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PITTURA: I MAESTRI: Fattori: Il poeta della fatica umana

9 Ottobre 2014

di Luciano Bianciardi
[Classici dell’arte, Rizzoli, 1970]

Una cosa va detta subito, che non fece mai niente a caso. Giovanni Fattori si vant√≤ pi√Ļ volte della pro¬≠pria ignoranza, ma mentiva. Persino come scrittore c’√® parecchio da invidiargli, e specialmente la felicit√† di certi anacoluti, che non riuscirebbero a un letterato. Fu a suo modo un uomo colto, cio√® ben attento a quel¬≠lo che gli succedeva attorno, e disposto a ragionare sul gi√† visto, per capirlo meglio. Prima di dipingerli sulla tela, gli ufficiali austriaci volle vederli con gli occhi suoi, dal tetto di una casa livornese, aiutandosi con un bel cannocchiale. Erano per l’appunto le repres¬≠sioni del Quarantanove: “Ricordo di aver veduto un ufficiale che tranquillamente fumava e faceva cenni al comando, e i cannoni esplodevano. Quando dalla via Borra in due file comparvero gli austriaci con l’ar¬≠mi al fianco e di tratto in tratto tiravano alle finestre che supponevano aperte”.

A quell’epoca era poco pi√Ļ che ragazzo, e ai moti di Toscana partecip√≤ appunto da ragazzo, co¬≠raggioso e un tantino sventato, incosciente e festaiolo, come se fosse tutta una bella scampagnata su per il poggio di Montenero. Ma il segno gli rimase dentro. Gli rimase l’amore per il Risorgimento, per la glorio¬≠sa avventura che avrebbe dovuto fare l’Italia non solamente libera e unita, ma anche lieta e nobile. E soprattutto gli rimase quella bella attitudine a guar¬≠dare le cose, a studiarle, prima di metterle sulla tela. Prima di dipingere i soldati francesi di Magenta, stet¬≠te giorni e giorni a guardarseli, l√¨ alle Cascine, belli e spocchiosi e fieri del loro bel principe Gerolamo Na¬≠poleone.

Poi la vita, e la storia, lo modellarono a loro modo, pi√Ļ con le nocche che coi polpastrelli. Fattori fu uomo troppo schietto per non avvertire subito che la bella avventura aveva fatto l’Italia unita, ma non di certo libera e lieta. Se ripens√≤ al Risorgimento (ci ripens√≤ forse per tutta la vita), stavolta fu con animo deluso e sconsolato. Se l’Assalto alla Madonna della Scoperta serba qualche filo retorico, qualche squillo di tromba in pi√Ļ, il quadro su Villafranca dice chiaro quanto sia diverso stavolta Fattori. L’episodio √® abbastanza noto: un reparto di cavalleria imperiale, comandato da un .eroico matto, il colonnello Bujanovics, decise di attaccare gli italiani dovunque e comunque li si incontrassero. Fu dalle parti di Villafranca: ora, i re¬≠golamenti militari dell’epoca insegnavano che un re¬≠parto di fanteria, aggredito dai cavalli nemici, dovesse rispondere disponendosi in quadrato di reggimento (un battaglione per lato), in modo da poter fare fuoco e all’attacco, e al passaggio dei cavalleggeri, e al ri¬≠torno di essi dopo che la carica si fosse spenta.

Cos√¨ fu a Villafranca, e Bujanovics, per quanto eroico e folle, non la spunt√≤. √ą vero che port√≤ il ter¬≠rore nelle retrovie italiane, ingombre di carri e di vivandiere, ma ebbe anche perdite gravissime, e in pratica fu disfatto. Questo √® forse il solo episodi’ i vittorioso della terza guerra d’indipendenza, e il reg¬≠gimento attaccato, come ricorda del resto anche Fat¬≠tori, fu il 49¬į fanteria, brigata Parma, e al centro del quadrato c’era un ragazzo di sangue reale, chiamato Umberto. Diventer√† re, lo chiameranno ‘il buono’, e finir√† morto ammazzato da qualcuno che non lo giu¬≠dic√≤ abbastanza buono.

Ma bisogna guardarlo nel quadro, questo episodio di Villafranca. Si intende subito che gli entusiasmi del Cinquantanove sono andati delusi, che stavolta la bat¬≠taglia √® un doloroso fatto di sangue, che i fantaccini del 49¬į sono contadini e artigiani, con quelle facce popolane che ostentano. Uno √® stramazzato al suoli. n√© di lui si cura l’ufficiale al pezzo, il quale ordina il fuoco abbassando la sua sciabola cos√¨ elegante. Gli ar¬≠tiglieri con la borsa a tracolla riportano il cannone in batteria, sulle grandi ruote di legno, e hanno gesti che paiono di falegnami, o di muratori, esperti da sem¬≠pre a usare la livella. Il quadrato sporge come un istri¬≠ce le punte delle baionette, i fucili fanno fuoco poggia¬≠ti alla spalla del compagno davanti, che pare esporsi come scudo mentre ricarica l’arma. La precisione storica √® esemplare, persine le quadriglie dei soldati (due che sparano, due che caricano) corrispondono alla per¬≠fezione al regolamento della Regia Armata Sarda.

Insomma, non faceva a caso, prima di dipingere guardava e studiava. Questo di Villafranca, a dire la verit√†, √® uno dei pochi quadri in cui i soldati sian visti di faccia. Fattori non poteva farne a meno, perch√© di quadrato si trattava, e se tu rappresenti un quadrato, almeno una faccia devi mostrarcela. Ma in generale, nei dipinti di soggetto militare, Fattori prefer√¨ il con¬≠trario. Opponendosi nettamente alla tradizione figu¬≠rativa ‘storica’, quella dell’Ussi, ma principalmente del suo conterraneo Pietro Aldi, famosissimo per Villa-franca e per Teano. Nell’Aldi c’√® addirittura uno sforzo per darci di faccia tutti i personaggi, Vittorio Emanuele, Radetzki, i popolani festanti, gli ufficiali del seguito, i cortigiani, i parassiti. Solo Garibaldi, a Teano, dove gli capit√≤ quello che tutti sappiamo, solo Garibaldi, poveretto, √® visto di spalle.

In Fattori sono tutti di spalle: i soldati francesi del Cinquantanove, coi loro zaini affardellati e gli alti chep√¨, gli italiani al campo dopo la battaglia di Ma¬≠genta, i repressori austriaci a Mantova, che fanno spiccare le loro famose giubbe bianche (sotto porta¬≠vano il bustino, come tante belle dame, per slanciare la figura, ma qui Fattori giustamente li mortifica e ce li presenta ben atticciati). Sono visti di spalle i garibal¬≠dini a Capua, son viste di spalle le vedette dei caval-leggeri in avanscoperta, e tutto quanto l’assalto alla Madonna della Scoperta √® visto da dietro.

E questo perch√© Fattori entra nella battaglia con umilt√†, come un uomo di retrovia: Luchino Visconti quando fece Senso aveva ben capito la lezione, e volle anche lui arrivare a Custoza passando prima fra i carriaggi e fra le monachine delle infermerie da cam¬≠po. Il fatto eroico pare che proprio non gli interessi, gli basta raccontare la fatica, l’ansia, il sudore, la pau¬≠ra, tutto ci√≤ che si coglie se al fronte si arriva da die¬≠tro. I suoi soldati non sono pi√Ļ dei prodi, no, sono fati¬≠catori, contadini, artigiani, analfabeti, gente che ci lascia la pelle e gi√† sconta il sacrificio della vita con una vita stentata e agra. Si dice cos√¨ perch√© questa √® una parola che piacque tanto a Fattori, e difatti ce la ripete abbastanza spesso, nei suoi scritti autobiografici e nelle sue lettere. Poi naturalmente vien fuori qual¬≠che contemporaneo che se l’appropria per farci bella figura. E Fattori continuava a proclamare la sua ignoranza. “Io per conto mio, tolto di saper scrivere un pochino, ero perfettamente ignorante e mi sono, grazie a Dio, conservato. Solo l’arte stavami addosso senza saperlo, n√© ancora lo so”.

Viene il dubbio di una certa arguta civetteria, in questa affermazione, perch√© altrove, e spesso, Fattori sa dire le cose chiare come stanno, ma soprattutto conferma la sua attenzione, il suo studio continuo, del¬≠la verit√†. Lo chiamarono macchiaiolo e ancora in molti discutono che cosa voglia dire. Proviamoci a sentire lui: “Si chiam√≤ la ‘macchia’, vale a dire lo studio scrupoloso della natura, com’√® e come si presenta, per cui fummo battezzati con il titolo di macchiaioli”. Un battesimo che Fattori non gradisce, e per conto suo tir√≤ avanti senza bisogno di titoli e di etichette. Con¬≠tinuava ad appuntare sui suoi innumerevoli taccuini: “Ne ho una quantit√† immensa di questi libretti, che i miei eredi si divertiranno a guardarli, e dopo ac¬≠cendere il foco per la stufa”.

Un discorso che si capisce meglio se, rievocando ciascuno la propria infanzia, ripensa al valore del “foco” negli anni andati. I ragazzi di oggi forse non sanno pi√Ļ che cosa siano i geloni, n√© si scaldano le ma¬≠ni con il cartoccio delle castagne arrostite. Si pensi che proprio Fattori, nel 1886, nominato per chiara fama professore di perfezionamento di pittura, ebbe fissato un compenso di duecentoquaranta lire annue, pi√Ļ lo studio gratuito e una catasta di legna. In cam¬≠bio, si pigliava l’obbligo di tenere in studio, a impa¬≠rare senza compenso, uno o due scolari.

Fattori accett√≤ molto ben volentieri, e di scolari ne ebbe sempre anche pi√Ļ di due. Non si fatica a cre¬≠dere che fu un ottimo maestro, e una volta tanto lui se ne vant√≤: ” A tutti ho insegnato senza nessun interesse mensile i quali mi sono tuttora grati e riconoscenti, e questa √® l’unica ricchezza che mi resta nella mia lunga et√†”. Ed era verissimo, anzi rimane vero, perch√© Fat¬≠tori continua a insegnarci qualcosa, sempre.

Intanto, la lezione della sofferenza umana. Quei soldatini visti di spalle che muoiono a Villafranca, alla Madonna della Scoperta, a Pastrengo, noi poi li ritroviamo, smessi i panni militari, nei quadri sulla Maremma, toscana e romana. Sono gli stessi uomini, che abbandonata la fatica e il rischio della battaglia, adesso affrontano la fatica e il rischio della vita quo¬≠tidiana, che √® fatta di lavoro e di stenti. Si ripensi un momento al quadro che s’intitola Barocci romani, che √® del Settantatr√©. I due barocci fanno ‘macchia’ con¬≠tro il lungo muro, come vuole la poetica del movi¬≠mento, le loro ombre spiccano per terra, ma lo spetta¬≠tore √® semmai attratto dalla stanchezza che coinvolge e gli uomini e le bestie. Tutti i cavalli tengono basso il muso, uno si √® accosciato e sembra deciso a non alzar¬≠si mai pi√Ļ, l’uomo – un vetturale – √® stanco anche lui come una bestia, e neanche ha tentato lo sforzo di prendere per s√© l’ombra di uno dei barocci.

Si veda il Riposo, dell’Ottantasette. Lontano, ecco l’azzurro della marina, le arse stoppie sabbiose della spiaggia maremmana, il carro rosso (quel rosso non aveva intenzioni cromatiche, nel lavoro del carraio, era puro e semplice minio per difendere il legno dalla cor¬≠rosione). Si √® tolto il giogo ai buoi, il timone √® alto. Le bestie allungano il collo e paiono respirare meglio, l’uomo sta seduto a terra, stavolta alla loro ombra, le mani sulle cosce. Si stanno riposando in tre, ed il ri¬≠poso √® comune, come comune √® stato il travaglio. Non si vedono gli occhi dell’uomo, ma si vede l’occhio del primo bue: rassegnato e grato di questo riposo.

Del resto Fattori lo ha lasciato scritto molto chiara¬≠mente: fra i suoi intenti di uomo e di artista vi era quello di ” illustrare anche la vita sociale nelle sue ma¬≠nifestazioni le pi√Ļ tristi: ci√≤ mi ha fruttato che i miei quadri non sono mai andati a genio n√© ai negozianti n√© agli amatori, i quali amano soggetti sensuali e vol¬≠gari”. E ancora: “Mi sono interessato anche di met¬≠tere sulla tela le sofferenze fisiche e morali di tutto quello che disgraziatamente accade”.

Era il momento della delusione, dopo le speranze squillanti delle campagne risorgimentali. L’Italia sta¬≠va diventando sempre pi√Ļ una ‘Italietta’, nonostante i gloriosi sogni africani del periodo crispino, che tanto dispiacquero e fecero male al nostro Fattori. Gli ani¬≠mi degli onesti tendevano a ripiegarsi nel corruccio, nel rimpianto, nella nostalgia. Il nuovo Stato conce¬≠deva prebende e onori agli impostori, ai fabbricanti di fumo. Al povero Fattori toccavano le duecento-quaranta lire annue e la catasta di legna. √ą sempre andata cos√¨, pi√Ļ o meno, da allora in poi, e c’√® da cre¬≠dere che continuer√† allo stesso modo. Fattori fu tra i primi ad amareggiarsene: “Ho in odio il commer¬≠cio che a me √® sempre sembrato una ladroneria civi¬≠lizzata”.

Il suo animo si volse sempre di pi√Ļ allo studio e alla rappresentazione della sofferenza umile. “Amo gli infelici, i bambini poveri e gli animali”. Proprio cos√¨: basta guardare in faccia uno dei suoi butteri, per esempio quello barbuto, accigliato, cupo, che oggi fi¬≠gura nella collezione Falck, per trovare la conferma. In quel viso leggi la fatica e la sofferenza muta di una vita intera, e chi conosce la storia del buttero (al di l√† del folklore che poi si √® ‘inventato’ su questo cow-boy maremmano) capisce tutto al volo. La vita dei buttero era per davvero stentata e ‘agra’ come ce la mostra Fattori in questo suo ritratto su tavola.

Oppure vederli, i butteri, nell’azione, come nel quadro sulla ‘merca’ (cos√¨ va detto, meglio che ‘mar¬≠catura’) dei torelli. C’√® un ciclo alto, come lo si vede solamente in Maremma, una campagna vasta e di¬≠stesa, appena appena ondulata all’orizzonte: in primo piano vedi lo stecconato del ‘mandriolo’, poi le figure. quelle umane e quelle animali. Ma hanno la stessa sorte e lo stesso timbro. Due uomini stanno a cavallo, con il cappello ben calcato in testa, altri affrontano le bestie per le corna e per i quarti di dietro, e le for¬≠zano a terra, dove dovranno ricevere il loro battesimo di fuoco. Un torello √® gi√† rovesciato e gli si impone i! marchio del padrone. Forse anche lo castrano. Certi villani se ne stanno a guardare, muti.

Ebbene non si sa, stavolta, chi pi√Ļ fatichi e pi√Ļ sof¬≠fra, se i torelli o gli uomini che li governano. In Ma¬≠remma succede questa sorta di simbiosi fra noi e gli ammali: cacciatore e cane si assomigliano, quando dopo la sortita se ne parla, l’uomo racconta il suo ca¬≠ne, te lo fa vedere quando punta, quando scatta al riporto, persine quando muove la coda, e il cane, che se ne sta l√¨ sotto il tavolino del caff√® Greco, dal canto suo avrebbe una gran voglia di raccontarti il suo pa¬≠drone, di imitare la voce umana, e talvolta ci riesce, il suo latrato non √® pi√Ļ quello del lupo, ma un suoni < umano.

Cos√¨ questi butteri e questi torelli: ce n’√® uno. quello bianco, che ha negli occhi un umidore vera¬≠mente umano, e il cavallo moro, che accenna a im¬≠pennarsi, ma lo trattiene l’uomo per la cavezza, sem¬≠bra consciamente partecipe della dolorosa faccenda. Anche in un quadro – tardivo – di soggetto militare, conservato oggi alla Galleria Nazionale di Arte Mo¬≠derna a Roma, le bestie sono apparentate agli uomi¬≠ni, dominano la scena i cavalli, da sella e da traino. ma il protagonista √® un cane pezzato, che se ne sta l√¨ nel mezzo senza darsi pena di tanto traffico, e guarda gli uomini con lo stesso animo dei due ragazzetti, un< dei quali forse fa la pip√¨, e avrebbe buone ragioni per comportarsi in quel modo.

Oppure ripensiamo al baroccio col cavallo bian¬≠co, nella collezione Terni di Firenze: qualcuno potr√† anche non crederci, ma un tempo i barocci si cari¬≠cavano proprio in quel modo, da traboccare. I caval¬≠li sono due, uno tra le stanghe, uno a ‘trapelo’, e fati¬≠cano parecchio, eppure il barocciaio sembra pi√Ļ stan¬≠co di loro, e con fatica porta in spalla la frusta. A quei tempi i barocciai, proverbiali per il loro malparlare, amavano le loro bestie come altrettanti fratelli, anche se le insultavano di continuo. Ma facevano lo stesso anche con i figlioli e con la moglie.

Pu√≤ darsi che qualche volta l’umore ‘agro’ di Fat¬≠tori passi il limite. Uno dei suoi quadri pi√Ļ tardi (√® del Tre) ha per titolo Il cavallo morto, ed √® un quadro assai cupo. Il povero barocciaio tiene in mano la bri¬≠glia ormai inutile, il cavallo √® stramazzato malamente, gonfio forse di vermocane, e stanno l√¨ sotto il piombo del ciclo e della malasorte, e tu non sai bene chi dei due sia pi√Ļ morto. A Fattori lo dissero, ma lui si difese: “Quando all’arte si leva il verismo, che resta? Badi il verismo porta lo studio accurato della Societ√† pre¬≠sente ‚ÄĒ il verismo mostra le piaghe da cui √® afflitta -il verismo mander√† alla posterit√† i nostri costumi ‚ÄĒ io debolmente mander√≤ i miei soldati che combattero¬≠no per l’indipendenza ricompensati con il pro Patria da lei conosciuto; di pi√Ļ ho frugato nelle piaghe sociali e ho trovato un povero barrocciaio che li more il cavallo”.

Oppure succede il contrario, che sia l’uomo a mo¬≠rire e la bestia a vederlo sopravvivere, come in un al¬≠tro quadro non lieto che si intitola Lo staffato. Il ca¬≠vallo ha rotto la cavezza e galoppa via come una furia, ma il cavaliere √® rimasto impigliato nella staffa, e adesso si trascina lugubremente per terra, e forse √® gi√† morto. √ą un quadro molto insolito nella sterminata produzione di Giovanni Fattori (pi√Ļ di mille opere, di cui non si ha ancora un catalogo completo e ben ordinato). Insolito anche come stesura, con quelle pen¬≠nellate lunghe, che variano dal grigio al viola; ma insolito soprattutto perch√© stavolta la bestia √® sentita e rappresentata come una forza ostile, quasi delit¬≠tuosa.

Ma per il resto no: Fattori ha veramente amato gli infelici (fossero i soldati di Custoza o i butteri di Campospillo ‚ÄĒ che poi anzi erano le stesse persone), ha amato i bambini e ha amato gli animali. Li am√≤ con la passione schietta di cui √® capace un toscano della costa, con l’onest√† che non gli diede di certo n√© lauti guadagni n√© titoli di onorificenza. “Ho amato la gio¬≠vent√Ļ, perch√© quella ha avuto per me l’illusione dei miei giovani anni”. Certo, l’illusione del Risorgimen¬≠to, e la delusione che ne segu√¨. Fattori non emigr√≤ a Parigi, non divent√≤ un pittore alla moda, ma valse pi√Ļ lui da solo che qualche gruppo di impressionisti che ai suoi tempi andarono per la maggiore e fecero il bello e il cattivo tempo. A Parigi ci and√≤ da turista, e ne fu subito stufo. Doveva tornare alla sua Maremma. E questa ci pare la lezione grande e umile che di lui ci deve restare.


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Bart