltro il bancario Ubs Luca Dermitzel il 10 gennaio 2008 spiegò che quel conto, con i 4 milioni attorno ai diritti tv Mediaset, «apparteneva effettivamente a O’Reilly», restando Agrama solo come «garante».


Nuovi testimoni. Berlusconi gioca la “carta segreta”
di Ugo Magri
(da “La Stampa”, 26 ottobre 2013)

L’«arma segreta» del Cavaliere, quella che dovrebbe sbugiardare i giudici e cancellare la condanna per frode fiscale, è stata svelata nel cosiddetto «Mausoleo» di Forza Italia, la nuova sede a piazza San Lorenzo in Lucina. Ressa di telecamere, folla di cronisti da ogni dove. Berlusconi s’è accomodato al tavolo con aria spossata, la neo-regista della comunicazione Deborah Bergamini al suo fianco, il professor Zangrillo sulla porta pronto a intervenire in caso di défaillance. Stavolta non ce n’è stato bisogno: l’ex-premier ha parlato un’ora senza cedimenti, con la tempra del combattente mai domo, solo strascicando un po’ le parole e lasciando in sospeso un paio di concetti. Ha dato lettura di un «affidavit» (dichiarazione giurata) sottoscritto sei giorni fa a Los Angeles da Dominique Appleby, già amministratore delegato del gruppo Agrama. Questa signora Dominique sostiene che il suo boss di allora, l’intermediatore di programmi televisivi Frank Agrama appunto, mai fece a mezzo con Berlusconi dei proventi realizzati a danno dell’Erario, e dunque lei stessa rimase scioccata nell’apprendere della condanna inflitta al Cavaliere, a suo dire del tutto innocente e vittima semmai di una truffa, complici alcuni dirigenti Mediaset. Provò ad allertare i difensori dell’uomo politico italiano, i quali però nemmeno si degnarono di rispondere: ecco come mai non le fu possibile deporre a Milano (in verità la Procura milanese sostiene che la teste era già tra le carte da 6 anni, insomma sapeva eccome). Su tutti questi traffici veri o presunti di Mr.Agrama, nonché sulla stessa Appleby, sta indagando il fisco americano che, rispetto a quello di casa nostra, è perfino più implacabile.

Oltre a questa testimonianza «assolutamente di livello», come la presenta Berlusconi, ne sono pervenute altre 11 di cui 6 nuove o (come nel caso della Appleby) semi-nuove, e le rimanenti 5 «usate», nel senso che invano i legali del Cavaliere tentarono di farle prendere in esame dai tribunali, dunque vengono riproposte. Da Hong-Kong, dove Agrama faceva perno per i suoi traffici, sarebbero arrivati 15 mila documenti da passare al vaglio, ne sono attesi pure dalla Svizzera e dall’Irlanda. La conclusione del leader di Forza Italia è che tutto ciò comprova la sua totale innocenza. Per cui presenterà istanza di revisione della condanna presso la Corte d’Appello di Brescia. Con quale speranza di ribaltare il verdetto? Secondo i fedelissimi, a cominciare da Capezzone, le «rivelazioni smontano anni di teoremi e castelli di carte». Berlusconi, addirittura, avrebbe voluto presentare oggi stesso l’istanza di revisione. Ma i difensori, Coppi e Ghedini, l’hanno convinto accumulare altro fieno in cascina prima di mettere in pista un ricorso che farebbe assai poca strada se fosse basato solo su quanto Silvio ha tirato fuori in conferenza stampa.

Berlusconi ha garantito ai cronisti che non pensa affatto di darsela a gambe, dunque falsa è la voce che possa chiedere a Putin un passaporto diplomatico, magari quale rappresentante russo presso la Santa Sede. Non fuggirà, e nemmeno farà un passo indietro, dimettendosi prima della decadenza che sarà votata domani. Fino all’ultimo Berlusconi spera nella resipiscenza del Pd e dei grillini, gratificati con un elogio sperticato della loro battaglia di opposizione. Maledizione biblica scagliata già dalla mattina da RadioUno contro Epifani, ed estesa in conferenza stampa a chiunque gli voterà contro: «Non assumetevi questa responsabilità di cui poi vi vergognerete davanti ai vostri figli…». Il Cavaliere si accontenterebbe che, come propone Casini, la decadenza venisse posticipata. Per quanto stuzzicato, nulla si è lasciato sfuggire contro Napolitano. Anzi, ha smentito una volta per tutte le chiacchiere, secondo cui il Capo dello Stato gli avrebbe garantito un salvacondotto: «Nessun patto, nessuna contrattazione». Però sul golpe ai suoi danni non demorde: «Se non è colpo di Stato, come chiamarlo?».


Il dilemma del candidato
di Angelo Panebianco
(dal “Corriere della Sera”, 26 novembre 2013)

Matteo Renzi vincerà, con ogni probabilità, le primarie (aperte) dell’8 dicembre e diventerà così, ufficialmente, il leader del Partito democratico. Solo una bassa affluenza alle urne potrebbe ammaccarlo, offuscarne un po’ la vittoria. Renzi è anche il più probabile candidato premier del centrosinistra (Enrico Letta permettendo) alle prossime elezioni. E se il centrodestra rimarrà nel marasma in cui è, incapace di andare oltre Berlusconi, Renzi avrà ottime possibilità di uscirne vincitore e diventare capo del governo. Dunque, è giusto che su di lui, sulle sue parole e sulle sue azioni, si appuntino oggi le attenzioni di tutti.

Sulle sue capacità comunicative e sulla sua abilità tattica non c’è bisogno di spendere parole: sono evidenti. Non sembrano, peraltro, molto giustificate (almeno per ora) certe critiche che taluni gli rivolgono. Lo accusano di fumosità, vaghezza, inconsistenza programmatica, solo nascoste da una capacità di affabulazione superiore alla media. Ma in Italia la fumosità programmatica è il tratto dominante di tutti i discorsi politici. Perché gettare la croce sul solo Renzi? Si dice che stia mettendo a punto le linee guida di una proposta programmatica volta al rilancio della crescita economica e che potrebbe ottenere il favore degli industriali. Staremo a vedere.

È difficile giudicare un politico soprattutto dalle sue promesse. Bisogna aspettare di vedere cosa succede quando egli passa dal dire al fare. Per ora, di concreto, Renzi ha fatto soprattutto due cose: si è esposto a favore delle dimissioni del ministro nel caso Cancellieri e ha preso una posizione netta contro le manovre volte a rimettere in vigore una legge elettorale proporzionale.

Poiché un politico abile non fa nulla a caso, erano evidenti gli obiettivi che Renzi si proponeva nella vicenda Cancellieri: mettere in difficoltà il governo Letta, mandare un messaggio critico al presidente della Repubblica, e stipulare un’intesa con forze che, per mandare all’aria il governo, avevano puntato tutto sulle dimissioni del ministro. Quanto al contenuto, Renzi, per dare un po’ di concretezza alla sua azione politica, avrebbe forse dovuto cercare un altro terreno di gioco: non c’era stato nulla di penalmente rilevante nell’azione del ministro e, per giunta, la Cancellieri si era scusata in Parlamento per l’ingenuità e l’inopportunità di certe sue parole. L’accanimento era sospetto. Tanto più che Renzi, in questo modo – proprio lui che con quelle cose non c’entra – si è ritrovato a braccetto di pessime compagnie, con i più collaudati esperti di linciaggi e di giustizia sommaria. Per non sentirti imbarazzato a causa della fiducia che (giustamente, secondo chi scrive) mantieni per un sindaco a te vicino raggiunto da un avviso di garanzia, dovresti teneri sempre alla larga da quelle pessime compagnie.

Nella vicenda Cancellieri colpiva soprattutto, di Renzi, l’assordante silenzio sul vero scandalo (a cui peraltro siamo assuefatti da tanti anni), segno, questo sì davvero, di decadenza morale: la divulgazione di intercettazioni come mezzo di lotta politica e processi mediatici. È stato il silenzio di Renzi su questo aspetto a far pensare che egli abbia colto l’occasione del caso Cancellieri per cercare un’alleanza con gruppi interessati a che quest’andazzo non abbia mai fine. È facile, non costa niente, parlare della necessità di riformare la giustizia. È meno facile aggredire nodi che troppi interessi vogliono mantenere aggrovigliati. L’altro tema su cui Renzi si è molto speso è la questione della legge elettorale. Forse oggi Renzi è l’unico leader importante che voglia davvero impedire il ritorno alla proporzionale. Chi pensa che il suo personale interesse al varo di una legge maggioritaria coincida con l’interesse del Paese, non può, su questo punto, che tifare per lui. Renzi però deve fronteggiare un dilemma. Una buona legge maggioritaria (ammesso, e non concesso, che egli riesca ad ottenerla) non basta per dare al Paese un buon governo. È una condizione necessaria, ma non sufficiente. Senza una riforma costituzionale che, per lo meno, superi il bicameralismo simmetrico (due Camere con uguali poteri) e dia qualche strumento di azione in più al primo ministro, un governo efficace ed efficiente non è possibile. Anche con una buona legge elettorale Renzi (come chiunque altro), in assenza di interventi sulla Costituzione, rischia domani di fallire nella azione di governo, pur disponendo, eventualmente, di una larga maggioranza parlamentare. Il governo si è impegnato per ottenere il varo, in tempi relativamente rapidi, di alcune indispensabili riforme costituzionali. Servirebbero, in prospettiva, anche a Renzi. E difatti egli ha dichiarato di volerle. Però, se quelle riforme arrivassero davvero in porto, si rafforzerebbe anche la posizione politica di Enrico Letta, il suo vero rivale. Da qui il dilemma. Osservando come si muoverà Renzi in questa cruciale partita capiremo se, capacità comunicative a parte, egli ha anche stoffa e qualità di statista.


Tutti gli strappi di Re Giorgio. L’ultimo? Non andare dai pm
di Stefano Zurlo
(da “il Giornale”, 26 novembre 2013)

Verrei, ma anche no. È una lettera, come dire, irrituale quella spedita dal presidente della Repubblica ai giudici di Palermo. Si sa, re Giorgio Napolitano è formalmente il capo dello Stato, ma si comporta come un monarca.
Sarà per la debolezza degli altri poteri, sarà perché è considerato l’unico punto di riferimento nel caos generale, sarà perché le regole e le leggi di questo paese sono un guazzabuglio, certo, le parole scritte da re Giorgio sono una novità nella vita repubblicana: il Presidente butta sul piatto tutta la sua autorevolezza e invita la corte d’Assise a riflettere prima di convocarlo. Deluderebbe chi gli pone le domande: «Non ho nulla da riferire». Sbarramento preventivo. Sulla parola. Il capo dello Stato farebbe scena muta perché nulla gli aveva confidato prima di morire il suo consigliere Loris D’Ambrosio, al centro delle attenzioni dei giudici di Palermo. Il discorso sarà pure ineccepibile, ma in questo modo il Quirinale si mette di traverso all’interrogatorio e blocca sul nascere le domande dei magistrati. Tutto si può giustificare, senza voler fare la parte dei costituzionalisti naif, perché è il Quirinale che parla. Ma resta lo sconvolgimento nei rapporti fra i diversi poteri dello Stato e ritorna il braccio di ferro, lo stesso già provato e vinto con la procura al tempo delle intercettazioni.

I lettori ricorderanno: le telefonate del Quirinale con l’ex ministro Nicola Mancino erano state captate, fra polemiche infinite, dai pm di Palermo. Napolitano si era irritato ed era andato davanti alla Corte costituzionale per consolidare le proprie prerogative: allora si disse, e correttamente, che il presidente tutelava non la propria persona ma la carica. Perfetto. Quel che non si capisce è perché lo stesso discorso susciti urla e strepiti se a porre il problema è un tale Silvio Berlusconi che, a differenza di Napolitano, si porta dietro milioni di voti e rappresenta un pezzo dell’Italia di oggi. È una bestemmia sostenere che i problemi del Cavaliere nascono sul piano giudiziario ma possono trovare una composizione anche per via politica?
Certo, il Quirinale gode di prerogative particolari, ma è anche vero che Napolitano continua a strappare, combattendo con tutti i mezzi una battaglia per consolidare la propria posizione. E del resto sarà perfido ma è quasi scontato il retropensiero che ha attraversato la testa degli italiani: il Quirinale ha vinto la battaglia con la procura di Palermo davanti a quella Consulta che per un terzo è di nomina presidenziale. Quasi un cortocircuito.

Non l’unico di questa doppia presidenza a trazione sempre più presidenziale. Sono tanti gli episodi che si prestano a discussioni e interpretazioni contrastanti, sempre sul crinale di un Paese che vive una fase di confusione e di transizione senza fine. Prendiamo due gesti che paiono davvero politici: la concessione della grazia al colonnello americano Joseph Romano, condannato per il sequestro di Abu Omar, e la nomina di un poker di senatori a vita. Bene, Napolitano ha sempre detto che la grazia può essere firmata solo per ragioni umanitarie, insomma secondo i criteri stabiliti dalla Consulta con il proprio sigillo. Peccato che questi criteri non siano stati rispettati per l’ufficiale a stelle e strisce: latitante, e per un reato gravissimo, Romano è stato graziato, come ha spiegato lo stesso Napolitano, per stemperare le tensioni con gli Usa. La ragion di Stato a volte vale e a volte no: a deciderlo è sempre solo lui, l’inquilino del Colle. Che ha promosso sul campo quattro senatori a vita, pescandoli tutti dallo stesso bacino culturale: quello della sinistra italiana. Senza preoccuparsi di dare una bandiera anche ai moderati, disorientati da uno sbilanciamento così plateale. Napolitano è un gran tessitore di simboli: con un lampo ha creato il senatore a vita Mario Monti, poi l’ha collocato alla guida del governo, infine, passaggio controverso, dopo le elezioni, ormai sconfitto e dimissionario, l’ha lasciato per settimane, fra i dubbi dei costituzionalisti, alla testa dell’esecutivo. Non c’erano alternative, si dirà, nel giro di valzer degli esploratori, ma Monti è stato prorogato per l’ordinaria amministrazione. Che ordinaria non era. Un’ altra strambata di re Giorgio I.


«L’arresto di Berlusconi? Ipotesi irreale»
di Redazione
(dal “Corriere della Sera”, 26 novembre 2013)

«Abbiamo sempre sostenuto che risultava una assoluta regolarità nelle compravendite. Da parte della difesa non c’è stata alcuna giravolta». Lo ha detto l’avvocato Niccolò Ghedini nel corso di un incontro con i giornalisti alla stampa estera riferendosi alle carte presentate lunedì da Silvio Berlusconi per chiedere la revisione del processo. Eventualmente, ha proseguito Ghedini, «ci sono stati dirigenti infedeli che hanno messo in piedi meccanismi fraudolenti per ottenere dei vantaggi». I legali dell’ex premier, Niccolò Ghedini e Franco Coppi, hanno tenuto una conferenza stampa martedì pomeriggio alla Sala stampa estera a Roma.

IPOTESI ARRESTO «IRREALE» – L’avvocato Coppi rispondendo a una domanda dei giornalisti ha definito l’ arresto di Silvio Berlusconi «un’ipotesi irreale». «Siamo oltre il limite della stessa provocazione – ha sottolineato Coppi – è un’ipotesi assurda e, nella situazione attuale, irreale». «Non credo alla persecuzione» di Silvio Berlusconi da parte dei giudici, «ma ritengo che la sentenza Mediaset sia ingiusta», ha poi aggiunto Coppi.

I NUOVI TESTIMONI – Le «nuove» testimonianze sulla base delle quali la difesa di Berlusconi chiederà la revisione del processo sono «più di sette», ha sostenuto l’avvocato Coppi. Di sette nuove testimonianze aveva parlato ieri Berlusconi. «Ve ne sono altre – ha aggiunto Ghedini – anche di maggior pregnanza». In conferenza stampa lunedì Silvio Berlusconi ha dichiarato di puntare tutto su 12 testimoni, sette dei quali, a suo dire, «nuovi», per giocarsi la carta della richiesta di revisione del processo sul caso Mediaset, che lo scorso primo agosto si è chiuso per lui con la condanna definitiva a 4 anni di reclusione per frode fiscale. E ha scaricato ogni responsabilità del sistema dei diritti tv, fatto di costi gonfiati per creare fondi neri, su Frank Agrama, suo coimputato e condannato a 3 anni, soprattutto in forza di una dichiarazione scritta fatta pervenire ai suoi legali da una manager del gruppo del produttore statunitense, Dominique O’Reilly-Appleby. Una teste-chiave, secondo il Cavaliere, ma le cui affermazioni vengono già in parte smentite dalle stesse carte dell’inchiesta.

FUORI TEMPO – «Che le prove siano sopravvenute dopo che questo processo si è sviluppato per tanti anni – ha detto Ghedini in risposta alla domanda di un giornalista – non dipende da noi. «È stata un’iniziativa» di Dominique Appleby «far conoscere quanto sapeva, appellandosi alla sua coscienza», ha aggiunto Coppi. E alla domanda «Come mai un fatto nuovo fuori tempo massimo?», Ghedini ha replicato: «Il fatto nuovo non è che la signora O’Reilly avesse una cointeressenza economica con Agrama, ma che lo abbia dichiarato adesso». Peraltro, ha sottolineato l’avvocato Coppi, non è stato concesso «un esercizio pieno del diritto di difesa» perché «sarebbe stato necessario esaminare tutti i testimoni» (ben 171, ndr).

LA FOTO CON GORDON – Infine, la fotografia agli atti del processo Mediaset che ritrae Silvio Berlusconi e il presidente di Paramount Bruce Gordon: l’avvocato Ghedini l’ha definita una «photo opportunity», non una foto tra due persone che si conoscono. «Quello che in italiano è stato tradotto come “conoscenza” – ha affermato il legale – in realtà va tradotto con “familiarità”. E dunque, Dominique Appleby – il manager ex collaboratrice di Frank Agrama sulla cui testimonianza poggia la richiesta di revisione del processo avanzata da Berlusconi – «ha detto che non c’è alcuna relazione o familiarità tra i due».


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart