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PITTURA: I MAESTRI: L’innesto riuscì bene ma Soffici lo rifiutò

29 Gennaio 2019

di Dino Buzzati
[dal “Corriere della Sera”, venerdì, 3 maggio 1968]

Enrico Vallecchi, proprio il figlio di Attilio Vallecchi, cioè dell’allora tipografo fiorentino di via Nazionale che nel 1909, per cinquanta lire, stampò il primo libretto di Ardengo Sof­fici intitolato Ignoto Toscano, ha ora dedicato all’artista, nelle sue « Nuove edizioni », un son­tuoso volume che costituisce «un primo contributo alla sistemazione definitiva dell’opera pittorica di Soffici». Contribu­to costato quattro anni di la­voro e che ha già un ottimo impianto di completezza.

Realizzato con la collabora­zione della galleria Michaud, il libro si apre con due saggi cri­tici. Il primo, di Giuseppe Raimondi, si concentra con acu­tezza sugli influssi che il pe­riodo di Parigi e la frequenta­zione di tanti artisti stranieri a cominciare da Picasso aveva­no esercitato su Soffici e spe­cialmente sul suo periodo cu­bo-futurista, che termina con la prima guerra mondiale. Su tutto il resto della lunga para­bola parla invece diffusamente e autorevolmente Luigi Caval­lo, che ha compilato anche una accurata biografia e ha seguito dal principio alla fine l’arduo lavoro, arduo perché si tratta­va di impiantare di sana pian­ta il catalogo, di fare quindi lunghe e spesso complicate ri­cerche.

Sono 164 pagine di testo e 366 tavole che, a colori e bian­co e nero, riportano tutte le 623 opere, finora registrate, di questo « testimonio imbaraz­zante dell’arte moderna italia­na », come lo definisce Raimondi.

Non ha certo bisogno di es­sere rivelato Ardengo Soffici uomo, scrittore e pittore. Il vo­lume rappresenta prima di tut­to un doveroso omaggio a una delle personalità più vive, aperte e intelligenti che la vita cul­turale italiana ha avuto in que­sto secolo, e costituisce un in­sostituibile documento per la nostra storia dell’arte. Tuttavia la riproduzione, in linea cronologica, di tutti i lavori fi­nora accertati, offre un panora­ma estremamente interessante perché, se non procura sorpre­se a chi conosce bene il pittore di Rignano sull’Arno, fa però risultare con nuova e impres­sionante evidenza le vicende della sua grande avventura cu­bista (più che futurista). Rac­conto senza parole di come un uomo coraggioso e d’ingegno inquieto, insofferente per natu­ra delle antiche regole scola­stiche, sia partito all’esplora­zione di una terra che già altri avevano cominciato a scoprire, vi abbia compiuto una felice peregrinazione, ma ad un trat­to, disprezzando la fama così conquistata, abbia fatto repen­tinamente ritorno in patria e qui vi sia rimasto per sempre, riconoscendo che soltanto nel­l’aria nativa egli poteva realiz­zare fino in fondo se stesso.

Ecco la dimostrazione di un carattere fortissimo e sdegno­so, ecco un’esperienza, forse unica, che può servire di esem­pio a tanti artisti d’oggi i qua­li, deviando dalla loro genuina natura per legittimo desiderio del nuovo, per influsso d’am­biente, per impazienza di successo, per indulgenza alla mo­da, assumono veste e linguag­gio suggeriti da altri, e maga­ri approdano così a opere vali­de, ma quando si rendono con­to di non essere stati del tutto sinceri, per debolezza, o vergo­gna, od ostinazione, o paura di dover ricominciare da capo non riescono più a districarsi dalla nuova abitudine e smarriscono quindi l’autentico succo del lo­ro talento.

Nelle pitture dì Soffici, fino al 1911, sono abbastanza evi­denti le suggestioni dei mae­stri francesi visti o frequentati a Parigi, dal 1900 al 1907; spe­cialmente Millet, Cézanne e Degas. Ma è del 1912 il gran salto.

Come mai non lo fece prima? Non c’è dubbio che delle prime esperienze cubiste, di Picasso e Braque, non solo Soffici era perfettamente al corrente pur non avendovi assistito di per­sona, ma ne aveva assimilato i propositi, il significato, l’im­portanza, prova ne sia l’estre­ma chiarezza con cui li espone in Cubismo e oltre, del 1913.

È più che probabile che nel suo animo, per indole portato alle imprese audaci e alle frat­ture eversive, i pionieri di quel­la rivoluzione pittorica avessero dato una forte scossa. E che fermentasse in lui la voglia di entrare anche lui nella lotta.

Ma, storicamente, egli si but­tò solo quando «anche la Toscana fu investita dalla ventata futurista che giungeva da Mi­lano» per ripetere le parole di Cavallo. A queste provocazioni poteva egli rimanere ancora inerte, con tutto quel vulcano di idee che si sentiva ribollire in testa?

Così, dopo aver attaccato con la penna Marinetti e soci, dopo essersi accapigliato con loro al Caffè delle Giubbe Rosse e alla stazione di Firenze nel giugno 1911, Soffici entrò ufficialmente nelle file futuriste. Ma, se è ve­ro, come ha scritto Roberto Longhi, che il futurismo sta al cu­bismo come il barocco sta al rinascimento perché «il baroc­co non fa che porre in moto la massa del rinascimento», se insomma il moto, la velocità, il dinamismo furono dei futuristi la bandiera, bisogna allora am­mettere che le opere di Soffici si apparentano molto più a Pi­casso che a Boccioni e agli altri del gruppo italiano.

Proprio sfogliando le tavole del nuovo volume si ha l’impressione — absit iniuria.verbis — che nel 1912 in Ardengo Sof­fici fosse stato realizzato un innesto. Innesto straordinaria­mente fortunato sia per la clas­se dell’operatore, cioè di lui Sof­fici, sia per la particolare affinità fra l’organo trapiantato e l’organismo che lo riceveva. Niente di falso o stentato per ciò nei dipinti che vanno dal 1912 al 1915. Soffici aveva fatto immediatamente suo il nuovo modo di vedere e rappresen­tare le cose; e alle scomposi­zioni analitiche degli oggetti conferiva una indubbia origina­lità, con una gioia dei colore che il cubismo parigino ignora­va e con un’ impronta, talora, spiritosamente popolaresca. Tanto che quei pezzi, per l’in­trinseco valore artistico, oltre che per l’interesse storico, han­no oggi raggiunto quotazioni altissime.

Poi la paura, quasi assoluta, della guerra. Ed è stato indub­biamente durante la guerra il grande ripensamento, la segre­ta crisi di « rigetto ». Come le pitture cubiste cominciano al­l’improvviso, così all’improvviso cessano; né all’inizio né alla fine si nota un nesso di con­tinuità, uno sviluppo, una gra­duazione. La bordata delle quat­tro nature morte del 1919 e 1920 (N. 235, 236, 237 e 238), su cui giustamente Raimondi indugia con ammirati accenti, sembrano la salva trionfale che an­nuncia la completa liberazione.

Dopodiché, con inflessibile coerenza, Soffici proseguirà per la strada che il Cielo gli aveva destinata. Né si volterà indietro mai,

 


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Bart