Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone

TUTTI I MIEI LIBRI SU AMAZON qui

La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Piante e fiori del mio giardino e altre bellezze: qui

Pezzini, Alberto

6 Maggio 2020

Il libraio

Il libraio

Il protagonista, Gianni Prati, è un librario che vende libri rari o espunti dal catalogo degli editori. Il suo fornitissimo chiosco è conosciuto “fino a Genova” (l’autore è nato a Sanremo, dove vive) per la sua competenza e la capacità di scovare edizioni preziose. Sui libri che raccoglie e vende sa tutto: quante edizioni sono uscite, se hanno vinto dei premi letterari e così via.
La sua è un’autentica passione, a cui, essendo separato, dedica il suo tempo: “La vita di un libraio è uno splendido esperimento esistenziale. Ti sei scelto una dimensione parallela in cui nulla di storto deve andare se non l’hai deciso tu.”. Della ex moglie dirà: “Secondo lei non ero come alcuni miei colleghi che guadagnavano tanto da consentirgli una vita agiata.”.
Non è sempre stato un libraio; prima faceva il medico chirurgo, molto stimato e a cui tanti giovani chiedevano aiuto per risolvere una diagnosi complicata. Dormiva in ospedale, tanto era attaccato al lavoro. Un giorno però gli accadde qualcosa che mutò la sua vita. (Il lettore troverà commoventi le pagine che scioglieranno, verso la fine, il mistero).
È una svolta che Pezzini dà subito alla sua storia. Il libraio dismetterà ogni tanto i suoi abiti civili e indosserà il camice per dirci che “Ho cancellato ogni traccia di quel mondo.”, che altro non è che una triste bugia, poiché quel mondo lo ha interiorizzato. Non si può cancellare.
Combattiamo tutti una lotta interna che divide un prima e un dopo, e sempre con il prima ci facciamo i conti fino a che viviamo: “Per dieci anni la mia vita è stata bruciata dietro uno steccato, senza urla nella testa, senza disturbi aggiunti.”.
È un conflitto che Pezzini avverte come chiarificatore e stimolante. Nel suo passato ha qualcosa di terribile: “Omicidio compulsivo con istinto caratterizzato da marcata abitudinarietà.”; “Il cianuro, le voci che mi spingevano ad uccidere come si faceva nel Rinascimento con mille finezze. L’importante era non lasciare neanche una traccia.”; “Sono un assassino che dorme ma resto un assassino, con tutte le sue finezze professionali.”.
La scrittura di Pezzini è veloce, asciutta, spezzata, tranciante, sicura, tipica di quei luoghi in cui ha dominato nella narrativa Francesco Biamonti e dove si va affermando Marino Magliani, che molto gli somiglia per la dedizione alla sua terra natale, lui che vive in Olanda e viene giù per istinto di figlio a far visita alla sua Liguria.
Forse questo tipo di scrittura può essere legata al carattere dei liguri. Così scrive l’autore: “Ecco perché il ligure è spinoso. È tutta una vita che lavora nello stretto, in una terra che fa crescere bene gli ulivi ma non è buona per il resto.”. Anche se lui è nato da un padre inglese e una madre mantovana.
Il libraio è uno scrupoloso curatore delle ore della sua vita; esse passano davanti al lettore con immagini e riflessioni rapide: “Ho un vicino. Siamo all’ultimo piano. Un autentico rompiscatole. Ha un ristorante e arriva sempre tardi. Spesso dimentica le chiavi e me lo trovo magari davanti alla porta.”.
Viene in mente il personaggio cinese di “Colazione da Tiffany” che se la prende con Audrey Hepburn che dimentica sempre le chiavi.
Pezzini imbastisce in parallelo un’altra storia misteriosa che occuperà gran parte del romanzo, quella del neurologo Ugo Crotti, settantenne, sposato ad una giovane donna molto bella, che però, ninfomane, lo tradiva, Ginevra Benci, morta, si diceva per un infarto, a 35 anni.
Le due storie hanno un punto di collegamento. Quell’Ugo Crotti, “medico lucidissimo, molto attento, e un clinico raffinato.”, è il medico che l’ha tratto dai guai per la sua colpa.
Ora è Crotti che chiede aiuto al protagonista, che vive in un paesello sulla costa, Hermil: “Se mi ha detto di nutrire sospetti sulla morte della moglie è perché le carte non mentono o posseggono qualcosa che lui ha visto.”. Queste carte le ha passate al protagonista, affinché collabori alla sua indagine. Ma l’indomani muore pure Crotti, come la moglie; anche per lui infatti si sospetta l’infarto: “Ora capisco che un cavaliere nero sta cavalcando verso le nostre vite. Alcune le ha già spezzate all’improvviso. È un individuo senza pietà. Mi fa paura. Come è possibile.”.
Abilissimo, dunque, l’autore, che prima ci orienta sul mistero che avvolge la vita del protagonista, e poi, improvvisamente, ci precipita in un secondo caso, ancora più interessante.

La storia si svolge con annotazioni di tipo diaristico che a poco a poco, attraverso anche sottolineature speciali, ci fanno capire la personalità del protagonista a cui, fra l’altro, piacciono le donne, che non gli sono mancate: “Quando esercitavo, e dovevo comunicare un decesso, o una cattiva notizia, per me si spalancavano le porte dell’inferno. Il dolore morale resta un territorio troppo spavaldo da affrontare. Mi paralizza.”; “Quando cammino i miei pensieri volano via. Diventano silenziosi. Tutti dovrebbero camminare almeno una volta al giorno. Avremmo un sacco di gente molto più rilassata e meno stressata.”.
Riguardo alle donne, ce n’è in particolare una, alla quale è legato e che gli dà sicurezza, Giulia: “È il mio barometro nelle tempeste della vita. Mi ha accolto dopo che la mia – di vita – aveva sbandato a morte. Chi si sarebbe mai messa con un ex medico su cui veleggiava l’ombra di un sospetto atroce? Giulia.”; “Questa donna è un cavallo selvaggio. È generosa, e bella. Mi fa godere come un pazzo ma soprattutto mi capisce prima che prenda le mie decisioni. È come se avesse un dispositivo installato nella testa e nel cuore grazie al quale prevedere le mie mosse.”; “Mi ha fatto da madre Natura, mi ha confortato quando la notte si divorava il giorno, mi ha rassicurato quando il buio mi aveva catturato anche l’ultimo lembo di cuore e rientrare nella luce sembrava fosse diventato impossibile.”. È nello stesso tempo la sua àncora che lo tiene saldo alla vita e il suo galleggiante, che gli evita di andare a fondo.
Gianni sospetta, ormai, che le due morti siano collegate e si fa aiutare da un amico chimico, Giorgio: “Ci sono alcuni valori che non mi persuadono. Sono regolari, come da manuale. Ma si accordano male con le apparenti cause della morte della moglie di Ugo. Mi chiedo se anche Ugo sia morto per cause naturali.”.
Gianni non è un commissario di polizia, non ha l’abitudine di pesare indizi e prove con il freddo calcolo dell’uomo che lo fa di mestiere. Ogni intuizione, ogni emozione, ogni minuzia, lo fa fremere e mette in subbuglio il suo cervello: “Corro. Come un folle. Le illuminazioni mentali sono accecanti ma a volte aiutano. Sento l’adrenalina salirmi nelle vene.”.
La morte dell’amico Ugo è fonte di sorprese, che gli tolgono serenità: è morto di morte naturale? È stato ucciso? Si è suicidato? Tutte ipotesi sul campo. Ne parlano i giornali, che, come lui, sguazzano in mille dubbi.
A Pezzini piace aggrovigliarci nei suoi meandri, nel suo labirinto. Ha la soluzione in tasca, ovviamente, ma gli piace nasconderci l’uscita, portarci a spasso su di un percorso che occulta la propria luce e tace nel silenzio e nel mistero.
Corre la voce che Ugo si sia ucciso. La perizia legale va su questa strada. Il mistero si approfondisce e si fa tragico: se Ugo aveva meditato il suicidio: “A che scopo infondermi tutta quella fretta nel chiedermi di risolvere tanti dubbi sulla morte di sua moglie?”.
Il protagonista ci appare come ossessionato dai misteri che si addensano su di lui. È apparsa anche Lorenza, una donna procace, sua vecchia fiamma, che non vedeva da tempo. Ora è sempre lì, davanti a lui. Perché? Pezzini sta disegnando un personaggio inquieto, mai sereno; del suo passato fatichiamo ad immaginare momenti di quiete o di rassegnazione. Dorme quasi sempre agitato: “A volte otto ore filate, altre volte due ore per più notti consecutive. Cosa ci stia a fare a letto me lo chiedo spesso.”.
È un personaggio nevrastenico e accentratore, di quelli che gridano al terremoto ad ogni sussulto della terra: “Di quelle estati in cui pensavo di avere tutto il mondo davanti a me, cosa ho fatto?”. I misteri che lo avvolgono, lo incuriosiscono, lo agitano, e nello stesso tempo lo consumano: “Non ricordo la quiete. Oggi credo che la cosa più importante per me sarebbe la serenità. Non so come sia stare tranquilli. Non so cosa significhi. Scivolo di nuovo in un sonno di piombo liquido che dura cinque minuti esatti.”.
Il romanzo ha momenti in cui, oltre alla passione per la sua Giulia, è attratto da ciò che lo circonda, soprattutto se è rivestito di bellezza e di armonia. Sono pause che affacciano il libro all’aria aperta del mondo e della vita; sono finestre che immettono luce nella buia storia dei due presunti delitti: “Era un viaggio nel cielo, sospesi sopra migliaia di ulivi che si muovevano al vento.”; “Guardo il mare. È un’infinita distesa di onde che si arricciano in cima. Spira una brezza leggera. Innocua. Un movimento continuo.”; “Una corriera scalcinata ci portava giù, verso la pianura. La temperatura diventava più calda. Si sentivano le cicale frinire fuori dal finestrino, in mezzo all’erba alta. Andavo con qualche amico. La vita era bella. Tutta. C’era una prospettiva davanti ai miei occhi.”.
Ho trovato questa bella frase, che desidero condividere con il lettore. Gianni sta parlando con una donna, che è un maggiore di polizia, dello scrittore Antonio Tabucchi e del romanzo “Requiem”, che scrisse in portoghese, e gli escono dalle labbra queste parole sugli scrittori: “Chi scrive a volte piange mentre lo fa. Di tanti scrittori che ho conosciuto, questa – spesso – si è rivelata la loro qualità più importante. Mai detta. Mai confessata. Piangono mentre scrivono alcuni passaggi. Sembra che le lacrime arrivino da lontano senza farsi preannunciare. Ci vuole una lingua bagnata, allora, per lavare quelle lacrime.”.
Per Tabucchi quella lingua bagnata per il suo libro era il portoghese.
Ci sono nell’opera varianti come questa, che spalancano la finestra a timbri diversi, come pure le tante citazioni letterarie che incontriamo . Qui si ricorda la struggente canzone, “Tears in heaven” che Eric Clapton compose per il figlio, Conor, avuto con Lory del Santo e caduto, quando ancora non aveva cinque anni, da un grattacielo di New York: “Il dolore non registra i colori. Rende tutto uguale. Come tanti elefanti grigi. Invece quella canzone divenne una delle più belle al mondo. L’amore per un figlio era sopravvissuto. Lo aveva aiutato a vivere. Sopravvivere a un morto è terribile. Sopravvivere a un figlio morto non ha confini.”.
Sul cellulare gli viene inviata una foto. Per non togliere il piacere della scoperta al lettore, riportiamo soltanto lo stato d’animo in cui cade il protagonista: “Mi è rimasta negli occhi. È una coltellata assestata con la precisione di un chirurgo. Mi ha tagliato tutto. Anima, cuore, vita. Tutto quello che di prezioso pensavo di avere ricucito intorno a me.”.
Il lettore assaporerà questa storia per i colpi di scena, legati ad una fantasia lussureggiante, mai pienamente soddisfatta e perciò alla continua ricerca di sempre più accentuati momenti di suspense.
Il ritmo si fa assillante e il lettore è preso dall’ansia di arrivare alla fine. L’autore è abile, lo tiene in suo potere, lo trascina, ne devia l’attenzione verso altri drammi, gli fa intendere che essi non sono neutri e che hanno un aggancio con la storia principale: “Mi sento solo. Solo da morire, fino a scoppiare. Senza neanche sapere verso quale direzione volgermi. Mi sento sporco. Fino all’ultima midolla.”. Ci fa capire che tutto sta per concludersi, dobbiamo prepararci all’ultimo istante, perderci in esso, lasciarsi andare, pronti ad accettare ed accogliere le risposte che ci ha riservato. Ma esse non ci dovranno meravigliare, poiché così è la vita.


Letto 386 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart