Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone

TUTTI I MIEI LIBRI SU AMAZON qui

La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Piante e fiori del mio giardino e altre bellezze: qui

Il saluto di Berlusconi ai suoi elettori

27 Novembre 2013

(da “Dagospia”, 27 novembre 2013)
berlusconi-saluta- da Dagospia


Perseguitato da vent’anni
di Simone Di Meo – Luca Rocca
(da “Il Tempo”, 27 novembre 2013

Ecco i numeri incredibili (mai calcolati prima, giorno dopo giorno) della più grande persecuzione giudiziaria di tutti i tempi che, almeno politicamente, si conclude oggi con il voto sulla decadenza: in vent’anni, Silvio Berlusconi ha affrontato 34 processi rispondendo di 40 diversi capi di imputazione. Il dato non tiene conto delle decine di inchieste (anche per diffamazione) aperte in ogni angolo del Paese, e anche all’estero, cavalcate mediaticamente e politicamente contro di lui, su ipotesi di reato poi crollate nel nulla. Di tutto questo accanimento dimenticato trovate la prova in queste pagine. Le procure di mezz’Italia non gli hanno risparmiato nulla: corruzione, falso in bilancio, concorso esterno mafioso, riciclaggio, concorso in stragi, frode fiscale, corruzione giudiziaria, finanziamento illecito ai partiti, appropriazione indebita, aggiotaggio, insider trading, rivelazione di segreto d’ufficio, concussione, favoreggiamento della prostituzione minorile, abuso d’ufficio, vilipendio all’ordine giudiziario e induzione a rendere false dichiarazioni all’autorità giudiziaria. Sei procedimenti sono ancora in corso a fronte di 14 archiviazioni, 8 assoluzioni, 1 proscioglimento, 5 prescrizioni, 1 amnistia e 2 fascicoli depenalizzati. Pure la magistratura spagnola l’ha messo sott’inchiesta (archiviata) per la vicenda TeleCinco. Dal 1995 ad oggi, il Cav è stato condannato tre volte, e solo recentemente, a fronte di processi discussi e discutibili, e con una rapidità senza precedenti: in primo grado a 7 anni di reclusione per prostituzione minorile e concussione (Ruby), sempre in primo grado a 1 anno per l’affaire Unipol, e in Cassazione a 4 anni per frode fiscale (Mediaset). È il premier che col suo governo ha raggiunto i maggiori risultati nella lotta al crimine organizzato (incluso l’inasprimento del carcere duro) ed è stato il bersaglio dei pentiti di mafia che lo hanno citato in centinaia di verbali accusandolo di ogni nefandezza, dall’aver trafficato e usato droga per assunzioni personali oltre ad aver comprato partite di calcio Champions, dalle stragi di mafia alla nascita del suo impero dovuto ai suoi contatti con le vecchia e nuova mafia. È stato intercettato in violazione delle prerogative parlamentari anche quand’era premier. Hanno ficcato il naso nella vita privata sua e dei suoi figli. Una gigantesca caccia all’uomo come non se ne sono mai viste al mondo.

L’elenco di 20 anni di accuse -1

L’elenco di 20 anni di accuse – 2

L’elenco di 20 anni di accuse – 3

L’elenco di 20 anni di accuse – 4

L’elenco di 20 anni di accuse – 5

L’elenco di 20 anni di accuse – 6


Ma Silvio non muore mai
di Gian Marco Chiocci
(da “Il Tempo”, 27 novembre 2013)

È finita. Politicamente è finita anche se Silvio Berlusconi continuerà a fare il leader dell’opposizione, a dettare l’agenda, a salire al massimo nei sondaggi e dei consensi. Questa sera, votata la decadenza, la persecuzione giudiziaria personale senza precedenti al mondo (vent’anni di inchieste, processi, intercettazioni) raggiungerà il suo primo obiettivo. Un successo che ha trascorsi analoghi alla ramazza di Mani Pulite che spazzò via i partiti di governo risparmiandone uno che contava poco (il Msi) e un altro (il Pci) che voleva contare pur non avendo i voti. È finita anche se Berlusconi – scommetteteci – lotterà ancora, perché l’uomo è fatto così: non muore mai. Resuscita sempre, e sempre fa il miracolo costringendo i detrattori a industriarsi a trovare un’altra strada – giudiziaria – per farlo fuori. Stavolta però è diverso. I processi Mediaset, Ruby e le telefonate Unipol, col tutto quel coté di follie ad essi collegato, segnano un punto di non ritorno. Consegnano alla storia la viltà di una politica pavida che ha tollerato e permesso a un organo dello Stato di amministrare la giustizia a fini politici. Non ci interessa inveire contro l’intera magistratura. Ci preme dimostrare a forcaioli e giacobini, a cacasotto e quaquaraqua, che Berlusconi è un perseguitato. Girate pagina, dimostrateci il contrario. E se non ci riuscite, vergognatevi.


Il sangue del vinto ma non arreso
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 27 novembre 2013)

I dirigenti del Partito Democratico, renziani o cuperliani che siano, non si pongono neppure il problema delle conseguenze della decadenza di Silvio Berlusconi. Sono troppo inebriati dalla possibilità di salutare l’8 dicembre agitando la testa dell’odiato avversario storico sulla picca della loro intransigenza.

E non si rendono minimamente conto che non aver lasciato alla magistratura ordinaria il compito di cacciare il Cavaliere dal Parlamento e di aver compiuto ogni sforzo per assumerne la titolarità strappandola addirittura al Movimento Cinque Stelle, costituisce un atto che si ritorcerà gravemente sul loro partito e sull’intero Paese. In passato, l’aver sparso il sangue dei vinti rivendicandolo come atto di suprema giustizia rivoluzionaria ha alimentato per generazioni nella stragrande maggioranza dell’opinione pubblica nazionale un fortissimo pregiudizio nei confronti dell’affidabilità di governo della sinistra italiana.

Non è senza significato se il primo ed unico esponente della sinistra di discendenza comunista (Massimo D’Alema) è entrato a Palazzo Chigi non in seguito al risultato elettorale ma grazie ad un complotto di Palazzo ordito da un democristiano (Francesco Cossiga) in nome e per conto della Nato. E non dipende dal destino cinico e baro se a Palazzo Chigi oggi sieda un post-democristiano come Enrico Letta e non un post-comunista come Pierluigi Bersani e che il quasi sicuro segretario del Pd sia un altro post-democristiano come Matteo Renzi e non un post-comunista come Gianni Cuperlo.

La maledizione del sangue dei vinti non si è ancora estinta. Ed è facile prevedere che invece di venire dimenticata dal passare degli anni possa essere alimentata dal sangue metaforico di un vinto che però non si arrende e farà di tutto per rivendicare la sua innocenza e prendersi la sua rivincita. Può essere che i dirigenti del Pd se ne infischino di una conseguenza del genere e che siano soddisfatti, come già in passato, del consenso euforico del nocciolo duro dei propri militanti. Ma un partito che, come ha ricordato D’Alema, esprime il Presidente della Repubblica, il Presidente del Consiglio, il Presidente del Senato ed a mezzadria con Sinistra Ecologia Libertà anche quello della Camera, non può ignorare le conseguenze internazionali dell’espulsione dal Parlamento dell’unico leader di opposizione presente nelle assemblee rappresentative.

Forse la Merkel ne sarà rassicurata, come ha cercato di sostenere Enrico Letta e forse i banchieri inglesi e tedeschi brinderanno all’eliminazione del pericoloso nemico. Ma sotto i festeggiamenti di chi ha interessi e pregiudizi antitaliani incomincerà fatalmente a circolare il sospetto che il nostro Paese si sia incamminato sulla scia di quelle repubbliche post-sovietiche dove i leader dei partiti all’opposizione si sbattono in galera accusati di reati comuni. Non si tratta di un sospetto da poco.

Perché non è da poco caricare un Paese, che già viene visto con gli occhiali degli antichi pregiudizi, del peso dell’etichetta di una democrazia debole dove chi sta al potere cerca di eliminare il principale avversario sbattendolo ai servi sociali grazie ad una magistratura politicizzata. Giorgio Napolitano, che tanto si preoccupa della credibilità internazionale dell’Italia, farebbe bene a porsi il problema. Dalla prossima settimana il nostro Paese sarà più simile all’Ucraina che alle democrazie europee!


Gli illusi
di Alessandro Sallusti
(da “il Giornale”, 27 novembre 2013)

Cacciano Berlusconi e subito aumentano le tasse. Un uno-due che ha provocato l’uscita di Forza Italia dalla maggioranza.
Silvio Berlusconi presenta le nuove carte sul processo Mediaset

Addio governo delle larghe intese, che se la vedano loro (sinistra, alfaniani e montiani) con la loro coscienza, con i cittadini. E non si illudano di farla franca.

Non si illudano che un voto di decadenza possa impedire a Silvio Berlusconi di essere il leader politico di milioni di italiani che sperano ancora in un Paese libero e liberale.

Non si illudano le procure di Milano e Napoli che arrestando Berlusconi (da domani è possibile, perdendo l’immunità) possa venire meno la forza del più importante partito liberale d’Europa.

Non si illuda Napolitano di poter ribaltare con oscure manovre di palazzo e patti indicibili l’esito di libere elezioni.

Non si illudano Letta e Alfano di continuare a governare come se niente fosse, come ha deciso ieri sera Napolitano: quel che resta della maggioranza e del governo è una accozzaglia, per di più litigiosa, di mediocri, miracolati e traditori incapaci di risolvere alcun problema come ben dimostra la legge di stabilità tutta tasse e niente tagli.

Non si illudano, Napolitano e Letta, di riuscire nel loro intento di vendere, in cambio della loro sopravvivenza, quel che resta del Paese a cancellerie straniere che spingono per un’Italia sottomessa ai loro interessi.

Non si illuda il ministro dell’Economia Saccomanni che via Berlusconi si possa rapinare impuniti i contribuenti con tasse palesi e occulte su un bene, la casa, che è proprietà inviolabile e sacra degli italiani.

Non si illudano Napolitano e il Pd di dire a noi che cosa è giusto e cosa è sbagliato, se si deve o no scendere in piazza: dai comunisti non accetteremo mai lezioni di libertà e democrazia.

Non si illudano Formigoni e Schifani di averla fatta franca o attenuato i loro pesanti guai giudiziari. La sinistra li sta usando come polli per poi, a missione compiuta, riconsegnarli nelle mani dei pm aguzzini.

Non si illuda Letta di salvarsi dal ciclone Renzi facendosi scudo di Napolitano ed Alfano. Il suo governo, anche per la sinistra, è un morto che cammina.

Nessuno si illuda di romperci i santissimi con la menata della stabilità. Non può esserci stabilità senza efficienza fiscale, libertà e giustizia.

Non si illuda Alfano di essere un leader.

Non si illuda Berlusconi che tutto questo sia una passeggiata. Sarà dura, ma la sua gente non lo lascerà solo.

Questo è certo.


Io, ex toga Md vi racconto come i giudici di sinistra sono diventati un partito
di Sergio D’Angelo
(da “il Giornale”, 27 novembre 2013)

La magistratura non è più un ordine costituzionalmente riconosciuto, bensì un disordine legato soltanto dalla velleitaria individuazione di quello che appare di volta in volta il nemico comune da combattere.
Magistratura democratica nacque nel 1964, coagulando intorno a sé magistrati genericamente «di sinistra» o «progressisti»: i suoi aderenti erano particolarmente motivati dall’affermazione della piena autonomia ed indipendenza dell’ordine giudiziario rispetto al potere politico ed alla struttura gerarchica dei giudici. Il 30 novembre 1969, tuttavia, la formazione si spaccò: ne uscirono tutte le componenti moderate, accusando la frazione di sinistra di essere troppo sbilanciata a favore dei nuovi movimenti operai e studenteschi sorti nel ’68. L’occasione della rottura fu rappresentata dal «caso Tolin». Francesco Tolin era direttore del periodico Potere Operaio, che il 30 ottobre 69 pubblicò un articolo dal titolo Sì alla violenza operaia, che portò successivamente alla condanna del direttore a 17 mesi di carcere senza condizionale. Una parte di Md si schierò in difesa dell’articolo contro i reati di opinione, e successivamente criticò con toni molto duri la sentenza di condanna: atteggiamenti che non furono tollerati dalla parte moderata di quel raggruppamento, che diede successivamente vita alla corrente «Impegno Costituzionale».

Questi ultimi, dunque, rimasero fermamente ancorati alle regole dello Stato di diritto, pur rivendicando ai giudici il potere-dovere di applicare integralmente i dettami della Carta Costituzionale, e la piena autonomia ed indipendenza dell’ordine giudiziario rispetto al potere politico, senza mai uscire dai canoni tradizionali della legge: certezza del diritto, generalità ed astrattezza della norma da applicare al caso concreto. Solo in Italia i movimenti eversivi di estrema sinistra trovarono un appoggio nella più conservatrice delle corporazioni: la magistratura. Fu un caso? Certamente no, e in seguito se ne spiegheranno le ragioni. Alla neonata Md era necessario fornire un background politico che le garantisse una forte connotazione di sinistra (anzi, di estrema sinistra): per questo non c’erano eccessivi problemi, in quanto la maggior parte delle teste pensanti di quel gruppo si erano formate – negli anni ’67/74 – nei grandi calderoni politico-ideologici che erano in quel periodo le Università, e trovavano un forte supporto nei movimenti antagonisti emergenti. Fu Luigi Ferrajoli, mente finissima e giurista eccellente, poi uscito dalla magistratura per abbracciare la carriera accademica) il cuore pulsante dell’elaborazione politica della nuova Md, che vedeva nei gruppuscoli extraparlamentari di sinistra i portatori del «sol dell’avvenire», i quali avrebbero inevitabilmente abbattuto lo Stato borghese e le sue disuguaglianze di classe. Con il documento Per una strategia politica di Magistratura Democratica Ferrajoli – insieme a Senese ed Accattatis – presentò una relazione al congresso della nuova Md tenutosi a Roma il 3 dicembre 1971, in cui la piattaforma politica del raggruppamento definiva la «giustizia borghese come giustizia di classe» e la stessa Md «come componente del movimento di classe», che avrebbe dovuto far ricorso alle «contraddizioni interne dell’ordinamento: la giurisprudenza alternativa consiste nell’applicare fino alle loro estreme conseguenze i principi eversivi dell’apparato normativo borghese».

Il giurista Tarello, nella sua relazione, concludeva l’intervento in termini estremamente preoccupati, affermando che «…questo tipo di analisi politica porta a favorire non una vera indipendenza ma piuttosto una dipendenza e un controllo della magistratura». Nessuno, allora e per molti anni a venire, colse appieno il pericolo (e il segnale) che poteva derivare dalle teorizzazioni di Ferrajoli e del gruppo toscano, e dalla critica aspra di Tarello: nessuno, tranne i membri di Md più vicini al Pci e – molto tempo dopo – i massimi dirigenti di questo partito. Una risposta alla strategia politica messa in campo dai giudici di estrema sinistra fu data da Domenico Pulitanò – giudice di Milano notoriamente legato all’epoca al Pci: «La prassi dei magistrati democratici si pone e vuole porsi come alternativa non già ai valori democratico-borghesi (il che rischierebbe di portarci oltre la legalità) ma alle loro deformazioni autoritarie nella giurisprudenza corrente. Si può definire un “uso alternativo del diritto”? Il problema è solo terminologico… L’uso alternativo del diritto, là dove praticabile, è per noi un problema politico prima che teorico, e la discussione metodologica non deve far perdere di vista il fine politico». Non servono parole ulteriori per chiarire quale differenza abissale di prospettive vi fosse tra l’estrema sinistra e la sinistra moderata di Md: l’uso alternativo del diritto, infatti, non era per nulla un «problema terminologico». Intorno ad esso si giocava una scelta di campo di dimensioni storiche, perché, a memoria, per la prima volta una parte consistente (e soprattutto ben attrezzata culturalmente) della burocrazia statale si schierava nella lotta di classe, sentendosene pienamente partecipe. Dopo di allora, la frazione filo-Pci di Md praticò una sorta di entrismo: né aderire né sabotare, ma restare in attesa, secondo il vecchio principio leninista pas d’ennemi à gauche («Neanche un nemico a sinistra») nella sua accezione meno truculenta e stalinista. La magistratura milanese – dove pure la frazione di estrema sinistra di Md era la più forte d’Italia – si adeguò pienamente a questa tattica.


La contromossa del governo: ritoccare la Carta
di Francesco Verderami
(dal “Corriere della Sera”, 27 novembre 2013)

La fine delle larghe intese è l’inizio di un conflitto istituzionale che contrappone Berlusconi a Napolitano, è uno scontro destinato a radicalizzarsi, è una sfida che si gioca sul terreno delle procedure parlamentari ma che origina dalla battaglia sulla decadenza del Cavaliere. Perché è vero che Forza Italia ha deciso ieri di lasciare la maggioranza per dissenso sulla legge di Stabilità, e che in virtù di un mutamento sostanziale del quadro politico ha chiesto al premier di salire al Quirinale per essere poi – eventualmente – rinviato alle Camere per ottenere una nuova fiducia. Ma è altrettanto vero che la scelta è avvenuta alla vigilia del giorno del giudizio per Berlusconi, e che la manovra mira al blocco dell’attività parlamentare, quindi anche allo slittamento del voto sull’estromissione del Cavaliere dal Senato.

La scelta dell’esecutivo di porre la fiducia sulla legge di bilancio e di blindare in un solo colpo i conti dello Stato e la nuova maggioranza è stata però condivisa e assecondata dal capo dello Stato, provocando così la reazione degli azzurri, che accusano il Quirinale di «vulnus» alle regole del gioco. Ecco il preludio del conflitto che potrebbe segnare in modo drammatico l’epilogo della Seconda Repubblica. È la prova che Berlusconi non intende arrendersi, che punta alla delegittimazione del Colle e scommette sulla debolezza del quadro politico, magari con l’«aiuto» di Renzi per una crisi a breve termine.

È il rischio del «caos» a cui ha fatto riferimento ieri Letta, che sotto il patronato di Napolitano identifica il suo governo come l’alveo dentro cui arginare le convulsioni del sistema. Ma per evitare che il sistema imploda, l’esecutivo ha una sola strada: avviare subito la revisione della Carta. Il punto è che la fine delle larghe intese si porta appresso la fine del percorso riformatore previsto con la nascita del Comitato dei saggi: senza Forza Italia non ci sono più i due terzi dei voti parlamentari necessari per evitare un referendum, che vecchi e nuovi avversari del governo potrebbero utilizzare per far saltare il banco. Per incanto si unirebbero le estreme, da Berlusconi a Grillo, dalla Fiom ai custodi dell’ortodossia costituzionale: Colle e Palazzo Chigi verrebbero stritolati.
È un azzardo che lo stesso Renzi ha suggerito a Letta di evitare, e che incrocia il parere favorevole di Alfano. È preferibile piuttosto procedere con il tradizionale meccanismo dell’articolo 138, al quale sta già lavorando il ministro delle Riforme Quagliariello, che si appresta a presentare il primo pezzo della riforma, che è il passo d’avvio e forse anche di arrivo. Con la trasformazione del Senato nella Camera delle Autonomie si otterrebbe un triplice risultato: il superamento del bicameralismo perfetto e insieme la riduzione del numero dei parlamentari e dei costi della politica, visto che i 315 senatori sarebbero sostituiti (senza emolumenti) dai rappresentanti delle realtà locali.
Così si potrebbe anche evitare un «taglio» alla Camera degli attuali 630 deputati, sarebbe più semplice varare una legge elettorale e il cerchio si chiuderebbe. Tutto fatto? Niente affatto. Certo, Forza Italia e Cinquestelle faticherebbero a ostacolare un simile progetto di riforma, ma c’è da convincere i senatori ad abbandonare Palazzo Madama, impresa finora mai riuscita. Una cosa però è sicura: questo pacchetto viene sponsorizzato da Renzi, che non è ancora formalmente diventato il «player» della maggioranza ma di fatto adopera già la sua golden share sull’esecutivo.

Il futuro segretario del Pd si dispone al tavolo da gioco con due carte: potrebbe attendere che una maggioranza fragile al Senato si sfilacci, aprendo la strada alle elezioni, o – come sostiene di voler fare – mostra di dar credito a Letta, di appoggiare il percorso delle riforme che sposterebbe l’orizzonte del voto almeno al 2015. Che sia tattica o strategia, poco importa: Renzi vuole dettare l’agenda al governo, consapevole – nel caso – di poter ottenere le urne senza nemmeno lasciarci le impronte, visti i desideri di rivalsa che covano nell’area montiana…
Da ieri è cambiato tutto, e la sfida per Alfano inizia in salita: con Renzi che vuol contare e con Forza Italia che tenterà di schiacciarlo a sinistra, dovrà evitare di farsi «cespuglizzare». Tuttavia il vicepremier sa di avere una chance nel medio termine, se riuscirà a condividere con gli alleati di governo i primi refoli della ripresa economica – tutta da consolidare – e se riuscirà a intestarsi le riforme, dove peraltro potrebbe ricevere di qui a breve un prezioso contributo dalla Lega di Maroni, interessata al progetto di revisione della Carta. Sarebbe il primo passo verso un nuovo assetto del futuro rassemblement di centrodestra. Ma si fatica a scrutare l’orizzonte. Da ieri le nubi del conflitto istituzionale minacciano tempesta.


Berlusconi, niente Aula, la rinuncia a Porta a Porta. «Oggi comincia la campagna elettorale»
di Andrea Garibaldi
(dal “Corriere della Sera”, 27 novembre 2013)

ROMA -Il giorno della fine sarà quello dell’avvio di un nuovo corso, parola di Silvio Berlusconi. Per dire che la manifestazione di oggi, sotto casa sua, in via del Plebiscito, in coincidenza con la seduta del Senato che dovrebbe metterlo fuori dal Parlamento, segnerà una ripartenza. L’ennesima.
Avvio di cosa? Di una campagna elettorale, habitat preferito di Berlusconi. Lunga o breve? «Più sarà lunga più farà male al Paese – dice Sandro Bondi -. Ormai prevalgono soltanto istinti bestiali». Ma sarà il regolamento di conti fra Renzi e Letta a decidere la data di scadenza del governo, ripete Berlusconi, e dopo di lui tutti i dirigenti di Forza Italia. «Letta, comunque, dopo l’uscita di Forza Italia dalla maggioranza, deve andare al Quirinale e dimettersi, casomai per chiedere di nuovo la fiducia, per un altro governo»: Berlusconi ha ripetuto questo ieri a chi è andato a trovarlo a Palazzo Grazioli. Lo schema predisposto per oggi (può cambiare, se Berlusconi cambia idea) è il seguente. Berlusconi non va a difendersi in Senato, dove peraltro dall’inizio della legislatura è stato assente nel 99 per cento delle votazioni (dati l’Espresso ). Scenderà invece a parlare sotto Palazzo Grazioli. Al Senato il caso decadenza dovrebbe essere avviato intorno alle 11, con la lettura della relazione Stefàno, presidente della giunta per le Autorizzazioni. A via del Plebiscito si comincia verso le 15. Era stato predisposto un programma di interventi, i capigruppo Brunetta e Romani e una donna, forse Michaela Biancofiore, ricevuta ieri pomeriggio da Berlusconi. Lei, Biancofiore, «vittima» di Letta: dopo la sentenza della Cassazione su Berlusconi – agosto scorso – diede le dimissioni assieme agli altri ministri pdl, il capo del governo accettò solo le sue. Denis Verdini però insiste affinché Berlusconi sia il solo a parlare, intorno alle 16.30, durante il dibattito sulla relazione di Stefàno. Davanti – è l’auspicio – almeno a diecimila persone.
«Con Silvio difendiamo la Costituzione, la democrazia, la libertà», dice il logo della manifestazione. Berlusconi tornerà sulle sue verità, le «cinque verità», come era scritto sul frontespizio del documento portato ieri ai gruppi parlamentari. La persecuzione: per la decadenza di Previti ci volle un anno e mezzo, per la sua quattro mesi; non si è voluta interpellare la Consulta sulla retroattività della legge Severino; si è cercato a ogni costo il voto palese; non si è accettato neanche l’ultimo salvagente lanciato da Casini per un rinvio. Molto apprezzato, il gesto di Casini (che sarà appoggiato oggi dagli alfaniani del Ncd, ha detto Sacconi). E ci sono le nuove «carte americane» per la riapertura del processo.

Poi, lo sguardo puntato sul futuro. Berlusconi non si ritira in campagna e neanche in Africa (come fu tentato di fare – ha detto sabato – dopo le dimissioni da premier). Berlusconi combatte. Contro Letta e Alfano, con un passaggio sul capo dello Stato che non li rimanda alle Camere. Contro le tasse, contro le politiche dei Paesi che dominano in Europa e affamano gli altri. E il probabile annuncio di dimissioni dei sottosegretari di Forza Italia rimasti, Santelli, Micciché, Girlanda e Archi.Dopo il discorso si attenderanno i voti sugli ordini del giorno contrari alla decadenza, voluta dalla relazione Stefàno. Dovrebbero essere pochi, gli odg, perché tirarla lunga significa prolungare la sofferenza, sempre secondo Verdini.
La campagna elettorale comincia. Oggi Mediaset copre l’intera giornata della decadenza. Berlusconi sarebbe dovuto anche andare in Rai, a Porta a Porta , ma alla fine ha rinunciato: «Ci ha fatto sapere – ha spiegato Bruno Vespa – che pressioni familiari lo hanno indotto a scegliere di rientrare ad Arcore prima del voto di decadenza e dopo il comizio». Ma cosa farà il Cavaliere se non arriveranno presto le elezioni? «Faremo un’opposizione di tipo europeo, non distruttiva ma implacabile», dice Osvaldo Napoli. I sondaggi dell’ultima settimana (Tecné, Emg, Ipr, Swg) sono di conforto: centrodestra (fra 37 e 34,5 per cento) in testa sul centrosinistra (fra 33 e 31 per cento). Sullo sfondo, il grande timore di Berlusconi, che un giudice, da Napoli o Milano, firmi il suo arresto. Ieri ha scherzato ai gruppi: «Verrete a trovarmi a San Vittore…». Ma poi ha gridato e griderà oggi: «Io non ho paura di nessuno!».


Al diavolo il Paese
di Pierluigi Battista
(dal “Corriere della Sera”, 27 novembre 2013)

E adesso, dove vuole arrivare Forza Italia? Se ha legato a tal punto e indissolubilmente il suo futuro politico alla sorte parlamentare del leader, cos’altro dovrà essere strappato, oltre al (legittimo) formale ritiro dalla maggioranza che sostiene il governo Letta? Si sono affrettati a dire, i maggiorenti di Forza Italia, che si ritirano da tutto: anche dal tavolo delle riforme istituzionali. Resta solo la terra bruciata. Soltanto la demolizione del perimetro che dovrebbe tenere insieme forze politiche diverse, alternative e conflittuali tra loro, eppure accomunate dallo stesso destino democratico. Resta solo l’incoerenza assoluta di indicare come nemico numero uno il capo dello Stato che si è contribuito ad eleggere sette mesi fa. Che fine ha fatto il senso di responsabilità giustamente sbandierato allora dal Pdl, dopo un esito elettorale che segnava l’impotenza politica perfetta, quando l’Italia sembrava sull’orlo del default istituzionale? Berlusconi e il suo partito hanno cercato di imporre al Pd, a Enrico Letta e allo stesso Napolitano, come condizione per consentire al governo di non morire, di sposare senza riserve mentali l’idea di una persecuzione giudiziaria del leader del centrodestra. E addirittura di adoperarsi per annullare gli effetti di una condanna definitiva. Una condizione impossibile da accettare. Senza questa condivisione, hanno però sostenuto, la democrazia italiana si sarebbe sostanzialmente svuotata. Ora, alla vigilia del voto sulla decadenza di Berlusconi, hanno scelto per coerenza con questa lettura oltranzista e radicale della parabola giudiziaria del loro leader, di lacerare tutto il tessuto che dovrebbe reggere un sistema fondato sull’alternanza. Altro che legge di Stabilità. Si mettono in una posizione anti-sistema. Hanno suonato le campane a morto per le «larghe intese», proprio mentre in Germania si stanno preparando a sostenerle in una grande coalizione. Non vogliono più contribuire alla riforma della legge elettorale e a quella delle istituzioni. Non è solo la sfiducia a un governo: è l’applicazione letterale del motto distruttivo e autolesionista «Dopo di me il diluvio». Solo che il diluvio travalica i confini di un partito e del suo leader. Da oggi la democrazia italiana vive nella tenaglia di due forze, l’altra sono i Cinque Stelle di Grillo, che rifiutano ogni collaborazione («collaborazionismo»?) con le altre forze politiche sulla base di una nozione minima di bene comune, o interesse generale. La promessa delle riforme istituzionali viene disattesa, come se la necessità di snellire e adeguare le istituzioni per garantire forza ai governi non fosse più attuale. Il senso di responsabilità si è dissolto. E ogni posizione intermedia o dialogante è stata cancellata con la separazione dai «governisti» di Alfano. Il diluvio. Sull’Italia, che non lo merita. E al diavolo il Paese.
______________-

(Povero Piggi. A te andrebbe bene tutto, perfino che l’opposizione andasse a prendere ordini da Napolitano, e in piazza facesse ammuina. E’ la democrazia che piace agli uomini chewing-gum, tipo Alfano e Quagliariello. Ti piacerebbe che tutti fossero così, nevvero? Ma spero che imparerai a conoscere una vera opposizione al bolscevismo, a cominciare da oggi. Per il bene della democrazia e dell’Italia, a cui non sono così sicuro che tu voglia bene. Francia o Spagna purchè se magna… bdm)


Quel che resta del Ventennio
di Barbara Spinelli
(da “la Repubblica”, 27 novembre 2013)

La tentazione sarà grande, dopo il voto sulla decadenza di Berlusconi al Senato, di chiudere il ventennio mettendolo tra parentesi. È una tentazione che conosciamo bene: immaginando d’aver cancellato l’anomalia, si torna alla normalità come se mai l’anomalia – non fu che momentanea digressione – ci avesse abitati.

Nel 1944, non fu un italiano ma un giornalista americano, Herbert Matthews, a dire sulla rivista Mercurio di Alba de Céspedes: “Non l’avete ucciso!” Tutt’altro che morto, il fascismo avrebbe continuato a vivere dentro gli italiani. Non certo nelle forme di ieri ma in tanti modi di pensare, di agire.

L’infezione, “nostro mal du siècle”, sarebbe durata a lungo: a ciascuno toccava “combatterlo per tutta la vita”, dentro di sé. Lo stesso vale per la cosiddetta caduta di Berlusconi. È un sollievo sapere che non sarà più decisivo, in Parlamento e nel governo, ma il berlusconismo è sempre lì, e non sarà semplice disabituarsi a una droga che ha cattivato non solo politici e partiti, ma la società. Sylos Labini lo aveva detto, nell’ottobre 2004: “Non c’è un potere politico corrotto e una società civile sana”. Fosse stata sana, la società avrebbe resistito subito all’ascesa del capopopolo, che fu invece irresistibile: “Siamo tutti immersi nella corruzione”, avvertì Sylos. La servitù volontaria a dominatori stranieri e predatori ce l’abbiamo nel sangue dal Medioevo, anche se riscattata da Risorgimento e Resistenza. La stessa fine della guerra, l’8 settembre ’43, fu disastrosamente ambigua: “Tutti a casa”, disse Badoglio, ma senza rompere con Hitler, permettendogli di occupare mezza Italia. Tutte le nostre transizioni sono fangose doppiezze.

Dico cosiddetta caduta perché il berlusconismo continua, dopo la decadenza. Il che vuol dire: continua pure la battaglia di chi aspira a ricostruire, non solo stabilizzare la democrazia. Il ventennio dovrà essere finalmente giudicato: per come è nato, come ha potuto attecchire. Al pari di Mussolini non cadde dal cielo, non creò ma aggravò la crisi italiana. Nel ’94 irruppe per corazzare la cultura di illegalità e corruzione della Dc, di Craxi, della P2, e debellare non già la Prima repubblica ma la rigenerazione (una sorta di Risorgimento, anche se trascurò la dipendenza del Pci dall’oro di Mosca) avviata a Milano da Mani Pulite, e poco prima a Palermo da Falcone e Borsellino.

Il berlusconismo resta innanzitutto come dispositivo del presente. Anche decaduto, assegnato ai servizi sociali, il leader di Forza Italia disporrà di due armi insalubri e temibili: un apparato mediatico immutato, e gli enormi (Sylos li definiva mostruosi) mezzi finanziari. Tanto più mostruosi in tempi di magra. Assente in Senato, parlerà con video trasmessi a reti unificate. E in campagna elettorale avrà a fianco la destra di Alfano: nessuno da quelle parti ha i suoi mezzi, la sua maestria. Monti contava su 15-16 punti, prima del voto a febbraio. Alfano solo su 8-9 punti. La scissione potrebbe favorire Berlusconi, e farlo vincere contro ogni nuova gioiosa macchina di guerra.

Ma ancora più fondamentale è l’eredità culturale e politica del ventennio: i suoi modi di pensare, d’agire, il mal du siècle che perdura. Senza uno spietato esame di coscienza non cesseranno d’intossicare l’Italia.
Il conflitto d’interessi in primis, e l’ibrido politica-affarismo: ambedue persistono, come modus vivendi della politica. La decadenza non li delegittima affatto. La famosa legge del ’57 dichiara ineleggibili i titolari di importanti concessioni pubbliche (la Tv per esempio): marchiata di obsolescenza, cade nell’oblio. Sylos Labini sostenne che fu l’opposizione a inventare il trucco per aggirarla. Non fu smentito. L’onta non è lavata né pianta.

Altro lascito: la politica non distinta ma separata dalla morale, anzi contrapposta. È un’abitudine mentale ormai, un credo epidemico. Già Leopardi dice che gli italiani sono cinici proprio perché più astuti, smagati, meno romantici dei nordici. Non sono cambiati. Ci si aggrappa a Machiavelli, che disgiunse politica e morale. Ci si serve di lui, per dire che il fine giustifica i mezzi. Ma è un abuso che autorizza i peggiori nostri vizi: i mezzi divengono il fine (il potere per il potere) e lo storcono. Il falso machiavellismo vive a destra, a sinistra, al Quirinale. La questione morale, poco pragmatica, soffre spregio. Berlinguer la pose nel ’77: nel Pd vien chiamata una sua devianza fuorviante.

Anche il mito della società civile è retaggio del ventennio: il popolo è meglio dei leader, i suoi responsi sovrastano legalmente i tribunali. Democraticamente sovrano, esso incarna la volontà generale, che non erra. Salvatore Settis critica l’ambiguità di questa formula-passe-partout: è un'”etichetta legittimante, che designa portatori di interessi il cui peso è proporzionale alla potenza economica, e non alla cura del bene comune; tipicamente, imprenditori e banchieri che per difendere interessi propri e altrui si degnano di scendere in politica”, ritenendo inabili politici e partiti. Non solo: la società civile “viene spesso intesa non solo come diversa dallo Stato, ma come sua avversaria; quasi che lo Stato (identificato con i governi pro tempore) debba essere per sua natura il nemico del bene comune”. (Azione popolare, Einaudi 2012, pp. 207, 212).

Così deturpata, la formula ha fatto proseliti: grazie all’uso oligarchico della società civile (o dei tecnici), la politica è vieppiù screditata, la cultura dell’amoralità o illegalità vieppiù accreditata. Il caso Cancellieri è emblematico: la mala educazione diventa attributo di un’élite invogliata per istinto a maneggiare la politica come forza, contro le regole. A creare artificiosi stati di eccezione permanente, coincidenze perfette fra necessità, assenza di alternative, stabilità.

Simile destino tocca alla laicità, non più tenuta a bada ma aborrita nel ventennio. Il pontificato di Francesco non aiuta, perché la Chiesa gode di un pregiudizio favorevole mai tanto diffuso, perfino su temi estranei alla promessa “conversione del papato”. Difficilmente si faranno battaglie laiche, in un’Italia politica che mena vanto della dipendenza dal Vaticano. La nuova destra di Alfano è dominata da Comunione e Liberazione. Dai tempi di Prodi, i democratici evitano di smarcarsi sulla laicità. Tutti i leader del momento (Letta, Alfano, Renzi) vengono dalla Dc o dal Partito popolare. Diretto com’è da Napolitano, il Pd non ha modo di liberarsi del ventennio (a che pro le primarie quando è stato il Colle a dettare la linea sul caso Cancellieri?). Permane la vergogna d’esser stati anticapitalisti, antiamericani, anticlericali (l’ultima accusa è falsa da sessantasei anni: fu Togliatti ad accettare l’innesto nella Costituzione dei Patti Lateranensi di Mussolini).

Infine l’Europa. Nel discorso ai giovani di Forza Italia, Berlusconi ha cominciato la sua campagna antieuropea, deciso a svuotare Cinque Stelle. La ricostruzione della sua caduta nel 2011 è un concentrato di scaltrezza: sotto accusa l’Unione, la Germania, la Francia. Ancora una volta, con maestria demagogica, ha puntato il dito sul principale difetto italiano: la Serva Italia smascherata da Dante.

No, Berlusconi non l’abbiamo cancellato. Perché la società è guasta: “Siamo tutti immersi nella corruzione”. Da un ventennio amorale, immorale, illegale, usciremo solo se guardando nello specchio vedremo noi stessi dietro il mostro. Altrimenti dovremo dire, parafrasando Remarque: niente di nuovo sul fronte italiano. La guerra civile ed emergenziale narrata da Berlusconi ha bloccato la nostra crescita civile oltre che economica, e perpetuato la “putrefazione morale” svelata da Piero Calamandrei. Un’intera generazione è stata immolata a finte stabilità. La decadenza di Berlusconi, se verrà, è un primo atto. Sarà vana, se non decadrà anche l’atroce giudizio di Calamandrei.


Così si spezza la doppia anima del Cavaliere
di Luigi La Spina
(da “La Stampa”, 27 novembre 2013)

Anche l’epilogo dell’esperienza, se non politica, almeno parlamentare di Berlusconi conferma che, in questi vent’anni, l’Italia ha visto sulla scena pubblica non uno, ma due Berlusconi. Da una parte, l’uomo di Stato che dialoga con i potenti del mondo come rappresentante e interprete del moderno conservatore europeo. Dall’altra, il rivoluzionario di centro, disinvolto contestatore dei riti e dei miti istituzionali, in nome di un rapporto empatico e diretto con i consensi non tanto dei suoi elettori, quanto dei suoi fan. Un doppio registro che, alternato con una sapiente regia mediatica, gli ha consentito, finora, di tenere insieme le due platee alle quali si è rivolto, quella tradizionale del moderatismo italiano orfano della dc e quella del ribellismo anarco-conservatore, insofferente alle regole di uno Stato considerato sempre come un avversario. Un nemico che non si può abbattere, ma a cui è legittimo sfuggire con ogni mezzo.

Così, questi giorni di vigilia di quella decadenza parlamentare che, stasera, dovrebbe seguire alla sua definitiva condanna penale, hanno manifestato con estrema chiarezza quel modello binario della sua condotta tipico di tutta la sua presenza in politica.
Con una forte accelerazione però dei due atteggiamenti, alternati freneticamente come in un balletto chapliniano. Prima, il leader di Forza Italia ostenta un vittimistico ossequio per le libere prerogative presidenziali sulla concessione della grazia e, subito dopo, passa agli anatemi complottisti e minacciosi contro Napolitano, conditi da veementi attacchi e ingiurie contro il capo dello Stato da parte dei giornali che a lui fanno riferimento. Prima, chiede ai membri del Parlamento, con un appello commosso, il rispetto dovuto a un loro collega, rappresentante, secondo la Costituzione, di tutto il popolo italiano e, immediatamente dopo, si appella a un’imponente manifestazione di piazza come arma impropria di pressione sulle scelte dei senatori che devono deliberare la decadenza. Prima, ricorre a principi del foro come l’avvocato Coppi per seguire le vie maestre del diritto processuale, nella convinzione che, alla fine, la giustizia debba trionfare, riconoscendo la sua innocenza e, poi, dichiara impossibile che la magistratura italiana esprima nei suoi confronti una sentenza di verità.

È probabile, però, che, adesso, questa «partita doppia» sulla quale Berlusconi ha condotto l’equilibristico bilancio della sua esperienza politica sia alla conclusione, proprio per l’impossibilità di tenere insieme quello che è sempre riuscito a tenere insieme. Come se, in epoca pre digitale, l’affrettato ritmo di quel film chapliniano potesse preludere alla rottura della pellicola. Per la prima volta, infatti, l’esasperazione del caso personale rispetto alle sorti di quel popolo di cui Berlusconi è sempre riuscito a rappresentare paure e speranze, desideri legittimi e aspirazioni inconfessabili, rischia di rompere il circuito magico che ha costantemente legato il destino del leader a quello della composita maggioranza degli italiani che in questi anni l’ha votato.

Se questa ipotesi avesse il conforto degli avvenimenti nei prossimi mesi, la divisione tra «lealisti» e «diversamente berlusconiani» non rappresenterebbe, come pure è stato giustamente osservato, un aggiornamento partitico del suo tradizionale metodo, quello, appunto, del doppio registro, moderato e radicale, ma il segnale di una sua ormai insanabile rottura. L’estromissione di Berlusconi dal Parlamento potrebbe costituire, perciò, il simbolo dell’impossibilità di inserire e far valere nelle istituzioni dello Stato il ribellismo antipolitico e pararivoluzionario che cova, nel profondo, una parte importante del suo elettorato.

Si spiegherebbe, così, l’opposizione disperata del leader di questa nuova, ma molto diversa, «Forza Italia» alla sua decadenza da senatore, un’eventualità che non può essere paventata solo dal timore, senza lo scudo dell’immunità, di un improbabile arresto. Tra l’altro, proprio i leader che più recentemente si sono affacciati sulla scena pubblica, Grillo e Renzi, hanno dimostrato come si possa far politica, e farla efficacemente, fuori dagli scranni delle due Camere. Berlusconi, che certo non sfigura al confronto carismatico con i due probabili futuri suoi competitori, potrebbe avvantaggiarsi, anzi, da una posizione extraparlamentare che gli lascerebbe la massima spregiudicatezza propagandistica. Forse la sua accanita battaglia per conservare il più possibile il suo posto a palazzo Madama indica la consapevolezza, più istintiva che razionale, della necessità di prolungare il più possibile lo straordinario miracolo del ventennio berlusconiano, quello di non spaccare la doppia anima del moderatismo italiano a cavallo del secolo. E con quella, anche la sua.


Letta resta con 6 voti e al Colle va bene
di Massimiliano Scafi
(da “il Giornale”, 27 novembre 2013)

Roma – E adesso, che succede? Nulla. «La verifica della sussistenza di una maggioranza – si legge in una nota del Colle – sarà soddisfatta in brevissimo tempo, durante la seduta in corso al Senato con la discussione e la votazione sulla già posta questione di fiducia».
Paghi uno, prendi due: il sì alla legge di Stabilità vale quindi anche come mozione di conferma per l’attuale esecutivo. Secondo Enrico Letta, in fondo, niente è cambiato. «Va tutto bene», dice infatti il premier prima di essere ricevuto in serata dal capo dello Stato per fare il punto della situazione. In realtà è cambiato quasi tutto. Forza Italia ha sbattuto la porta, la stagione delle larghe intese è stata archiviata, la coalizione che sostiene il governo non è più la stessa. Letta ora a Palazzo Madama dispone, sulla carta, di almeno 167 voti, solo 6 più della maggioranza assoluta (se votasse anche il presidente Grasso salirebbero a 168). Tredici, se al conto si aggiungono i senatori a vita. Ma Claudio Abbado e Carlo Azeglio Ciampi hanno qualche acciacco e gli altri tre, Renzo Piano, Carlo Rubbia e Elena Cattaneo non sono certo molto assidui. E Pietro Grasso per prassi non vota. Senza parlare delle commissioni in mano rimaste a Fi. Insomma, come si fa a governare in queste condizioni? E poi, come è possibile notificare il cambio di scenario politico senza un atto procedurale?

Servirebbe, sostengono dal centrodestra, un passaggio formale. Se non proprio una crisi, almeno delle consultazioni sul Colle. Se non un rimpasto, un altro voto di fiducia. Ma Palazzo Chigi resiste. Se il passaggio si allunga, se l’interregno si dilata, il rischio è che venga giù tutto. Troppe le varianti impazzite: da Renzi che vuole un’accelerata a Monti che spera in un rimpasto, dal centrodestra che punta alle elezioni al Pd che vuole sottolineare che l’alleanza indigesta con Berlusconi è finita. Perciò già dalla mattina il governo si blinda mettendo la fiducia sulla Finanziaria. «Il modo più corretto e trasparente – sostiene Dario Franceschini – per verificare l’esistenza del rapporto fiduciario tra esecutivo e Parlamento». Votare in un solo giorno su conti pubblici e sui nuovi numeri del governo è pure il sistema più indolore per voltare pagina. Forza Italia ovviamente non ci sta. Subito dopo l’uscita dalla maggioranza, i capigruppo Paolo Romani e Renato Brunetta si mettono in contatto con il presidente della Repubblica e lo informano ufficialmente della nuova situazione. «La natura del governo è cambiata – dice Brunetta – le larghe intese sono finite, da oggi c’è un esecutivo di centrosinistra». Sandro Bondi chiede al capo dello Stato di «prendere atto e fare un nuovo governo». Maurizio Bianconi vorrebbe addirittura le dimissioni di Giorgio Napolitano. Re Giorgio invece convoca Letta e stabilisce il percorso istituzionale da seguire. Dunque, nessun passaggio parlamentare, per suggellare la trasformazione dalle larghe intese alle piccole intese basterà attenersi al copione. L’incontro dura un’oretta. I due presidenti «hanno preso atto della decisione di Forza Italia di esprimere voto contrario sulla legge di Stabilità su cui il governo ha posto la questione di fiducia», ma «la necessità che ne consegue di verificare la sussistenza di una maggioranza sarà soddisfatta in brevissimo tempo». Subito, nella notte. Oggi è un altro giorno. Napolitano è preoccupato: il nuovo-vecchio Letta riprende la navigazione con 71 voti in meno al Senato e con la prospettiva di dover presto rinunciare pure al comitato per le riforme costituzionali. Ma, come dice Altero Matteoli, «i governi deboli sono quelli destinati a resistere a lungo».


I senatori a vita assenteisti si fiondano in Aula per fucilare il Cav
di Nico Di Giuseppe
(da “il Giornale”, 27 novembre 2013)

Fino al 7 novembre non avevano collezionato alcuna presenza in Senato. Oggi, giorno della decadenza da senatore di Silvio Berlusconi, si sono fiondati a Palazzo Madama.
Roba da stakanovisti. Parliamo di tre dei quattro senatori a vita nominati nell’ultima tornata del 30 agosto da Giorgio Napolitano. Sono Elena Cattaneo, Carlo Rubbia e Renzo Piano. Proprio contro quest’ultimo si è scagliato Maurizio Gasparri, che ha parlato di “un comportamento discutibile di un senatore a vita recordman di assenteismo, si presenta oggi per contribuire al vergognoso rito dell’illegalità, il fatto si commenta da solo. Che brutta figura”. Anche il coordinatore di Forza Italia, Sandro Bondi, si è scagliato contro i senatori a vita: “Vergognatevi. Chiedo ai colleghi senatori se ritengono opportuno e accettabile se coloro che sono stati di recente nominati senatori a vita che non si sono contraddistinti per una loro presenza fattiva siano oggi presenti per un voto come questo sulla decadenza del leader del centrodestra italiano”. A inizio novembre, Pdl e M5S hanno trovato convergenza su un ordine del giorno che prevedeva l’allargamente dell’absence tax (quel meccanismo per cui un senatore per ogni giorno in cui non è presente ad almeno il 30 per cento delle votazioni si vede decurtare un quindicesimo della parte variabile della diaria) anche ai senatori a vita. Presente in Senato anche l’altro senatore a vita, Mario Monti, anche lui nominato dal Colle.


È l’ora della decadenza ma il rischio arresto fa tremare le Camere
di Paolo Bracalini
(da “il Giornale”, 27 novembre 2013)

Fatti che si incrociano, indizi che si sommano a formare, se non una prova, un segno. Che l’esecuzione pubblica del Cavaliere, la sua «martirizzazione» mediatica (col sottofondo di manette che tintinnano, da cittadino comune senza più scudi per arresti cautelari, eventualità che Berlusconi teme seriamente…), si possa tramutare in autogol.

È un dubbio che attraversa lo spazio trasversale più moderato, da sinistra a destra, mentre a Palazzo Madama si monta il patibolo che farà rotolare stasera la testa del Caimano (trofeo da portare al congresso Pd). «Ne stanno facendo un’icona. E ora se ne accorgono» ragiona il senatore «falco» Minzolini, che da vecchio cronista nota una dissonanza. Mentre le esecuzioni di politici durante Mani pulite si accompagnavano a crolli nel gradimento del partito, stavolta sta succedendo il contrario. Da giorni, con l’avvicinarsi della decadenza, Berlusconi e la sua nuova Forza italia crescono nei sondaggi (anche superando, in coalizione con gli alleati, il centrosinistra). Segno – labile, certo, perché appeso a rilevazioni statistiche – che la liquidazione del leader Fi sia percepita, da una consistente fetta di elettorato, diversamente dal tripudio giacobino del ’92. Elementi di un puzzle a cui aggiungerne un altro. Il salvataggio di ministri più integrati nel sistema Napolitano-Letta, a partire da Alfano (caso kazako) ma soprattutto la Cancellieri per lo scandalo Ligresti (difesa peraltro dallo stesso centrodestra). Certo, situazioni molto diverse da quella del condannato Berlusconi, sacrificato dal «sistema». Tuttavia, confronti che nella pancia dell’elettorato possono avere un peso emotivo.

Di qui – altro tassello del quadro indiziario – le improvvise frenate, al centro ma pure a sinistra. Una sonda politica come Casini, in cerca di spazi, ha lanciato una scialuppa a Berlusconi, con una proposta di rinvio della decadenza, già bocciata dalla maggioranza. Lo ha fatto più che per generosità, per «eliminarlo senza metterci la faccia», secondo la lettura cinica (ma in politica col cinismo spesso ci si azzecca) della Prestigiacomo. E forse temendo l’effetto boomerang della propria firma sull’esecuzione del Cav, in un elettorato moderato (quello a cui punta Casini coi suoi nuovi Popolari), cattolico, di estrazione Dc (partito mutilato dai pm) poco incline alla ghigliottina. La corrente Prima repubblica (ex Dc, ex Psi), disseminata nei partiti, assiste con imbarazzi al Decadence Day. Il centrista Cesa (Udc) nota «un solco sempre più profondo tra moderati ed estremisti», e chiede un gesto di «buon senso» (il rinvio della decadenza) perché «rischiamo di prendere una decisione in Senato che poi verrà rimessa in discussione dalla Corte europea» a cui Berlusconi ha fatto già ricorso contro l’applicazione retroattiva della legge Severino. A sinistra il senatore socialista Buemi chiede una soluzione alternativa, un rinvio. Nel Pd, che non può permettersi il lusso di farsi superare su questo terreno dal M5S, viene subito accusato di tentato tradimento il deputato Boccia, per aver detto a Radio24 che il senatore Berlusconi, «come ogni cittadino», ha diritto a chiedere la revisione del processo. L’effetto «martirio» si misurerà anche su un secondo registro. Quello degli altri processi a carico del quasi ex senatore Berlusconi: Ruby 1 e 2, e poi la presunta compravendita di parlamentari (Napoli). Il professor Coppi, legale del Cavaliere, definisce «irreale, assurda, oltre il limite della stessa provocazione, l’ipotesi di arresto per Berlusconi». Un timore che però appartiene al «periodo più brutto» della vita dell’ex premier. Con, anche qui, coincidenze temporali suggestive. Proprio da qualche giorno Valter Lavitola, difeso dall’ex Pdl Maurizio Paniz, ha cambiato linea (ma la Procura di Napoli smentisce), iniziando a collaborare con i pm che accusano Berlusconi di aver comprato il voto dell’ex senatore De Gregorio per far cadere Prodi. Lì l’accusatore è Woodcock. Mentre per il Ruby ter, dov’è possibile che un Berlusconi in libertà sia considerato incompatibile con le indagini sulla trasparenza dei testimoni (sospettati di aver detto il falso), è la Procura di Milano. In entrambi i casi, non esattamente degli amici di Berlusconi.


Berlusconi e il giorno degli sciacalli
di Salvatore Merlo
(da “Il Foglio”, 27 novembre 2013)

“Speriamo vada tutto bene, altrimenti vuol dire che verrete a trovarmi a San Vittore…”. E cosa importa che sia un timore irrazionale, o forse una favola mostruosa come sibila pacato il suo gran difensore Franco Coppi; Berlusconi, che vi si è accostato, a poche ore dal voto sulla sua decadenza, oggi in Senato, sa che nessun inferno è meno incorporeo e più atroce del timore di perdere la libertà, vicenda minuziosamente, crudelmente umana. “E’ in atto una gara a chi mi agguanta prima tra le procure di Milano e Napoli”, dice il Cavaliere, fiero e triste, osservando i deputati e senatori della sua Forza Italia (“ora che siamo di meno siamo anche più simpatici”). E per un attimo la sala della Regina, a Montecitorio, con i suoi marmi sontuosi e gli arazzi sbiaditi, s’invade d’una tetraggine illimitata, le parole di Berlusconi sono fredde e perenni, colano dall’alto sui parlamentari riuniti in silenzio attorno alla sua maestà in caduta, “siamo al dunque”. Ma il Cavaliere conserva in tasca una lama di speranza, “il voto non è scontato”, dice, lui che pure si porta addosso come un presentimento di sciagura, quasi una gobba: la decadenza e l’obbligo dei servizi sociali riflettono l’immagine della debolezza e della solitudine, dell’ultimo sfregio, la prigione per mano d’un pm in cerca di gloria, d’uno scalpo clamoroso, il suo, l’arresto cautelativo del gran Belzebù d’Italia, del Caimano. “E’ inverosimile”, dice Coppi, ma per Berlusconi un carcere (quello dei servizi sociali) può specchiarsi in un altro carcere e racchiuderlo; per lui il problema è sempre quello della libertà: dall’abuso della forza nasce l’orrore. E questa è una realtà che gela Berlusconi con le parvenze dell’incubo, “mi vogliono annientare fisicamente”. Eppure la rassegnazione, la mansuetudine, la certezza che si vince militando nella coorte degli sconfitti, tutto ciò non lo pervade. Oggi pomeriggio Denis Verdini ha organizzato una manifestazione sotto Palazzo Grazioli, poi andrà in scena il dibattito pirotecnico in Senato, a seguire il voto in Aula fra gli strepiti, infine un “Porta a Porta” forse destinato a entrare nella storia dell’Italia politica come quello del contratto con gli italiani. “E non finisce qua”, promette e minaccia il Cavaliere circondato, condannato e quasi espulso.

“Non ci sono più le condizioni per proseguire nella collaborazione con questo governo”, dice Paolo Romani, il capogruppo in Senato, uomo della moderazione e della misura come cifra politica, “la decadenza di Berlusconi equivale alla morte della democrazia”, ruggisce stavolta. E la ri-Forza Italia si prepara così alla guerra guerreggiata, un movimento politico attraversato da un funesto, dionisiaco, quasi radioso furore: “Letta si deve dimettere, abbiamo già informato il Quirinale”, mormora tra i denti Renato Brunetta, che essendo fatto di polvere urticante trova la sua dimensione ideale in questo crepuscolare conflitto che ormai attende tutti con le sue incognite promesse. “Anche il maxiemendamento alla Legge di stabilità è irricevibile”, dice, “per quanto ci riguarda le larghe intese sono finite, con oggi si apre la crisi”. Enrico Letta ha ancora sette voti di vantaggio sulle opposizioni nel traballante Senato che da oggi sarà dunque la Camera dell’incertezza come ai tempi grami di Romano Prodi; l’Aula dei ricattucci, in balìa dei manipoli responsabili, delle trame neocentriste del solito Casini, delle vaghezze di Mario Monti, delle bizze e delle contorsioni di un Pd che sta per consegnarsi, l’8 dicembre, tra mille dolori, nelle ambiziose mani di Matteo Renzi. Per ciascuno degli attori sul proscenio un passato ancora prossimo è perduto e fermenta di asprezze, come per Giorgio Napolitano così per Letta, “la situazione non è semplice”, ammette il presidente del Consiglio, avaro di parole, ma illuminato d’una torbida luce di sfacelo, “adesso lavoro per evitare il caos”. Berlusconi ancora ieri notte, a lungo, fino all’ultimo, ha cercato nel rinvio del voto sulla sua decadenza la liberazione più difficile, come una pace, ma poi il Cavaliere, persuaso da un animoso fatalismo, si è arreso. Nemmeno il tiro alla fune sulla Legge di stabilità ha intimorito né ovviamente incrinato le contundenti certezze dei suoi avversari. E così raccontano che a tarda sera Berlusconi abbia ascoltato in televisione le parole di Danilo Leva e Roberto Speranza, dei leader del centrosinistra e del Movimento 5 stelle, “Berlusconi è l’antistato”, e il Cavaliere ha ricavato da quei volti “sprezzanti e sicuri” la purezza della persuasione cieca dei nemici. “E’ finita”, ha sospirato; la sua lunga, sconvolgente avventura politica è arrivata a un punto. “Ma anche il governo è arrivato al punto”, dice Daniela Santanchè, “dovevamo farlo prima”. E un rimpianto ne contiene un altro, come una scatola chiude un’altra scatola, “se avessimo riformato la giustizia…”.


Perché odiano il libero Cav.
di Elvira Banotti
(da “Il Foglio”, 27 novembre 2013)

Dico a quei parlamentari e giornalisti che tentano di ipnotizzarci con la nenia “le sentenze si rispettano” che mi sembrano incantatori di serpenti: vogliono inoculare nelle coscienze l’affievolimento del diritto individuale progettando sudditanze. Quel refrain è nei fatti un esautoramento inaccettabile soprattutto se ripetuto da un presidente della Repubblica. Mi chiedo come sia possibile che individui da noi delegati a proteggere i nostri requisiti costituzionali possano poi ripetere quel proclama antipolitico per assuefarci a subire qualsiasi aberrazione giudiziaria. Nella Costituzione il domicilio è dichiarato inviolabile (ma non quello di Berlusconi) mentre l’art. 15 precisa che la libertà, la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili (ma non per Berlusconi). Mi chiedo: quali vantaggi ricercano magistratura e partiti della sinistra postulando la sottomissione al dispotismo! Teniamolo presente quando li voteremo.

Proclamare ossessivamente che “le sentenze vanno rispettate” è la celebrazione di una mostruosa azione servile da parte di individui eletti ma trasfigurati da un malato senso di stupidità che può solo preannunciare conflitti tribali. Il diritto alla difesa è infatti il primo stato naturale della persona e non un ideale astratto: e io sono sensibile all’eco che mi suscita la capacità di resistenza a qualsiasi sopruso da parte di chiunque. Solo la consapevolezza di chi era ed è dotato di un lucido senso di sé ha consentito ad altri di seguire lo stesso percorso per uscire dal buio di tirannie storicamente istituite su presupposti esclusivamente punitivi. Il diritto alla giustizia resterà sempre inscritto come principio istitutivo della singola persona e non come attributo dei codici (oggi apertamente stagnanti e squalificati come lo sono anche i nostri tribunali).

Ed è compito di noi cittadini far valere l’interesse collettivo regolando le relazioni economiche finanziarie e sociali e imponendo limiti invalicabili a imposizioni o perversioni politiche o giudiziarie. Oggi siamo spettatori capaci di decifrare le correlazioni vistose dell’antagonismo di alcuni magistrati contro Silvio Berlusconi e abbiamo individuato i preliminari dei pubblici ministeri che nulla hanno a che vedere con la giustizia. Mentre l’intero assetto della procura milanese agiva come un politburo contro un presidente del Consiglio in carica, la città stessa era da anni diventata plateale sede di prostituzione: oggi polizia e procure della Repubblica conoscono nomi cognomi e reati di una rete articolata di soggetti, ma fino a questo momento nessun nome è trapelato sul Fatto quotidiano o sulla Repubblica. I media hanno invece messo alla gogna le adolescenti delle quali viene quasi fornito l’identikit. Al contrario avevano tutti l’obbligo di proteggere le loro persone… e invece! Ci credono forse deficienti?

Traspare nitidamente che Berlusconi è diventato destinatario di un clamoroso quanto irrazionale livello di punibilità, esattamente così come lo siamo state noi donne per millenni, costringendoci a metà del secolo scorso a dirottare imponenti energie per disarticolare norme di esistenza progettate sulla degenerazione vistosa del mondo maschile. Ed è solo dopo gli anni 70 che noi femministe siamo riuscite ad aprire le prime crepe nei cosiddetti Codici dell’Inciviltà. Le nostre esistenze si sono dipanate appunto grazie alla lucidità con cui ci siamo opposte a tutte quelle formule accatastate nel cosiddetto “diritto” con le quali venne fondata la religione dell’oltraggio all’intero universo femminile. In questi mesi ho notato che siamo state soprattutto noi donne a intervenire in difesa di Silvio Berlusconi, in quanto riteniamo che il diritto soggettivo non sia comprimibile e sia un irrinunciabile preliminare alla difesa della vita. Altrimenti si sopprime l’esperienza dinamica delle comunità: tanto che prima di applicare qualunque pena i giudici devono assolutamente proteggere i diritti della persona. Un potere concreto che l’ex magistrato Di Pietro – ispiratore di mentalità belluine… terrificanti – non è mai stato capace di decifrare: e così ha finito con l’esibirsi strumentalmente come tribuno in una sede di sofisticati profeti della colpa. Quei magistrati sono stati capaci di rovesciare tonnellate di calcestruzzo sulle nostre facoltà mentali. Credete plausibile il suicidio di Cagliari? Quella fu una strategia sadica destinata a provocare ben altro: nascondeva l’intento di istituire un’inferiorità morale in un uomo di potere che veniva gravato di ogni possibile reato.

Più che nobile l’azione politica del Partito radicale, che ha fatto emergere le gravi responsabilità di una politica della giustizia ispirata dall’arroganza di alcuni soggetti; facendo in particolare emergere la funzione inqualificabile di un Consiglio superiore della magistratura che ritualizza riunioni da vecchio impero convalidando la pratica di un’ingiustizia socialmente pericolosa. Le cause durano anni e anni perché in tal modo le persone restano ostaggio di rischi imprevedibili e quindi appese all’insicurezza perenne, mentre il singolo nero-mantellato – tenendo in pugno un numero indiscriminato di persone – si è nutrito di sensazioni squilibrate ammalandosi di elefantiasi. Ora che hanno assaporato la forza egemone del ricatto sarà difficilissimo neutralizzare il sadismo che ha ormai corroso la loro psicologia.

Del resto gli stessi parlamentari sono terrorizzati dalla tracotanza dell’Anm (di formazione hegeliano-marxista) tanto che ormai fingono acquiescenze dimenticando che la personalità giuridica dello stato è strutturata sulla somma dei diritti dei cittadini e non sulla “idolatria dei limiti” sedimentata da una magistratura che apertamente banalizza il diritto. Millenaria costruzione di regole e dottrine, “satura” di astrazioni modulate sul sessismo, nel corso della storia la norma giuridica è stata infatti un conglomerato di certezze balorde e crudeli declinate seppellendo non solo il diritto all’autodifesa ma istituendo addirittura l’etica della ginofobia.

In questi anni noi femministe abbiamo messo in luce che chi è psicologicamente anchilosato dalle tradizioni non sarà mai in grado di agire contro lo statuto di una ideologia giuridica e politica decrepita. Possibile che non sappiate rilevare le distonie esistenti tra le migliaia di sentenze che affievoliscono il senso della giustizia e la mancanza di coincidenza tra le stesse e quella Costituzione definita la più bella del mondo? O forse, questa lettura appartiene soltanto a chi non ha vegetato nel letargo comunista. Il sentimento di giustizia è una consapevolezza individuale, la sola che può animare un ordinamento sociale: in tempi non troppo lontani persino la schiavitù è stata dagli uomini organizzata e ritenuta corrispondente al senso di giustizia. La coscienza del diritto individuale non è mai stata configurata nella polis: pensate che le università divulgano alcune aberrazioni come “storia del diritto romano”, mentre sarebbe corretto definirle “storia dei delitti romani”, perché composizione millenaria di teorie la cui brutalità ha costretto milioni di donne e di uomini a ingaggiare lotte estenuanti contro la tirannia.

Quei magistrati o deputati di sinistra cultori della “resistenza alla Borrelli” intendono solo incatenarci all’immobilismo comunista, una tendenza che ancor oggi ipoteca la vitalità umana: malgrado il crollo dell’impero sovietico, la nostra sinistra è ancora impegnata a sterilizzare le relazioni di sessualità e piacere: perciò mantiene aperto il varco a qualsiasi tipo di conflitto dirottato ottusamente verso eruzioni di fobie e fraintendimenti. Ciò che significa preclusione a qualsiasi chiarimento. Io non dimentico i tempi in cui Oscar Luigi Scalfaro venne enfatizzato come “padre della patria” mentre era un tremendo ginofobo, un quasi alieno che osò schiaffeggiare una signora seduta con altri ospiti al tavolo di un ristorante: indossava un abito elegante che non gli piaceva… Nei giorni successivi si era scusato con il di lei marito, ma mai con la donna schiaffeggiata. Pensate che il Pci-Pds adulò quell’uomo come un “integerrimo” presidente della Repubblica. Personalmente tra i due protagonisti io scelgo Berlusconi, un uomo che riconosce la multiformità umana, il quale dovrebbe considerare la decadenza da senatore come l’ultimo strumento di ridicola vendetta della sinistra tutta. In realtà quel titolo non è onorifico, perché tra i senatori vegetano individui assolutamente disadatti alla contemporaneità.

Sono infatti tantissime le zone grigie presenti nella Pubblica amministrazione, per non ricordare l’astrattezza delle enunciazioni costituzionali, stilate e saturate con affermazioni che rovesciano addirittura i significati della storia. Quell’astrattezza prescinde infatti totalmente da una interpretazione autentica degli antefatti storici e della feroce storia degli uomini, mai messa a confronto con la storia edificante dell’universo femminile. Ed è proprio in conseguenza di quelle ottuse omissioni che ancor oggi la collettività è depurata dalla cultura eterosessuale dell’esperienza, tanto che la maternità è ancora ritenuta una vicenda privata della singola donna, mentre fa riferimenti continui all’inferiorità femminile e mai a quella maschile. Per fortuna ognuna di noi ha mantenuto una propria percezione dell’articolazione dell’esistenza e perciò non si è adattata supinamente alle paranoie della Parità (con chi?) con le quali i parlamentari hanno tentato di snaturare i dinamismi della convivenza. L’inefficienza e l’ingiustizia che oggi decorano i nostri tribunali sono il risultato della mancata evoluzione culturale di individui che affollano quegli organismi. Avete già dimenticato il linguaggio e le determinazioni assunte in anni recenti da magistrati nei processi per stupro? I magistrati farneticavano di “violenza carnale” e di “congressi carnali” per riferirsi alla persona offesa! E non dimenticate il malefico schema del “peccato originale” e ciò che ha provocato, fino ai milioni di donne mandate al rogo da clerici e magistrati.

Perciò oggi abbiamo il compito di fare una rapida riflessione oltre che sulle psicosi individuali anche su quel pericoloso potere discrezionale attribuito alla magistratura e anche sull’arbitrarietà dell’azione penale obbligatoria che appare oggi come un ostentato tentativo di mettere in quarantena una sola persona, Silvio Berlusconi. Noi tutti dobbiamo avere il coraggio di sostenere le verità che fondano la sua esperienza, togliendo l’ipoteca ordinata con una valanga di procedimenti che avrebbe potuto schiacciare chiunque. E’ superfluo ricordare che è sempre stata la coscienza del diritto naturale a far fermentare e lievitare in ogni essere umano la dimensione amorosa e tollerante della convivenza determinando lo sviluppo dei significati individuali che si sono poi andati lentamente rispecchiando nella realtà, in contrasto appunto con i malefici teoremi del “diritto”.

Il concetto di giustizia dovrebbe infatti spingerci a riconoscere nell’altro una deontologia che conduca al di là dell’azione puramente repressiva dei codici. Perciò ci distinguiamo dalla ferocia animale ma anche da quella simulata che traspare come corredo mentale di una sinistra europea tutta orientata contro Berlusconi – organizzatore politico di orientamenti opposti – per mettere la parola “fine” alla sovranità della persona e al suo diritto alla tutela da aggressioni di “burocrati”, attori di azioni coercitive assurde e incompatibili con la realtà. Puntano infatti a smontare gli orientamenti ideali non di una singola persona, ma di una larga parte della popolazione.

Dovremmo tutti interrogare i procuratori della Repubblica sulla esondazione di intercettazioni eseguite raggiungendo non solo gli ospiti di cene e incontri serali ma persino ispezionando ciò che avveniva nelle stanze da bagno e nelle camere da letto per comporre un’istruttoria su di una presunta “induzione” a fare qualcosa di cui non si ha nessuna certezza! In realtà lo scopo era quello di svendere presunte infamanti manifestazioni sessuali al pettegolezzo di una certa stampa ormai parallela alle strutture inquisitorie e quindi cristallizzata non sulla verifica dell’autenticità dei fatti, ma specializzata sulla falsariga insultante dell’informazione. Vorrebbero addirittura fare di Berlusconi un semplice eunuco. La “corsia” del vituperio, durata vent’anni alla quale forse si deve anche l’evidente attentato di quell’individuo (definito poi “disturbato”) che ha mirato con odio e lanciato con precisa intenzione e attenzione una statuetta di bronzo sul viso di Berlusconi, persona che non conosco.

Certamente il Parlamento ha mancato al compito di depennare migliaia di norme affastellate che ci hanno imprigionato nella rete dell’Impersonalità. Tuttavia i tribunali appaiono ormai sempre più come succursali di finalità distruttive. Fanno il verso a una sinistra che sul piano politico continua a radicarsi come “il popolo italiano per eccellenza”, una esclusività che gli consente di far dilagare conflittualità di segno spregiativo verso coloro che si orientano nella realtà in altro modo. Perciò attenti tutti a non farsi contaminare da quell’acredine furiosa – o meglio psicosi – dispensata a piene mani contro Berlusconi. Le malvagità dispensate dagli aderenti al Pci poi Pds poi Pd io le conosco di persona, visto che sono stata oggetto per lunghi anni di squalifiche e ostilità da parte di “compagne” e dirigenti del Comitato centrale comunista. Conosco bene la putrefazione che sanno far dilagare contro qualsiasi “avversaria/o” da quella fortezza ideologica (inespugnabile solo in Italia); ricordo che Maria Vittoria Tola, allora assessore alla Parità della provincia di Roma, ci aveva convocate a una riunione sulla guerra dei Balcani e sulla prostituzione nei paesi dell’est. Intervenni precisando che preferivo contrastare quella dei compagni e di tutti gli uomini che qui, in Italia, praticavano indisturbati violenze indicibili; inoltre le ricordai anche che le famose parlamentari comuniste avevano osteggiato la senatrice Merlin che da sola aveva lottato per cancellare dalla storia le maledette “case chiuse”. La Tola mi apostrofò dichiarando: “Tu Banotti sei una donna molto… anzi assolutamente pericolosa”. Quella militante aveva dimenticato che proprio il suo partito aveva consolidato il sessismo nel secolo che vedeva prendere corpo la novità del femminismo (altro che vaticinare la lotta di classe). Fu un secolo di clamorosi tribalismi marxisti che tuttavia non riusciamo a liquefare perché si è consolidato come palese assuefazione all’ingiustizia contro chiunque non faccia parte del clan comunista: esattamente come fanno ancora i rom.

Ricordatevi che soltanto in virtù della forza dell’esistere – quel favoloso patrimonio femminile millenario ancora disconosciuto dalle teorie filosofiche – il diritto soggettivo potrà animare il nostro attuale senso della giustizia. Ecco allora che il diritto individuale diventerà per la prima volta (dopo millenni) quella spinta attiva a riconoscere gli altri per poi aprirci alla comunicazione ed all’affettività. Non al disprezzo o al gusto vendicativo che apre soltanto all’arbitrio politico (leggetevi “La Mente prigioniera” di Milosz Czeslaw).

_____

(Ottimo articolo, dotato di cultura e buon senso. bdm)


Il Parlamento è extraparlamentare, è folklore o la sconfitta della politica?
di Piero Sansonetti
(da “gli Altri”, 27 novembre 2013)

Per la prima volta nella storia dell’Italia democratica, i leader dei tre più importanti partiti politici non siedono in Parlamento. Diciamo pure che è il ritorno alla politica extraparlamentare. Il primo partito di governo, il Pd, è guidato – o lo sarà da dicembre – da Matteo Renzi, non deputato e sindaco di Firenze. Il capo dell’opposizione di destra è Silvio Berlusconi, uomo d’affari e imprenditore cacciato dal Senato e ineleggibile (per frode fiscale). E il capo dell’opposizione antipartiti è Beppe Grillo, attore, anche lui fuori del Parlamento e anche lui ineleggibile (perché condannato per omicidio colposo).

In nessun altro Paese dell’Occidente esiste una situazione analoga. Può essere anche considerato un dato di folklore politico. Però credo che non sia così: è il segno più evidente e doloroso della sconfitta e dell’umiliazione della politica. Che viene formalmente celebrata con la definitiva messa in mora del Parlamento, che è diventato un luogo del tutto secondario della vita pubblica, privo di potere, privo di carisma e ora persino privo dei suoi leader. Magari a molti la cosa può anche piacere. Può sembrare la sconfitta della casta, della prepotenza dei privilegiati. Io credo che non sia così. Che sia piuttosto la sconfitta della democrazia politica, che era stata la grande conquista della seconda metà del novecento. Alla democrazia politica non solo è sottratta la sostanza del potere, ma persino i suoi simboli. Il potere – e quindi anche il governo reale – è trasferito altrove: nel gotha dell’economia e della finanza, nelle lobby, nella burocrazia europea e nella potenza della magistratura alla quale, con la legge Severino, è stato anche demandato il compito di scegliere i cittadini eleggibili e di compilare le liste di proscrizione.


Letto 2545 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart