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Pinto, Ciro

21 Maggio 2021

Senza dolore

Senza dolore

La lettura come viaggio

Ho sempre considerato la lettura (almeno la mia lettura) come un viaggio all’interno della storia narrata, la quale ha piazze, vicoli e vicoletti, montagne e pianure, cielo e mare, stretti o ampi sentieri, erba e sassi, uomini e donne, cose e bestie, e tanto altro ancora, il cui spirito ogni autore, anche inconsapevolmente, ha riversato nella sua opera, respirandone e trasferendone colori, profumi e atmosfere. In ogni storia si diffondono e si ampliano le esperienze materiali ed interiori di ogni narratore. Il medesimo diventa la voce non solo di se stesso, ma anche dell’universo intero cui appartiene.

Succede così che l’entusiasmo del lettore si esprime e si amplifica al massimo ogni volta che si immerge e percorre queste esperienze non sue, le annusa, le cerca e le riconosce.

Solo così la lettura può avere sapore e profitto, giovare, rinforzare e accrescere l’amalgama dell’uomo con l’universo.

Nella maggior parte dei casi, la critica di oggi non si azzarda ad intraprendere un tale viaggio, poiché esso è assai impegnativo e richiede una sensibilità affinata e vigile, nonché tempo e passione.

La lettura come viaggio non può infatti mai essere breve, tale da contenersi nello spazio di una pagina di giornale e qualche volta neppure nello spazio di una rivista, se non specializzata e per pochi.

Ed ora poniamoci questa domanda: Il romanzo giallo e i suoi congeneri si prestano a questo viaggio?

Il romanzo giallo, a differenza del romanzo tradizionale, ha un percorso quasi obbligato, legato alla suspence che deve avvolgere e sollecitare il lettore. Tale suspence diviene in lui il fattore dominante nell’analisi propria circa i percorsi intrapresi dall’autore, i quali, a sua volta, si collocano e si tracciano intorno al percorso principale che non è mai perso di vista e rimane fissato quale parametro e guida nella mente del lettore che si trovi a viaggiare nella storia. Il romanzo tradizionale si apre invece ad un ventaglio di percorsi molto più ampio e, perciò, almeno dal mio punto di vista, più interessante, sia nel modo creativo che letterario. In un romanzo tradizionale tutto è possibile, non si pongono limiti alla creatività, al contrario di quanto accade nel romanzo giallo il cui percorso principale e dominante è quasi sempre ostativo e invasivo.

“Senza dolore”, l’opera di Ciro Pinto (napoletano verace, autore già di molte opere di vario genere) che mi accingo a leggere, uscita con Laurana Editore, è un giallo, e dunque affronto la sua lettura con molta curiosità. Già con lo scrittore lucchese Stelvio Mestrovich mi accinsi a sperimentare la mia lettura-viaggio con esiti, credo, soddisfacenti.

Questa è la seconda volta che ci provo, e dunque vediamo.

L’opera

Isa Lodi e Ludovico Colzi si erano conosciuti durante la Resistenza. Lui sotto il nome di Mosca, il personaggio del capolavoro di Stendhal, La Certosa di Parma, era a capo, col grado di tenente, di una pattuglia di partigiani; lei, chiamata la Rossa per via del colore dei suoi capelli, faceva la staffetta, il porta ordini, e quel lavoro le aveva acuito la capacità di controllo e di osservazione. Niente le sfuggiva di ciò che le stava intorno: “Ora che la guerra non c’era più, continuava a studiare le facce che la circondavano, a controllare i movimenti di chi seguiva i suoi passi o di quelli che incrociava.”.

Frequenta l’università, primo anno di filosofia.

Ludovico lavora a mezza giornata in una tipografia e nel tempo libero scrive. Diventare scrittore è il suo sogno. Siamo nel 1948, le ferite della guerra non sono ancora rimarginate. Ogni tanto sbucano fabbricati distrutti dai bombardamenti: “I bombardamenti avevano abbattuto uno spigolo, si intravedevano i vani sventrati lungo tutto un lato. Ora la struttura era ingabbiata nei tubi di ferro. Una pedana rettangolare di legno, tenuta con le funi, stazionava vuota all’altezza del quarto piano e dondolava sospinta dal vento.”. Da poco c’è stato l’attentato a Togliatti, che avrebbe potuto avviare una rivoluzione.

I due si sono stabiliti in un piccolo appartamento preso in affitto a Milano, zona Navigli, brulicante di umanità.

Gli orrori della guerra, le crudeltà naziste, il flagello dei campi di concentramento punteggiano la storia e l’autore si fa portavoce di una memoria che non vuole dimenticare. Particolare attenzione è dedicata alla liberazione di Montefiorino, nel modenese, medaglia d’oro al valor militare, che fu il centro della prima Repubblica Partigiana nella seconda guerra mondiale: “Montefiorino era affollata come durante la festa del santo patrono. C’era gente che arrivava in continuazione. Il paese era comandato dai comunisti della Divisione Modena, i cattolici se ne stavano appostati a Fontanaluccia. Questo aveva riportato la rossa al tenente che prima di scendere al paese li aveva radunati e aveva fatto un bel discorso a tutti.”. Più avanti ci sarà dato conto anche della battaglia di Montefiorino con la quale i nazisti ripresero la postazione.

Giuditta, la ragazza amata da Ludovico prima che conoscesse Isa la Rossa, era morta a Mauthausen, nel lager, “insieme alla sua famiglia.”. È una storia di dolore quella che Ludovico si porta addosso. La sua rabbia, la sua inquietudine, la sua insoddisfazione, la sua voglia di ribellarsi, sono la risposta liberatrice di questo dolore. Dolore e memoria hanno lasciato nel protagonista un’impronta da cancellare. Il presente in lui è ancora passato; fatica ad emergere. I suoi passi nel presente sono incerti, timidi, paurosi. La guerra ha scavato in profondità nella sua anima, nella quale essa fatica a sciogliersi in dimenticanza e perdono: “I suoi genitori erano morti durante gli ultimi bombardamenti e suo fratello era disperso in Russia.”; e ancora, a riguardo di Giuditta: “passava notti intere ad affliggersi sulla sorte che le era stata riservata. Non poteva darsi pace di non sapere che fine avesse fatto, se fosse ancora viva e in che condizioni. Quell’angoscia gli apparteneva come una creatura appartiene al grembo della madre. Poteva soltanto alimentarla, non riusciva a partorirla.”. Si trova spesso a guardare e a riflettere sui suoi uomini: “Girava lo sguardo intorno: uomini giovani, molti ragazzi con meno di vent’anni, che passavano a due o a tre, con le facce sudate, i vestiti logori, lo sguardo vispo e malizioso e l’arma sempre pronta, imbracciata con l’aria di sfida. Erano patrioti, rivoluzionari, renitenti alla leva, disertori, imboscati, contadini, creduloni, romantici, cafoni, comunisti, rivoluzionari. Qual era il loro Dio pagano? La vittoria, la patria, la rivoluzione o la loro pelle da salvare?”. Ricordava con orrore il capo della guarnigione repubblichina che era fuggito abbandonando il suo posto e lasciando i suoi uomini in balia dei partigiani, e sarebbe toccato proprio a Ludovico (nei panni del tenente Mosca) e ai suoi di fucilarli: “Il capo della guarnigione non si era arreso, era scappato. Nessuno lo aveva cercato. Forse si era rintanato da qualche parte o aveva raggiunto i crucchi in un avamposto. In paese dicevano che era una bestia, che era peggio dei nazisti, che aveva ucciso senza pietà. E che a Monchio avesse riso davanti ai cadaveri e alle rovine, dopo la strage di marzo. Eppure aveva poco più di vent’anni.”.

Come il lettore avrà capito da sé, non siamo di fronte ad un giallo tradizionale, ma vi si respira l’ampia costruzione di un romanzo, in cui guerra e psicologia s’intrecciano e si mescolano in pagine di partecipata e intensa analisi: “Mosca prese le cartine e il pacco, si preparò una cicca e l’accese. Tirò boccate di fumo come fossero le ultime di un condannato a morte. Tutti lì erano condannati a morte. Le montagne erano placide sotto il sole, lungo la Linea Gotica gli uomini fremevano, da qualunque parte stessero, per qualunque causa combattessero, erano lì a misurare col pensiero le distanze dal loro paese, dalle loro donne, dalla loro vita. Ostaggi di un limbo calato tra quelle montagne, bianco come un lenzuolo candido pronto ad avvolgere un neonato, o come un sudario che avrebbe ricoperto i loro corpi.”.

I guai di Ludovico, tuttavia, non sono finiti, ed è a questo punto che entra in scena il commissario Asdrubale Penati, insieme con il brigadiere Marco Donati. È quest’ultimo che, mentre il commissario è a pranzo in un ristorantino, gli porta la notizia che una donna è stata strangolata nel suo appartamento. Accanto al cadavere un uomo taciturno.

Il lettore forse non se l’aspettava, ma quella donna uccisa altri non è che Isa, la Rossa, e l’uomo che le sta accanto, che la veglia, è Ludovico, il tenente partigiano Mosca.

Da questo momento il lettore si troverà ad inseguire tracce e misteri della trama, sempre tenuti con la necessaria suspence tale da rimanerne coinvolto, com’è d’uso in questo genere letterario. Lo stesso ritmo narrativo si accelera a mano a mano che ci avviciniamo alla soluzione finale, ricercata non solo dal commissario, poiché anche Mosca con alcuni suoi ex partigiani si mette alla ricerca in proprio, e con soddisfacenti risultati, della verità. Ma l’autore intende fare qualcosa di più, marcare la vicenda di un sentimento legato alla lotta partigiana, durante la quale era accaduto di tutto e una parte dell’umanità si era rinnegata.

La scrittura si rende portatrice, con la sua chiarezza e semplicità, di una atmosfera ricca di attese, intuizioni, sospetti dai quali ci sentiamo stretti come in una morsa che tolga il respiro. Numerose descrizioni sono ben delineate e organizzate. Ne riportiamo una, a mo’ d’esempio, che compare verso la fine: “La porta si aprì su un donnone di una certa età, stretta, anzi pigiata, robusta com’era, dentro un completino di domestica, con tanto di grembiulino e cappello. Con una voce chioccia, schiacciata dal collo grasso e corto e dal gozzo che pendeva ricoprendone una buona parte, chiese con sospetto chi erano e cosa mai volessero. Sembrava abbastanza disgustata dal loro aspetto.”.

L’autore ci fa capire, da subito, che per trovare l’assassino si deve tornare indietro di qualche anno, e proprio al tempo della Resistenza, ossia della lotta partigiana contro nazisti e repubblichini, i quali ancora si sentivano i padroni dell’Italia e facevano, o credevano di fare, il bello e il cattivo tempo.

Roberto Cassoni, detto Spugna, è il nuovo personaggio che fa la sua comparsa nella storia. Prima repubblichino, diserta (il padre, Arturo, comunista, era stato assassinato dalle brigate nere) e si unisce ai partigiani. Un vecchio lo aiuta a cambiarsi gli abiti, donandogli quelli del figlio morto nella guerra d’Africa. “La divisa andava cambiata. E così Spugna, con la stessa delicatezza del vecchio aveva indossato i pantaloni che gli andavano corti, una camicia a scacchi, anch’essa striminzita, e un maglione di quelli fatti a mano, con le maglie così larghe che si vedevano gli scacchi della camicia.”.

Comincia il suo cammino alla ricerca dei partigiani, così come fece Beppe Fenoglio. Dappertutto sente rumori e voci del nemico; deve stare attento, vigilare per non cadere nelle loro mani: “Avvertiva la loro presenza attorno a sé. La notte gli pareva quasi di sentire il ronfo del loro sonno e di giorno, se li avvistava, era costretto ad accovacciarsi per ore dietro le frasche, immobile e tormentato dalle loro voci e dalle loro risate. Era un miracolo che non lo avessero beccato, che potesse sentire ancora il fetore delle sue brache salirgli su per il corpo.”.

Viene sorpreso e aggredito da un giovane, Amilcare Torani, detto Buffalo, il quale, appresa la volontà di Spugna di unirsi ai partigiani, si unisce a lui alla loro ricerca.

Sono due giovani cresciuti a pane e comunismo. I loro nonni soprattutto li hanno educati alla fede e alla devozione socialiste. L’Internazionale è la loro canzone preferita. Diventano amici: “Spugna era uno spilungone che i vestiti corti facevano sembrare ancora più lungo. Sembrava una pertica, dove in cima qualcuno aveva intagliato la faccia nel legno e l’aveva ricoperta con della stoffa. Buffalo era fatto di carne soda, era tutto un muscolo, aveva la faccia di uno sfrontato, ma era di una simpatia tale che chiunque gli avrebbe affidato la sorella senza nemmeno pensarci due volte, pur sapendo che non sarebbe stata una buona idea.”.

Come si è già detto, non siamo più nel giallo, ma nel romanzo vero e proprio, coi suoi tempi e la sua misura, e l’autore non ci vuole dare solo la soluzione dell’omicidio, ma ci vuole rappresentare quella parte dell’esistenza, che è in ciascuno di noi, la quale, senza che lo si sappia, è preparatoria di un avvenimento che segnerà la nostra vita.

Ogni azione dunque, anche quella compiuta in una automatica indifferenza, non è mai neutra e può essere addirittura il germe di una conseguenza assai marcata e profonda da cui non ci scioglieremo più.

1944 e 1948 sono i due anni che corrono in parallelo. Qualcosa di misterioso li congiunge. Quale filo porterà alla morte di Isa?

Il commissario al momento sta navigando nella nebbia più scura.

Solo al lettore, per ora, sono illustrati gli antefatti, quasi si volesse inculcargli che l’avventura umana è una complessa e complicata ruota della vita in cui la distinzione temporale è ininfluente sugli accadimenti, come se questi fossero già definiti in un vincolo che prescinde dalla loro successione.

Se il commissario, (e con lui i suoi collaboratori Donati e Conetti) nella ricerca dell’assassino, costruisce ipotesi su ipotesi senza venire a capo di nulla, Ludovico non riesce a dimenticare il momento in cui, entrato in casa, ha scoperto il cadavere di Isa, con attorcigliato al collo un giubbetto celeste cucito con la stoffa di un paracadute.

Come la guerra si era portata via la sua prima ragazza, Giuditta, ancora si prendeva gioco di lui, sottraendogli Isa. Ludovico grida e cerca vendetta: “Quali mostri doveva ammazzare per sopportare il dolore di un’altra perdita?”.

Rievoca il periodo della Resistenza; sotto di sé aveva uomini di ogni risma, obbedienti ai suoi ordini, ma anche inquieti e ribelli: “Di spie ce n’erano tante in giro e perciò stava attento a ogni loro parola con la mano pronta sulla fondina che gli pendeva in vita, sopra i pantaloni cachi. In quei tempi c’era tanta gente che si voleva fare partigiano. Tra disertori dell’esercito di Salò, renitenti alla leva, confinati, comunisti, socialisti, democristiani e liberali, c’era da credere a tutti e a nessuno. Anche se non era il momento di andare per il sottile, li teneva d’occhio.”.

Prima di diventare partigiano, pure lui, come l’altro personaggio che abbiamo incontrato, Spugna, aveva militato tra i repubblichini, disertando “quasi subito” e salendo in montagna: “Aveva raggiunto Cassino, scampando alla fame, alle milizie repubblichine e ai reparti nazisti in ritirata, e si era aggregato agli Alpini del battaglione Piemonte, portando con sé mappe e dispacci trafugati ai repubblichini. Si era ferito in battaglia, in un corpo a corpo con un tedesco arcigno che prima di essere tramortito gli aveva lasciato una cicatrice trasversale sul torace con un colpo di pugnale.”.

Era stato trasferito, a sua richiesta, sull’Appennino Tosco-emiliano, in prossimità della Linea Gotica: “Gli avevano assegnato un drappello di giovani, un avamposto sul monte e una serie di riferimenti a cui far capo.”.

Al suo comando sono anche due personaggi già conosciuti, Spugna e Buffalo, che considerano il tenente Mosca un “damerino”: “Tutti pensavano che alla prima occasione quello se la sarebbe fatta addosso, altro che comandante. Ne parlavano spesso di quel borghesuccio che pareva uscito dal libro ‘Cuore’ e si dicevano che non era un bell’affare dipendere da quel lombardo che aveva la puzza sotto il naso.”.

Si deve ricordare che Ludovico Colzi, milanese di nascita, era appartenuto a una famiglia di banchieri, finita in disgrazia, anche per colpa di un suo astuto e disonesto amministratore, il dottor Matteo Galbiati.

Il racconto si tinge del colore rosso, ossia del sangue, della guerra partigiana, con le sue speranze e le sue tristezze.

Ludovico dalla sua postazione sulla montagna, si trova a pensare: “Su quei monti, i giovani ci andavano per una scampagnata con la morosa. Le coppie si baciavano e si rotolavano sull’erba, mischiavano l’odore aspro della pietra di sapone, sfregata nelle tinozze sulla loro pelle arrossata.

La domenica mattina, le famiglie ci portavano i bambini. Le mamme stendevano sul prato le tovaglie e riempivano i cesti del pane di segale fatto in casa, affettavano i salumi, srotolavano la carta di giornale e tiravano fuori il formaggio di pecora o di capra e lo tagliavano in tocchetti. Gli uomini stappavano i fiaschi di vino mentre i bambini correvano tra gli alberi, ruzzolavano tra gli spuntoni di roccia e campi di girasoli.

Lungo i pendii di quei monti, prima della guerra, si vedevano soltanto le sagome dei contadini che faticavano con la schiena curva e pascolavano sotto lo sguardo attento dei cani e l’aria annoiata dei pastori.

E quei ragazzi, che ora fremevano di battersi, di ammazzare, ci erano saliti su quei monti quando erano bambini? Ricordavano più come erano quei monti senza la guerra?”.

Il taglio tra il male della guerra e il bene della pace qui è netto.

La pace è l’ordine naturale della natura; la guerra una anomalia sviluppata e rinvigorita dall’uomo.

Isa compare ogni tanto con la sua bicicletta. I suoi capelli “erano scuri come il rame e ogni tanto luccicavano diventando chiari come le sfumature del tramonto tra le cime dei monti.”. Quando compare la guardano tutti per la “sua figura snella e aggraziata, con i capelli avvolti in una treccia e l’andatura svelta”. Leggeremo più avanti, di questa sfortunata ragazza che si distende luminosa nei tessuti della trama, in modo tale da renderla sempre presente e viva: “Pedalava a ritmo veloce, la gonna di cotone svolazzava sulle ginocchia. Sulla sua bicicletta rossa, con la canna diritta da maschio, spilungona e snella come una lucertola, filava che era una bellezza. Le betulle facevano da guardia al torrente e gli abeti rossi ai lati della strada catturavano tutta la luce di quel mese di maggio.”. Ha sedici anni e il viso lentigginoso: “Non aveva nessuno, soltanto se stessa e la sua bicicletta.”; “Quando pedalava tra sentieri e strade di montagna, il suo viso diventava adulto, il suo corpo delicato si trasformava in una macchina. Era così giovane, eppure così forte e sorridente, che era diventata una specie di leggenda, lassù, tra i partigiani. Molti ne avevano sentito parlare, ma non tutti l’avevano incontrata. Quando qualcuno la vedeva, correva dagli altri per farsi bello con loro perché l’aveva vista. Lungo i percorsi che la portavano agli accampamenti, ogni tanto un ragazzotto appostato di guardia la scorgeva e le faceva due fischi lunghi, lei alzava un braccio, si voltava e sorrideva. E sembrava quasi che il suo sorriso arrivasse intatto e nitido anche da centinaia di metri di distanza.”; “La notte si rannicchiava tra le lenzuola ascoltando i rumori lontani e qualche volta l’ululato del lupo lassù, sulla montagna.”. Sono descrizioni che lasciano il segno, vivide come una pittura. Isa è innamorata di Ludovico, ossia il tenente Mosca: “Le piaceva quel moro che veniva dal nord, sembrava più grande dell’età che aveva. Era forte e pareva non soffrire della guerra e dei patimenti. Sembrava non conoscere il dolore.” È da sottolineare il passaggio, artisticamente riuscito, lento e limpido, dalla figura di Giuditta, tragicamente presente sin dall’inizio, a quella di Isa. Dal momento in cui la giovane staffetta compare, questa si sostituisce, come per partenogenesi, a quella di Giuditta. Anche il primo bacio, a Montefiorino, tra Mosca (Ludovico) e Isa è reso con tenuità e gentilezza.

Torniamo qualche passo indietro.

Angiolino, detto il Beato, per la sua innocente credulità, decide di affidare a Isa un pezzo di tela di colore celeste tratta da un paracadute, tra quelli lanciati dagli Alleati per i rifornimenti ai partigiani di cibo e di armi. Voleva farne un giubbotto da regalare a Isa, senza che lei però lo sapesse. Angiolino è pure lui innamorato di Isa e a Montefiorino assisterà, non visto, al bacio tra lei e Mosca. Ne nascerà una astiosa gelosia.

Il lettore, a questo punto, si ricorderà che Isa è stata trovata strangolata da un giubbotto di seta di quel colore, e si domanderà se è da qui, da questa traccia, che deve affilare la sua attenzione.

Il gruppo di partigiani trascorre il tempo in attesa di essere chiamato ad agire. Al momento non c’è bisogno di loro, e così trascorrono il tempo parlando del più e del meno, anche di politica e della società nuova che vorrebbero uscisse dalla guerra.

Ombra (questo il suo soprannome), un giovane di Piacenza (sarà importante nel romanzo), è di idee comuniste e cerca di spiegarle agli altri, trovando favorevoli e contrari al suo pensiero. Pure il tenente Mosca (Ludovico) è attratto dal modo in cui lo studente di filosofia intreccia i suoi ragionamenti, anche se non del tutto persuaso.

Arriva il momento in cui c’è da combattere. Quattro soldati tedeschi si stanno avvicinando al campo; salgono sparpagliati il monte in perlustrazione.

Mosca dà l’ordine a Buffalo di portare con sé alcuni uomini e di sparare. I quattro tedeschi sono uccisi. Per qualche partigiano è il battesimo del fuoco: “Da allora ci furono altri scontri con i tedeschi, un’altra manna dal cielo e continui spostamenti per paura delle rappresaglie dei gruppi o di quelli del regio.

La guerra iniziò a fare il suo sporco lavoro con i ragazzi della squadra, incattivendo gli sguardi, troncando i sorrisi, maciullando i pensieri in una poltiglia di rabbia, fatica e fame.”. La manna è chiamata l’operazione del lancio dei rifornimenti da parte degli Alleati.

Continua l’autore, onde rimarcare gli strazi della guerra: “Dopo ogni giorno che passava, ognuno di quei ragazzi pareva fosse cresciuto di mesi e mesi. Quelli tra loro che avevano già combattuto prima dell’armistizio e che la morte l’avevano vista da vicino, che l’avevano vista arrivare improvvisa e micidiale per portarsi via il compagno accucciato a fianco, avevano soltanto accentuato le rughe e spento un altro po’ di luce negli occhi. Ma gli altri, che prima di salire sui monti non avevano sparato un colpo, erano stralunati, con gli occhi dilatati e le labbra serrate.”.

L’orrore della guerra è il filo rosso che attraversa il libro.

Il commissario Penati ha appuntato la sua attenzione sul giubbotto celeste che ha strangolato Isa la Rossa, la quale, si è appurato, era anche incinta di tre mesi. Ragione che faceva allargare lo spettro dei sospettati. Dà ordini ai suoi collaboratori di tenere particolarmente sotto controllo Ludovico Colzi (ossia il tenente partigiano Mosca). Ha ucciso per gelosia, dopo aver scoperto il tradimento della donna? O è stato qualcun altro? Una cosa per lui è certa: bisognava scoprire a chi fosse appartenuto il giubbotto dell’omicidio.

Intanto ha dedotto dall’esame del corpo che l’assassino deve essere stato più alto della vittima, alto all’incirca proprio come Ludovico. Deduce anche che quel giubbotto deve avere un particolare significato, se è stato usato al posto di un comune laccio: “Perché servirsi di quel giubbotto? Forse l’assassino vuole lanciare un messaggio, vuole dirci che quell’omicidio viene da lontano, è anch’esso un residuato bellico. Se così fosse, il movente potrebbe essere nato lì, sugli Appennini.”.

Il giubbotto celeste sta facendo il suo lavoro con scrupolo e il commissario è impegnato a scoprirne il messaggio.

Il lettore, a cui abbiamo già offerto alcuni dettagli per apprezzare quest’opera, non rimarrà deluso.

Pinto sa narrare tanto gli orrori della guerra, e in specie quella che ha visto impegnata la Resistenza contro il nazifascismo, quanto cucire al punto giusto gli interrogativi del giallo. Addirittura troveremo un giallo nel giallo, anzi altri quattro gialli che dallo stesso filo conduttore sono intrecciati alla morte di Isa, che fa da causa scatenante che porterà alla scoperta degli assassini. Louis un francese aggregatosi al gruppo del tenente Mosca viene trovato ucciso. Sembrerebbe un suicidio, ma il tenente ha dei dubbi e sospetta che al loro interno ci sia una spia. Quella che aveva causato l’imboscata e la morte di uno di loro, Stinco. Angiolino, detto il Beato, è scomparso e si teme sia stato ucciso dalla stessa spia. Anche Galbiati, colui che era stato amministratore della Banca Colzi, viene trovato morto per soffocamento. In giro c’è uno sconosciuto: “un tipo elegante con il vestito grigio, i guanti neri e ai piedi degli scarponi militari che luccicavano sotto la pioggia.”.

È interessante, pure, il modo quieto e scorrevole in cui i due percorsi di indagine (quello condotto da Mosca e quello condotto dal commissario Penati) arriveranno a convergere, sì che Penati pedinerà Mosca.

La morte è un’altra componente del romanzo, non solo perché ci troviamo di fronte a più di un omicidio, ma perché essa è presente nella natura umana come una malattia: “Quando la morte si affaccia nella vita succede sempre così, i contorni delle cose sfumano e resta soltanto il vago sentore che tutto sia inutile.”.

È un’opera che merita la lettura per l’ampiezza e profondità dei contenuti (si veda, tra l’altro, l’intero ultimo capitolo, che porta il titolo del libro, “Senza dolore”, nel quale si legge anche: “Poi la guerra aveva tracciato nuovi confini alle cose.”), non sempre presenti in romanzi di questo genere.

 


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Bart