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PITTURA: I MAESTRI: L’asino di Chagall

5 Luglio 2014

di Raffaele Carrieri
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, domenica 1 febbraio 1970]

Io sono stato condotto in cielo da un asino di Chagall. Ero molto giovane e mi piacevano le cose insolite. Mi piacevano sopra tutto gli asini. Quelli della provincia di Taranto trasportavano sul dorso enormi quantit√† di paglia, avanzando a piccoli passi senza voltarsi indietro. Nelle nuvole di paglia che trasportavano non c’era mai nulla. A me sembrava che gli asini della nostra pro¬≠vincia fossero proprio sfor¬≠tunati perch√© andavano avanti e indietro giorni e settimane per niente. E il niente fa paura anche ai ragazzi del meridione.

Non so ancora oggi con precisione in quale punto della Russia sia Vitebsk. Vi √® nato Chagall nell’ottantasette. Bisogna subito aggiungere che a Vitebsk qua¬≠si tutti gli animali da stalla e da cortile sono meloma¬≠ni; non soltanto i pennuti, come normalmente si verifica in altri paesi, ma pure vacche, capre, vitelli. Gli asini di Vitebsk suonavano di preferenza il violino. Mi piacevano perch√© Chagall, oltre a nutrirli di rose e di violette, li tingeva con co¬≠lori smaglianti. Non si era¬≠no mai visti neanche nei presepi napoletani asini tanto azzurri.

Quando smettevano di suonare nascondevano lo strumento nella stalla pi√Ļ lontana e salivano in cielo. Talvolta si fermavano sui tetti a godersi il panorama sottostante, tutto pieno di cupole a cipolla di baracche triangolari e di ponti sul fiu¬≠me. La stagione propizia per questo genere di voli era la primavera. I prati dovevano essere gi√† verdi, l’aria profumata. Fra gior¬≠no e sera si doveva sentire il raglio come un allegretto suonato al flauto. I cavalli delle slitte mettevano fuori il seme dei campanelli. Le betulle erano pi√Ļ illuminate. L’asino alzava gli zoccoletti e si lasciava galleggiare nell’aria del crepuscolo sa¬≠lendo senza affanni verso le zone bluastre del cielo che poggiano su tetti e comigno¬≠li. E quando tetti e comi¬≠gnoli sfumavano e l’orizzon¬≠te si allargava a perdita d’occhio, si vedevano spun¬≠tare le stelle. Si vedeva la luna di Vitebsk come un grande piatto pieno di ci¬≠liege. Mi sembrava, guar¬≠dando volare quei rozzi ta¬≠volini azzurri a quattro zampe che si chiamano asi¬≠ni, di salire anche io verso le ciliege della luna.

Non so se siano stati gli asini di Vitebsk a dare lezioni di volo ai fidanzati di Chagall. In tutte le sto¬≠rie dell’arte moderna sono riprodotti i quadri dei fi¬≠danzati volanti di Chagall. La fidanzata che vola √® sem¬≠pre una e si chiama Bella. Una dozzina d’anni fa la fi¬≠glia di Bella ‚ÄĒ Ida ‚ÄĒ mi regal√≤ a Venezia un libro di memorie ‚ÄĒ Lumi√®res Allum√©es ‚ÄĒ scritte dalla madre prima che morisse nell’esilio americano dove c’√® una mezza pagina signi¬≠ficativa su questi voli: ¬ę Tu ti getti sulla tela, che trema fra le tue mani, afferri il pennello, premi il colore dei tubetti: rosso, azzurro, bianco, nero. E mi trascini nel torrente dei colori. Im¬≠provvisamente mi sollevi dal suolo, e tu stesso ti dai lo slancio con un piede, co¬≠me se la piccola stanza fos¬≠se troppo angusta per te. Tu balzi su, ti stendi in tutta la tua lunghezza e vo¬≠li verso il soffitto. La tua testa √® girata e fai volgere anche la mia. Ti pieghi al mio orecchio e mi mormori qualcosa. Io ti ascolto co¬≠me se tu mi cantassi una canzone, con la tua voce morbida e profonda. Posso persino udire il canto nei tuoi occhi. E tutti e due in¬≠sieme saliamo leggeri leg¬≠geri verso il soffitto della stanza e voliamo via, tenen¬≠doci per mano. Giungiamo alla finestra e vogliamo passar fuori. Dalla finestra ci chiama una nuvola ario¬≠sa e un pezzo di cielo az¬≠zurro. Le pareti, addobbate con i miei scialli variopinti, ondeggiano intorno a noi e ci fanno girare la testa. Noi voliamo su campi fioriti e case di legno con le persia¬≠ne chiuse, su campagne e chiese… ¬Ľ. Gli amanti in volo cominciano il 1915 nel¬≠la camera-studio descritta da Bella e continuano a vo¬≠lare per decenni e decenni in tutti i cieli di Vitebsk, di Parigi e di Nuova York. E dopo la morte di Bella, nel¬≠le notti d’estate, sono insie¬≠me come comete intrecciate sui ponti della Senna. L’asi¬≠no di Vitebsk ha lasciato il posto libero all’uccello di fuoco, un galletto color ci¬≠clamino nato sui tetti di Montparnasse.

Se tutti i violini, i contrab¬≠bassi, le fisarmoniche, le trombe bibliche di Chagall si mettessero a suonare fuo¬≠ri dal silenzio normale del¬≠la sua pittura farebbero pi√Ļ rumore di dieci bande me¬≠ridionali.
Il paradiso di Chagall √® sempre gremito di gallet¬≠ti mucche pecorelle asini e cavalli come in una giorna¬≠ta di Fiera Agricola. Nessu¬≠no dei presenti pensa di vendere l’anima al diavolo ma tutti sono disposti a ce¬≠dere una parte del bestiame, anche le vacche col vitelli¬≠no coricato nel ventre come in una primitiva radiogra¬≠fia.
Se i mercanti di colore smettessero di produrre il rosso il giallo e il blu, Chagall resterebbe fra le sue tele vergini come un corvo in mezzo alla neve.
I fidanzati quando non vo¬≠lano hanno un uovo fre¬≠sco in una delle quattro ma¬≠ni. Trovare quest’uovo √® un indovinello insolubile.
In tutte le sue camere i mobili sono storti e i so¬≠prammobili zoppicanti come gli omini barbuti che ci guardano ‚ÄĒ fuori dal qua¬≠dro ‚ÄĒ con sospetto. Forse qualcuno di noi ha rubato poco prima: un lume a pe¬≠trolio o un cucchiaio di sta¬≠gno?

La natura nei suoi dipinti è come un teatro con le luci tutte accese in attesa del nostro ingresso in sala. Ci attendiamo dai suoi bo­schi troppo verdi un ciabat­tino che suona il contrab­basso, una slitta tirata da un pesce, un gobbo con un mazzetto di rose fosfore­scenti. Se la scena rappre­senta una stanza ci sarà certamente un morto resu­scitato, una levatrice addor­mentata su di una sedia di paglia in attesa di un par­to, un rabbino con un li­mone acerbo nella mano destra. Un riflettore nasco­sto in un angolo illumina un albero pieno di frutti gialli. Tutto può improvvi­samente fiorire: la Torre Eiffel, il pendolo nel gran­de orologio della sala da pranzo, il copricapo dello scrivano pubblico, il tacco della danzatrice. Abbiamo visto crescere sulla testa del pittore dei grossi mazzi di trevisana.

Le sue meravigliose galline come quelle dei presti­giatori: invece di uova pro­ducono stelle filanti, fazzo­letti di diciassette colori, garofani di seta.
Sembra di partecipare a una quasi eterna Festa dei Fiori sotto la pensilina di una stazione ferroviaria durante una quasi eterna nevicata di Natale.
Il Cantico dei Cantici odo­ra di stalla riscaldata da vacche e buoi. Il concime è pieno di stelle di latta. Nel­le mangiatoie sognano bel­lissimi corpi di ragazze co­lor cetriolo: scorgiamo al posto del cuore un petti­rosso col beccuccio semi­aperto in posizione di canto.

Spesso e volentieri le sirene di Chagall lasciano il Mar Nero per svernare nel cielo notturno di Parigi. Le vediamo navigare sopra la cupola degli Invalidi e in¬≠torno alle torri di Notre-Dame le sere di luna piena. Nel primo soggiorno a Pa¬≠rigi Chagall aveva scritto a Bella (pi√Ļ di mezzo secolo fa): ¬ę Oh, se mi riuscisse a cavallo delle Chimere di pietra di Notre-Dame, con le braccia e le gambe trac¬≠ciarmi la strada nel cielo! Eccola Parigi, tu sei la mia seconda Vitebsk! ¬Ľ.

La materia dei suoi dipin¬≠ti, da prima amorfa, pe¬≠sante, coagulante, ricca di sostanze grasse e farinose, con scatti taglienti e sfug¬≠genti fino al 1910. Poi col primo contatto con Parigi diventa elastica, prende gli umori della giornata, si muove, respira, scintilla. E’ nello stesso tempo umida e accaldata, fragile e resisten¬≠te, copiosa e prelibata, di una fertilit√† avvolgente e sconvolgente che prende cie¬≠lo e terra.


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