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PITTURA: IL NON FINITO

9 Febbraio 2011

di Francesco Pieraccini

Se mi metto  a dipingere il corpo o lo sfondo tanto per far qualcosa,per riempire lo spazio, verrebbe stupido, verrebbe falso, e dovrei abbandonare del tutto il quadro.- Alberto Giacometti

“Non finire” un’opera d’arte è una pratica utilizzata da diversi artisti considerati tra i maggiori esponenti del loro periodo; alcuni di essi in particolare faranno del Non Finito un vero e proprio tratto stilistico distintivo.

Ma perché decidere di non terminare un lavoro cominciato e magari commissionato da influenti clienti?

Semplicemente per il fatto che l’essere artista non si tratta affatto di un lavoro né tantomeno la sua produzione è considerata una merce di scambio alla stregua di un qualsiasi altro oggetto di arredamento: Cézanne parla piuttosto di “Travail Intelligent”  ovvero di un soffrire intelligente, definizione che ben evidenzia come il fare arte non sia nulla di scontato e pianificabile, ma una continua ed estenuante ricerca dell’arte stessa, di ciò che rende un’ artista differente da un qualsiasi artigiano e che rende il dipinto o la scultura diversi da una fotografia.

Il Non Finito si lega dunque ad una decisa presa di coscienza dell’ uomo rispetto al valore vero e proprio dell’ agire artistico: un’opera non finita ci mette direttamente in contatto con ciò che la rende unica, rara e irripetibile.

Al di là di questa interpretazione generale (che in arte è quasi una blasfemia) troviamo per ogni artista una interpretazione personale e unica dell’ atto in questione,direttamente legata alla sensibilità propria di ciascuno di essi e sulla quale si porrà l’accento in questo articolo.

Il primo importante portavoce del Non Finito artistico è il genio indiscusso Michelangelo che, con grande anticipo rispetto all’affermazione di tale concezione, già nel 1505 crea un San Matteo non portato a termine.

La scultura  raffigura l’apostolo che emerge lentamente, ma con decisione dal blocco di marmo prescelto per la sua creazione.

Si potrebbe obiettare che l’opera non è stata finita per semplice mancanza di tempo: in quel periodo l’artista dovette trasferirsi da Firenze a Roma ,convocato dal Papa Giulio II, e lasciò molte altre opere incompiute.

Ciò però non spiega la particolare dinamicità insita nella scultura.
Infatti il contrasto  della statica del busto e della testa con la tensione muscolare resa evidente nella gamba sinistra e ne braccio destro sembra invece suggerire l’idea di una forma che tenta di staccarsi dalla materia inerte del marmo per diventare figura; come se fosse l’ apostolo Matteo stesso a chiedere di essere liberato dal marmo e non tanto Michelangelo a scolpirne i contorni.

Inoltre il Non Finito compare in diverse successive opere del maestro italiano, tra tutte la Pietà Rondanini.

Qui i volti di Cristo e della Vergine sono appena suggeriti, ogni concezione classica e accademica è del tutto ignorata: la carica patetica dell’insieme scaturisce con potenza proprio dalla sua semplicità, dalle linee e dai contorni appena suggeriti.

Così nella statua ogni sovrappiù viene eliminato, non rimane altro che il cuore stesso dell’iconografia della “Pietà”: dolore e smarrimento.

Il pensiero di una figura ideale che emerge di sua volontà dal marmo e la necessità di esprimere le cose nella loro purezza derivarono a Michelangelo dal pensiero filosofico neoplatonico, che stava tornando in auge, prima nelle corti fiorentine, poi nel resto d’Italia.

Tralasciando i particolari di questa corrente di pensiero mettiamo invece in evidenza i tratti che hanno avuto maggior riscontro nel pensiero artistico.

Come nella filosofia di Platone, il neoplatonismo rinascimentale proponeva una distinzione tra regno materiale e regno trascendente: vi era in sostanza la convinzione che ogni figura percepita nel mondo sensibile fosse in realtà lo specchio di una sua versione ideale e perfetta, derivata direttamente da Dio.

Il mondo di questi soggetti ideali era logicamente considerato ciò che di più degno fosse nel creato e, in quanto tale, ciò che vi fosse di più degno di rappresentazione.

Michelangelo, che secondo l’usanza del tempo era artista in quanto “homo universalis”, ovvero studioso di un’ ampia teoria di saperi scientifici e umanistici, di certo non ignorava questa linea di pensiero.

Così il Non Finito di Michelangelo si carica di significato filosofico: come può l’uomo, essere imperfetto per natura, rappresentare ciò che c’è di più perfetto al mondo?

Il “travail” dell’artista diventa quindi un continuo tentativo di cogliere tale perfezione e renderla in figura, tentativo che non può mai avere un fine: nonostante sia l’idea stessa di perfezione a manifestarsi costantemente nella mente dello scultore, egli non riuscirà mai a darle una forma a tutto tondo.
E’ la sua stessa umanità ad impedirlo.

Il Non Finito non sarà più utilizzato dagli artisti, se non in manifestazioni sporadiche e comunque in modo non determinante, fino al 1800 con Cézanne e Medardo Rosso.
Da questo periodo in poi il Non Finito comparirà sempre più spesso nelle tele e nelle sculture.

Il “gap” di ben tre secoli mette in evidenza il talento e la creatività incredibili di Michelangelo; ma cosa avviene agli inizi dell’ ‘800 che fa sì che il Non Finito torni a manifestarsi nella produzione artistica ?

Intorno al 1830 iniziano i primi esperimenti sulla fotografia.
Questa nuova invenzione mise seriamente in discussione il ruolo dell’artista nella società moderna, che non poteva più essere considerato un semplice copista della natura, ma una personalità che sapeva rappresentarla donando ad essa un tocco personale, una propria unicità.

Sarà questo motivo che porterà artisti come Monet e Cézanne a rinchiudersi in isolamento nelle loro case a concentrarsi sul vero scopo della pittura.

E’ Cézanne stesso a dirci:- Vi devo la verità in pittura e ve la dirò. –
Per Cézanne questa verità rappresenta il bisogno di comunicare, tramite la pittura, la realtà oggettiva delle cose, cogliendo ogni soggetto nei tratti che lo rendono ciò che è.

I suoi quadri, specialmente quelli riguardanti l’ultimo periodo della sua vita, passato nella casa in Provenza, sono tutti lasciati in modo più o meno evidente incolncusi, lo stesso artista considererà tutti i suoi quadri “Non Finiti”.

Questa impossibilità di portare a termine un quadro sta nella difficoltà di staccarsi da ogni sentimento soggettivo a favore del vero pittorico. Cézanne infatti si oppone ai precetti dell’impressionismo che volevano fermare nel quadro l’impressione istantanea dell’artista: egli voleva rappresentare la natura per come essa fosse realmente.

Questo obiettivo necessitava per Cézanne un contegno deciso e una concentrazione totale (il “travail”), che lo inchiodassero sul soggetto dipinto in modo da coglierne i tratti puri, senza nulla lasciare al continuo mutare delle immagini di fronte ai nostri occhi.

Una volta colta l’essenza del soggetto, tutto il resto diventa secondario, puro riempimento, libero cioè di non essere portato a termine.

Allo stesso tempo il soggetto stesso non è finito, perché, per quanto l’artista possa sempre avvicinarsi all’essenza di una cosa, essa è sfuggevole, mai completamente afferrabile e riproducibile nell’istante in cui si presenta davanti.

Ne risulta così un quadro in cui il soggetto è reso da pochi tratti, che però lo rappresentano nella sua essenza più pura.

In particolare poi è necessario rendersi conto come per Cézanne la realtà non è costituita da linee, volumi e superfici, ma solamente da colore, che nei suoi vari toni, variando via via di luminosità, definisce ogni soggetto e lo rende vero di fronte al nostro sguardo.

Per questo nei suoi quadri è il colore ad assumere sempre un ruolo dominante rispetto al disegno e alla linea, il pittore vuole cogliere la verità del colore, che è la verità della realtà stessa.

Significative sono le varie tele raffiguranti la “Montagna di Santa Vittoria”, colta ogni volta da un punto di vista differente, come una continua ricerca della sua rappresentazione completa.

Questo deciso prevaricare del colore è ancora più evidente nel “Giardiniere”, dove linee e contorni sono appena abbozzati a favore di una variegata tonalità di colori.

Contemporaneo di Cézanne è Medardo Rosso, ma il suo Non Finito assume caratteristiche molto divergenti.

Se infatti il pittore provenzale era giunto al rifiuto dei valori impressionisti, lo scultore Medardo Rosso cercò di creare un parallelo scultoreo con la loro pittura .

Ne deriva così una scultura caratterizzata dalla visione singola, ovvero un’opera che non chiede di essere analizzata a tutto tondo, ma da un unico punto di vista e possibilmente con determinate condizioni di luce, alla stessa maniera di un quadro.

I volumi dei soggetti rimangono indefiniti, ed è evidente l’impronta dello scultore durante la modellazione, sono questi gli artifici con cui l’autore si richiama all’ impressionismo.

Le sue sculture rimangono così non finite: il loro soggetto, che sembra essere ancora in fase di modellazione, si fonde con l’ambiente circostante, come se desse forma a quest’ultimo e, contemporaneamente, ne fosse formato.

Esemplare in questo senso è “L’ Uomo che Legge”: una figura progettata per essere vista dall’alto la cui la parte inferiore del corpo contribuisce a creare il suolo su cui  poggia.

All’inizio dell’articolo citai Alberto Giacometti  e proprio con costui ho intenzione di concludere.
Anche questo artista del secondo dopoguerra fa del Non Finito il proprio tratto distintivo assumendo fra l’altro un atteggiamento molto simile a Cézanne.

Infatti anche Giacometti lavora su quadri e  sculture per periodi molto lunghi, concentrandosi su pochi particolari che continua a distruggere e  ridefinire.

A differenza di Cézanne le sue opere sono molto più spoglie , il colore viene decisamente smorzato e si riduce ad un semplice chiaroscuro utile a definire i volumi e la luce.

Non c’è da stupirsi: nella seconda metà del 1900 il ruolo dell’artista è ormai totalmente cambiato e di conseguenza anche le sue tecniche e le sue priorità.

Per Giacometti è essenziale cogliere l’esistenza di un modello, ovvero ciò che lo caratterizza come ente facente parte del reale ma allo stesso modo da esso distinto come soggetto unico: non a caso è stato chiamato artista esistenziale.

Per ottenere questo risultato Giacometti preferisce non perdersi in particolari come l’ambiente che circonda il modello, ma ricerca piuttosto ciò che lo distingue in quanto persona, che lo rende diverso da tutti gli altri.

Questa ricerca  è da sola sufficiente a catturare totalmente l’attenzione dell’ artista, così che il “travail” di giorni e giorni si concretizza esclusivamente in essa.

Il lavoro di Giacometti è descritto in modo minuzioso ed interessante nel libro di James Lord “Un Ritratto di Giacometti”.

In questo libro, dove si descrive l’artista svizzero alla prese con un ritratto dello scrittore,  è ben messa in evidenza la sua visione di arte come continuo cammino verso una meta certa ma irraggiungibile, un continuo sforzo  che caratterizza l’artista per ciò che è veramente:
il relatore sincero della realtà che ci circonda, che è molto più ricca di quanto si possa immaginare.

RIFERIMENTI

Michelangelo:

San Matteo

Pietà Rondanini

Cézanne:

Montagna Santa Vittoria

Il Giardiniere

Medardo Rosso:

Bookmaker

L’Uomo Che Legge

Alberto Giacometti:

Ritratto di James Lord

Ritratto di Annette


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1 commento

  1. Comment di Isabella Pippi — 15 Febbraio 2011 @ 14:09

    é difficilissimo fornire a questo articolo un commento che non sembri insulso e banale, perchè effettivamente la prima cosa che mi viene in mente è proprio un insulso e banale commento: sublime. Sublime è il tema trattato, sublime è lo stile dell’autore che con il suo amore travolgente e insuperabile per l’arte riesce a farla diventare viva, riesce a trasmettere il suo significato intimo e nascosto anche alle persone che non sono capaci di coglierlo. Complimenti, continua così! Sei il migliore!

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