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PITTURA: I MAESTRI: Ingres: mistero trasparente

28 Febbraio 2015

di Emilio Radius
[Classici dell’Arte, Rizzoli, 1968]

Ingres, tutti credono di sapere che pittore sia e che cosa rappresenti nella storia dell’arte. Un neo¬≠classico o meglio un classicista, il pittore delle donne belle, grandi, solennemente e dolcemente nude, un soffio di Oriente sugli schemi estetici occidentali della prima met√† del secolo decimonono. Si conosce in lui, oltre che l’autore di composizioni cos√¨ ben equilibrate, non macchinose, attraenti a motivo di tanti vezzi fem¬≠minili, il ritrattista sovrano e, come la gente ama dire, anche a proposito del pittore dei magnanimi nudi, l’artista serio.

Ora Ingres, Jean-Auguste-Dominique Ingres, √® tut¬≠to ci√≤; ed √® anche una specie di mistero insospettato dai pi√Ļ. Un mistero che va molto oltre la questione della perfetta forma, del generoso e dominato colore, dei moduli classici o neoclassici. Quando si pensa di aver detto tutto su Ingres, restano da dire tante cose.

Intanto da porre il problema fondamentale: come mai un pittore cos√¨ esattamente collocato nella storia tra i neoclassici veri e propri e i puristi e nazareni, alla vigilia del romanticismo, piacque tanto ad alcuni romantici e agli scrittori che li favorivano e piace tanto, almeno sino a Picasso, agli artisti del nostro secolo? Che cosa c’√® nella sua arte di ancora sugge¬≠stivo e fecondo?

La vita di Ingres forse può aiutarci a risolvere il problema. Riassumiamola.

Nacque a Montauban (Tolosa) il 29 agosto 1780. Suo padre era un disegnatore di ornato, ed anche scul¬≠tore. Fu naturalmente il suo primo maestro. Ma il pri¬≠mo influsso fu quello di David: una visione dell’an¬≠tica arte greca quindi, con pericolo dell’infatuazione e del manierismo. L’ambiente napoleonico in cui egli oper√≤ da giovane, facendo tra l’altro un ritratto del primo console e poi dell’imperatore, contribu√¨ a con¬≠fermare il suo classicismo; e la lunga permanenza a Roma lo fece invaghire della pittura di Raffaello, che egli doveva serbare per sempre sotto la pelle.

Che la pittura di Ingres abbia del raffaellesco, chi non lo sa e chi non lo ha detto? Se Raffaello fosse vissuto al tempo di Ingres, avrebbe dipinto cos√¨, con una grazia pi√Ļ profana che sacra, con un culto del nudo moderato soltanto dal buon gusto, insomma con istintiva misura serbata nella libert√†. Hanno del raffaellesco non solo le figure di Ingres ma anche i paesaggi, che sembrano talora ingrandimenti degli sfondi dei quadri di Raffaello.

Tornato in Francia, ed a Parigi, Ingres non ha s√Ļbito fortuna, presumibilmente a causa della sua passione per il Rinascimento italiano:¬†¬† trover√† dopo il favore del pubblico e della critica, nella crescente am¬≠mirazione per i suoi ritratti e per le sue narrazioni di favole orientali. √ą abbastanza chiaro che la gente vi leva allora, in arte, un ordine pi√Ļ mosso e pi√Ļ molle. ricco di significazioni magari vaghe e, in una parola, romantico. Ingres seppe accontentarla senza tradire il suo talento. Egli cominciava ad esercitare l’influsso misterioso che abbiamo detto. Non senza qualche elegante equivoco, di cui restano tracce perfino nell’aria del nostro secolo.

Ingres scavalc√≤ il romanticismo. Nel 1855, la sua mostra all’esposizione universale fu per√≤ un trionfo quasi postumo: egli era ormai fuori del suo tempo. Nel ’62 fu eletto senatore. Poco dopo la sua morte. avvenuta il 14 gennaio del ’67, fu onorato con una mostra di molte centinaia di opere. Chi era stato in realt√†? Chi era nella seconda met√† del secolo? Chi √® per noi?

Fu un nemico dei pittori romantici, ai quali non rese nemmeno un minimo di giustizia; essendo un in¬≠tollerante. Gli ripugnava specialmente Delacroix. che per lui era il gran corruttore dell’arte, l’apostolo de! brutto. Il movimento ventoso delle figure di Delacroix offendeva l’impassibilit√† delle figure di Ingres, defi¬≠nite olimpicamente nello spazio, campeggianti sullo sfondo dell’ideale. Tiziano era un altro classico predi¬≠letto da Ingres, come da Delacroix; ma riguardo a Rubens, essi erano profondamente divisi: Delacroix amava ed Ingres non lo poteva soffrire.

L’intransigenza di Ingres verso i pittori romantici, oggi riesce incredibile. Nessuna concessione, nessun ri¬≠conoscimento. Mancanza di rispetto alla natura, l’arte romantica. Estetica del brutto e del caotico, a cui si contrapponeva l’estetica del sublime, dell’inalterabile aristotelico. La cos√¨ detta arte del secolo era per In¬≠gres una ricerca del nuovo ad ogni costo, di una ori¬≠ginalit√† tutta stravaganze. “II disegno √® la probit√† del¬≠l’arte”; e per disegno Ingres intendeva quel che in¬≠tendeva: basti dire che secondo lui la testa bassa “disonora la figura umana”.

Fior di reazionario: Raffaello e Mozart, il Mozart giovanile e di corte; Tiziano e l’insuperabile Haydn. Ed Ingres, un musicista che si era fatto pittore, loro seguace, pronto a dominare ogni fremito, a dissimu¬≠lare l’emozione quando non arrivava a soffocarla. Stando ai suoi scritti, alle sue sentenze, ai suoi giu¬≠dizi. Ingres sarebbe tutt’altro pittore da quel che √® in verit√†.

Il mondo artistico si muoveva tutto: ecco Corot, ecco Courbet. Poi Daumier, i macchiaioli toscani, i simbolisti tedeschi. Manet √® vicino. Che ne pensa In¬≠gres? Ingres la pensa come i teorici dell'”arte eterna”. Pi√Ļ che pensare, Ingres copre del suo disegno e del suo colore superfici ospitali, predisposte dalla materna natura. Fa fatica, rielabora di continuo le sue opere; ma non ha dubbi. Egli √® un ispirato, un assistito dalle muse. I suoi folti gruppi di donne nude variamente atteggiate sono incensurabili perch√© hanno la dignit√† elargita per sempre dalla natura; anche nel Bagno turco, dove natura ed arte sono signore e sorelle; e perci√≤ la bella in primo piano a destra, che reclina il capo tra le floride braccia raffaellesche per meglio esporre il petto e il ventre, non √® affatto pi√Ļ audace della bella di cui vediamo il dorso lungo e lucido come un violoncello. Ma conosceva se stesso, Ingres?
Era giudice esatto delle sensazioni che suscitava?

‘Eterni’ anche i suoi ritratti. Eterne le composte fattezze, eterni gli alteri gesti, eterne le galanterie delle vesti femminili, quantunque fossero quelle della moda di allora. La stessa moda, nel suo apparente correr dietro ai capricci, era stata prevista nel suo intero corso dalla natura. Una dinamica imbrigliata, fissa¬≠ta. Artista meno faustiano era impossibile trovarlo.

Fra i tanti che scrissero di Ingres al colmo della celebrit√†, l’acutissimo √® al solito Baudelaire. Anche Baudelaire era soggiogato da Ingres; ma non fino al punto da non analizzarne le componenti dell’arte. Non solo il colore, fiorente come suo malgrado, contraddicente le regole auree e crudeli del maestro; ma anche il disegno, considerato dagli altri indiscutibile, fatale. Quasi una proiezione della legge di gravit√†. In¬≠gres, per Baudelaire, √® un bizzarro interprete della natura. Ingres crede che la linea della natura debba essere riveduta e corretta dal suo disegno non per piacere ma per dovere. Ne risultano distorsioni celate fin che si vuole, per√≤ reali; e un disegno che nella sua ostentata franchezza ricorre perfino a ripieghi ed a sotterfugi. L’ottica di Ingres √® astuta, la prospettiva ‚ÄĒ non √® vero che sia inesistente ‚ÄĒ ingannevole, pi√Ļ abile che spontanea la rappresentazione generale. C’√® insomma un contrabbando di Ingres, un gran sacco che egli nasconde dietro la schiena.

Nonostante ci√≤, un grande pittore, grande per an¬≠tonomasia. E un talento tirannico. Uno spirito fiera¬≠mente anacronistico: eteroclito, fanatico, le precise parole di Baudelaire. Poi l’autore dei Fiori del male piomba addirittura sull’aquila: Ingres non ha imma¬≠ginazione e, non avendo immaginazione, gli manca il senso del movimento.

Anche Manet fu accusato di qualche cosa di simi¬≠le. Manet potrebbe essere definito un ponte tra Ingres e gli impressionisti, se un Ingres preimpressionista fosse pensabile. L’impressionismo gli sarebbe sembra¬≠to nel suo rapido sviluppo un’efflorescenza maligna e una dispersione totale. Tuttavia, se Manet anticip√≤ gli impressionisti, in qualche modo fece la stessa cosa Ingres: esponendo come un bel superfluo gli orna¬≠menti delle sue donne e i particolari dei suoi ritratti. Qui c’√® un gusto non soggetto alle norme eterne, uno sfoggio di colore libero che avrebbe fatto stupire i pit¬≠tori ellenistici. La veste ultrafiorita di Madame Moitessier salta agli occhi nonostante la maest√† di que¬≠st’altra Fornarina maturotta il cui profilo si riflette un po’ sibillino nello specchio.

Ingres non era certo fatto per apprezzare l’impres¬≠sionismo, ma gli impressionisti non disprezzarono in pratica tutte le lezioni di Ingres. Ecco un influsso in¬≠volontario che giova a spiegare il prolungamento del¬≠l’interesse per Ingres. Egli ha dato pi√Ļ di quel che intendeva dare; perch√© era pittore non solo nel senso inesorabile che credeva lui. Si noti a questo punto la differenza tra Ingres e i preraffaelliti: i preraffaelliti sognavano un Raffaello esangue, dalla cui pittura la realt√† svaporasse. L’impressionismo sarebbe stato una brutta sorpresa per Ingres. L’Olimpo si scioglieva, sfarfallava, non ne rimanevano che resti volanti. Co¬≠lore impazzito, non pi√Ļ disegno ; e certo non pi√Ļ il di¬≠segno adorato da Ingres come un idolo. Si disgregavano l’estetica, l’arte, il mondo. Era tutto un gioco di riflessi, ebbrezza, dissipazione, colore fuori posto. E l√† dove, come in Renoir, la forma persisteva, si affaccia¬≠va il viso bacchico di Rubens, cos√¨ ostico ad Ingres.

Fu un’avventura meravigliosa e davvero prodiga, a cui non si tard√≤ a reagire col recupero della forma, con la ricerca dei volumi o di stesure cromatiche piat¬≠te delimitate dalla linea nera. C√©zanne, Van Gogh, Gauguin, Toulouse-Lautrec; e non si dovrebbero ci¬≠tare, se non per brevit√†, i soli francesi.

Avrebbe detto Ingres che il mondo rinsaviva? O avrebbe visto il mutamento con nuovo sospetto? Tor¬≠nava la forma, s√¨; ma con essa il brutto, cio√® quel¬≠l’indifferenza tra il bello e il brutto che per Ingres era grottesca. Plebeo, Renoir; pittore di poveraglia, C√©¬≠zanne; smaltatore di chiassuoli e di taverne, Van Gogh; sempre tra le sue male femmine, Toulouse-Lautrec. Riescono pi√Ļ che mai chiari l’aristocraticit√† di Ingres, il suo sdegno per l’evoluzione democratica delle arti, il suo non vedere che deformit√† nella scelta dei soggetti fatta intanto dai romantici. Anche questa √® realt√†; ed √® natura. Ma realt√† guastata e natura av¬≠vilita. Liberazione temeraria di ombre gotiche, un nuo¬≠vo e sciagurato Medioevo con tutte le aberrazioni e le follie del Medioevo. Un Medioevo borghese, a cui Ingres avrebbe opposto il suo Rinascimento borghese.

Il postimpressionismo occup√≤ quel che rimaneva del secolo. Ingres pareva pi√Ļ lontano che mai. Raffaello era perfino odiato. Di Ingres si salvavano i ritratti, quelli che non hanno un ovale raffaellesco. Madame Marcotte, per esempio, con quei suoi occhi sgranati e quella sua bocca diffidente. E lo schifiltoso signor Marcotte. Anche Bertin l‚Äôa√ģn√©, il quale sembra che stia per alzarsi dalla sedia inviperito. Dipinti come l’Odalisca con schiava venivano tacciati nello stesso tempo di romanticismo voluttuoso e di classicismo chiassosamente sbagliato. Quei rossi sfrenati, un ac¬≠corgimento da basso impero dell’arte. Il lungo e cos√¨ flessuoso nudo, una femmina di Tiziano o di Giorgione narcotizzata. Il fiero sentimento plebeo dell’arte nuova ricambiava le critiche di Ingres censurandolo a sua volta con asprezza.

Ma, in quanto restaurazione, sia pure restaura¬≠zione ambigua, il nostro- secolo doveva rivolgersi ad Ingres con densa curiosit√†. Quando si fu innalzato sui cenci della sua prima maniera, Picasso, disegnando e dipingendo largo, vide in Ingres la linea che poteva contenere ogni cosa. L’arte di Picasso √® una magnifi¬≠cenza corrosa da un morbo incurabile: olimpicit√† ed angoscia. Picasso perci√≤ invidia la salute di Ingres, anche se Baudelaire la giudica pi√Ļ apparente che rea¬≠le; e forse appunto per questo. Ammira di Ingres l’im¬≠periosit√†; e ne sente il dramma. Gli artisti moderni intuiscono che il loro dramma √® cominciato allora, e fu per Ingres l’estrema difesa dell’arte del bello che aveva dominato per millenni: in forme ingenue, an¬≠che nei periodi detti medioevali. Comprendono che Ingres chiuse tale arte in una rocca (o in un harem), vietandole ogni rapporto con l’esterno.

Il nostro movimento novecentistico fu un altro ten¬≠tativo di reclusione; ma, pi√Ļ che a un neoclassicismo, ha contribuito a portare alla pop-art, coi suoi incre¬≠dibili nudi alla Ingres.

Chi è in fin dei fatti Ingres?

√ą un ampio e fermo rimpianto. Il suo mondo √® profano: dissacrato, come si dice oggi, alienato dalla religione. Nella fede, non vede che un mito. Il mito ha importanza nell’arte di Ingres come sogno del pa¬≠ganesimo e delle sue fantasie filosofiche e religiose. I valori terreni prevalgono di gran lunga sui valori tra¬≠scendenti; e l’uomo, esaltato dall’epopea napoleonica, considera se stesso con orgoglio. Vede nella femmina il suo pi√Ļ ameno e degno dominio. Ne risultano in piena luce la bellezza indipendente dei corpi umani e, nei ritratti, i vari caratteri.

Lo spirito della vicina restaurazione si fa sentire L’impero napoleonico ha gi√† in s√© il principio della restaurazione. L’assunto di Ingres √® quello della re¬≠staurazione della forma e della pi√Ļ onorevole stesura del colore. Al Louvre Mademoiselle Rivi√®re ci guarda come una dea familiare, ornata di una specie di can¬≠dido boa. A Chantilly Madame Devaugay, pi√Ļ dolce, stringe le labbra come per non dire la sua in una conversazione leggiera. La bagnante di Bayonne ci mostra l’ombroso solco della schiena e, le braccia in¬≠crociate sul petto, difende un pudore che √® vezzo di tradizione. Il turbante della celeberrima bagnante de Valpingon si ingegna, invano, di distogliere gli sguardi dalla sontuosit√† delle carni; e cos√¨, aiutato dal corto flabello a penne di pavone, quello della Grande Oda¬≠lisca. Austera e insieme frivola, Madame Gonse, a Montauban, anela nel presente a una sua classicit√†.

Fermare l’insidiosa evoluzione dei tempi, √® lo sfor¬≠zo di Ingres. Chiudere il ricco elemento profano entro una linea di superiore decoro. Esporre e circoscrivere. Non andare oltre. Conferire al terrestre lo splendore del divino. Fare dell’harem del sultano una Scuola d’Atene della carne.

Siamo di fronte a uno dei maggiori tentativi di consacrare appunto il profano. Non solo di moderare, ma di bloccare il movimento; affinch√© il disordine te¬≠muto ceda all’ordine. Donde quel tanto di fossilizzato o imbalsamato che si nota nella vitalit√† di Ingres. Venga incluso il volto umano troppo segnato dalla vita nel puro ovale di Raffaello. Come in un ovale magico.

Perch√© l’arte di Ingres √® scongiuro ed √® magia, bianca e nera. L’ideale non vi entra pacifico come nel proprio regno, ma vi √® chiamato a voce cavernosa, con la schiuma alla bocca. Vi si riflette non sponta¬≠neamente, ma come nel pentacolo. Questo √® l’incan¬≠tesimo della forma appena liberata ed avviata alla realt√†: l’incantesimo con cui Ingres pretende, per or¬≠goglio e gelosia, di mutare il suo mondo individuale in un mondo esemplare, i suoi nudi di donna in nudi biblici; le sue figure d’uomo navigato in eroi e semi¬≠dei. Egli era affascinato dall’avvenire; ma ne aveva soprattutto paura: l’avvenire √® l’ignoto.

Ingres va visto precisamente dal punto che per lui era l’ignoto: dal nostro mondo e coi nostri occhi. Il suo mondo, nonostante la guardia di angelo corruc-ciato che egli vi faceva, si √® dissolto. Non pi√Ļ figure; o lividi conati di neofigurativi. Come per le streghe di Shakespeare, il bello √® il brutto e il brutto √® il bello. Immagini di storia della mitologia le immagini di In¬≠gres, riflessi di riflessi. Quelle stupende femmine non ci lusingano direttamente ma di ricordo in ricordo. Qualcuno dei nostri vecchi a suo tempo fece un viaggio in Oriente; e tornatone, raccontava di queste favole. Gli credevano poco gi√† allora. Diceva che in Oriente le donne avevano tutte un corpo perfetto e lo mostravano come si mostra un gioiello, nude e innocenti. La loro estetica era la loro bellezza senza veli; la loro religio¬≠ne la religione del piacere. Di tale religione erano os¬≠servanti scrupolose. Nel gineceo non ammettevano che pittori come Ingres, che avessero il senso, il sentimen¬≠to, il culto della forma ideale ed insieme reale. Per i pittori come Ingres, esse posavano sicure di essere ap¬≠prezzate a dovere, comprese, ammirate a regola d’arte.

Osservando i quadri di Ingres, finiamo sempre col domandarci dove sia il pittore e con quali occhi guardi modelle simili. Non √® un giochetto della fantasia: √® bi¬≠sogno di capire meglio, di collocare l’artista al suo ve¬≠ro posto nel suo mondo. Collocatolo al suo vero posto, vediamo che √® un posto di ingrandimento, di sdoppia¬≠mento, di moltiplicazione e di fissaggio delle immagi¬≠ni allo scopo di farle riuscire inalterabili e dominanti; e di porre incantevoli ostacoli da poema cavalleresco sulla via dell’avvenire.

Sennonch√© le Alcine e le Armide di Ingres non so¬≠no bastate a impedire la marcia del vero, del simboli¬≠co, del surreale, del grottesco, del metafisico, dell’in¬≠formale. Anche l’arte profana cara ad Ingres √® stata dissacrata.


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