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PITTURA: I MAESTRI: Pierre Bonnard. Ammirava troppo Matisse per credersi un grande pittore

21 Marzo 2019

di Francesco Vincitorio
[da “La Fiera Letteraria, numero 18, giovedì 4 maggio 1967]

Dopo la memorabile mostra del 1955 alla « Permanen­te » che, in un certo sen­so, rappresentò la scoper­ta di Bonnard da parte del gran­de pubblico, si può dire che il pittore francese a Milano sic: un po’ di casa. Per cui è comprensi­bile che in questo suo centena­rio della nascita, accanto alle esposizioni dì Londra. Monaco, i Parigi e Marsiglia, anche la ca­pitale lombarda abbia voluto ri­cordarlo. In questo caso si tratta di una iniziativa privata e pre­cisamente della Galleria del Mi­lione e ovviamente il numero delle opere è limitato. Non più di una ventina di oli e circa quaranta tra litografie e disegni a matita. Tuttavia più che suf­ficienti per verificarne l’impor­tanza e soprattutto quanto que­sto pittore sia attuale.

Attuale è parola un po’ con­sunta e in questa circostanza po­trebbe sembrare generica e reto­rica. Ma è proprio Bonnard a ri­cordarci, con la sua capacità di piegare l’antica sintassi impres­sionista alle proprie esigenze

espressive, che niente è supera­to se si è in grado di rinnovarlo dal di dentro. Persino termini abusati, purché dietro vi sia un uomo nuovo che senta il bi­sogno di testimoniare il proprio tempo e aprirsi a quelli che so­no i problemi chiave. Di ciò Bon­nard ci ha dato una lezione esem­plare. Una lezione incentrata su quella che Cassola chiamerebbe la metafisica del quotidiano e che, come rilevava tempo fa Re­nato Barilli su queste stesse co­lonne, commentando la mostra parigina, oggi interessa molto più di ieri.

Tutto ciò senza che egli venis­se meno a una propria fedeltà al mondo nel quale si era formato. Vale a dire, anni di fine secolo in Francia, quando all’ottimismo razionale degli impressionisti su­bentrò per varie vicissitudini quell’atmosfera un po’ maldif di cui parla il Russoli nella pre­sentazione e che caratterizzò un po’ tutto il Simbolismo. Aria re­spirata a pieni polmoni da Bon­nard, allievo della famosa Académie Julian e assolutamente re­frattario alla carriera amministrativa che il padre, funziona­rio al ministero della Guerra, vo­leva a tutti i costi fargli intra­prendere. Un rifiuto che non gli impedì però di compiere con molta serietà gli studi, specie classici, e di mettersi in luce per un suo colto e un po’ distaccato atteggiamento nei riguardi delle infatuazioni troppo acritiche da cui era contornato. Nei salotti intellettuali, nei ridotti dei tea­tri d’avanguardia, nelle redazio­ni delle riviste parigine il giova­ne brillò per un suo spirito mos­so da sottili inquietudini e non privo di humor. E ciò che per lui, allora come sempre, più conta­va: senza un programma artisti­co assoluto. Insieme a Vuillard più che un ortodosso Nabis, una specie di « pseudo-Nabis » che te­se l’orecchio per quel tanto che gli occorreva alla predicazione di Paul Serusier e di Maurice Denis e alla moda giapponese che im­perava alla « Revue Bianche » della incantevole Misia Godebska. Ma per il resto con una sua inquieta aspirazione, con una sua tentazione di cogliere quel segreto che è nello scorrere sem­plice, umile, quotidiano di una esistenza comune. Un testimo­niare la vita nella sua caratteri­stica forse fondamentale. Cioè l’indeciso, l’elusivo fluire, appa­rentemente futile, eppure così vero e consolante. Soprattutto at­traverso il libero abbandono al lirismo del colore. « Une petite note de charme », come gli dice­va Renoir già nel ’98, con la quale da principio egli cercò di dire certi brani di vita osserva­ti nelle vie e nelle piazze di Pa­rigi. E poi, con una sempre più decisa scelta intimista, negli in­terni delle sue varie case, popo­lati spesso dal nudo della moglie Marthe, nei giardini contemplati dalla finestra filtrando mental­mente i suggerimenti dei « fauves », nella natura che ogni gior­no gli rinnovava il senso del mi­racolo della creazione. Realmen­te, come qualcuno ha suggerito, un animo francescano, armato di carta e matita per quegli schizzi dal vero su cui poi lavo­rava per anni. Oppure armato di tela e pennelli per quei suoi qua­dri nei quali, dando sfogo alla ­sua felicità cromatica, si sforza­va di non perdere mai il control­lo della prima sensazione. Con quell’aria un po’ smarrita « da cane appena uscito dall’acqua », come scrisse felicemente un suo biografo, con quegli occhi da miope ma attentissimo a ciò che avveniva intorno e dentro di sé, egli inseguiva una sua limpida idea.

Fedele, come si è detto, innan­zi tutto all’insegnamento di Re­noir e di Monet, interprete ecce­zionalmente acuto di quello che avevano significato Cezanne e Munch e Corot, memore persino di alcuni scorci di interno della pittura olandese del Seicento, che per prima aveva elevato a poe­sia questa tematica della quotidianeitĂ  e dell’intimitĂ  domestica. Con inesauribile fantasia perse­guiva una sua pittura organica, una pittura che non copiasse ma afferrasse le persone, le cose, la natura che lo circondava. Dopo aver presto voltato le spalle alla stagione simbolista, durante la quale, per altro, era diventato, con il celebre manifesto France-Champagne, l’ideatore dell’affiche moderna, e dopo alcuni tentennamenti, intorno al ’15, sul problema della soliditĂ  della forma, dovuti probabilmente al­la esperienza cubista, per Bon­nard si trattò di una ricerca uni­voca. Volta, si può dire fino agli ultimi suoi giorni, a ritrovare sulla tela la semplicitĂ  e l’incan­to dell’idea originaria. Solo ed esclusivamente la visione prima­ria difendendola, con abilitĂ  de­gna dei nostri piĂą sottili artisti contemporanei, dalle successive e distraenti implicazioni dell’og­getto, che dopo quella prima ra­pida epifania inevitabilmente sopravvengono. Con paziente umiltĂ  — si conoscono una infi­nitĂ  di aneddoti sulla lentezza con la quale portava a termine i suoi dipinti e sulla necessitĂ  che egli, a volte, sentiva di ritoccarli addirittura a esposizione aperta – un cercare di far ricombacia­re la creazione di una forma, il gesto di stendere un colore, con la prima emozione provata.

« Datemi l’aspetto incantatore che mi occorre », soleva ripete­re a chi gli chiedeva un quadro, un ritratto; E in questa frase mi sembra che ci sia in nuce tutta la sua poetica. Il suo bisogno di una autentica ed elementare emozione e, come conseguenza logica, il suo sentirsi di non ap­partenere ad alcuna scuola; quel suo aderire quasi fisicamente al­la materia dei suoi dipinti, immedesimandovisi come se, come diceva Guido Reni, avesse me­scolato il sangue al colori; quel­l’equilibrio formale perfetto che egli tenacemente perseguiva, fi­no a pregare sul letto di morte il nipote di sostenergli la mano per un’ultima tache di colore, perché l’occhio scorresse senza intralcio. Da cose umili, schiette, cavar fuori con complessissima scienza una visione ombrata ma serena, una simpatia umana, quasi panica, che riempisse co­me un’onda l’osservatore. Dicia­mole pure quelle parole « senti­mento della bellezza » che oggi fanno tanta paura. Bonnard non le temeva. Non le aveva temute quando, primo illustratore di un autore contemporaneo, aveva commentato nell’anno 1900 per Ambroise Vollard, con tenero, dolcissimo segno le « Parallèlement » di Verlaine o quando ave­va illustrato con sottigliezza el­lenistica la favola degli amori pastorali di Dafni e Cloe di Longo Sofista. E tanto meno si era loro opposto nella sua tarda vec­chiaia. Quando nella modesta ca­setta a Cannet, a contatto con quel Mezzogiorno che da tempo lo aveva affascinato e ancora continuava a farlo impazzire di sensazioni, si abbandonava ai suoi colori grumosi e, nel mede­simo tempo, straordinariamente sontuosi, caldi ed espansi.

Ormai una accettazione ma­linconica ma fiduciosa della vi­ta, che traspare anche da quella frase pronunciata a poco meno di ottant’anni: « Alla mia etĂ  si comincia a sapere quello che si deve fare ». E non era certo una posa oppure una maliziosa auto­valorizzazione commerciale. E’ fin troppo noto il suo scontroso candore e come, vedendo i prez­zi a cui venivano vendute le sue opere, anch’egli, al pari del nostro Antonio Mancini, avrebbe potuto dire: « Ho paura s’abbia a finire tutti in galera ». La sua era ormai limpida coscienza del­le sue ragioni. Naturalmente an­che di certi limiti che non si na­scondeva (ammirando Matisse e Rouault) e che, a suo parere, gli impedivano di essere un grande artista. Secondo lui, la sua era soltanto una onesta pittura. Una visione che però — ed il consen­so che oggi sta trovando specie tra gii artisti e in particolare tra i piĂą giovani ne è una prova — aveva il dono di pervenire con sorprendente immediatezza alle’ sorgenti stesse del fare artistico. Qualcosa che ne fa un anello di una lunga tradizione ma anche uno di quelli di fronte ai quali, per la conquistata naturalezza e spontaneitĂ  della loro arte, vien fatto di esclamare con Elie FĂ ure, « che danno l’impressione di aver inventato la pittura ».

 


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Bart