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PITTURA: Dal quadro al racconto: Il baro con l’asso di fiori (2a e ultima parte)

24 Dicembre 2007

racconto di Lucetta Frisa

[Gli ultimi libri di poesie pubblicati da Lucetta Frisa sono: “L’altra”, Manni, 2001 e “Se fossimo immortali”, Joker, 2006]

3
Sono fuggito dalle cupe stanze della mia casa e dalle prime ore dell’alba mi aggiro sulla piazza dove ci sarà il mercato. Ciò che ho sentito descrivere dagli amici e dai domestici, lo vedrò,  finalmente.

Non voglio pensare a mia madre, quando scoprirà il mio letto vuoto, soffocherà un urlo e perderà i sensi. Sono giunto dove volevo, e attendo che il cielo rischiari. Già un vento, fresco e penetrante, scioglie ciò che mi opprime. Sparisce la casa vasta dai soffitti troppo alti, si allontanano le notti consumate nei sogni in solitudine. Sono fuggito dove mi portano il mio desiderio e le parole dell’amico “Saprai del tuo destino dalle bocche delle zingare”. Una luce come non l’ho mai vista comincia ad allargarsi sulla piazza, avvolge cose e persone e ci rivela l’uno all’altro senza segreti.  I richiami dei venditori, si alzano, uno dopo l’altro, con timbri sempre diversi – come hanno gli uccelli in questa stagione. E vengono esposti i tappeti dell’Oriente,i tessuti, le coppe di rame e peltro, tanti oggetti lavorati e stravaganti. Questi uomini avventurosi hanno attraversato l’oceano per venire a venderli qui…Peccato che i ricordi di quanto hanno visto non si possano comprare. C’è chi sciorina con fierezza suppellettili e cibo molto umile e volgare. Provengono dai campi e dagli orti dell’entroterra, così mi hanno detto, e da  botteghe di artigiani. Reggeranno il confronto con quelli d’oltremare?E questa gente così povera – fagotti di croste e stracci luridi accoccolati agli angoli delle strade a elemosinare – è proprio davanti a me. Esiste veramente. In famiglia non se ne parla mai, come fosse qualcosa di proibito. Temo che qualcuno di loro mi assalga col coltello, così mi ha riferito un amico che ha vissuto questa disavventura, ma io ho lo spadino e poi, se fossero in tanti, regalerò qualche soldo per allontanarli.  Ma tutto è bello in questa luce, si mostra così com’è, nudo nella sua realtà: il fastoso si mescola al miserevole, lo splendido al modesto. No, non devo avere paura di niente e di nessuno Tutto mi piace. E’ nuovo.
Che bei grappoli d’uva nera! Sto per comperarla ma il profilo scuro di mia madre, timorosa che l’uva danneggi il mio stomaco, si allunga tra i tralci. Passo oltre. Capelli biondi e occhi limpidi, una veste ambrata, e una giovane donna si curva, soppesa un’arancia, e mano, viso, frutto, sono sfiorati da un’ombra leggera. Quando si volta per andarsene, quell’ombra casuale svanisce e il viso è tutto in luce, e la ragazza e il frutto che ancora le splende in mano mi  ricordano un dipinto  in casa di mio zio. Vorrei seguirla, per starle ancora un po’ vicino, seguirla fino alla sua abitazione, nascondendomi per non essere scoperto. Ma so che non lo farò. Lei è così serena e i riccioli, sulla fronte, li agita la gaiezza del vento.
Una musica – tamburelli e flauti – si avvicina. Di colpo, una folla rumorosa mi spinge, trascinandomi in mezzo a uno spettacolo improvvisato. Un giovane, dalla faccia dipinta di bianco, si contorce, simula un dolore intollerabile, poi esplode in una danza selvaggia,  salta, danza, e infine sparisce mescolandosi agli spettatori. In alto, ritto sulla pedana, un altro, lancia e afferra qualcosa in aria con rapidità vertiginosa mentre continua a parlare. A se stesso o a chi? Delle monete – ora le vedo – appaiono e scompaiono. Come farà?
Da bambino sognavo spesso di varcare le mura di un paese fantastico, riscaldato da un bel sole primaverile, proprio come quello di stamattina. Molta gente mi acclamava nella piazza come un ospite atteso da tempo. Ero il solo a fare ombra col  corpo e ciò mi turbava. Ma nessuno sembrava farci caso e mi scortavano in una foresta dove si ergeva un palazzo di marmo bianco: allora la folla festosa si dileguava e mi trovavo solo, in un cortile gelido e buio. Mi svegliavo rabbrividendo. Ma ora, nel tepore accogliente di questa piazza, mi domina il desiderio di conoscere il mio destino. Presto saprò se l’amico ha mentito o se è vero che qui le zingare fanno profezie scrutando il palmo della mano. Scorgo un altro profilo di donna, severo. Si avvicina furtivamente al banco del bazar e si infila nel dito un vistoso anello. Lo osserva a lungo con occhi avidi e duri e poi si guarda in giro con circospezione. Sarà una ladra che attende l’attimo più propizio per scappare? Il vento non le muove i capelli, tutto sembra fermo intorno a lei, chiuso in un cerchio stregato. A disagio, giro lo sguardo e mi allontano. Mia madre, nei giorni di pioggia, non fa aprire le imposte, così come nei giorni di luce tiene chiuse le tende. Né vento, né sole. Perché?Per proteggermi. Da cosa?
Laggiù, in un vicolo ombroso, un bambino salta su una gamba sola, salta più volte, da un quadrato ad un altro, su una scacchiera segnata sulla strada col gesso. Non  gioca con nessuno e nessuno lo guarda. Non voglio pensare a quando cadrà. A quegli occhi di bambino che salta, il vicolo e quanto lo circonda sembrerà muoversi, tra alto e basso. Proverà la gioia di sollevarsi da terra insieme al timore di cadere. Se riesce a saltare su tutta la scacchiera senza interrompersi, avrà vinto. Che cosa?
Ma il gioco è questo.

Adesso rivedo un uomo, lo rivedo all’angolo di un altro vicolo, è il giocatore che sul palco nella piazza lanciava, parlando, monete in aria. Una raffica di vento gli strappa di colpo il copricapo. Non so perché, ma corro a riprenderlo e lui mi ringrazia con entusiasmo e resta a osservarmi in silenzio. Che sguardo inquieto, da viaggiatore! Mi ricorda un altro sogno che ho fatto poco tempo fa.
Un celebre attore, alle soglie della vecchiaia, parte al suo paese, a cavallo. E’ un’alba invernale. Vuole raggiungere, prima di notte, la città dove reciterà per l’ultima volta. Sale la ripida mulattiera, l’unica che c’è. Mentre gli zoccoli del cavallo battono sulla terra ghiacciata, immagina le ovazioni del pubblico: sente scandire il suo nome, il suo nome gridato fino alle stelle…ma poi quel clamore umano si trasforma in un boato immenso, assordante, e una valanga si stacca dal monte, raggiunge rotolando la mulattiera, cavaliere e cavallo. Tutto seppellisce sotto la sua spessa coltre bianca.
Anche quella volta mi sono svegliato in preda al terrore. Perché ricordo ora questi sogni?
Il giocoliere mi fa cenno di seguirlo e io obbedisco. Da quel momento sono sempre con lui, testimone e compagno d’ogni suo gioco e avventura. Bisbigli di donne tenebrose mi rapiscono: sono le zingare, finalmente. Eccole nel Vicolo della Buona Ventura che mi predicono un grande amore e una fortuna straordinaria tra le mura di un misterioso palazzo. Diranno la verità? Mi sento felice come non lo sono mai stato in tutta la vita. Oh, il giocoliere continua a stregarmi insegnandomi i suoi  trucchi. Che tipo stravagante. Apro le mani a palmo e lui dice “acqua”, le stringo a pugno e lui dice “sasso”. Imparo. Anch’io, ora, muovo le mani con destrezza, sono bravo, vinco molti scudi a esperti marinai. Questa mia felicità è forse simile a quella che si prova in mare aperto?
Il sole è ancora alto. Camminiamo fianco a fianco, conversando come vecchi amici. Mi piace la sua voce sonora, la sua andatura nervosa che mi guida lungo un  labirinto di vicoli, portici, gallerie, sottopassaggi, archetti e fitti gradini e dove le case si fronteggiano, vicinissime, e tra loro, strappi di cielo, corde al vento con panni  colorati che sembrano legarle l’una all’altra: sono le bandiere di questa povera gente? Gruppi di uomini e donne parlano a voce alta, bambini si rincorrono strillando, i cani abbaiano sempre.  Ma avrà un centro questo labirinto, un luogo di approdo dove si scioglie l’enigma di questa città fantastica?Finché non l’ho attraversata in questo modo, non potevo conoscerla: aperta sul mare e subito chiusa all’interno, ma che invita ad altri viaggi,  avventurosi quanto quelli per mare.
Infine il mio amico mi lascia. Una ragazza festosa viene a portarmelo via. Ma tra noi c’è un impegno per questa sera che mi fa battere il cuore.
Il vento! Com’è forte, ora. La folla del mercato si dilegua sotto le raffiche, le rare donne che passano hanno il capo curvo e la sottana gonfia.  Sull’asta di un tetto più alto degli altri, sventola un panno rosso.  Continuo a camminare senza  meta. Salgo e scendo gli stessi gradini, percorro e ripercorro le stesse strade. Dove sarà adesso il mio giocoliere?
La luce declina e appaiono i rosa e i grigi del tramonto. Entro in una chiesa angusta di pietra scura al centro di una piccola piazza. Il silenzio improvviso, la  scomparsa di ogni colore, mi fermano il respiro. Adattando gli occhi alle tenebre, mi appare una bara nella navata destra e i vapori dell’incenso si spandono per le volte di pietra. La cantilena del sacerdote che il coro dei fedeli accompagna, il cerchio di facce rugose e terree di vecchie inginocchiate, le candele fumiganti, il loro odore, l’odore dei fiori che marciscono, il biascicare estenuante e lentissimo, tutto mi gela il sangue. Da quanto tempo sto assistendo a questo rito? Mi sembra non debba mai finire. L’intensa luce della piazza, il vento e le sue scorribande, lo strepito eccitante del mercato, gli occhi vivaci del mio amico e la sua bella voce che guida i miei passi, sembrano perduti per sempre. Un fruscìo vicino a me. Mia madre?
Mi pare di vederla, il viso accigliato e il passo furtivo, farsi il segno della croce, inginocchiarsi davanti all’altare, e poi venirmi incontro, stringermi affannosamente a sé dicendomi che la mia disubbidienza l’ha fatta morire d’angoscia. E lui, mio padre, dietro di lei, muove appena le labbra con trite parole di debole rimprovero, parole senza timbro né senso…
Mi precipito fuori, fuggo da quell’incubo.
È già notte, ormai: mi investe la sua aria pura. La respiro a lungo, torno libero.
Che ora è? Sono in ritardo? Mi metto a correre. E corro non so per quanto.
Infine riconosco da lontano il palazzo rosa, sopra le case sghembe del labirinto. Nella mia borsa tintinnano i denari che solo ieri notte ho sottratto al forziere di mio padre…  
4
Un giardino inondato dalla luna. Rumore d’acqua, di fontane che bisbigliano. Il cuore batte nascosto in me, al ritmo di quell’invisibile zampillare, e una porta ora si apre nel buio, una tenda si scosta e una mano soffice cattura la mia, un profumo delicato, forse una donna si nasconde nelle tenebre. Poi, un guizzo di fiamma illumina un bellissimo viso femminile, tutto ridente.
È la ragazza delle arance, intravista al mercato stamattina? Com’è diversa dalle altre che ho conosciuto – rigide, tristi, sprezzanti, irraggiungibili come statue. L’ho appena guardata e già mi coglie un desiderio incontenibile: possederla e partire insieme a lei. Quante volte ho sognato di partire, ma da solo non volevo farlo: ora, in un attimo, tutto è cambiato. Lei ci precede per lunghi corridoi con in mano un piccolo candeliere e non odo il suono dei miei passi, né di nessun altro. Forse una folla silenziosa si rannicchia ai lati, la stessa folla del mercato sopraffatta dal sonno, dorme avvolta nei tappeti. Davanti a me, il giocoliere si volta e mi guarda – qualcosa nei suoi occhi, mi turba, ma non so cosa…La cintura vistosamente nera che gli pende dal fianco mi comunica inquietudine.
Mi avvicino a lui, per non restare solo con la voragine del buio dietro a me. Se mi volto, temo mi inghiotta. Da lontano, una musica soavissima interrompe il fluire del silenzio, arriva da un punto oscuro da cui comincia ad allargarsi – sempre più chiara – la forma di un tavolo illuminato. Titubante mi avvicino. Bevo avidamente una coppa di vino, sfioro con le labbra il braccio nudo che me lo porge. È inebriante più del vino. Più inebriante della canzone che quella incantevole giovane mi sussurra.  Poi, di colpo, una mano rugosa, carica di grossi anelli, si posa sul velluto profondo del tavolo. Ora anche il volto è in luce – un ovale cereo dove si nascondono occhi cupissimi. Perché questo viso mi sembra familiare? E una voce mi parla, monotona ma insinuante, con un timbro così roco che delle parole percepisco solo l’eco. Non so come sostenere quello sguardo inflessibile, cosa rispondere senza balbettare. Mi turbano le sue vene, una rete azzurra che serpeggia sulla scollatura, lungo il seno marmoreo. Ma a chi assomiglia? Una fitta di freddo. Abbasso gli occhi e vedo, sparsi sul tavolo, mazzi di carte da gioco dove spiccano quattro carte scoperte: due regine di spade, un fante di coppe, un re di danari. Alzo ancora lo sguardo e mi incontro in uno specchio che riflette, oltre a me, il candeliere con la sua fiamma tremante.Un attimo: e una doppia stanza affiora e subito sprofonda nella tenebra. Da dove affiorano, a tratti, l’amaranto di una tenda, il cobalto di un tappeto, gli arabeschi dorati della tappezzeria e infine noi quattro, seduti intorno a un tavolo, intenti a qualcosa che sembra assorbire tutta la nostra attenzione.  Chi sono reali, noi qui o quelli laggiù?
La ragazza si protende verso di me e mi bisbiglia la stessa canzone, il capo avvolto in un turbante che svetta in una candida piuma. È di un gabbiano. Un’ondata l’ha sbattuto sulla plancia di un veliero, e lui l’ha persa. La piuma ondeggia a lungo nell’aria, poi, lentamente, si posa. La mia amata la raccoglie e la gira tra le dita chiudendo gli occhi. Immobile sul ponte della nave, sembra attendere qualcuno. Sono  io? E se, voltandomi dall’altra parte dello specchio, non mi attendesse più?Qualcuno sposta una sedia: di fronte a me, il giocoliere, con il suo gesto elegante, mi indica le carte. Lo vedo meglio adesso che alla luce del mattino. Dietro quegli occhi, prima così spavaldi, mi pare di leggere una pena indefinibile.Forse è trascorso un secolo da quando questo gioco è iniziato. Bevo tante coppe di vino, una dopo l’altra, non le conto più. Vedo crescere il desiderio negli occhi della mia amata e tengo le mie mani nelle sue, poi le accarezzo i riccioli, i seni profumati. Vinco diverse volte, almeno così mi pare.
Vorrei restare sempre qui, solo per accarezzare Elisabetta, addormentarmi nelle sue braccia, annegare nella sua dolcezza. Non giocare più.
– Vi prego, signore. La partita continua…
La voce e il gesto che l’accompagna sono imperiosi, come se mi richiamassero al dovere.
L’amico, per un momento, esce dall’oscurità con uno stentato sorriso, mentre io stringo un nove di spade, così mi sembra, che lancio sul tappeto: ho perso. Gioco una carta, altre carte, tante carte:  perdo ancora.
Il chiarore che inondava il giardino, il liquido bisbiglio delle fontane, le canzoni… Ora non sono più così sicuro di quello che ho visto e udito. Eppure, in fondo allo specchio, quel ragazzo che mi  sta guardando- sono io?
Oscillano le candele – ombra e luce, luce e ombra – le figure delle carte si mescolano ai giocatori, a tutti quegli estranei dall’altra parte della stanza col viso ora infiammato, ora spettrale, che mi accerchiano, mi incalzano a proseguire. E la stanza si capovolge, gira su sé stessa. Non per il vento della piazza, qui non c’è aria  e qualcuno – io? – apre ripetutamente una borsa per prendere denaro e infine lo consegna tutto a una vecchia, orrenda signora che ride.
L’amico mi ha tradito. Lui, così libero, è servo di una scaltra imbrogliona e di quella donna frivola e ambigua che non è bella. Questo palazzo misterioso, questa stanza dalle mille seduzioni è una misera trappola per ingenui sognatori.
Il dolore è così violento che non oso alzare gli occhi. Il mondo è sprofondato in un abisso e io con lui.
Ma l’uomo alza la voce, propone un’altra partita, stronca con aggressività le proteste delle donne.
Adesso ha occhi limpidi, vi leggo una riflessività sofferente insieme alla fermezza di una decisione. Le sue mani, ben visibili sul tavolo, mescolano le carte in piena luce.
Chi sono quei due, laggiù, che si reggono la fronte con infinita stanchezza, tendendo le mani l’uno all’altro? Chi dei due ha le tempie grigie, gli occhi solcati dalla malinconia?

***

 

 

Un grande specchio, un tavolo con boccali vuoti e carte da gioco sparpagliate. Una finestra spalancata sul mare. Da lontano, nel porto, le sagome scure delle navi si stagliano contro il crescente chiarore del cielo. È l’alba. Un ragazzo – o un uomo? – cammina, attraversa la piazza deserta, raggiunge il molo dove si ferma a guardare il mare, la linea dell’orizzonte. Dentro la stanza, all’improvviso, irrompe il vento. Strappa, scuote, rovescia ogni cosa. Trascina via le carte da gioco come turbinosi coriandoli.

Nda.
Il quadro di cui si parla è il celebre Il baro con l’asso di fiori di Georges de la Tour.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart