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PITTURA: I MAESTRI: Jacques Callot

17 Aprile 2014

di Dino Buzzati
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, domenica 12 aprile 1970]

Ancora prima della guer­ra mi presi una cotta per Jacques Callot (Nancy, 1593-1635) di cui il Gabi­netto delle stampe degli Uffìzi aveva allestito una mostra (e che adesso il Museo teatrale della Scala presenta in un ricco cam­pionario proveniente dal museo di Ginevra).

Ne rimasi fulmineamen¬≠te stregato, e per vari an¬≠ni lo frequentai, andando dagli antiquari e dai mer¬≠canti di grafica a caccia delle sue meravigliose ac¬≠quetarti (allora se ne tro¬≠vavano ancora abbastan¬≠za) ma imbattendomi per pi√Ļ in copie, talora an¬≠che abilissime.

Che cosa aveva il mae¬≠stro lorenese, che impar√≤ mestiere a Roma e ri¬≠vel√≤ il suo genio a Firen¬≠ze, dal 1611 al 1621, per incantarmi cosi? E’ un problema che mi sono po¬≠sto molte volte, tanto pi√Ļ che io non ero affatto un patito di incisioni.

C’√®, prima di tutto, la singolarissima personalit√† dell’artista, che si distacca stranamente da tutti gli altri, precedenti e succes¬≠sivi, cos√¨ da costituire un fenomeno unico e irripe¬≠tibile (Stefano della Bella, suo imitatore, al paragone fa pena). Nessuno come lui ha saputo fotografare, esaltandone i connotati e lo spirito, i cavalieri, le dame, i soldati, i bravi, i guitti, i barboni, i teppisti, i poveracci del Seicento, ha saputo raccontare, di allo¬≠ra, le folle, le battaglie, le sagre, i mercati, le fe¬≠ste, i cortei e gli spetta¬≠coli di corte (e di qui l’in¬≠teressamento da parte del Museo della Scala).

E’ consueto dire che la sua maestria, per quanto mirabile, √® piuttosto su¬≠perficiale, nel senso che il pittoresco, l’elegante, l’a¬≠neddotico erano il suo for¬≠te ma che il dramma e la tragedia non erano fatti per lui; tanto √® vero che i supplizi del tempo de¬≠scritti nella famosa acqua¬≠forte sono stati definiti da taluni degli sport elettriz¬≠zanti e niente pi√Ļ.

Io non sono dello stesso avviso. Proprio il senso del crudele (vedi le Miserie della guerra, il Martirio degli Apostoli e gli stessi Bulli di Sfessania) mi sembra una delle

compo¬≠nenti dello spirito callottiano. Soprattutto il lore- nese √® ineffabile nel ren¬≠dere l’improntitudine scel¬≠lerata di certi tipacci, fos¬≠sero maschere della com¬≠media dell’arte o lanziche¬≠necchi intenti al saccheggio.

Ma il grande segreto di Callot, √® quello di rivelar¬≠vi in pochi centimetri qua¬≠drati, dietro le figure in primo piano, siano signo¬≠ri, ufficiali, popolani, fra¬≠ti, zingari, soldataglia, di rivelarvi laggi√Ļ in fondo, a perdita d’occhio, la vita segreta delle genti di allo¬≠ra; come se vi offrisse, da un’alta terrazza di Firen¬≠ze, un binocolo a 40 in¬≠grandimenti per poter sor¬≠prendere, a distanza di centinaia di metri, le con¬≠versazioni, i litigi, gli amo¬≠ri, le beffe, i delitti, senza che quelli neppur lontana¬≠mente sospettino di essere osservati.

La meraviglia sta infatti nella prodigiosa perfezio¬≠ne, vitalit√† e verit√† di quelle figurine, uomini, ca¬≠valli, cani, alti non pi√Ļ di due tre millimetri, ch’egli riusciva a realizzare gra¬≠zie a una mano infallibile, a un occhio da orologiaio, e alla vernice dura da liu¬≠tai, che consentiva dei trat¬≠ti incredibilmente sottili.

Perciò consiglio, se an­date alla mostra, di por­tarvi una lente, se non ad­dirittura un contafili. At­traverso il cui cristallo ve­drete i microscopici mo­nchini tramutarsi in spa­valdi signorotti, in elegan­tissime dame, in sbirri sca­tenati.

Peccato solo che il mu¬≠seo chiuda alle sei. Perch√© ad alta notte, e l’ho con¬≠statato io stesso in stam¬≠pe di buono stato, formi¬≠chine e microbi di Callot si mettono in moto da soli, inscenando balletti e ker¬≠messe, impegnando duelli e sterminate battaglie (che durano fino all’alba).

(d. b.)


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