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PITTURA: I MAESTRI: Paul Klee. Vita con mio padre Paul Klee

30 Ottobre 2014

Conversazione con Felix Klee
di Riccardo Barletta
[da “La Fiera letteraria”, numero 52, giovedì, 26 dicembre 1968]

Il giorno di Sant’Ambrogio a Milano c’è chi pensa all’inaugurazione della Scala dove Claudio Abbado dirige il Don Carlo di Verdi e chi all’inaugurazione di una grande mostra di opere dì Paul Klee alla Galleria del Milione. Cinquantuno fra acquerelli, inchiostri, tempere, olii e disegni: un felice ritorno dopo la eccezionale mostra organiz­zata nel 1951 dalla medesima galleria. Questa volta c’è Felix Klee, il figlio. Di lui, attraverso i diari del padre, sappiamo tutto: il momento della nascita, l’aumentare del peso al milligrammo, lo spuntare dei denti, i primi esercizi linguistici, le reazioni nel gioco, i moti del­l’animo. Come è commovente questa attenzione del grande pittore e saggio verso l’infante, oggi altrettanto commovente è l’amore che il figlio porta alla memoria del padre. Possessore di ben millequattrocento opere, Felix, regista alla televisione svizzera, vive in poche stanze con la moglie, senza vendere alcun quadro. Si tratta di un patrimonio che oltrepassa il miliardo. Insieme a Picasso pro­babilmente da stimare il piĂą grande pittore moderno, amico di Kandinsky e di Marc all’epoca del « Blaue Reiter » (1911-12), professo­re al Bauhaus di Gropius (1920-31), Paul Klee rappresenta vera­mente — sono parole del figlio nella presentazione alla mostra — « un grande, fantastico mago ». Il famosissimo biografo di Klee, e suo maggiore esegeta, è Will Grohmann, che al pittore fu legato da decenni di profonda amicizia. Tuttavia, alcuni aspetti dell’uomo Klee restano ancora nell’ombra o nella penombra. Così la sua fi­gura « paterna », i suoi rapporti con la politica e con la religione, o anche le relazioni di Klee con la poesia, lui che fu un poeta, non solo sul piano visivo, ma anche — e pochi lo sanno — nell’ambito letterario. Onde conoscere dalla autentica fonte oggi esistente que­ste cose (Felix è figlio unico, la madre Lily morì nel 1946), abbiamo intervistato Felix. Gigante nella corporatura, canuto, il volto mobi­lissimo contrassegnato dai denti prominenti, Felix è felice di par­lare. Si agita come un maestro d’orchestra; gesticola come un latino; si dimentica di fumare il grosso sigaro dalle spire azzurrine. Dietro ì grossi occhiali di tartaruga, i suoi occhi si fanno intensi fulgenti come quelli di un vecchio dio antico, mentre parla. Il suo tedesco è pastoso e musicale nello stesso tempo. Vi si sente, cer­tamente, una eco del « demone » paterno. Ecco che cosa ci ha raccontato.

Fiera – Mentre sua madre Lily do­veva guadagnarsi da vivere dando lezioni di pianoforte, lei Felix fu cu­rato e allevato da suo padre, Paul Klee. Che cosa ricorda di questa atti­vitĂ  « materna » dell’uomo Klee? Ebbe forse influssi sulla sua arte?

 

Klee – …sì, una certa importanza, ma forse piĂą che altro inconscia­mente; perchĂ© in fondo si è immessi automaticamente in un certo desti­no, in una certa famiglia, e mio pa­dre, come artista, fin dall’inizio era troppo « predestinato », troppo chiaramente definito per potersi lasciare impressionare dalle vicende avverse del destino. La nostra situazione finanziaria era tale che mia madre, la quale era un’ottima insegnante e aveva una vasta cerchia di allievi, aveva per così dire affidato a mio pa­dre parte della responsabilitĂ  nella mia educazione e nelle faccende di casa, come cucinare, riordinare ecc. Io da piccolo (appena nato, o all’etĂ  di un anno e mezzo) fui molto mala­to, e mio padre nel suo diario fece una cronaca molto dettagliata di questa malattia; cioè mi misurava la febbre ogni giorno, quasi come un medico; quindi vede che persino in un caso del genere si occupava enor­memente di me. Ma non penso che questa malattia, a parte il resoconto nel suo diario, abbia influito in qual­che modo sulla sua arte, non lo cre­do proprio; perchĂ© egli seguiva una sua strada nell’arte, senza occuparsi delle situazioni contingenti che veni­vano a crearsi, a meno che non stes­se dipingendo un ritratto di mia ma­dre o del sottoscritto. Egli le padro­neggiava come padroneggiava la pit­tura, o come padroneggiava l’arte culinaria o la mia educazione.

 

Fiera – Suo padre si è occupato della sua educazione?

 

Klee – Se ne è occupato molto, ed era ovvio, perchĂ© evidentemente non poteva abbandonarmi a me stes­so. Io lo accompagnavo nelle sue gi­te nei dintorni di Monaco, quando dipingeva il paesaggio circostante; e in quelle occasioni mi costruiva qualche giocattolo; fu lui a costruir­mi tutti i miei giocattoli, sa, dalle navi ai trenini alle stazioni, e piĂą tardi mi costruì tutto un teatro di marionette, comprese le marionette; le aveva fatte con le sue mani, ed era con queste cose che io giocavo. Ero figlio unico, e i figli unici sono molto piĂą abbandonati a se stessi di quelli che hanno fratelli e sorelle; sono soli e devono risolvere da soli i propri problemi. Questo continuò fino al 1916, anno in cui mio padre venne richiamato; allora io dovetti piĂą o meno cavarmela da solo, ma avevo giĂ  otto anni e mezzo ed ero, come si suol dire, giĂ  un po’ piĂą giu­dizioso, in un certo senso. C’era la guerra, e noi ci incontravamo sem­pre in un ristorante; mia madre do­po le sue lezioni veniva nel ristoran­te, e così la vita nonostante tutto continuava, no? E alla domenica ci incontravamo con mio padre; se non otteneva la licenza, sabato e domeni­ca ci recavamo sempre nel luogo do­ve prestava servizio militare, duran­te la guerra.

 

Fiera – Quando lei stava per na­scere, Klee scrisse a suo nonno, ri­portandolo sul suo diario: « Il passa­to non ha piĂą importanza, dato che presto non verremo piĂą educati dal babbo e dalla mamma, ma sarĂ  il no­stro bambino a educarci ». Singolare affermazione! Pensa che lei abbia in­fluito sull’attivitĂ  di suo padre?

 

Klee – Sì, naturalmente ha avuto la sua importanza, ma un bambino non se ne rende conto; il bambino vive la sua vita, e non quella dei ge­nitori. E in genere il bambino è an­che molto egoista; tuttavia si è sem­pre condizionati dall’ambiente, e quindi se si ha un padre del genere, egli diventa per forza « persona gra­ta ». Fin dall’inizio, è sempre stato « persona grata ». Era « persona gra­ta » per mia madre, era « persona grata » per me, era « persona grata » persino per il gatto, sa. Abbiamo sempre avuto gatti, e il gatto ricono­sceva soltanto lui come vera « perso­na grata ». Era, per così dire, primo violino nell’orchestra della famiglia, se così lo vogliamo chiamare. E naturalmente osservava il bambino e lo sviluppo del bambino; ma il bambino non si rende conto di esse­re osservato dal padre. E così, dun­que, mi faceva anche lavorare; rac­coglieva tutti i miei lavori, li monta­va, li prendeva molto sul serio; forse qualche volta si è anche fatto ispira­re, non so. Ma immagino che qual­che volta vedendo un mio quadro, ne abbia poi ripreso a modo suo un’idea, un’idea artistica. Spesso è un dare e un ricevere, capita spesso anche con gli allievi. Forse qualche volta ha assimilato un’idea da un al­lievo, e l’ha poi trasposta a modo suo nella sua « tonalitĂ  »; e gli allie­vi li ha sempre stimati, non li ha mai disprezzati, li ha rispettati, per­chĂ© erano per lui parte integrante ed essenziale dell’evoluzione artisti­ca globale.

Io infatti crescevo nell’epoca in cui si è sviluppato il Blauer Reiter, in cui abitavamo accanto ai Kandinsky, e in cui io (nel 1911 e 1912) per giorni e giorni nell’atelier di Kandinsky non facevo che dipingere… « alla Kandinsky »! Dipingevo ac­querelli perfettamente in stile, e ne possiedo ancora, in perfetto stile Kandinsky. Anche Franz Marc veni­va a trovarci circa una volta alla set­timana, e mi interrogava sempre. Poi veniva Alfred Kubin, e Kubin chiedeva sempre: « Che cosa hai fat­to di nuovo? Fammelo vedere! ». E allora io dovevo mostrargli una car­tella di disegni, e lui diceva: « La prossima volta voglio vedere una cartella nuova ». Questi sono sempli­cemente gli amici di mio padre, che a quei tempi andavano e venivano in casa nostra, e si interessavano enormemente alle mie « opere ». Non dico questo per far colpo, ma semplicemente per raccontare così, per inciso, come io fossi una specie di sismografo per tutto questo movi­mento artistico, che ebbe tanta im­portanza negli anni dal 1911-12 fino al 1916, quando mio padre andò sol­dato.

Dipingevamo per così dire a gara; quando mio padre disegnava e di­pingeva, anch’io disegnavo e dipin­gevo nella stessa stanza, è logico; tra l’altro, era un ottimo sistema per te­nermi occupato.

 

Fiera – Klee per noi è pittore e teorico insigne. Per i contemporanei fu anche pedagogo nel campo del­l’insegnamento artistico. Per sua madre e per lei fu anche musicista (egli suonava il violino). Crede che Klee cercasse una sintesi espressiva da realizzare nella vita propria o gli stava piĂą a cuore la pittura?

 

Klee – Mio padre fu un uomo estremamente versatile. Non fu sol­tanto un grandissimo pittore, il che è fuori dubbio, ma fu anche un grande musicista, e fu anche un grande scrittore; vedi i titoli dei suoi quadri e il bellissimo stile, in tede­sco, dei suoi scritti pedagogici, dei suoi diari, delle sue lettere e di tutti gli altri scritti che ci ha lasciato. Fu anche scienziato: approfondì gli stu­di di anatomia, e non soltanto dal punto di vista grafico, ma anche per­chĂ© si interessava alla struttura del corpo umano; si interessò agli ani­mali, si interessò all’architettura, si interessò al paesaggio, si interessò agli uomini, con le loro gioie e i loro dolori, con la loro forza e la loro de­bolezza; e si interessò all’insegna­mento, naturalmente, data la vastitĂ  delle sue cognizioni.

Chi lo incontrava in montagna, durante una passeggiata, diceva: se si incontra Klee senza sapere chi sia, lo si prende per uno scienziato. Non ha l’aria del pittore, ma dello scien­ziato. E forse in un certo senso egli era veramente uno scienziato. Egli aveva una grande conoscenza delle cose importanti nella vita, e riuscì a trasporle a modo suo nella pittura. Naturalmente c’erano dei limiti, ed egli sapeva bene che alle sue cogni­zioni erano posti dei limiti. Sul suo ultimo quadro vi è questa frase: « Si deve forse saper tutto; ah, io credo di no ». Perché all’uomo in fin dei conti sono stati posti dei limiti; e forse egli, come Mozart, o Bach, o Goethe, per non parlare di uomini ancora più grandi, come Shakespea­re, ha gettato un piccolo sguardo dietro il sipario dell’aldilà, l’ha solle­vato, ma soltanto di pochissimo. In­fatti era un uomo con i piedi ben piantati in terra, che seppe sempre affrontare magnificamente le diffi­coltà della vita, finché alla fine la malattia non gli pose anche dei limi­ti fisici, di cui egli si rese perfetta­mente conto. Sapeva benissimo che la sua vita volgeva al termine. Non sapeva esattamente quando, ma sapeva che gli erano concessi soltanto pochi anni dopo la malattia. E rac­colse le sue ultime forze, le sue ulti­me forze spirituali, per ritardare un poco questo tracollo fisico e poter così documentare il suo ultimo mes­saggio spirituale, che è unico e che forse sarà compreso a fondo solo ne­gli anni a venire.

 

Fiera – Ma lei pensa che egli fosse essenzialmente pittore?

 

Klee – Naturalmente per lui l’es­senziale era la pittura, perchĂ© è con la pittura che egli potè esprimere questo enorme sapere e questo im­menso arco che abbracciava la sua vita. Ho giĂ  detto prima che in que­sto senso la pittura era per lui il mezzo per esprimersi. Anzi forse l’essenziale era il disegno, e soltanto piĂą tardi divenne essenziale la pittu­ra. Ma il disegno, l’espressione grafi­ca; si potrebbe quasi paragonarlo a Rembrandt, perchĂ© Rembrandt ha dipinto splendidi quadri, ma soltanto dopo aver visto i suoi disegni se ne può veramente stabilire l’impor­tanza. E questo potrebbe valere an­che per mio padre…

 

Fiera – Nei suoi diari, si possono leggere poesie di Klee. Che cosa pensa dell’attivitĂ  poetica di suo pa­dre?

 

Klee – Ho giĂ  menzionato prima che mio padre, oltre che pittore, era uno scrittore altrettanto grande. Forse la sua importanza primaria ri­siede nella pittura, e quella seconda­ria nell’attivitĂ  letteraria, ma co­munque le due sono inscindibili. Per tutta la vita si è interessato alla let­teratura, alle varie fonti letterarie, e ha poi approfondito soprattutto la letteratura greca, greco-antica. Ed è forse un dono, il suo, che emerge so­prattutto dai titoli dei suoi quadri, come ho giĂ  menzionato prima; una poetica, la libera poetica della poe­sia, che si avvicina un poco all’astra­zione. « Engel, der singest » (« An­gelo, che canti ») queste sono forme che non esistono assolutamente nel­la lingua tedesca, sono varianti di sua personale creazione; come pure: « Al di qua non sono afferrabile, per­chĂ© vivo presso i morti come presso i nascituri, un po’ piĂą vicino del soli­to al cuore del creato, e ancora tanto troppo lontano ». Sono frasi queste che sconfinano giĂ  nella forma poetica; e infatti le ho raccolte in un vo­lume di poesie, pubblicato dalla casa editrice Arche di Zurigo, insieme ad alcune « Antologie dei discosti » (« Anthologien der Abseitigen ») del­la dottoressa Gildon, ad alcune ag­giunte tratte dai diari, e ad altre poesie che sono state trovate. Non sono state a tutt’oggi ancora pubbli­cate alcune poesie scritte nelle lette­re a mia madre. Mio padre fu fidan­zato per lungo tempo con mia ma­dre, perchĂ© poterono sposarsi soltan­to dopo cinque anni di fidanzamento; in questo periodo egli le dedicò mol­ti aforismi, che non sono ancora sta­ti pubblicati. Da tutto questo vedia­mo come la poesia abbia avuto un ruolo abbastanza importante nella vita di mio padre.

 

Fiera – Klee fu perseguitato dai nazisti. Come artista e come uomo ebbe rapporti con la politica? Furo­no determinanti?

 

Klee – Mio padre si occupò molto intensamente di tutte le cose della vita, anche di politica. Fino alla sua morte lesse tutti i giorni il giornale; effettivamente c’era sempre qualco­sa di nuovo in politica. Personal­mente non fu mai legato ad alcun partito. Nel Bauhaus venne a tro­varsi automaticamente in una cor­rente di sinistra, senza che per que­sto al Bauhaus fossero all’opera de­gli uomini politici; ma il fatto era che si mettevano in relazione l’arte moderna e il socialismo. In seguito proprio uno stato socialista (e cioè la Russia) mise al bando quest’arte esattamente come fece Hitler; que­st’arte moderna, per così dire, è di troppo nei regimi dittatoriali, che patrocinano solamente l’arte reali­stica.

In questo senso mio padre era sta­to automaticamente spinto su un de­terminato binario, senza però la­sciarsi intrappolare. Era un uomo spiccatamente neutrale, che come ho già avuto modo di dire seguiva con attenzione tutte le correnti politiche e che di tanto in tanto vi accennava nei suoi quadri. Vorrei però ancora osservare che mio padre fu messo al bando dai nazisti soprattutto in qua­lità di « bolscevico della cultura » e di ebreo. In realtà noi non eravamo ebrei; ma mio padre una volta disse chiaramente: « E se anche fossi

ebreo, questo non cambierebbe pro­prio niente nella mia arte ». Egli stesso nei primi tempi non aveva af­fatto l’intenzione di abbandonare la Germania; ma mia madre era nemi­ca giurata di tutti i nazisti ed aveva tendenze spiccatamente pro-semite. Aveva sempre avuto molti allievi ebrei, e ha sempre difeso fino in fon­do questi allievi ebrei, definendoli persone oneste e a posto.

Alla fine costrinse praticamente mio padre a lasciare la Germania: « Non hai più nulla da fare in questo Paese ». E così il 22 dicembre 1933 mio padre lasciava per sempre la Germania. Fu un addio doloroso, perché mio padre aveva vissuto per oltre trent’anni in quel Paese e vi aveva suscitato un’eco notevole e la­sciato una parte considerevole della sua arte. E forse l’addio, senza che egli lo esprimesse a parole, gli fu più doloroso di quanto noi tutti non im­maginassimo. Perché in Svizzera do­veva praticamente ricominciare dac­capo, crearsi una cerchia di clienti, per così dire, e una sua cerchia di amici.

 

Fiera – Gli scolari del Bauhaus di­cevano Klee simile a un Dio. Quale fu, secondo lei, la religione di suo padre?

 

Klee – La faccenda del buon Dio si riferiva a quella sorta di inaccessibi­litĂ , di esotismo, che emanava da mio padre; e per la veritĂ  era inteso in senso piuttosto ironico dagli sco­lari. Mio padre apparteneva alla re­ligione protestante riformata, ma non fu mai praticante. Si interessò a tutte le religioni, e introdusse anche temi religiosi nei quadri; ma non fu mai in nessun modo bigotto o pio, e non si occupò mai direttamente della Chiesa, ma piuttosto piĂą o me­no indirettamente. Questo è quanto vi è da dire in proposito.

 

Fiera – Ci spieghi per favore il senso delle parole che sono scritte sulla tomba di Klee. Per molti risul­tano oscure e solo lei può darcene l’interpretazione autentica.

 

Klee – « Al di qua non sono affer­rabile, perchĂ© vivo presso i morti co­me presso i nascituri, un po’ piĂą vi­cino del solito al cuore del creato, e ancora tanto troppo lontano ». Que­sto e il testo originale. « Al di qua non sono afferrabile »: in questo mondo non sono del tutto esplicabi­le, ci sono cioè molte cose nei miei quadri che forse non si possono in­terpretare completamente; questo egli credeva. Oggi naturalmente si è molto piĂą avanti con la interpreta­zione delle sue opere. « PerchĂ© vivo presso i morti »: cioè vivo presso co­loro che non sono piĂą in vita; con questo egli vuole esprimere quanto stimi la tradizione e i grandi maestri del passato, perchĂ© non vi erano ar­tisti, italiani o spagnoli od olandesi o francesi o dei tempi della grande pittura tedesca, che egli non apprez­zasse e considerasse. « Vivo presso i morti come presso i nascituri »: cioè presso le generazioni future. Questa è dunque una frase saggia, ed il fat­to che mio padre se ne sia reso conto fin dal 1920 è straordinario. « Un po’ piĂą vicino del solito al cuore del creato »: un po’ piĂą vicino all’Innominabile di noi comuni mortali, che conosciamo soltanto la realtĂ : io so che lei adesso mi siede di fronte, ma non so che cosa vi sia sopra di noi e sotto di noi. Sono interrogativi, que­sti, che rimangono senza risposta. Eppure egli si credeva « piĂą vicino del solito al cuore del creato », e con questo indica effettivamente che, co­me ha accennato prima, aveva sco­stato, sollevato un poco il sipario che ci divide dall’« altro » mondo. « Un po’ piĂą vicino del solito al cuo­re del creato, e ancora tanto troppo lontano »: egli vorrebbe penetrare molto di piĂą in quel mondo di lĂ , ma resta pur sempre uomo, con i piedi piantati in terra; e può soltanto in­tuire, « ancora tanto troppo lonta­no » queste cose misteriose, indicibili e incomprensibili.


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