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Pedonesi, Marco

17 Gennaio 2019

Quelli che non sappiamo dove

Quelli che non sappiamo dove

È nato a Lucca nel 1944. Ha fatto l’insegnante elementare e ha collaborato con il giornale locale “il Tirreno” pubblicandovi articoli che ricordano la Lucca di molti anni fa. 37 di questi articoli sono stati raccolti nel libro di cui ci occuperemo, edito nel 1994. Nel 2008 pubblicherà “La luna dentro”. Altri racconti furono pubblicati sulla mia rivista “Racconti e poesie” (1992 – 1999), la cui intera raccolta si può consultare presso la Biblioteca Statale della città. “Quelli che non sappiamo dove” ha le illustrazioni di Giorgio Marchetti, altro scrittore diventato noto, per quanto qui ci interessa, per aver creato il personaggio di Pierin lucchese, con il quale firmava i suoi interventi in vernacolo sullo stesso quotidiano.

La scelta è caduta su di lui e su questo libro, poiché ha saputo narrarci con garbo e vivezza di rappresentazione una serie di segmenti della città, che, scovati con l’acribia dell’amante, ce ne rendono la completa fisionomia materiale e spirituale. La Lucca di Marco Pedonesi ci diventa amica e confidente.

Nella chiesa di San Leonardo si celebra un matrimonio. Lei è Mila, lui “un omino buffo” che “distribuiva immaginine sui pullman della Lazzi in cambio di elemosina.”. Quando escono di chiesa “appena voltato l’angolo del vicolo del Capraio, ci fu una violenta lite fra i novelli sposi: l’omino si beccò una gragnola di colpi che lo rispedì a Castelnuovo, donde era venuto, mentre lei, la Kaliffa, prese il suo vecchio amante sotto il braccio, con tanto di carrozzella, e scomparve inghiottita dall’ombra dei vicoli cittadini. “. La donna a Lucca era conosciuta come la Frusa, prostituta dalla figura imponente, e un po’ pazza che girava la città portando a mano una bicicletta che attaccato al manubrio aveva un grosso sacco dove conservava tutte le sue cose.

È il primo ritratto che incontriamo e già si può apprezzare la grazia della scrittura che, nella sua semplicità, riesce a far affiorare il dolce e affettuoso sorriso dell’autore, il quale non lascerà mai soli i suoi personaggi.

Gustavo ha la mania di correre in bicicletta, si è fatto tingere “le proprie gambe di alluminio e le scarpette di un rosso fluorescente.”. Sfreccia in città come fosse un grande campione e quelli che sono seduti ai tavolini del Bar Casali, nella centrale piazza San Michele, lo applaudono con grida e battiti di mani. Un giorno che da Lucca passa il Giro d’Italia s’infila tra i corridori, finché viene scoperto e lo si convince a uscire dal gruppo raccontandogli che Baldini, allora campione del mondo, lo avrebbe sfidato in una prova di velocità. La prova avviene e Gustavo vince la gara con il falso Baldini e gli viene consegnato per premio un assegno da un milione, che però deve andare a riscuotere a Milano: “Qui, però, comincia l’amaro epilogo della nostra storia. Perché egli ci credette davvero e andò nella metropoli lombarda a reclamare il premio. Ma fu arrestato e spedito di filata in manicomio.”. Ne morirà: “E piazza S. Michele fu da allora, per tutti noi, assai più triste.”.

Ne “Il mare dei poveri” viene ricordata un’usanza che anch’io ho praticato. Scrive l’autore: “il fiume era allora il mare dei poveri. E che mare!”. Succedeva, infatti, che la domenica le famiglie si recassero a trascorrere la giornata sulle rive del celebre fiume lucchese ricordato da Dante, il Serchio. Quando arrivava l’ora del pranzo, nel grande avvallamento dell’argine, ricco di pioppi e ombroso, si stendevano le tovaglie e si cavava dalle ceste il cibo. Ci si distraeva anche giocando a pallone o in altro modo. Il luogo risuonava di risate e di canti, di borbottii, e di un vociare allegro. Un pezzo di vita che, chi l’ha provata, non dimenticherà mai. Nel mio racconto, “Via Pelleria”, ho paragonato quello scenario al quadro “La Grande Jatte” di Georges Seraut. Così inizia il bel racconto di Pedonesi: “Partivamo la domenica mattina con le borse di paglia intrecciata traboccanti di cibo, secchielli e palette. (…) Non costruivamo castelli di sabbia; raccoglievamo i ciottoli levigati dalle imprevedibili marezzature, che l’acqua, fluendo, consegnava alla riva come un dono prezioso, dopo un lungo lavorìo.”. Con quei sassi, si giocava al balzello, facendoli correre a pelo dell’acqua e vinceva chi era riuscito a ottenere dal lancio il maggior numero di balzi. Passavano anche i venditori di gelati Puppino e Alidò: “con i carretti che parevano gondole.”.

“E se le grandi distanze venivano coperte dal treno, per le piccole e le medie c’erano il tram e le carcasse postbelliche della Saca.

Forse, per questo, quando vedevi passare la vecchia cabriolet di Quartuccio portata dallo stanco ronzino – le briglie quasi abbandonate e i copriorecchi di pannetto rosso – non potevi fare a meno di fermarti a guardare.”. Quartuccio (il suo vero nome era Ruggero Giusfredi) è un’altra figura del passato, in città celebre quanto il grande Puccini (“con quei capelli bianchi e ricci che gli scendevano lunghi dal berretto a visiera, il volto scarno dai lineamenti aristocratici”). Fotografi e pittori lo hanno immortalato sulla sua carrozzella trascinata dal vecchio cavallo dal manto grigiastro. Quartuccio faceva servizio anche alla stazione ferrovia trasportando in città i visitatori scesi dal treno. Faceva pure il servizio funebre in Pelleria, quando la Confraternita di San Tommaso accompagnava i defunti al cimitero. Lo ricordo bene. Dalla rimessa, situata nella piazzetta di fianco alla chiesa di Pelleria, veniva (lo faceva Giulio, il famoso titolare della trattoria “Da Giulio in Pelleria”) tratto fuori il carro funebre (quello di Quartuccio veniva messo nella rimessa) e attaccato al suo cavallo macilento, simile a quello appartenuto a Don Chisciotte. A Quartuccio piaceva bere, e si diceva che non ne facesse mancare neanche a lui: “Qualche volta sonnecchiava in serpa con accanto il fedele cagnolino. Ma il cavallo seguiva il suo percorso come una locomotiva che scivola lenta sul solito binario e si ferma al momento stabilito.”.

Come nelle campagne anche in città si andava “a veglia”. In mancanza della radio e della televisione era il modo più naturale di incontrarsi e di conversare “Ci si riuniva in casa di Adelmo o di Brasilina intorno al caldano, mentre qualcuno preparava i necci e altri raccontavano misteriose e conturbanti storie di spiriti: morti ritornati in vita, diavolacci riconosciuti dall’unghia fessa del piede caprino, anime inquiete che si manifestavano fra le buie pareti di una soffitta.”. Anche a casa mia si celebravano le veglie. Succedeva che qualche volta venisse la sera Umiliana, la nostra Tata, che faceva anche da domestica al parroco di Pelleria, don Silvio Giurlani. Ci raccontava le novità successe nel rione; mia madre, infatti, usciva poco, indaffarata com’era a seguire noi tre figli maschi, per i quali, essendo una fine sarta, cuciva ogni tipo di vestiario, dai pantaloni, alle giacche, ai cappotti, una gran fortuna per mio padre che vedeva così ridurre le spese di casa già gravose per il suo stipendio di guardia carceraria. Io però aspettavo che salisse da noi (abitava al piano di sotto, mentre Umiliana abitava alla porta accanto alla nostra), Ida, una ragazza giovane e bella, più grande di noi, che portava con sé il nuovo numero di Grand Hotel, una rivista settimanale molto diffusa, e ancora attiva, che pubblicava a puntate (e pubblica ancora oggi) romanzi rosa o tenebrosi, che mi affascinavano. Ci si metteva tutti intorno alla stufa “economica” a legna e con quel calduccio che si irradiava per la casa l’ascoltavamo in silenzio. Serate memorabili, che mi hanno accompagnato sempre, ed anche oggi le ricordo con nostalgia. Si creava intorno a noi una intimità magica, un’intesa a prova di bomba.

Il Bartù del racconto “Souvenir di Loppeglia” sono io: “Appena la corriera ci ebbe scaricati sulla piazza di Loppeglia, ci arrampicammo eccitati sull’imperiale a recuperare i bagagli. Poi Bartù, che aveva un paio d’anni più di noi e gli erano state date le consegne per la dispensa, ci condusse lungo un sentiero e da questo a un pianoro, dove montammo le tende, costruimmo staccionate e ingurgitammo il primo sbroscione affumicato che Beppe cucinò.”. Questo è l’inizio del racconto: “Era da mesi che i miei compagni facevano i preparativi per il campeggio. Don Giurlani ci aveva messo a disposizione le tende, un bel po’ di scatolame residuo del piano Marshall e il sagrestano Beppe Summo, che tutti chiamavamo Oliva, perché aveva la testa oblunga, completamente calva e di colore verdognolo. Erano stati al mercatino di Livorno, dove avevano comprato zaini e gavette dell’esercito americano”.

I ricordi dell’autore sono nitidi e precisi. Posso completarli, dicendo che l’”americano” del gruppo era Franco, che invidiavamo per la sua divisa mimetica e le sue attrezzature che andavano dalla borraccia, al coltello, alla scure, e così via. Don Giurlani, a cui il Comune di Lucca ha dedicato una targa di marmo, che si trova sulla parete laterale della chiesa del rione, per la sua attività di partigiano, affidava a me e a Beppe il gruppo di ragazzi. Godevo della stima delle famiglie e ciò mi inorgogliva e mi faceva sentire importante. Furono tempi di smisurata felicità.

Pino (Giuseppe Poggiani) ci venne a trovare (come del resto faceva don Giurlani). Era più grande di noi, ora non c’è più, ma la sua vitalità e il suo entusiasmo per ogni cosa erano straordinari. Fu di esempio a molti di noi. Lando, un bel ragazzo ammirato dalle ragazze, fu sfortunato. Da grande cadde e batté la cervicale sullo spigolo di un mobile e rimase paralizzato dalla testa in giù. È morto qualche anno fa.

Entra in scena un altro personaggio, a Lucca celebre quanto Quartuccio e la Frusa. Il suo nome è Ruffo, e faceva il parcheggiatore abusivo in piazza Napoleone (per i lucchesi: piazza Grande): “Sembrava un uovo di pasqua sormontato da un enorme naso, sotto il quale s’intravedevano due miseri baffetti e un mento timido, sfuggente.

Gli occhi erano buoni e melanconici come quelli di un cucciolo bastonato, nonostante facesse ogni sforzo per metterci paura.

Ruffo era troppo rotondo per crederlo cattivo.”. Lo prendevamo in giro. Quando si andava in città si passava da lui per divertirci. Era patito delle donne e lo si motteggiava. Lui non amava gli scherzi e subito si arrabbiava e ci correva dietro infuriato. Ne avevamo un po’ paura.

Come il lettore si sarà accorto, la Lucca di Pedonesi è una realtà viva, non ci sono solo le sue Mura a renderla speciale, ma anche i suoi riti e i suoi personaggi. Se la si potesse guardare dall’alto, in mezzo alle sue chiese, ai suoi campanili, alle sue torri, vedremmo muoversi questi personaggi e li riconosceremmo dai loro gesti, dai loro corpi, dai loro movimenti. Apparirebbero come evidenziati in rilievo rispetto agli altri cittadini, come pezzi rari e inimitabili di una collezione.

“Il tesoro dell’Armata tedesca” ci ricorda le “sortite” delle Mura. Costituivano un altro teatro dei nostri divertimenti di allora. Ne parlo nel mio “Via Pelleria”. Vi andavamo a caccia di pipistrelli, e ne prendevamo qualcuno centrandoli con le nostre fionde. Poi, usciti dai corridoi bui e stretti che illuminavamo con torce ricavate dalle camere d’aria di bicicletta, li bruciavamo nel largo spiazzo che si trova al principio. Qui disegnavamo anche un pista per giocare con i “tappini” (i tappi metallici delle bottiglie) o con le “palline”  di vetro colorato (piccole biglie).

Se volete un esempio dell’attenzione che l’autore mette nelle sue descrizioni, andate al racconto “Quell’inquieto Pierrot venuto dal mare”, il quale “cantava e ballava e motteggiava, suscitando ilarità giullaresche che ti lasciavano sempre un vago senso di malessere simile ad una piccola piega sotto il calzino.”. Quel fastidio dato dalla piccola piega sotto il calzino non è una nota di raffinata osservazione? E leggete come rende bene la figura di questo Pierrot, soprannominato “Mescalina”: “Si dice pure che ogni mattina si recasse al caffè Casali, ingurgitasse un fumante cappuccino con tre o quattro brioche, poi, al momento di pagare, andasse disinvoltamente alla cassa dicendo: ‘Passa dopo la mi’ mamma’. E il barman restava lì, con un palmo di naso, a biascicar madonne.”.

Nel ricordare la vita dei rioni della città (in “Nei vicoli le caselle del mondo”) si rivive il tempo in cui sotto casa passavano l’arrotino, l’ombrellaio, il  cenciaio, che spesso raccoglieva anche il ferraccio. È ricordato uno di questi, soprannominato il Pisanino, poiché di origine pisana, il quale aveva il suo magazzino in Pelleria, il mio rione. Lo conoscevo bene dato che abitava nel mio stesso stabile, al primo piano. Fu dalla porta del suo appartamento che, quand’ero ragazzo, uscì un piccolo bastardino che si mise ad abbaiare furiosamente, spaventandomi. Per evitarlo saltai l’intera rampa di scale gettandomi nel vuoto e andai a sbattere contro la parete sottostante, procurandomi una ferita al sopracciglio destro, di cui conservo  la minuscola cicatrice. Il Pisanino quasi ogni sera si ubriacava, girava per strada e quando era stanco entrava nella nostra loggia e si metteva seduto, al buio, sugli scalini di quella prima rampa di scale che portava al suo appartamento. Quando tornavo a casa, spesso urtavo il suo corpo minuto e mi prendeva la paura. Subito mi mettevo a salire velocemente, temendo di essere inseguito. Qualche tempo dopo, mio padre stese un filo di corrente che illuminava la scalinata con le lampadine che si accendevano in ogni pianerottolo. Un interruttore era posto in casa vicino alla porta di uscita ed un altro alla fine dell’ultima rampa di scale.

I rioni erano pieni di vita, e lì dentro si formavano i caratteri dei futuri uomini adulti che si preparavano ad affrontare l’avvenire. Scrive l’autore a riguardo dei rioni: “soprattutto erano la nostra vita e ciò che a ognuno di noi, nel bene e nel male, hanno tramandato.”.

Il “Gesù Cristo” ricordato in “Leggero come una nuvola”, l’ho conosciuto anch’io. Mi è rimasta impressa la sua figura mentre passava in via Roma, davanti alle panchine di palazzo Cenami. Alto, magro, dai fini lineamenti che incantavano le donne (non si sposò mai), aveva una lunga barba bionda e fluente e indossava sempre una lunga veste, e davvero somigliava a Cristo, e così ai Lucchesi venne spontaneo dargli quel soprannome. Portava sempre con sé a tracolla la preziosa chitarra a dieci corde. Nato a Lucca nel 1887, mori nel 1957 a Carignano, una frazione della città. Il suo nome era Italo Meschi. Solo dopo si scoprì che era considerato l’ultimo trovatore e la sua fama aveva varcato i confini non solo della nostra città.

“Ai marmi” ricordati ne “La casa del mistero” (ossia le case di tolleranza) è un luogo appena fuori porta San Donato, dove si trovavano allineati su due file grossi blocchi cilindrici di marmo che avevano formato la colonna che reggeva la statua, poi abbattuta, di Carlo Lodovico di Borbone. Qui la notte dava convegno una delle prostitute più note della città, chiamata Tata, una donna grassa e di bassa statura che aveva iniziato il mestiere sin da giovane e anche ora che aveva una certa età riusciva ad attirare a sé anziani e vecchi, ed anche giovani che si iniziavano al sesso, visto che il suo tariffario era assai modesto. Della Tata posso dire, visto che abitava in Pelleria, il mio rione, che aveva una sorella bellissima, di nome Fulvia. Quando scendeva mezza discinta alla fontana della piazzetta a rifornirsi d’acqua, non le staccavamo gli occhi di dosso. Non so che fine abbia fatto. Qualcuno mi disse che era morta di malattia. Se è ancora viva, avrà qualche anno più di me, e spero che sia rimasta sul suo volto il segno della bellezza di un tempo. Ma io i “Marmi” li ricordo poiché causarono la seconda ferita e la seconda cicatrice sul mio volto. Tra le colonne di marmo, due erano un po’ scostate l’una dall’altra. Noi si giocava a saltarle gareggiando in velocità. Un giorno, quando arrivai a quelle due colonne, feci il salto più corto e andai a sbattere il mento contro una di esse. Mi portarono all’ospedale in bicicletta e mi suturarono la ferita, la cui cicatrice è ancora visibile.

Del pittore Ciro Genovesi ho appesa alla parete di casa mia una natura morta (raffigurante due grosse pere incrociate). Bassino di statura, girava sempre indossando un basco nero. Caratteristica e indimenticabile la sua figura. Così la descrive Pedonesi: “La prima volta che lo vidi ero ancora bambino e mi trovavo in una barberia in via S. Giorgio. Minuscolo, con il basco sulle ventitré, i capelli lunghi, due folti baffi e la mosca alla D’Artagnan sotto il labbro inferiore, sembrava un fantasma fuggito da Père Lachaise e venuto a reincarnarsi qui in una parodia della Bohème.”. Lo zio “Nano” titolare della barberia, in cui anch’io mi recavo fin quando rimasi a vivere in città, era Valeriano, una persona squisita, affabile nella conversazione e sportivo sfegatato.

I racconti contengono spesso frasi molto belle, ricche di sensibilità. Questa appartiene al racconto “La Terra Promessa” in cui si narra di Simonetta, una giovane attraente che quando passava davanti a Palazzo Pretorio era accolta dagli applausi che, ritti in piedi, i giovani gli tributavano in omaggio alla sua bellezza. Il racconto chiude così, ricordando che l’autore ogni volta che vede una bella ragazza rammenta Simonetta e immagina che quella possa essere sua figlia: “Poiché la bellezza non muore: si trasferisce solo in altri corpi che non sono più i nostri.”. Troveremo poco dopo, quando vengono ricordate le fiorite che si facevano in alcuni rioni per la festa del Corpus Domini: “Perché i sogni dei poveri erano allora sogni comuni: si facevano in piazza, o intorno al caldano, e avevano sempre un sapore di festa.”. A comporre la fiorita “tutti vi partecipavano, dalle vecchiette che preparavano la luminara, ai bambini che andavano a raccogliere le rose nelle villette intorno alla città (se non gliele davano, le fregavano), ai ragazzi più grandi divenuti per l’occasione scenografi, tappezzieri e via dicendo.”. Guardare una fiorita (oggi sono diventate rare) rallegrava la vista e il sentimento: lunghe strisce di petali dai molti colori coprivano le strette strade della città come morbidi tappeti, su cui poi sfilava la processione. Se ne avvertiva fin tra la folla il profumo inebriante. Il Venerdì Santo le strade erano “illuminate da lampioncini di carta di riso, fra stendardi rossi e gialli che scendevano dalle finestre come gualdrappe.”. Riconoscibile perché molto noto  per il suo carattere esuberante  il “vecchio professore che si faceva tutte le processioni a piedi scalzi: qualche birbante gettava una cicca per terra, lui magari la pestava e giù sagrati.”. Era il professor Giuliano Pacifici, che conosceva ogni particolare della storia di Lucca. Ricordo che una volta, già anziano, commentò alla televisione locale la luminara e fu l’unico a far notare la bellezza del grande lampione portato dal rione di Pelleria, pregevole lavoro di artigianato del 1600. Nessun altro lo aveva e lo ha mai segnalato. Il rione di Pelleria, per la sua vetustà, aveva il privilegio di sfilare terzultimo prima dell’arcivescovo, con la sua cappa gialla, subito avanti alle compagnie più antiche, quella della Misericordia e quella di San Frediano, da dove la processione partiva per arrivare poi alla Cattedrale che conserva, a sinistra di chi entri, nel tempietto ottagonale di Matteo Civitali, il Volto Santo, il “Re dei Lucchesi”.

Nel racconto “Bugara e la rosellina sul davanzale”, in cui si parla di questo piccolo personaggio che si illudeva di essere poeta, troviamo un’altra descrizione di aggraziata sensibilità, che, come qualche volta succede, da sola vale il libro: “La città, come tutte le città del mondo, era una madre stanca e distratta. Una madre troppo prolifica perché sapesse distinguere uno per uno i suoi figli. E inevitabilmente qualcuno se lo dimenticava, anche se non mancava di offrirgli di tanto in tanto le proprie braccia.

Ebbene, Bugara era uno di quei bambini che la mamma chiama sbagliando nome, perciò non possono rispondere. E invecchiano senza avere acquisito la certezza di un’identità.”. E ancora: “Da quel giorno non lo vidi più e paragonai quei versi che non gli venivano e che costituivano tutto il suo sforzo di esistere a una rosellina sul davanzale della mia finestra: aveva cercato in ogni modo la luce, piegando il suo stelo ora a destra ora a sinistra. Eppure stava morendo.”.

Pedonesi ci offre la bellezza in modo semplice, senza retorica e senza presunzione, come l’acqua pura di una sorgente, e come tale essa ci penetra e ci rassicura.

Il cinema che ricorda l’autore, lo ricordo anch’io. Le sale erano gremite, bastava arrivare appena prima dell’inizio dello spettacolo, e non trovavi più posto. La maschera lo andava cercando per te con la sua torcia elettrica, ma niente; allora ti addossavi al muro, come tanti altri. Poi appena qualcuno si alzava alla fine dello spettacolo, tutti si precipitavano lì per occupare il posto. Scoppiava qualche lite. Nel racconto, viene ricordato un personaggio, Delfo, uno di quelli che hanno reso variegata la città. Apparteneva ad una famiglia di famosi gelatai, e girava per le strade con la sua aria ingenua e bonacciona, da sempliciotto; la sua parlata era un borbottio, a volte incomprensibile. Gli si voleva bene, mentre di Ruffo, come ho già scritto, si aveva paura. Nessuno prendeva in giro Delfo.

L’arrivo della televisione (“Il cinema in una scatola”) rivoluzionò anche la vita dei rioni. Era roba per ricchi e, dunque, noi ragazzini si doveva correre al bar vicino casa per assistere a quel miracolo. Invece di andare al cinema, bastava fare due passi e sederci al bar. Però, si doveva far presto, perché i posti a disposizione non erano molti, come al cinema, anzi erano pochi e il padrone esigeva la consumazione. In Pelleria, al Bar Giulio, non si scampava ai controlli. Giulio passava e controllava che ogni nuovo venuto avesse la sua bibita fra le mani, e se non ce l’avevi ti indicava la porta di uscita; allora mettevi le mani in tasca e cavavi la monetina che la mamma ti aveva già previdentemente regalato. Io ero e sono ancora appassionato di ciclismo e non mancavo mai alle telecronache del Giro d’Italia e del Tour de France. Bartali era il mio idolo. Tanti, invece, tenevano per Coppi. Poi successe che la televisione entrò anche in casa mia, ma al bianco e nero ci ero ormai abituato e quel giorno fu come uno dei tanti. Fu quando arrivò la televisione a colori, che mi sembrò di avere ricevuto un miracolo belle e buono. Fu una sorpresa vedere i tendaggi, la mobilia di una casa; i fiori, gli alberi, le strade e le case, tutte con il proprio colore vero. Scorreva sullo schermo un’armonia inaspettata che ci drogava. Io ne godevo e, negli intervalli di studio, non facevo che stare lì a ammirare non tanto i contenuti dello spettacolo, bensì i colori che lo trasformavano in un dono prezioso. Ricorda l’autore: “Così, un infinito tempo fa, planò sul nostro suolo la televisione, come un’astronave venuta da mondi ignoti, fra il timore dei tanti e lo stupore dei bimbi.”.

L’imbianchino Lapini (il suo nome di battesimo era Antonio) aveva il magazzino in Pelleria, dove abitavo. Lo vedevo passare in bicicletta con i bidoni di vernice attaccati al manubrio e la tuta inzaccherata di colori. A quel tempo non c’erano i comodi furgoncini di oggi, ma anche se ci fossero stati, il popolano Lapini non se li sarebbe potuti permettere. Era un anarchico incallito e quel che pensava lo diceva. Ogni Primo Maggio montava un palchetto in piazza San Michele e teneva il suo comizio, diventato una piacevole consuetudine per i Lucchesi, che vi accorrevano per ascoltarlo e anche per divertirsi. Ce l’aveva con il potere, a quel tempo democristiano, ma si sarebbe scagliato contro chiunque, da autentico anarchico. Scrive Pedonesi: “Bisognava vederlo sul palchetto di legno allestito per l’occasione, con la tuta da lavoro macchiata di vernice ancora fresca e quella testa canuta che ispirava fiducia e simpatia.”. I suoi comizi era infervorati, gridati, perfino minacciosi, ed è grazie ad essi che si è guadagnato un posto nella storia della città. Gli avversari politici lo rispettavano, perfino i fascisti, ricorda Pedonesi. Un giorno un ex gerarca passava di lì e stava inveendo contro un po’ di tutto, quando la moglie “gli diede uno strattone e disse: ‘Sta’ zitto e togliti il cappello, piuttosto, che parla il popolano Lapini’.”.

Il libro ci presenta altri personaggi, altre situazioni, altri memorabili ricordi. È fantasmagorico, prezioso come una lanterna magica. Vi si posa l’occhio e ci si immerge in quel tempo lontano. Chi lo ha vissuto, come me, si ritrova, d’un colpo, ragazzo. Pedonesi è stato bravo nella rievocazione, l’ha fatto con semplicità e tanto amore.

Qui, insieme ai suoi amici, osserva due vecchi (sono il gallerista Armando Pasquini e il suo aiutante Alberti), ancora pieni di illusioni: “Ci fece tenerezza quel loro caparbio, infantile bisogno di guardare comunque al domani. Per questo li amammo e li rispettammo come due padri divenuti improvvisamente nostri figli.”.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart