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PITTURA: Caravaggio

8 Luglio 2009

di Carlo Capone

Caravaggio era un delinquente. Iroso, baro e duplice assassino, spese metà vita sfuggendo alla galera. Se ci attenessimo a questa biografia dovremmo pensarne male. Non lo facciamo, perché il talento, l’intelligenza pittorica, la capacità sublime di descrivere emozioni, in sfida con gli assiomi di luce e prospettiva, escludono moralismi di sorta. Caravaggio è prima di tutto un genio, in secondo luogo, ma a distanza abissale, vengono le sue gesta.

Caravaggio: Giovane morso da un ramarroAd esse, anzi, dobbiamo i chiaroscuri, le luci fulminanti, i volti sfatti dalla morte, l’orrore, la malattia. Ed in quest’ottica Michelangelo Merisi è l’espressione di quanto l’arte sia salvifica e riparatrice, di come le siamo tributari in termini di sublimazione delle miserie. Perché un aspetto va chiarito: Caravaggio nei santi e in madonne confidava punto o poco, troppo lontani dovettero apparirgli da una vita di acchiappi e idee ferine. Erano un pretesto, il modo per veicolare impulsi contraddittori, l’utile smacchiante tramite cui l’inconscio assurge a verità infinita, si libera dai lacci della morale e si proietta, come diceva il pensatore, al di là di ogni bene e male. Quando perciò riandiamo ad un artista, sia modesto o sublime, e ne azzardiamo una costruzione di sintesi, non possiamo non tener conto della lezione nietzchiana, di quanto sia esaustivo il sì alla vita del superuomo. Che non è, secondo l’ottica di scarto, colui che sprezza, ma artefice di un’operazione ultima, volta a unificare le parti dell’Io in lotta, e perciò mirante alla libertà assoluta.
Grande Caravaggio, grande sublime povero assassino, lo immagino con gli occhi della mente, ne seguo il trascinarsi su un litorale, il vano torcersi nei gorghi della morte, mentre artiglia la rena come a serrare un’idea. L’uomo, con i suoi inganni, i conformismi, le meschinità, ha cercato invano di rubarcelo, di annichilirne il talento e svalutarne la figura. Ma l’arte, che pure è un suo prodotto, si è rivelata migliore, ha scorticato la buccia e ci ha mostrato il frutto. E qui arriviamo al quesito cruciale: chi è l’artista? E’ la parte soggetta ai doveri e le meschinità del vivere comune o l’altro che è in lui, la faccia di una luna che nulla ha da spartire con la prima?
La vista delle tele di Caravaggio sembra fugare i dubbi. L’artista siamo noi, intesi come grumo universale, è una scheggia di luce cui l’anima collettiva ha demandato un daimon illustrativo. Guardate, ve ne prego, il giovane morso da un ramarro. C’è tutto in quel ritratto: sensibilità ferita, paura del male della vita, angoscia mista a rabbia per l’inesorabilità del divenire.
Addio, assassino, che il buio della morte ti sia chiaro.


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3 Comments

  1. Comment di Bartolomeo Di Monaco — 9 Luglio 2009 @ 10:27

    Stamani mi hai fatto, Carlo, una bella sorpresa! Grazie.

  2. Comment di Gian Gabriele Benedetti — 9 Luglio 2009 @ 16:51

    Pagina intensa, che ci offre un quadro umano e artistico di un grande pittore. La vita e l’opera di questo personaggio controverso scorrono fra le righe forti e armoniose, dimostrando non solo l’impegno intellettuale dell’autore della pagina, le sue indiscusse capacità interpretative, la sua sapienza nell’addentrarsi così a fondo nel personaggio stesso (veramente calzante l’accostamento al “superuomo” di Nietzsche), ma anche e soprattutto l’amore che trasuda verso il grande artista. Artista la cui pittura naturale ha istituito sicuramente un nuovo rapporto di drammaticità ed una consistente immediatezza con la realtà.
    La grandezza di Caravaggio, anche a mio avviso, è dovuta al suo modo sregolato, inquieto, burrascoso di vivere
    Gian Gabriele

  3. Comment di Carlo Capone — 9 Luglio 2009 @ 19:27

    Ringrazio di cuore Bart e Gian Gabriele, rispettivamente anima e voce di questa Rivista.

    Carlo

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Bart