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Pitigrilli

4 Maggio 2019

L’esperimento di Pott

L’esperimento di Pott, 1929

Pitigrilli (ossia Dino Segre) fu scrittore di grande successo, ma avversato dalla critica. Su di lui ancora grava l’ombra di essere stato una spia del regime fascista.
Ma veniamo al romanzo.

Paolo Pott, trentacinque anni e “oriundo greco”, è uno dei presidenti del tribunale parigino (della Parigi notturna e movimentata avremo una bella descrizione nel capitolo 4), il quale dà le dimissioni dopo aver insultato in aula gli altri due giudici di Camera di consiglio che avevano condannato, contro il suo parere, una certa Maria Lanson. Questi giudici, Segonzac e Grenelle, lo sfideranno a duello e manderanno i loro padrini, ma quando arrivano i padrini del secondo giudice e gli chiedono di metterli in contatto con i suoi, egli presenta loro i padrini del primo giudice, lasciando intendere che siano i propri. Questo scherzo farà ridere tutta Parigi. Nella parte finale del capitolo 5 ci godremo altre deliziose ironie sul modo di amministrare la giustizia.

Fermatosi alla buvette a parlare con un suo amico cieco, Samuel Loevy, l’incontro dà all’autore l’occasione di rimarcare un suo punto di vista sul romanzo. Queste le parole del cieco: “Leggo solamente libri vecchi. Ogni libro nuovo è la rimescolatura di date e idee e fatti e nomi presi da altri libri e disposti in modo un po’ diverso.”.

Siamo appena agli inizi e la verve ironica e dissacrante di Pitigrilli già si appalesa. Sarà la sua nota distintiva. Al cieco, un ex Pubblico Ministero che si sparò alla testa per essere stato costretto a chiedere una condanna a morte ingiusta, il quale gli domanda che cosa intende fare, ora che ha dato le dimissioni, Pott risponde: “In questo spaccio di vendette tariffate non mi vedranno più.”. Qui è ancora il cieco a parlare, riferendosi alle dimissioni del giudice: “Quando un uomo d’ingegno rompe il contratto d’ipocrisia stipulato con la società, la società rompe il contratto stipulato con lui per la libera circolazione dell’ingegno.”. Non ci trovate qualcosa dei giorni nostri? Se non bastasse, eccone un’altra, messa in bocca al giudice, il quale racconta di avere inventato “un salvagente per i tranvai elettrici” e di averlo proposto alla stessa Società dei tranvai, la quale lo aveva trovato interessante ma costoso nella manutenzione: infatti avrebbe comportato uno costo annuo di cinquecentomila franchi, mentre l’assicurazione contro gli incidenti aveva un costo di duecentocinquantamila franchi: “Schiacciarli, costa la metà di quanto costerebbe salvarli”.

La società civile, per Pitigrilli, è una specie di colabrodo, poiché l’intrigo degli interessi, specialmente economici, la priva di serietà e di moralità. Perfino i comitati di beneficenza vanno presi con le molle: “la carità sarebbe una cosa santa, se non ci fossero i comitati di beneficenza a trasformarla in truffa.”; “Ho paura delle persone incorruttibili. Sono le più facili a corrompersi. Le persone corruttibili hanno una tariffa: è questione di cifra.”. Più avanti avremo: “Credevi sul serio che cinquecentomila anni bastassero a trasformare il selvaggio in un uomo civile?”.

Nei dialoghi, sempre effervescenti nella loro allampanata semplicità, emerge il contenuto dissacratore, contornato da una tonalità che rende l’assurdo ovvio. In questa scena sta passeggiando con la studentessa di filosofia Jutta Schumann (che, scopriremo, è anche un’acrobata sul cavallo in un circo presente in città, il Cirque d’Hiver), la quale mostra di conoscere bene Parigi, di cui riesuma alcuni fatti storici, come quelli che hanno caratterizzato il periodo del Terrore durante la rivoluzione francese. Pott si complimenta con lei: “Conoscete bene Parigi e la storia di Francia voi!”. E lei: “Si spiega: sono tedesca.”. Quando la inviterà a casa sua la ragazza dirà subito di sì, ma, uscendone, si lamenterà di non aver ricevuto nemmeno un bacio; Pott le risponderà: “Ho voluto dimostrarvi che a casa mia non correvate alcun pericolo. Tornerete?”. E la ragazza: “È possibile. Ci vediamo domani alla Sorbonne.”. Ossia, non dirà più di sì, come prima.

L’insulto dichiarato in aula contro i due colleghi della Camera di consiglio, gli ha reso, intanto, una momentanea celebrità. Ovunque capiti, sente parlare di sé: “negli intermezzi dei teatri, sullo schermo della pubblicità, fra la réclame del pianoforte Pleyel e quella del gioielliere Boucheron, proiettavano il ritratto del presidente Pott.”. Un’azienda arriva a proporgli lucrosi contratti purché le consenta di usare il suo nome nella pubblicità. È chiamato a tenere una conferenza “sulle lacune del codice”; “Ormai siete celebre. Il vostro gesto è famoso: segna una data, come l’Esposizione Universale e il taglio dell’Istmo di Suez.”.

Ce n’è anche per il teatro. Farà dire alla ventenne Schumann: “Il teatro è la storia di un uomo che va a letto con la moglie di un altro. E questo lo chiamano amore. Se poi ci si mescolano i denari, lo chiamano pensiero.”. Sulla poesia metterà in bocca alla giovane parole altrettanto caustiche: “I poeti sono come i profumi: quando non appartengono ad una marca, puzzano.”. Più avanti troveremo: “I poeti raccontano che per la loro donna, la donna ideale, la donna angelicata, la donna che non esiste, darebbero il sangue delle loro vene, la luce degli occhi e altre cose di uso quotidiano, ma non fanno, per conquistarla, le operazioni più semplici: sgrassarsi i capelli e tagliarsi la barba.”. Ai villeggianti dedicherà questa invettiva: “Il villeggiante è il più imponente esemplare di stupidità urlante che esista in natura. Per trovare qualcosa di simile bisognerebbe cercarlo addirittura in un asilo di deficienti o in uno stabilimento balneare a ferragosto.”, e non finirà qui: “Paolo Pott intanto pensava che quando una famiglia di villeggianti muore avvelenata dai funghi, è semplicemente il paesaggio che si vendica.”.

Ci si accorge così che all’autore non va bene nulla di questa società e ne approfitta per galleggiarvi sopra, anziché immergervisi, la qual cosa sarebbe per lui un abominio. La sua visione è dall’alto in basso; e il suo sorriso un ghigno permanente. Le debolezze della società vengono enunciate con un divertimento sadico che diventa contagioso: “Pott da qualche settimana leggeva i poeti, frequentava i gabinetti delle chiromanti, si indugiava a considerare le cravatte nelle vetrine dei camiciai, e si comperava dei libri di magia.”. È assai più che un burbero brontolio. Fatte le debite differenze, il tono dissacratorio fa pensare, talvolta, a Laurence Sterne (1713 – 1768).

Anche l’ironia divertita di Charles Dickens (1812 – 1870) presente ne “Il circolo Pickwick”, ogni tanto farà capolino (si vedano le discettazioni sul nome Pott nel capitolo 5).

Pott si è già comprata la tomba nel cimitero di Montmartre: “Ha un’esposizione ottima questa mia tomba. Io credo che nelle sere di luglio mi giungerà la musica leggera del cinema Gaumont. Non potrebbe essere più gaio questo camposanto.”. A Montmartre ha la sua casa: “all’angolo di Rue Mont-Cénis e la montuosa Rue Saint-Vincent”.

Una delle battute più fulminanti e dissacranti spetta a lui: “Essere un uomo è già di per se stesso una circostanza attenuante.”. Ma non basta: “se un naturalista, uno zoologo sceso in viaggio d’istruzione da un remoto pianeta si trovasse d’improvviso dinanzi a un uomo e a una donna, difficilmente riuscirebbe a convincersi di essere in presenza del maschio e della femmina d’una medesima specie.”. E che cos’è la felicità: “Un fenomeno autosuggestivo di durata variabile.”. È il cieco che lo dice, ma non vi è alcuna incertezza nell’assegnare tutto ciò che dicono i protagonisti direttamente all’autore. Egli vi resta come incollato. Pott, il cieco Loevy, la ragazza Schumann sono i suoi ventriloqui.

Due frasi che non avevo mai letto nei romanzi: “in casa del cieco, le cose a furia di non essere guardate avevano perse le tinte.”; “Negli occhi della signora Schumann, Paolo faceva delle abluzioni d’azzurro.”, le quali dimostrano una speciale sensibilità del narratore, che sa accompagnarla alla sua causticità, presente, come ulteriore  esempio, qui, nella descrizione del volto di un occhialuto Sostituto Procuratore Generale: “un paio d’occhiali su un ginocchio non potevano comporre una fisionomia più insignificante.”. E subito dopo, visto che questo magistrato, di nome Clinton, andava a farsi curare una lombaggine da un frate, Padre Pacôme, che anni prima aveva fatto condannare poiché guariva i malati senza avere una laurea in medicina: “Ma il Tribunale non era chiamato a giudicare se le sue cure fossero prodigiose o fatali: per il Tribunale egli era semplicemente un individuo che non avendo acquistato con una laurea regolare il diritto di uccidere, non era autorizzato a guarire.”.

Non v’è dubbio che un’abile scrittura, dalla vocazione innata, consente all’autore di scoccare dal suo arco frecce diritte ed efficaci: “Tanto la medicina quanto il diritto hanno bisogno di montagne di vittime inutili per progredire di qualche metro.”; “Allora bisogna credere esclusivamente al caso. La concorrenza di casi favorevoli si chiama fortuna, la concorrenza di casi sfavorevoli si chiama sfortuna, e quando a questi casi si associa la volontà degli uomini, la si chiama il bene e il male”.

Di questa sua bravura il lettore troverà un lungo esempio nel capitolo 4, allorché Pott e Juta visiteranno la Parigi notturna, con le sue strade e i suoi locali movimentati. La Ville lumière vi apparirà in tutto il suo contagioso splendore: “Il meccanico si volse per ricevere ordini, e a un gesto della mano di Paolo Pott si inserì nella lunga fila di automobili che, per la strada illuminata a giorno, sale ininterrottamente verso la favolosa, ebbra, allucinata altura di Montmartre.”; “Le pale vaste del Moulin Rouge, fiammeggianti di migliaia di lampade rosse, tingevano di porpora tutta Place Blanche. L’automobile scese per Rue Fontaine. Dinanzi alla ‘Troika’, altri cosacchi, armati di scimitarra, con una faccia feroce da Tamerlano in edizione popolare, facevano tentennare gli speroni.”; “Una canzone languida li accolse: il primo violino si inchinò come dinanzi ad assidui frequentatori, mentre Paolo e Jutta passavano fra i tavolini e la pista con i piedi impigliati in matasse arruffate di stelle filanti.”.

L’ex giudice Pott decide infine di trovarsi un altro mestiere e sceglie quello che secondo lui è imperituro, il clown di un circo equestre: “Il circo equestre è il divertimento dei bimbi, o degli uomini-bimbi, il cui gusto è immutabile, perché il loro gusto costituisce una stazioncina nell’evoluzione intellettuale, alla quale tutti si fermano. Perciò io intendo di essere il clown comune, il quale dice le facezie che otto generazioni di clowns ripetono da duecento anni.”.

Riscuote un gran successo e non si contano le interviste e le fotografie. In una di queste interviste fa una graffiante considerazione: “quando si è fatto il giudice, ci si può dedicare senz’arrossire alla stregoneria, alla chiromanzia, alla vendita di filtri, alla danza spiritica dei tavolini.”. Da segnalare anche questa: “Gli umoristi sono dei fanciulli che attraversando le stanze buie cantano per farsi coraggio.”.

Pitigrilli non smette mai di far lavorare il proprio cervello. Il suo personaggio ha la freschezza e la lucentezza della sincerità e della intelligenza. Il mondo vi si rispecchia filtrato da una mente osservatrice e arguta. Nulla gli sfugge e il sale della saggezza sa ben amalgamarsi a quello dell’ironia e del divertimento. Non ci si annoia a leggere questo Pitigrilli. Ringrazio il compianto professor Giorgio Bárberi Squarotti per avermene consigliato la lettura.

La vita da pagliaccio di Pott, tra felicità e malinconia, soprattutto quando, innamorato di Juta, le fa lasciare il ruolo di cavallerizza per diventare una bella signora corteggiata ovunque andasse nel mondo, fa venire alla mente la vita condotta dal professor Unrat de “L’angelo azzurro” di Heinrich Mann, del 1905 (il bel film omonimo di Joseph von Sternberg è del 1930).

Arriva il momento che Jutta è insofferente nei confronti di una esistenza che è diventata per lei monotona e s’interroga se lasciare o meno Pott. Ne parlano. Pott finge di reggere il colpo, ma il cinismo di Jutta (“quando un amore è finito, non rimangono tracce”) lascia il segno, anche se lì per lì il nostro protagonista non se ne avvede. Jutta è spietata. Gli rivela di averlo tradito più volte e alla domanda del perché lo abbia fatto, gli risponde che l’uomo non conosce la donna e crede che essa possa essergli fedele, mentre la fedeltà è solo un’eccezione: “ogni uomo vuole trovare per sé l’eccezione e si dispera quando s’accorge d’aver trovato la regola.”; “Quando si parla della donna, si allude all’amante, alla passionale, alla donna che ha dello charme, che fa dell’amore lo scopo unico della sua giovinezza.”; “Se per te fu una difficile conquista, non t’illudere che sia altrettanto difficile per gli altri.”; “ti ho tradito a causa di questa tua fiducia.”; “L’inganno è un incidente che si risolve in minor tempo di quanto occorra a sostituire un pneumatico. Una volta ti ho ingannato nel tuo camerino mentre tu eri in scena.”. Sono staffilate che fanno tremare Pott, il quale arriverà a piangerne: “Mi sembra che dalla spina dorsale mi abbiano sfilato il midollo.”.

Troveremo in bocca a Jutta questo fulminante aforisma: “intelligenti si può divenire: ma stupidi si nasce!”. E in bocca a Pott, verso il finale, quest’altro: “Dalle cause si esce soccombenti per intero o a metà. Quello che fu soccombente per metà si dice che ha vinto la causa.”.

Ma lo sfogo di Jutta sull’amore e sulla conclusione del rapporto tra lei e Pott a causa della monotonia è sincero? Pott avrà dei dubbi. Lo ha fatto per dare un po’ di movimento e di vivacità ad una situazione che si era immobilizzata? Anche quando Jutta gli confermerà con un telegramma che è tutto vero, egli continuerà a dubitare. Una specie di trappola lo ha preso nella sua morsa, lasciando delle ferite “che, ogni tanto, nei periodi di debolezza si riaprono.”. Con il vero e il falso, Jutta giocherà con lui.

Pitigrilli è implacabile nel suo enigmatico intreccio. Muove le sequenze come in un giallo (rivedremo, fra l’altro, la donna condannata nel processo che dà l’avvio a questo romanzo, e ci attenderà una sorpresa).

A mano a mano che si procede, la già richiamata figura del professor Unrat, con il suo intristirsi tra delusioni e povertà, sale sempre di più alla mente del lettore, che comincia a provare un po’ di pietà per Pott, ridottosi in miseria: “Conobbe l’umiliazione di quelle agenzie di benefico strangolamento che sono i Monti di Pietà”; “Aveva la barba di due giorni.”.

Possibile, ci si domanda, che un uomo così dotato di spirito di osservazione, di arguzia e di intelligenza, si sia ridotto a quel modo?

A che cosa mira l’autore?

La decisione di Pott di ritirarsi a fare il giudice di pace in una luogo sperduto dell’Africa può darci la risposta: “Io scendo nell’Africa per cercare la purezza e per non frugare più nell’anima degli uomini civili.”. Si affaccia nel romanzo una nota sentimentale e ci interroghiamo: una fuga? Una liberazione? Sarà il suo esperimento. Ma si può fuggire davvero? Ci si può liberare?


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Bart