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PITTURA: Dal quadro al racconto: Il baro con l’asso di fiori (1a parte)

23 Dicembre 2007

racconto di Lucetta Frisa

[Gli ultimi libri di poesie pubblicati da Lucetta Frisa sono: “L‚Äôaltra”, Manni, 2001 e “Se fossimo immortali”, Joker, 2006]¬†

1
¬†¬† Dei miei denari di stanotte non so cos’√® rimasto. Non li conto mai. Li faccio ballare nella manica – quella senza buchi – e mi prende la voglia irresistibile di lanciarli in aria, per acchiapparli al volo molte volte, sempre pi√Ļ veloce, mentre dalla bocca mi escono fiotti di parole senza senso.

Ecco applausi e risate – li aspettavo – e dopo qualcuno del pubblico resta a fissarmi¬† per un po’a bocca aperta.
   Da queste quattro assi marcite, tirate su in un baleno tutte le mattine di mercato Рpochi chiodi, qualche martellata e via -, faccio quello che mi pare.
   Sono stati degli attori e saltimbanchi di passaggio a invitarmi nei loro spettacoli (qualcuno di loro si è ammalato o morto, non ricordo, e la mia stravaganza gli era già nota, dicono) e a volte mi capita di seguirli anche per i paesi rivieraschi, quando viene la bella stagione e non ho altro da fare. E in questi spettacoli, una parte per me si trova sempre: guastafeste di matrimoni male o bene assortiti, servo furbo o scemo che combina e scombina  trame di destini.
¬†¬† Incuriosito, il pubblico fa cerchio: commosso o sghignazzante alle battute che sa quasi a memoria, rumoreggia e applaude alle vecchie come alle nuove pantomime. Ma bisogna sempre incantarlo, scuoterlo, travolgerlo: √® un bambino a cui si mostra un meraviglioso gioco senza mai svelargli i trucchi : perch√© il mistero lo abbiamo in mano noi, da questa parte dello specchio e lui deve restarci imprigionato, ma senza mai entrarci. Chi si divertirebbe, altrimenti? √ą una regola per tutti – sottintesa tra chi recita e chi¬† osserva.
¬†¬† Stamattina splende un sole da fine primavera e un vento impetuoso e salato si ingorga nelle gole di noi guitti, si porta via finti sospiri, finti amori, finti imbrogli. Contro il suo sabotaggio non c’√® che l’enfasi: guance che si gonfiano come rane, occhi che roteano come bilie, voci da orchi in calore, gesti enfatici il cui senso sfugge sia a chi li compie sia a chi li sta a guardare. I capitomboli dei saltimbanchi, gli scherzi dei mimi muti, le buffe passeggiate dei cani e delle scimmie ammaestrate, in giorni di vento come questi, riscuotono i maggiori apprezzamenti. I nostri costumi di scena, miseri stracci colorati, drappeggiati addosso con la presuntuosa ricchezza della fantasia, sbattono da tutte le parti e si sfilacciano, si strappano in modo irreparabile. Tutto vola e svolazza sotto la furia delle raffiche: scialli, tappeti, tuniche, m√®zzari, lenzuola, appesi in mostra sulle nostre corde e su quelle dei banchi dei bazar, e c’√® chi ride solo di questo e se ne infischia delle nostre guitterie.
¬†¬† La tramontana si porta via anche le mie poche monete, chiss√† dove. Sarei matto a frugare tra quelle gambe di ladri, mendicanti, fantesche, girovaghi, monelli e onest’uomini, con le loro risa sgangherate, al di l√† delle stuoie e dei banchi. Con qualche soldo in meno e qualche strappo in pi√Ļ, resto sempre un uomo libero.
¬†¬† Ieri sera ha attraccato al molo un enorme vascello, quasi una nave ammiraglia. All’alba, dal mio angolo di vedetta, l’ho visto scaricare ogni ben di Dio. I mercati si sono accampati nel vicolo riservato ai viaggiatori delle Indie: √® gi√† affollatissimo, affari d’oro. Ma i marinai della nave, sfaccendati e ubriachi chiss√† da quando, caracollano tra la folla attaccando discorso e lite con tutti; s’azzuffano per una mosca che vola, per una gonna furtiva in cui fingono d’inciamparsi e si inciampano invece nel protettore della gonna : padre, marito, fratello o amante. “I miei rispetti, madamigella” e qualcuno finisce a terra a rotolarsi insieme agli orci, con cocci e contenuto. So che loro sono qui solo per far confusione e dimenticarsi. E io sono qui, pronto a servirli.
¬†¬†¬† Questo sole misto al vento sulla pelle e sugli occhi – che tengo sempre a fessura anche quando il sole non c’√® – mi trasmette un’inquietudine inspiegabile, che voglio annegare nel vino. Salto gi√Ļ dalla pedana con una piroetta, lasciando dietro di me ingenui stupori e ammirati rimpianti e corro alla taverna qui, davanti al porto. L’ebbrezza del vino si mescola all’abbagliante spuma marina che elettrizza i nervi, ipnotizza lo sguardo e ci fa sentire pi√Ļ vivi che mai.
¬†¬† Mentre sono in piacevole compagnia del mio fedele amico Bacco, una raffica pi√Ļ forte delle altre trascina e confonde ogni cosa: sete aristocratiche, cipolle plebee, boccali di peltro e frittelle sfrigolanti, pizzi pregiati per dame clandestine (di cui giungono, in incognito, le loro serve spocchiose) erbette varie, frutta, lattughe freschissime: strappa i damaschi stesi ad asciugare sulle altane come i panni rattoppati nei vicoli, solleva le sottane alle carnose mercantesse, pronte ad assaporare il mio fugace pizzicotto, mentre i gatti, che annusano nel vento il pesce, miagolando impazziti, corrono qui a schiere.
   Bevo tranquillo il mio vino al riparo dei portici, è aspro, ma buono.
¬†¬† In quella confusione, una bambina si avventura nella piazza, tra raffiche e spintoni. In mano regge un piccolo orcio di vetro dove sguazza un pesce rosso. Avr√† otto, nove anni. Ma perch√© √® sola? Il visetto √® tondo come l’orcio e con quella boccuccia, che si morsica nello sforzo di non fare traboccare l’acqua, assomiglia al suo pesce. A quell’et√†, io, i pesci dovevo acchiapparli con le mani lungo le sponde di Salerno, assieme a mio padre. Pi√Ļ ne acchiappavo e meno si moriva di fame. I pesci li odiavo, scappavano sempre. Mi viene voglia di rubarglielo, quel ninnolo. Mi tuffo nella mischia e….via! vaso e pesce sono ora nelle mie mani e la bambina √® l√¨, a bocca aperta, strilla disperata senza capire. Una breve giravolta e una tiratina di riccioli “Madamigella, – dico – ho acciuffato il ladro e mi son fatto restituire il mal tolto”. La bambina √® frastornata, gli occhi pi√Ļ tondi di quelli del pesce e le guance rosse, √® ancora incerta su cosa replicare che io, con un balzo, gi√† me ne torno in taverna. Voglio ancora del vino. Ma ecco, il berretto mi vola via, maledetto vento: questa volta non posso lasciar perdere. Mostrerei a tutti i primi capelli grigi e avere un’et√† non mi √® mai piaciuto.

¬†¬† Il mio berretto dov’√® finito? Un ragazzo lo sta raccogliendo. Ha l’aria impacciata ma √® vestito con ricercatezza: corsetto di velluto verde scuro, camicia di seta, gambali di fine capretto, spadino. Forse un forestiero o uno di quei giovani di famiglia benestante che vengono al mercato per la prima volta a caccia di emozioni. Ha strani occhi incolori, guance rosate, naso minuto, una barba quasi inesistente: tiene stretta a s√© la mantellina e ora si guarda in giro, col mio berretto in mano, in cerca del proprietario. Le mie “Signore della Notte” sarebbero felici se glielo presentassi…
   РEccomi Рgli grido alzando il braccio Рe grazie per la vostra premurosa cortesia, signore.
   Il ragazzo mi guarda trasognato. Indubbiamente, regge sotto il braccio una borsa gonfia di monete.
¬†¬† Ho la netta percezione che siano passate le nove, perch√© l’ombra del Palazzo del Comune comincia ad allungarsi sul banco dello speziale. A quell’ora sempre ho un appuntamento all’incrocio tra il Vicolo dell’Anatra e quello della Buona Ventura. L√¨, lo starnazzare dei volatili trasportati gi√Ļ all’alba da qualche campagnolo dell’entroterra, fa da controcanto alle voci sommesse ma prepotenti delle zingare che leggono le mani agli allocchi per poche monete, prevedendo sempre fortune smisurate e immani tragedie.
¬†¬† Un po’ pi√Ļ in l√†, trattengo i miei traffici con certi amici: √® il gioco della morra e devo affrettarmi perch√© dopo un po’c’√® il solito furbo che comincia a capire e vuole chiamare gli sbirri. Perci√≤ schizzo dall’altra parte della piazza, a carponi sotto i banchi del mercato, dietro l’ombra di qualche corpacciuto pescivendolo che fa finta di niente, fin l√† dove ha inizio la salita delle Rondini (cos√¨ chiamata¬† perch√©, ripida com’√®, resta luogo privilegiato degli uccelli per nascondersi e nidificare) e una volta lass√Ļ, unirmi a un altro gruppo clandestino che mi attende per il gioco delle tre tavolette.
   РDi nulla. Рmi risponde la vocina incerta del ragazzo РAnzi, approfitto di questo incontro fortuito e fortunato per chiedervi un favore, signore. Рprosegue, arrossendo РSapreste indicarmi il Vicolo della Buona Ventura?
¬†¬† -Vogliate seguirmi, vi prego. Ci sto andando anch’io.
   E quello dietro, come un cane dietro al padrone.
¬†¬† Eccoci arrivati sul luogo dei delitti, e mentre la Carmen e la Zobeide lo circondano sinuosamente, una da un lato e una dall’altro, con le loro vesti fruscianti che san di selvatico, io strizzo l’occhio ai compagni indicando col mento il “pollo” e il resto viene da s√©. Il signorino, tutto rapito dalle favole di quelle due diavolesse, si fa subito sedurre dal gioco della morra che impara in un batter d’occhio. Si diverte e si rincuora. Alla fine gli facciamo perdere solo qualche soldo: √® il solito trucco perch√© ci torni presto tra le grinfie e dopo, spennarlo. A un tratto annuncio alla bella compagnia di avere un altro impegno e mi congedo in fretta.
¬†¬† – Amico! – grida lui, rincorrendomi – So di essere invadente, perdonatemi ma…permettete che vi segua?
¬†¬† Io non chiedo di meglio. E cos√¨ insieme a perdifiato su quella salita¬† dove in cima ci aspetta un tavolo con quattro seggioline e intorno vociferanti e sudati, i marinai della nave approdata ieri. A quell’ora del giorno ci favorisce molto il controluce oltre alla complicit√† di un pennuto petulante, appollaiato sul balcone di una mezzana che, dietro compenso, gli ha insegnato a dire, tra un fischio e l’altro “Bravo che vinci” e “Scemo che perdi” e fa un chiasso da impazzire. Di solito, i clienti, assordati dal merlo, mezzo accecati dal sole e con gli occhi torturati dalla sabbia come oggi che il tempo √® ventoso, ci danno grosse soddisfazioni.
¬†¬† Tra i marinai, c’√® un piccolo mozzo col piede fasciato: se l’√® mezzo rotto scivolando gi√Ļ da una sart√¨a mentre era di guardia. Notti intere, a guardare il mare nero e vuoto, per sopravvivere.
¬†¬† A quella stessa et√† – dodici, tredici anni – io ero paggio al servizio di una duchessa pisana. Convocava gli amici col pretesto della conversazione salace, per poi obbligarli, con maniere suadenti, a interminabili partite a carte. Dovevo starle accanto in piedi, per tutta la notte fino allo spuntare dell’alba, pronto ad obbedire ai suoi capricci e a quelle dei suoi ospiti, e in tutto quel tempo non potevo fare a meno di fissare ipnotizzato il tavolo da gioco, il bianco sfavillante delle carte e i colori ammalianti delle loro figure. Ho imparato tutti i giochi, spiato migliaia di mosse e combinazioni, gli impercettibili segnali d’intesa tra i giocatori e appreso l’atteggiamento impassibile¬† di chi vede il gioco infiammarsi e le proprie fortune, in un lampo, andare in cenere.
¬†¬† Ma ora gli amici si accorgono del mio elegante e trafelato giovanotto, e dopo un magistrale giro di sguardi, decidono di trascurare quei marinai non troppo imbottiti di danaro, per rivolgere la loro attenzione solo a lui. Che gioca e vince continuamente e non sta pi√Ļ nella pelle dalla gioia. In uno slancio ci regala uno scudo d’argento ciascuno e, in preda a una incontrollabile emozione, mi dice:
    -Mille volte grazie, signore. In vita mia, giuro di non essermi mai divertito tanto.
   РMessere Рribatto io, cogliendo la palla al balzo Рse amate questo genere di svago dove avete dimostrato particolare abilità, saprei io dove condurvi.
   РAdesso? Рchiede lui, già trepidante.
¬†¬† – Abbiate un po’ di pazienza. Potrebbe essere stasera, se non avete altri impegni. Vedete laggi√Ļ quel palazzo rosa, con fregi chiari e due altane a levante, piene di fiori? Vi abitano due dame, maestre in grazia e ingegno. Sanno intrattenere meglio di chiunque altra donna, gente del vostro rango e della vostra sensibilit√†.
   РQuando potrei avere il piacere di incontrarle? Рmi chiede lui, in affanno.
¬†¬† – L’appuntamento… potrebbe convenirsi per le dieci. Ci sarete?
¬†¬† Intanto il vento comincia a calare. Attori e saltimbanchi se ne sono andati. I mercanti, lentamente, raccolgono le loro merci, le ripongono in grandi cassapanche o in ceste di giunco sottile. Indugiano gli erbaioli, i pizzicagnoli, i venditori di frisceu e dolci vari, per le fantesche dell’ultimo minuto coi loro bambini perennemente in lacrime e affamati. Qualcuno mi ha chiamato per controllare i conti (√® uno dei miei tanti mestieri) e presto mi immerger√≤ negli enigmi dei numeri.
¬†¬† A un tratto, mani leggere mi coprono gli occhi, un respiro, un piccolo morso sul collo. √ą Caterina, la pi√Ļ allegra e giocosa delle mie ragazze che non a caso ama il vento come me e lo aspetta per correre sulla spiaggia incontro alle onde, a ridere e abbracciarmi. E dopo, andarcene alla taverna mano nella mano guardandoci ancora ridendo, ridendo ancora quando saremo davanti ai nostri boccali di vino, senza dirci una partola.
¬†¬† Il mio giovanotto mi sta osservando con ammirazione, riconoscenza, quasi affetto. Ma sempre un po’ perplesso come non fosse del tutto sicuro di quello che fa e dove si trova. E mi bisbiglia, facendosi coraggio per una decisione cos√¨ insolita per lui:
   -Verrò alle dieci, allora. Ci incontreremo davanti al portone del palazzo rosa Рe, di nascosto, mi sfiora addirittura la mano. La mano a me? Uno come lui sfiora la mano a uno come me?  Mi fa rabbia e tenerezza.
   Caterina mi trascina via quasi danzando perché Рdice Рha preparato la minestra al basilico che mi aspetta a casa, ancora calda. I suoi occhi ardono di una luce nera.
¬†¬† So che mi attendono insieme due delizie: la sua minestra densa e saporita e il suo corpo bianco e fresco. Non me lo faccio ripetere: sparisco dalla scena, lasciando in mezzo alla polvere di un mercato in disarmo, un bel giovanotto col copricapo in mano, un po’ sudaticcio e l’aria stralunata.¬†

2
¬†¬† Nell’aria della notte fiuto l’alga marina. Forse domani la tramontana si muter√† in scirocco spingendo i gabbiani ansiosi sulle spiagge, il cielo si abbasser√† e cos√¨ il respiro, rivelando gli odori del mare e della terra. E del corpo il peso. Mi sento stanco, non capisco perch√©. Oggi Caterina mi ha detto di amarmi e io non ho risposto. Per la prima volta l’ho vista piangere.
¬†¬† Venere √® alta sul palazzo rosa, proprio sulla torretta:¬† sono gi√† le dieci. Se √® vero che il cielo √® specchio della terra, noi bruciamo in una doppia fiamma, su uno stesso teatro, ma con diverso ritmo. Lentissimo quello delle stelle, breve e convulso il nostro. Cielo e terra : spettatori l’uno dell’altra. C’√® un senso a questo? Il silenzio notturno √® un cranio verminoso. Le immagini del giorno, un brulichio di vermi. La notte mi fa filosofo, e filosofeggiando su questo e su quello, finisco per annegare la mia filosofia nel vuoto e nel vino.
¬†¬† Dei passi, finalmente. √ą il ragazzo che arriva di corsa e spero che tutta questa faccenda non vada per le lunghe. Ma ormai “le signore” ci attendono e la commedia deve cominciare. Lui √® di poche parole e neanch’io ho tanta voglia di conversazione. Ci addentriamo nel labirinto dei vicoli, nel puzzo di piscio dei gatti, nel trionfo di tutte le puzze e gli odori del mondo.
¬†¬† Busso i tre colpi convenuti e dopo poco, il portone si socchiude. C’√® tanto buio che non riconosco chi ha aperto. Uno spettro?¬† Traversiamo due cortili cimiteriali. Lo spettro, una specie di fagotto senza volto, ci precede sugli scaloni appena rischiarati da fioche candele che rivelano, tremando, volti cadaverici : dipinti di antichi avi, forse acquistati a buon prezzo in qualche bottega. E infine, la tenda viola si solleva, il fagotto senza volto sparisce e appare Elisabetta. Giovane,¬† labbra carnose e pelle di seta, regge un piccolo candeliere che le illumina il volto: √® bella, lei lo sa. Ci introdurr√† nella sala del rito, dopo un androne saturo di muffe e ancora scale e corridoi stretti, sempre pi√Ļ stretti. Di lontano, una luce filtra insieme al suono dolciastro di un liuto. √ą la grande Signora che si prepara per la cerimonia: mentre Elisabetta comincia a cantare : una delle loro mal√¨e che conosco bene.

Se poteste, signor, con l’occhio interno¬†¬†¬†
trar i segreti del mio core…

¬†¬† – Gli altri ospiti? – chiede d’un tratto il ragazzo, guardandosi in giro come se si scuotesse dal sonno.
¬†¬† – Non c’√® nessun altro, signore. La Signora ha deciso che, un nobile come voi, meriti di aver dedicata l’intera serata. Faremo del nostro meglio perch√© sia di vostro gradimento – fa la giovane con voce musicale, sfiorando il “mio” ragazzo con le sue braccia nude. Poi delicatamente gli prende la mano come si raccoglie un gioiello.
   РChe mano delicata Рsussurra Рe mi hanno riferito che è molto abile al gioco.
   РNon ho dimestichezza con le carte Рrisponde il ragazzo, quasi  trasalendo.
¬†¬† – Imparerete presto, vedrete, con un eccellente maestro com’√® lui – mi indica con un cenno del mento, e ammiccando con grazia irresistibile le sfugge un risolino.
   Intanto siamo arrivati.
¬†¬† La Signora √® l√†, avvolta nei suoi immensi scialli, gli occhi scattanti e torvi, l’acconciatura all’orientale di damasco rosso dove al centro brillano due grossi diamanti. Sono falsi, lei non lo sa e io s√¨ : glieli ho venduti io. La sala √® semibuia ma agli angoli i candelieri gettano sapientemente lunghe ombre, confondono i contorni, accendono la fantasia. Cos√¨ non si notano le toppe dei divani polverosi, i cuscini di seta lisa, i ricami sdruciti, le pareti macchiate dai disegni dell’umidit√†, i tappeti resi incolori dal tempo. Povero ragazzo, non si accorge di nulla. Guarda le due donne, in estasi. La grande Signora continua a suonare il liuto e a fissarlo con occhi ferini mentre Elisabetta, cantando, gli porge un intruglio color ambra.

Se poteste, signor, con l’occhio interno
  penetrar i segreti del mio core
… (1)

   Gli accarezza i capelli appena ondulati, e poi le rade piume sul mento di un piumaggio ancora incerto. Lui, incredulo e incantato, si lascia fare. Socchiude gli occhi dal piacere.
   РVorrei insegnarvi, se non vi dispiace, un facile gioco di carte, signore Рsono io che intervengo, ma sento spegnersi in gola la mia voce falsa- oppure preferite i dadi?
   Ansia e smarrimento attraversano gli occhi del ragazzo.
¬†¬† – State sereno, queste gentili dame non desiderano nulla da voi, solo intrattenersi un po’ con un giovane educato e di talento. √ą un piacere¬† raro di questi tempi.
   Ancora menzogne, ma sono qui per questo.
   Elisabetta riprende a cantare:

Quel disir che fu già caldo ed ardente
¬† a bellezza seguir fugace e frale… (2)

   La grande Signora con un gesto secco, depone il liuto nelle mani della ragazza e con un altro chiede da bere anche lei.
   РCome vi chiamate, cortese signore? Siete giovane e aggraziato e di famiglia altolocata, senza dubbio.
   Sono le prime parole che proferisce. Hanno un tono lievemente inquisitorio, roco, scandisce bene le sillabe e gli incute soggezione. Lui stenta a sostenere lo sguardo e a rispondere con disinvoltura. Mi guarda come a invocare soccorso.
¬†¬† Comincio a mescolare il mazzo e gli illustro il gioco nei dettagli e nei trucchi (di quelli noti a tutti, naturalmente) mentre la Signora continua a bere a piccoli sorsi e nel chiaroscuro le pietre che le inanellano le dita mandano guizzi sinistri. Si tocca nervosamente la lunga collana di perle (finte anche quelle) e Elisabetta inizia un discorso qualunque – √® un’attrice spiritosa lei, sa rompere l’impaccio e ride. Perch√© non mi sono mai accorto che assomiglia a Caterina? Ma Caterina non √® schiava di nessuno e chiede solo amore, nient’altro.
¬†¬† Poi un’ombra morbida striscia tra le gambe: si acquatta ai piedi della Signora e si immobilizza lasciando correre solo uno sguardo quieto e buio. √ą il cane che da anni le tiene compagnia, senza pi√Ļ et√†, ormai, e lei gli passa le mani sul collo meccanicamente.
¬†¬† Faccio fare due “mani” al ragazzo. Impara subito. Perch√© √® cos√¨ bravo? Ha il gioco nel sangue come me.
   РBene, ora che il nostro giovane amico ha imparato con tanta facilità, perché non provare a giocare tutti insieme?-interviene la Signora, ed è un ordine.

¬†¬† La cerimonia ha inizio. Tra noi non ci guardiamo neppure perch√© l’accordo √® che, nella prima fase del gioco, l’invitato deve vincere. La posta non √® alta e questo serve a rassicurarlo mentre la Signora continua ad accarezzare il cane e a mantenere alto il livello della conversazione: pettegolezzi d’alto rango, pittori alla moda che dipingono per grandi famiglie di mercanti e ammiragli, cronache di antiche partite consumate qui tra questi lugubri muri, con dame argute e cavalieri espertissimi, fortunati e no, ma sempre proprietari di ingenti patrimoni.
¬†¬† Intanto viene offerto il secondo intruglio, meno raffinato del primo, si capisce, di un colore indefinito, pi√Ļ denso, che per√≤ ottiene il suo effetto.
   A che punto del cielo sarà Venere, ora? E il vento di scirocco comincerà a soffiare con il suo fiato greve, sconfiggendo la limpida tramontana?
¬†¬† Mescolo le carte mentre avverto su di me la freccia aguzza dello sguardo della Signora, quella pi√Ļ lieve ma altrettanto acuta di Elisabetta, che ora si √® mezzo slacciata il corsetto con la scusa che √® caldo e si siede proprio accanto al candeliere:¬† la pelle del seno trabocca, le labbra avvampano, l’acconciatura si allenta, lasciando liberi sul collo e la fronte, dei riccioli dai riflessi rossi.
¬†¬† E la commedia prosegue con assoluta, puntuale perfezione: √® troppo facile recitarla per costui che ha appena imparato da me e io fingo di aiutarlo a vincere “contro” le donne alleate. Il giro d’occhiate continua, il ragazzo √® concentrato sulle sue carte e non se ne accorge, lo facciamo vincere diverse volte tra complimenti e lusinghe, ma poi il finale deve compiersi nei modi pattuiti:¬† alziamo pian piano la posta, finch√© la borsa del ragazzo passa nelle lunghe mani della grande Signora che non carezzano pi√Ļ il cane ma il bel capretto vellutato della borsa. Eccola che sorride, mostrando tutti i denti : smorfia, non pi√Ļ mascherata, di un teschio.
   Una stanchezza indefinibile si impadronisce di me, intorpidisce le membra e il cervello. Vorrei dormire lontano da qui, su qualche scoglio nel mare o tra le braccia di Caterina, sotto i portici ariosi di questo quartiere del porto.
¬†¬† Sarebbe giunto il momento dei commiati, dopo altre pesanti libagioni e lascive carezze; l’invitato, per bene alleggerito, dovrebbe andarsene per sempre, sparire nelle buie quinte della notte.
   Ma io, non so perché, riprendo in mano le carte e dico ad alta voce, rivolgendomi a lui:
¬†¬† – Un’ultima partita, signore? Mi sembra di intuire che anche le gentili dame, nostre ospiti, sono d’accordo a riprendere il gioco…
   Scompiglio nelle occhiate. La Signora, furiosa, mi fulmina.
¬† – Essendo l’ora inoltrata, forse per il nostro giovane amico, sarebbe pi√Ļ consigliabile che…
¬†¬† Controlla a fatica un fremito impercettibile che la scuote tutta. Ma non riesce a terminare la frase, perch√© il mio gesto √® inequivocabile e poi la guardo con l’occhio complice e infido a lei familiare. Cade nella mia trappola e si rabbonisce. Anche Elisabetta ricomincia a ridere, si ricompone i riccioli, dice motti di spirito. Non so dove mi porter√† questa mia iniziativa. Di sicuro a congedarmi per sempre dalla parte di danaro che mi spetta, un guadagno sicuro su cui faccio conto ormai da molto tempo.
   Il ragazzo, pallidissimo, esita, ora diffida di tutto, ma una mia occhiata Рintensa, eloquente e ben diversa dalle altre Рriesce a fugargli i dubbi e le incombenti lacrime.
¬†¬† Prima avevamo vinto con i denari, le signore e me, barato con l’asso, ma anche senza quello, lui avrebbe perso ugualmente la partita.
¬†¬† Com’√® diventato abile ora, sta giocando da maestro e non mi guarda pi√Ļ. La sbronza gli √® passata? Ha l’occhio freddo, il gesto misurato, cerco con tutti i trucchi dei miei di favorirlo, ma col trascorrere del tempo mi accorgo della loro insensatezza, come giocattoli improvvisamente invecchiati. Un bel sorriso infine ci unisce, insieme alle carte dello stesso seme – i FIORI – e senza ricorrere al mio insuperabile tocco finale – l’asso nascosto nel polsino – le donne si trovano in mano le carte sbagliate e perdono l’intera borsa pi√Ļ altri scudi ancora.
¬†¬† Una vertigine, e la gola si riempie d’acqua salata, come quando, da bambino, un’onda an√≤mala mi strapp√≤ dalla riva e fui sul punto di annegare.
¬†¬† Cosa far√≤ una volta uscito di qui? Non voglio chiedermelo. So per√≤ con chiarezza che non giocher√≤ pi√Ļ a nessun gioco. Ho davanti un sipario appena abbassato, le luci spente, mi sento sospeso nello spazio incolmabile tra scena e platea.
   Candele e liuto, visi di donne giovani e decrepite, di ingannati e ingannatori, tavoli da gioco, assi di palcoscenico, angoli di strada, ammiccamenti, applausi e fischi, inseguimenti e fughe, mi vorticano nella mente, voragine dove tutto sprofonda in un attimo imprevisto.
¬†¬† Dove sei, ragazzo? Corri via da qui. Siamo gi√† fuori. Ci sar√† l’alba, l’aperto, Caterina, e un silenzio leggero che scioglie tutto con dolcezza. Oppure questa notte continuer√† ad allungarsi senza fine e non ne uscir√≤ pi√Ļ? Sono stanco e ho i capelli¬† grigi.

(continua)
 
Nda.
(1 e 2) sono versi di Gaspara Stampa
Il racconto, di cui questa √® la prima parte, mi √® stato suggerito dal celebre dipinto Il baro con l’asso di fiori di Georges de la Tour. Chi parla in prima persona √® il baro, che nel quadro √® seduto a sinistra, di fronte al ragazzo. Nella seconda parte, √® il ragazzo che parla, a significare come la stessa esperienza venga specularmente ma diversamente vissuta dai due protagonisti.


Letto 3868 volte.
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Invito tutti a non inviarmi pi√Ļ libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso pi√Ļ accontentare nessuno. Cos√¨ pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart