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PITTURA: I MAESTRI: Bronzino: Suoi scritti

12 Marzo 2009

a cura di Edi Baccheschi
[Classici dell’arte, Rizzoli, 1973] 

II Bronzino, fecondo autore di canzoni e sonetti di stretta osservanza petrarchesca e di capitoli faceti nel filone del Berni, non scrisse d’arte se non nella lettera con cui parte­cipò all’inchiesta promossa dal Varchi tra il 1546 e il ’49 sul primato della pittura o della scultura, lettera che rimase d’altronde incompiuta. Quella che anni dopo, nel 1561, in­dirizzò a Michelangelo accompagnandola con un sonetto, è da considerarsi infatti solo indirettamente uno scritto sul­l’arte, trattandosi piuttosto di un omaggio in tono di com­mossa umiltà, da parte dell’artista ufficiale della corte medi­cea, ormai giunto all’avanzata maturità, a colui che l’intera cultura considerava paradigma ideale dell’arte.
All’inchiesta di Benedetto Varchi risposero, come è noto, artisti quali il Pontormo, Giorgio Vasari, Benvenuto Cellini, il Tribolo, Francesco da Sangallo, l’intagliatore Tasso e lo stesso Michelangelo. L’intervento del Bronzino in favore del­la pittura è tra i più ampi e letterariamente forbiti, ma anche tra quelli di contenuto meno personale. Come osservava lo Schlosser [La letteratura artistica italiana, ed. it., 1935], “di un’esemplare chiarezza, pesando il prò e il contro, e in per­fetto tono e stile di un trattato accademico è la risposta di Angelo Bronzino; non per nulla era stato un cruscante. Certo, oltre le vecchie tesi che egli cita, non ha molto da dire … La sua lettera deve aver fatto naturalmente la massi­ma impressione sul letterato Varchi”. La prima e più ampia parte del testo è davvero un’esposizione ‘accademica’ delle ragioni addotte dai sostenitori della scultura. La lettera si in­terrompe proprio quando l’artista si accinge a confutare tali ragioni, iniziando con un’osservazione sulle difficoltà tecni­che della scultura, che richiama a evidenza la definizione michelangiolesca dello scolpire ” per via di levare “; anche se poi – realmente da pittore – il Bronzino si rivela disposto ad apprezzare una scultura con “toppe” e “pezzi”. Ancora al Buonarroti, infine, sembra rifarsi una delle ultime frasi della lettera: “solo è dell’arte le linee che circondano detto corpo, le quali sono in superficie; onde, come s’è detto, non è dell’arte l’essere di rilievo, ma della natura “; l’osservazione ricorda chiaramente il concetto michelangiolesco della pos­sibilità di dare forma alla materia da parte della “man che ubbidisce all’intelletto” (si ricordi la nota quartina di Miche­langelo: “Non ha l’ottimo artista alcun concetto, / ch’un marmo solo in sé non circoscriva / col suo soverchio, e solo a quello arriva / la man che ubbidisce all’intelletto”). Ma proprio quando il Bronzino comincia a esporre la pro­pria tesi, dunque, la lettera si interrompe, né venne portata a termine nonostante le sollecitazioni del Borghini, anche a distanza di anni, documentate da una sua missiva al Vasari, datata 5 agosto 1564: “Ho scritto al Bronzino che dovreb­be finir la sua lettera, e vorrei lo facessi in ogni modo…”. Tuttavia – nota il Chierici [Il problema del restauro, Milano 1971] – anche nell’apparente impersonalità adottata per riepilogare le opinioni altrui, il Bronzino rivela un ele­mento individuale non trascurabile, per cui il giudizio dello Schlosser finisce col dimostrarsi limitativo. Esso elemento è da cogliere nella convinzione bronziniana che una differenza tra scultura e pittura va sorpresa non tanto negli scopi, iden­tici per entrambe, quanto nei mezzi, postulanti esigenze com­patibili con una sensibilità peculiare; cosicché, in sostanza, la pittura si distingue dalla scultura per le risorse espressive che le sono proprie e che l’altra non possiede. Una simile ricerca di distinzione, quantunque per lo più motivata da partigia-neria, rivela uno scarto decisivo fra le idee degli artisti, e quelle di coloro che, pur continuando a credersi i veri ‘ad­detti ai lavori’ – i letterati -, stavano ormai per rassegnarsi ad abbandonare la dittatura intellettuale esercitata da secoli sulle arti. Non a caso la risposta di Michelangelo al referen­dum del Varchi suona la stessa campana, e – ciò che più conta – con l’annoiata sufficienza (solo lui era in grado di permettersela) che si riserva alle sagre in onore di santi emar­ginati da tempo. 

Della sua produzione poetica lo stesso Bronzino parla con estrema modestia, come d’una “zampogna di contado” che egli suona, grazie a “un po’ di vena naturale”, nei momenti di riposo: “… io veglio / gran parte della notte e poco dor­mo, / e sol quel tempo alle mie rime sceglie”. I suoi versi furono ammirati da artisti e amici dell’Accademia fioren­tina, assieme alla pittura: definito “grande Apelle e non minore Apollo” dal Varchi, è lodato dal Cellini per “il bel modo dei suoi sonetti, il quale è rarissimo”, mentre il Vasari trova l’amico Bronzino “soprattutto meraviglioso nello stile de’ capitoli berneschi, in tanto che non è oggi chi faccia, in questo genere di versi, meglio, né cose più bizzarre e capric­ciose di lui”. In realtà la poesia del Bronzino, in specie quella petrarchesca, denunzia la ricerca di adesione, nelle Brutture compositive e nei temi, alla cultura del tempo, me­diata attraverso l’Accademia; né le è estraneo, anche in questo campo, il modello michelangiolesco. Tali appaiono canzoni e sonetti dedicati ad artisti e amici, dal Pontormo al Cellini a Michelangelo, a Luca Martini, al Varchi, al Lasca, nonché agli stessi Medici; o scambiati, secondo la consuetudine letteraria, con altri poeti, fra i quali la musa ispi­ratrice Laura Battiferri, moglie dell’Ammannati, che l’artista effigiò in uno dei suoi ritratti più intensi.
Caratteri di maggiore indipendenza ed efficacia espres­sa si riscontrano sovente nei capitoli berneschi: componi­menti d’un umore più terragno, che esprime con accenti di: elice immediatezza e con immagini di una bizzarria talvolta addirittura surreale, o meglio manieristica. Bizzarria che entusiasmò il Vasari, e che recentemente ha suggerito interes­santi richiami a un aspetto della psicologia dell’artista meno indagato, o comunque meno caratterizzato dalla sua produzione pittorica: “…Che poi ad uno stato allarmistico della coscienza cinquecentesca, ad uno stato di incertezza psicolo­ga rimandi la sindrome quotidiana ed esistenziale (solo in apparenza distensiva ed ottimistica) dei capitoli faceti, non par dubbio ormai; … il Bronzino ricostruisce bizzarramente (come certo Arcimboldi) l’immagine della sua ossessione con i frammenti cifrati d’una realtà fenomenica frantumata e stravolta, proliferante e aneddotica … Di fronte alla serrata e compatta prevedibilità del mondo petrarchesco sta questa foltezza di oggetti irrelati, con un lieve sapore irrealistico: che solo la sonda del capriccio o, se si vuole, dell’acutezza individuale può ricomporre nella bizzarria, nel capriccio d’un’immagine”.
Il brano citato è tratto dall’introduzione all’Antologia poetica presentata da G. Gerboni Baiardi [in A. Emiliani, Bronzino, Busto Arsizio 1960], il più recente, approfondito studio critico sulla poesia dell’artista. All’inizio del secolo A. Furno [La vita e le rime di Angiolo Bronzino, Pistoia 1902] aveva dedicato all’argomento una più ampia tratta­zione, che costituisce ancor oggi, soprattutto sotto l’aspetto documentario, una fonte di sodo interesse. I testi del Bronzi­no, per la maggior parte apparsi mentre era in vita (si veda Documentazione), in più riprese, furono successivamente pubblicati nell’Ottocento, anche se in edizioni talvolta non esemplari dal lato filologico; si vedano in particolare: Rime inedite di Raffaello Borghini e di Angiolo Allori detto il Bronzino, Firenze 1822 (con prefazione del can. D. Moreni); Li capitoli faceti editi ed inediti di Mess. Agnolo Allori detto il Bronzino eccellente pittore e poeta fiorentino…, Venezia 1822 (a cura di P. Magrini); Sonetti di Angiolo Allori detto il Bronzino …, Firenze 1823 (a cura di D. Moreni); / salterelli del Bronzino, Bologna 1863 (a cura di P. Dazzi) e 1963.
Nell’antologia qui di seguito allestita, oltre alle lettere suddette, si sono accolti brani di due capitoli in rima, alcuni sonetti ad artisti e altri di carattere cortigianesco: idonei a testimoniare la personalità del Bronzino riverberata nella sua produzione figurativa. Abbiamo invece rinunziato a pubbli­care diversi versi dai salterelli, che più di ogni altra compo­sizione poetica dell’artista documentano la vena bernesca, ma il cui intendimento avrebbe richiesto un apparato di po­stille eccedente i fini della presente monografia.

Lettera al Varchi

Al molto dotto M. Benedetto Varchi mio onorando 

II proponimento mio, M. Benedetto vertuosissimo, è di scrivervi, in quel modo, ch’io saprò più chiaro e breve, quale delle due più eccellenti arti, che con le mani si facciano, tenga il grado principale, e queste saranno la pittura e la scultura; e prima ponendo le ragioni dell’una e poi quelle del­l’altra, le verrò comparando insieme, e così si potrà vedere a quale di loro si debba l’altra preporre. E perché io inten­do d’accostarmi dall’una delle due, come in verità mi pare accostarmi alla più vera parte, cioè dalla parte della pittura, pigliare per ora la sua difesa, ponendo nondimeno le ragioni della parte opposita fedelmente, e con quanta verità più per me si potrà; materia in vero molto difficile, che arebbe bisogno di lunga e diligente considerazione: né io prometto però parlarne a pieno, ma, come io dissi, più chiaro e più breve, che io potrò.
Sogliono adunque quegli, che delle sculture sono o artefici o partigiani, addurre fra l’altre loro ragioni che la scul­tura par essere più perpetua che la pittura, e per questo vo­lere che ella sia molto più bella e più nobile, perché dicono che, quando dopo lunga fatica si conduce a somma perfezzione qualche opera, durando lungo tempo tanto più si vie­ne a godere, e così viene più lungamente a rifrescare la me­moria di quelli tempi ne’ quali o per quali ella fu fatta; adunque è più utile che la pittura. Dicono ancora che con molto maggior fatica si fa una statua che una figura dipinta, per rispetto del subbietto durissimo, come sarebbe marmo o porfido o altra pietra; et ancora aggiungano che, non si potendo porre onde si leva, talché, avendo storpiato una figura, non si può più racconciare, e la pittura potendosi infinitamente e cancellare e rifare, essere di molta più indu­stria et aver bisogno di molto più giudizio e diligenza che la pittura, e per questo essere e più nobile e più degna. Aggiungano che, dovendo ambedue le dette arti immitare et assomigliarsi alla natura, lor maestra, e la natura faccende le sue operagioni di rilievo e che si possano toccare con ma­no; e così, dove la pittura solo è obbietto del vedere e non d’altri sensi, la scultura, per essere cosa di rilievo altresì, in che modo somiglia la natura, non solo del viso, ma è ancora subbietto del toccamento, e per questo, essendo conosciuta da più sensi, sarà più universale e migliore.
Dicono appresso che, dovendo farsi dagli scultori quasi sempre le statue tonde e spiccate intorno, o vestite o ‘gnude che siano, bisogna aver sommo riguardo che stiano bene per tutte le vedute, e se ad una veduta la loro figura ara grazia, che non manchi nell’altre vedute, le quali, rivolgendosi l’oc­chio intorno a detta statua, sono infinite per essere la forma circolare di tal natura; dove così non avviene al pittore, il quale non fa mai in una figura altro che una sola veduta, la quale sceglie a suo modo e, bastandogli che per quel ver­so che la mostra abbia grazia, non si cura di quello che arebbe nell’altre vedute, che non appariscono; e per questo esser di nuovo più dificile. E seguitando alla sopradetta ra­gione, dicono che molto è più bello e dilettevole trovare in una sola figura tutte le parti che sono in uno uomo o donna o altro animale, come il viso, il petto e l’altre parti dinanzi, e volgendosi trovare il fianco e le braccia e quello che l’ac­compagna, e così di dietro le schiene, e vedere corrispondere le parti dinanzi a quelle dallato e di dietro, e vedere come i muscoli cominciano e come finiscano, e godersi molte belle concordanzie, et insomma girandosi intorno ad una figura avere intero contento di vederla per tutto; e per questo esse­re di più diletto che la pittura.
Vogliono ancora innalzarla con dire la scultura esser mol­to magnifica e di grandissimo ornamento nelle cittadi, per­ché con quella si fanno colossi e statue, sì di bronzo e sì di marmo e d’altro, che fanno onore agli uomini illustri et adornano le terre e pongon voglia, negli uomini che le veggano, di seguitare l’opere virtuose per avere simili onori, onde ne segue grandissima fama e giovamento. Né mancano di dire che bisogna essere molto avvertito nelle sculture d’osservare tutte le misure, come di teste e braccia e gambe e di tutte l’altre membra, per esservi la riprova sempre in pronto, né si potere difraudare misura alcuna, come se può nelle pitture, dove non è tanta riprova, né essere di manco contento che difficultà trovarle in essere reale e da poterle misurare a sua voglia, il che della pittura non avvien sempre; e per questo la scoltura esser cosa manco fallace e più vera. Mostrano ancora che la scultura, oltre alla grandezza dell’artifizio, sia di non piccolo utile, potendosi servire di sue figure per reg­gere, in cambio di colonna o di mensole, o sopra fontane per gittar acqua, o per sepolture, o per infinite altre cose che si veggiono tutto il giorno, dove della pittura non può farsi altro che cose finte e di niuna utilitade, altro che di piacere; e per questo essere più utile la scultura.
Dell’altra parte, cioè dal canto della pittura, non man­cano le risposte a tutte le ragioni addotte dalla scultura, anzi pare, a quegli che la pittura favoriscano, averne molte più; e dicono, rispondendo quanto alla prima ragione, dove si dice la scultura essere più durevole per essere in più saldo subbietto, che questo non si debbe attribuire all’arte, perché non è stato in poter dell’arte il fare il marmo o ‘l porfido o l’altre pietre, ma della natura, né in questo si conviene a l’arte lode alcuna di più, se non come se il suo subbietto fosse terra o cera o stucco o legname, o altra materia manco durabile, esercitandosi, come ognuno sa, solo l’arte nella su­perficie. Rispondono ancora alla seconda ragione in questo modo, dove gli scultori adducano la difficultà tanto divolga­ta, cioè di non potere porre, ma solo levare, et essere gran fatica a far tale arte per avere le pietre dure per subbietto: rispondono – dico – che, se vogliono dire della fatica del corpo circa lo scarpellare, che questo non fa l’arte più nobile, anzi più presto gli toglie dignità, perché quanto l’arti si fan­no con più esercizio di braccia o di corpo, tanto più hanno del meccanico, e per conseguente sono manco nobili; che. se ciò non fosse, sarebbero da lodarsi per arti belle infinite che sono tenute a vile, come gli scarpellini che lavorano alle cave o che scarpellano le strade, o quegli che zappano, o scamatini o maniscalchi o simili; ma se vorranno dire della fatica dell’animo, dicono che non solo la pittura gli è eguale, ma la trapassa di gran lunga, come si dirà più di sotto. E do­ve dicono non si poter porre quando si sia troppo levato, dicono che, quando si dice scultore o pittore, s’intende eccel­lentissimo maestro o in pittura o in scultura, perché non si deve ragionare di quegli che solamente sono nati per vitu­perare o l’una o l’altra arte; onde non si dee credere che uno scultore eccellente levi dove non bisogna, perché altramente non farebbe quello che ricerca l’arte, ma farà il suo modello tanto fornito, dove potrà aggiugnere e levare molto più fa­cilmente che il dipintore, e di poi, trasportandolo all’opera con fedeli misure, non ara di bisogno di porre per aver le­vato troppo. Ma quando pure volessi o gli bisognassi poni, chi non sa che acconciamente possano? Or non si fanno i colossi di molti pezzi? Et a quante figure si rifanno i busti e le braccia e quello che manca loro! Senza i tasselli, che si veggiano in dimolte figure, che sono uscite nuove con simili toppe di mano del loro artefice, sì che né in questo consiste l’arte, perché quando una figura sia d’infiniti pezzi, pur che stia bene, non da noia alla bontà dell’arte.
Dicano, rispondendo alla terza ragione, che bene è vero che ambedue le dette arti si fanno per imitare la natura, ma quale delle due più conseguiscano l’intento loro, risponde­ranno più di sotto; solo dicono che, per questo, non imitano più la natura per far di rilievo che altrimenti, anzi tolgono la cosa che già era di rilievo fatta dalla natura, onde tutto quello che vi si truova di tondo o di largo o l’altro non è dell’arte, perché prima vi erano e larghezza et altezza e tutte le parti che si danno a’ corpi solidi, ma solo è dell’arte le li­nee che cercondando detto corpo, le quali sono in superficie; onde, com’è detto, non è dell’arte l’essere di rilievo, ma della natura, e questa medesima risposta serve ancora dove dicano del senso del tatto, perché il trovare la cosa di rilievo di già è detto non essere dell’arte.

Non fornita.1

IL BRONZINO

Lettera a Michelangelo

Al mag.co et ecc.mo Messer Michelagnolo Buonarroti, mio sempre osser.mo, a Roma 

Molto magnifico et eccellentissimo messer Michelagnolo, Si­gnore e maggior mio ecc. [sic]. Jeri, che fummo alli due del presente, mi trovò un nipote di V. S., del quale non so il nome, e mi dette nuove del vostro bene stare, le quali mi furono sopra modo carissime; e con questo per farmi passa­re ogni termine d’allegrezza aggiunse, come voi insieme con alcuni altri mi mandavate a salutare, come benigno et amo­revole che mi foste sempre. Della quale amorevolezza e cor­tesia, ancora che io ne sia poco degno, con ogni mio potere vi ringrazio e prego quello da cui ogni bene e salute procede, che per me ve ne renda tante saluti quanto io per me desi­dero, e quanto mi pare che meritino gl’infiniti meriti vostri. Messer Michelagnolo mio, sallo Iddio quanto io ho sempre amato e reverito le grandissime et incomparabili virtuti vostre, e come sempre ho desiderato che V. S. mi comandi, e quanto io abbi avuto sempre voglia di scriverle una volta, e quante volte io abbia cominciato; ma non mi parendo essere né degno a ciò né in parte alcuna sufficente, me ne sono stato, riserbandomi solo l’amore nel mezzo del cuore in verso di voi e lo stupore de’ vostri altissimi meriti, e così tacitamen­te me ne son passato. Ma ora, essendomi venuta questa troppo grandissima occasione, non me ne sono potuto tenere, perché non mi pare però ragionevole che, avendo io sempre riconosciuto da voi tutto quello, ancora che per mio difetto sia poco, che io so e vaglio, e perciò tenermi, anzi essere e sua creatura e discepolo et in somma tutto suo, che almeno stimulato dalla sì grande umilità vostra, io non gle le facessi in così lungo tempo a sapere, che per questa mia si facesse; la qual vorrei che nel vostro cortesissimo et amorevolissimo animo fusse di tanto valore, che quella per tale mi riputasse e, se io non chieggo troppo, mi desse qualche volta occasione d’accordare i fatti con le parole, li quali forse sarebbero tali, che mi varrebbono sopra ogn’altro testimonio. Io non voglio più tediare il modestissimo animo vostro, né occuparlo con lungo scrivere, ma solo pregarla che non li sia grave ancora di leggere il presente sonetto, che io con questa le mando, e che l’altissima umiltà di quella in salutare così bassa per­sona m’ha tratto della penna; offerendomi per quanto io va­glio, mentre arò vita a V. Cortesissima S.a, alla quale io pre­go il Nostro S.re Iddio che doni ogni bene et ogni perfetta felicità. Di Fiorenza alli III di maggio MDLXI.
Per il di V. S.a Ecc.ma affezzionatissimo e per servirla
 

AGNOLO BRONZINO PITTORE

 

All’Eccellentimo Messer Michelagnolo Buonarroti2 

O, Stupor di Natura, Angelo eletto,
ch’avete al Virtuoso il Buono arroto,
né qual più sete, o Buono o Saggio, è noto,
sendo in sapere et in Bontà perfetto,
con puro core e con sincero affetto
fin da’ primi anni miei vi feci voto,
terrestre Dio, di me tutto, e devoto
vi consacrai la Mano e l’Inteletto.
Apelle e Fidia, il gran Vittruvio e quanti
fur chiari in Arte esser vinti da Voi,
pregio di Febo e di Palla, sapea;
ma che fra gl’altri in umiltà più santi
maggior vi provi ancor, vergogna ho poi,
che per più darvi in me più non si crea.
 

Servitore AGNOLO BRONZINO PITTORE

Dal capitolo “Delle scuse”

Sta ben tutto, confesso: ma, s’io veglio
gran parte della notte e poco dormo,
e sol quel tempo alle mie rime sceglieo,
che debb’io fare? Allor fabbrico, e formo
castelli in aria, e vengo a noia all’ozio,
e ‘n peggio assai, ch’uom morto, mi trasformo.
Sonmi intorno le Muse, e dicon:  Sozio,
piglia la penna, ecco l’inchiostro e ‘l foglio,
sogni tu desto? Or fa qualche negozio.
Ben mi scuso con quelle, e ben mi doglio,
e l’esser uccellato allego, e mostro
quant’io son poco, e men tener mi soglio.
Tutte son baie: elle del tutto nostro
mi danno e del fedel, tanto ch’io dico:
Al fin l’onore e ‘l  biasimo fia vostro.
Così scrivendo ardito, e s’io disdico,
ingrato vengo:  ma questo non posso
patir, ch’io mi sarei mortal nimico.
Però le Scuse a levarmi da dosso
chiamo di cuore, e quant’io posso, il peso,
che della schiena mi ripiega ogn’osso.
Che s’io ho perso il tempo in versi speso,
sol pers’ho quel che si sarebbe perso;
onde assai men ne debbo esser ripreso.
Eccomi tutto ormai rivolto inverso
di noi che del Disegno siam seguaci
tutti, sebben l’oprar nostro è diverso.
Ma perché, Polinnia, mi frughi?
E taci, Erato, perché, dimmi? Io mi vi scuso,
non so dire e tacere, e poi le paci
cercare, e non le discordie, son uso.

Dal capitolo “Del dappoco”

Io son uso a’ posarmi in su la proda
d’un mio lettuccio, e non saprei andar, quando
il sol arde, il verno alge, e ‘l mondo è broda;
né men forse opro, a’ miei riposi stando,
che mi fanno di Dio lodar sì vago,
che per dolcezza le lagrime spando.
E lodo lui, ch’alla lana, allo spago
non diemmi, anzi a sì vaga e nobil arte,
che può far un par mio contento e pago.
E se bene io ne so piccola parte,
pur quel poco d’onor, ch’ella mi dona,
m’è caro, o nelle lingue o nelle carte.
Et io la seguo, e tutta la persona
le dò de’ suoi servigi conoscente,
et ella insino a qui non m’abbandona:
che ben conosce ch’alle sue parente
potrei accostarmi, ove quanto all’ingegno
basta leggere un libro solamente.
Perocch’il padre universal Disegno
è molto più, ch’oprar regolo o seste,
e delle pietre intendersi o del legno.

Sonetti 

Sul “Perseo” di Benvenuto Cellini

Giovin alter, eh’a Giove in aurea pioggia
ti veggia nato, alteramente ir puoi,
e più per gli alti, e gloriosi tuoi
gesti, a cui fama altrui pari non poggia.
Ma ben pari, o maggior fama s’appoggia
alle tue glorie, or che rinato a noi
per così dotta man ti scorgi, e poi
sovra tal riva, e ‘n così ricca loggia;
più che mai vivo, e se tal fosti in terra
uopo non t’era d’altrui scudo, od ali,
tal con grazia, e beltà valor dimostri:
ma, deh, ricopri il vago agli occhi nostri
volto di lei, che già ne ‘mpetra, e serra,
se non chi fuggirà sì dolci mali! 

A Michelangelo

Come l’alto Michele Angel con forte
mano, e felice asserenando il cielo
squarciò l’indegno, e tenebroso velo,
che men chiara rendea l’Empirea Corte;
tal voi di nome, e d’opre a noi per sorte
dato, scopriste il ver, cangiaste il pelo,
e quel confuso, errante, e torto stelo,
che n’avvolgea per vie lunghe, e distorte.
O nobile alma, o mente alta, et o mano
sovr’ogni altra felice, a voi si debbe
quanto han di buono, e bel gli studii nostri.
Chi fia, che merti, e che non tenti invano
lodarvi? e chi tacere anco potrebbe
di così rari, e gloriosi mostri? 

In morte del Pontormo

Se mai sarà, che dall’interna doglia,
che sì m’ingombra l’intelletto, e ‘l core,
onde cade da lor possa, e valore,
come per verno rio tenera foglia,
già non dich’io poter pari alla voglia,
ma concesso mi sia che no ‘l dolore
sempre mi tenga a guisa d’uom, che muore,
legati i sensi, e mai non gli apra, o scioglia.
Forse potrebbe un dì pietosa mente
da questa lingua, e quest’indotte carte
udendo la cagion del mio gran pianto,
meco dolersi, e meco reverente
ammirar la bontà, l’ingegno, e l’arte
del gran Puntormo virtuoso, e santo. 

Quando nell’alto mar, che non ha riva,
delle tue lodi, amica alma beata,
entro, e mi veggio in frale, e disarmata
barca, d’aiuto e di governo priva,
pavento e tremo, e nel pensier m’arriva
se mai fu audace impresa invan tentata,
ond’io calo la vela al vento data
con mente offesa, a se medesma schiva.
Ma gli onor tuoi, le virtù care e tante
tornan sì viva in me la giusta voglia
di farne ricco il nostro almo paese,
che pur convien, che dal lito mi scioglia,
e guidandomi Amor trapassi avante
di speme acceso, e di desir cortese. 

Ben fu presagio di più grave danno,
orme, del passo tuo l’empia ruina,
poiché partir dovea la pellegrina
alma del tuo gran lume anzi il quart’anno.
Quella, che amò sì ‘l vero, odiò l’inganno
d’arte eccellente, e di bontà divina,
che l’Arno altero a par teco cammina
colmo di gloria e di pietoso affanno.
Dolce, vago, gentil, chiaro ruscello,
piangi con meco, e da quest’occhi prendi
più che dal fonte tuo forza, e vigore.
Tu perso hai ‘l figlio, io l’amico e ‘l fratello,
anzi ‘l padre e ‘l maestro: or meco rendi
debito officio a così giusto amore. 

Per Laura Battiferri [?]

Tutta dentro di ferro, e fuor di ghiaccio,
con lenta mano, e con già spento foco,
e ‘n dura scorza alma rinchiusa, in roco
suon chiamo, scaldo, e mansueta faccio;
e poter più del Ciel giugnere al laccio
il Sol tento, e tant’alto il pensier loco,
ch’ogni volo, ogni ardir sarebbe poco,
tardo, e senz’ali, e zoppo l’aura caccio;
tua colpa, e danno mio, folle desire,
che di lei qual di me, falsa credenza,
far promettesti, e ‘n che ponemmo speme?
Or disarmato, e vinto meco, e senza
alcun contrasto, converrà servire
fuor di mercede, ove scampar si teme. 

In malattia del duca Cosimo I de’ Medici

Lasso, che ‘l mio buon Duce infermo langue,
e può tanta bontà, tanto valore
per altrui forza, oppur per nostro errore
noiar, qual nudo pie non pensato angue!
Deh, fusse buon lo spirto, e tutto il sangue
d’ogni mia vena, e s’altro è in me migliore,
come lieto a guarirne il mio Signore
darei, sì dentro oppresso, e fuori esangue.
Deh, bontà somma, e deh, valore immenso,
non è questo il tuo figlio? sì di mente,
e d’opre a te simil, ch’empio duol serra?
Cosmo è questo, che pate, oimè l’intenso
duol seda, e non, tutte virtuti spente,
ogni errore e timor rinasca in terra. 

In morte della duchessa Eleonora di Toledo e dei figli 

Poiché dal sacro eletto amato figlio,
anzi dal cor, dalla sua stessa vita,
il gran Parente l’alma a Dio salita
scorse, e giacer, come troncato giglio,
e poich’all’altro, onde grazia e consiglio
tutto il mondo attendea, dal Ciel rapita
vide, e restar qual rosa scolorita,
ch’appena aperta colse avido artiglio,
et ancor poich’, oimè, l’alma Consorte
spenta cadersi, quasi fertil palma
da due colpi mortali, e scorse, e vide,
volto a Dio disse:   O Santo Animo, e forte,
tuo lo stato, tuoi i figli, e tua quest’alma,
né cangiar d’aria, o di color si vide. 

O del più bello, e più nobile, e santo
angel più che mortai, sebben da umile
dipinta mano, imagine gentile,
che sì tosto ogni gioia ha volta in pianto,
come fia mai, ch’ai mio Signor, cui tanto
caldo sacrai i color, l’arte, e lo stile
ti porga? or troppo al ver forse simìle,
ch’io tenea poco, e Dio non me ne vanto;
né mi spavente rinnovarli il duolo
del tuo stinto esemplare, e del buon Frate
morto, e della sua spenta alma Consorte?
Nol farò, dunque, ancor ch’io sappia solo
egli aver tanto al Ciel l’ali innalzate,
che qui noi cangia o buona, o trista sorte. 

All’Amore supremo

Quant’io d’Amor nella fiorita etate
scrissi e cantai, mentre che ‘n cieco ardore
per terrena beltà struggeasi il core,
posto ha in oblio di me vera pietate.
Ma queste rime, o voi che l’ascoltate,
sebben d’altezza e dolce stil minore,
avran però di santo e puro amore
degno subbietto in casta alma beltate;
e sebben di sospir sovente e pianto
sonar l’udite, e guerra, e morte, il senso,
che troppo chiede, ancor, che onesto il face:
l’alma non già, che ‘n dolce foco, e santo
gioisce, e quant’io dico, e quant’io penso,
così ‘l gustasse ognun, m’è vita, e pace. 

Alle muse

Or ch’io ritorno, o sacrosante Suore,
dall’oscuro sentier, dal sale amaro,
all’aperta montagna, al dolce e chiaro
fonte, dove chi bee già mai non muore;
fate ch’ai bel desio non sia minore
l’aita, alla cui speme io mi preparo
lodar l’alme virtù, che mi tornaro
al primo, ch’era spento, onesto ardore.
E tu, luce del mondo, che dell’alma
fronda t’adorni quel, che ‘l tutto adorna,
e solo splende glorioso crine,
non ti sdegnar, se troppo nobil salma
prendo a cantar di lei, che tutto alfine
vostro è ‘l potere, e ‘n vostra gloria torna.

1 L’annotazione è del Varchi, relativamente alla pubblicazione della lettera, da lui data in  calce  a una ‘lezione’  all’Accademia fiorentina.
2 È l’indirizzo del sonetto, che accompagnava la lettera suddetta.


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4 Comments

  1. Comment di Piero Capriolo — 21 Luglio 2009 @ 16:21

    Grande ! Mi ci sono accostato cercando di stabilire se la licenziosa composizione «Del Ravanello» appartenesse al Bronzino allievo del Pontormo o al Bronzino Alessandro.
    Al «Bronzino dipintore» è dedicato un capitolo alla bernesca sul finocchio di Benedetto Varchi. Quale dei due? Mi pare che un po’ di confusione regni anche qui: Agnolo di Cosimo di Mariano non è il Bronzino n. 1 e l’Allori non si chiamava Alessandro?

  2. Comment di Bartolomeo Di Monaco — 21 Luglio 2009 @ 17:19

    Il testo è di Edi Baccheschi.
    Ma se ti può essere utile, il volume curato dalla Baccheschi riporta al termine la biografia del pittore, che inizia così:

    1503, 17 NOVEMBRE. Angelo di Cosimo di Mariano, detto Bronzino, nasce a Monticelli, sobborgo di Firenze. Secondo la critica più recente il cognome dell’artista — in passato indicato come Allori, da quello della famiglia presso la quale visse dal 1555 — sarebbe Tori. In una gabella del 1568 si trova infatti, riferito al pittore, il seguente appellativo: “Agnolo Cosimo di Mariano Tori alias Bronzino”

    Ovviamente, la famiglia che lo ospitò era quella del suo discepolo Alessandro Allori, anche lui talvolta chiamato il Bronzino.

  3. Comment di Piero Capriolo — 23 Luglio 2009 @ 14:22

    Scrivo qui, perché non riesco a far partier la risposta alla e-mail ricevuta.
    Grazie mille. Il dubbio mi è spuntato visitando Gli Uffizi a Firenze pochi giorni fa. Avevo citato il Bronzino nella mia tesi di laurea del 2005 e non avevo sospettato la possibile attribuzione all’allievo. M’è andata bene, era il Bronzino giusto. Ancora grazie.

  4. Comment di Bartolomeo Di Monaco — 23 Luglio 2009 @ 21:37

    E’ proprio qui che devi scrivere. La e-mail che hai ricevuto è solo una notifica che qualcuno ha aggiunto un commento all’articolo che ti ha interessato. Ciao.

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