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PITTURA: I MAESTRI: Michele Cascella

12 Giugno 2014

di Dino Buzzati
[dal “Corriere della Sera”, venerdì 28 novembre 1969]

A settantasette anni trepi­dante e inquieto come un ra­gazzino, quasi fosse la sua pri­ma mostra e non ne avesse in­vece fatte ormai centinaia in ogni parte del mondo, ieri, in mezzo a questa parete, era so­speso un bellissimo San Cle­mente di Casauria, oggi c’è una giovinetta distesa. E’ stato lui, « zio Mec » (Mecchele Cascella, all’ortonese) che ha ese­guito di soppiatto la sostituzio­ne, ma non è ancora tranquil­lo. « Tu che ne dici? La toglia­mo o la lasciamo? ». « Mah — faccio io perfidamente — quasi quasi la toglierei ». Ed ecco che Cascella si precipita di là, nel magazzino, e ne ritorna con una grande Ortona sotto la neve che mette i brividi tanto è per­corsa da gelidi venti.

Sono ben 145 opere tra pa­stelli, acquarelli, tempere ed oli, che tutti non ci stanno nella pur vastissima galleria Levi in via Montenapoleone 12, così che ne verrĂ  fatta una rotazione. PiĂą una trentina di disegni gio­vanili, esposti nell’altra piccola galleria adiacente. Sessant’anni di lavoro, perchĂ© si comincia dal 1907. Ed è qui, per i dise­gni e i quadretti di ragazzo, che la modestia accenna a ve­nire meno. « Guarda ’sti fiĂłri, che ne dici?, eppure Morandi non esisteva ancora. E questo, dico, se portasse la firma di Klee … ». C’è il gusto, l’aria del­l’epoca, eppure si vede a poco a poco spuntare il personalissimo stile; ed ecco, del 1923, una penna-acquarello ormai ti­picamente cascelliana, con quei tratti mossi e vibrati che fan­no da telaio al colore, e che si ritrovano anche negli ultimi dipinti.

E’ così nota, soprattutto a Milano, la pittura di Michele Cascella che si può dire entra­ta addirittura nel nostro costu­me. Ma, guardando i quadri fatti negli ultimi tempi in Fran­cia e in California, ho capito per la prima volta una cosa: si tratti di una strada di Monterey o dell’avenue dell’Opéra, si sente che il pittore non so­lo ha visto e assimilato le ap­parenze visibili del luogo, ma ci è vissuto. Possono esserci dei paesaggi dipinti stupendamen­te ma soltanto come puro fat­to pittorico, senza questa par­tecipazione personale. La quale conferisce alla visione un par­ticolare incanto che si può de­finire intimità.

Tutto ciò avviene grazie alla meravigliosa naturalezza del­l’uomo e dell’artista Michele Cascella, il quale ha girato e gira per il vasto mondo ma non si camuffa né si mimetiz­za in alcun modo, non posa a cosmopolita, non fa il minimo sforzo per imparare la lingua del posto o per attenuare l’accento abruzzese. Insomma è sempre rigorosamente lui, Mec, o Michelone, o Mister Chescila, o Monsieur Caselà, e questa mi­racolosa disinvoltura o disponi­bilità umana che è insieme clas­se, semplicità d’animo e forse anche orgoglio, fa sì che in qualsiasi contrada straniera egli si trovi subito a suo agio e pos­sa appunto dipingere piazze, case, campagne e marine come se ci avesse passato lunghi e lunghi anni di vita, di sentimen­ti e di lavoro. E i suoi quadri, di conseguenza, danno un suo­no autentico e singolarmente cordiale.

Della stessa impavida schiet­tezza è tutta nutrita l’autobio­grafia stampata da Garzanti con prefazione di Leonardo Borgese, in coincidenza con la grande mostra milanese e che gli amici aspettavano da molti anni: « Forza zio Mec ». Inten­diamoci, la ingenuità, l’inespe­rienza della penna fa addirit­tura tenerezza in confronto alla bravura del pennello.

Ma proprio il candore è l’at­trattiva del libro, in cui si al­ternano continuamente le re­centi esperienze americane coi ricordi d’infanzia e di giovinez­za, dominati dalla grande figu­ra del padre, Basilio, pittore, come erano artisti anche i fra­telli Gioacchino e Tommaso, e sono artisti i nipoti Pietro e Andrea. « Alla mia età — scri­ve Cascella — mi sento final­mente libero, credo di potermi voltare indietro con sufficiente obiettività, di avere imparato a considerare serenamente i fat­ti e le cose, senza cioè dovermi rimirare allo specchio, come un attore prima del suo ingresso sulla scena ». Ed è vero.

Innumerevoli, naturalmente, in questa « lunga inchiesta sul passato », gli episodi, singolari, comici o patetici. Di gran lun­ga il più bello è la storia di un grande quadro che il padre, nel 1904, mandò alla Biennale di Venezia. Basilio ci aveva lavo­rato un paio d’anni. Era inti­tolato II bagno della pastora e la moglie aveva posato nuda per lui, protetta da un recinto costruito apposta nello stabili­mento cromolitografico Cascel­la di Pescara. Come pastore in­vece aveva posato Vincenzo Bucci, scrittore abruzzese che fu poi per molti anni critico d’arte al Corriere della Sera.

Era una tela di dimensioni imponenti che sembrava pro­mettere giorni di gloria. Fu la­boriosamente imballata, e il giorno della spedizione ci fu una piccola festa in famiglia con fiaschi e « pizzelle ». Dopo­dichĂ© cominciò l’attesa.

Ma da Venezia non arrivò nessuna notizia. E « tutte le ri­cerche si insabbiarono ».
Finché, sessant’anni dopo, una stazione di smistamento nei pressi d’Ancona chiese in­formazioni a Pescara: da tem­po immemorabile giaceva lag­giù una grande cassa che ri­sultava spedita da un certo Ba­silio Cascella. Il figlio Tomma­so andò a vedere. E dal casso­ne, paurosamente incrostato di polvere, uscì il quadro, intatto.


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