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Poggiani, Laura

11 Novembre 2019

Il Comandante Pippo

Il Comandante Pippo

Manrico Ducceschi, “Pippo”: ai limiti della leggenda.

Ci troviamo di fronte a un libro dedicato ad una delle figure più importanti della Resistenza, Manrico Ducceschi, conosciuto come Pippo, Comandante del Battaglione Autonomo XI Zona Militare Patrioti che operò nell’Appennino tosco-emiliano,“una delle poche formazione di partigiani che annovera vittorie e non subisce sconfitte militari.”. La sua figura è ai limiti della leggenda. L’autrice Laura Poggiani è la nipote, figlia della sorella più piccola, Leila. È depositaria di molti documenti importanti, che con questo lavoro mette a disposizione dei lettori. Un libro atteso, necessario, dunque, e si deve alla sensibilità di Andrea Giannasi, editore di Tra le righe libri, la sua pubblicazione in una collana di scritti di guerra invidiabile e che quasi sicuramente diventerà presto la più completa in circolazione. Già rilevante il suo catalogo.

Come si vedrà, questo autentico e appassionato protagonista di uno dei momenti più importanti della storia del nostro Paese, non ha ancora ricevuto in Patria il riconoscimento che gli è dovuto, e perfino la sua morte è avvolta da un inquietante mistero.
Scrive l’autrice al principio della sua introduzione: “Sono passati ormai 71 anni dalla scomparsa di Manrico detto Pippo, e le modalità, nonché le motivazioni della morte resteranno in quel nutrito gruppo che compone lo schedario virtuale dei ‘Misteri d’Italia’.”; “… così mi sono detta che da quel momento sarebbe nato un sito dedicato alla memoria di mio zio Manrico, dove sarebbe stato pubblicato solo quanto rigorosamente riscontrato su base documentale.”.

Lo scopo del libro è manifestamente esposto con queste parole: “La questione, infatti, non è certo il carisma di Pippo, il suo valore o l’abilità di Comandante, accertata e criticata solo da quei pochi che erano motivati da distorsioni politiche. La questione invece è proprio la morte: chi o cosa l’ha causata? Come è realmente avvenuta? Per quale motivo? Come mai in tutti questi anni nessuno studioso si è mai attivato per cercare negli archivi statunitensi o britannici tracce dell’indagine che i servizi segreti alleati avevano prodotto, parallelamente ai servizi italiani?
Ad alcune di queste domande cerchiamo di dare una risposta guidando per mano il lettore, prima nella conoscenza di questo incredibile personaggio poi negli eventi di quel periodo – perché ogni fatto che accade è sempre agganciato ad eventi più grandi che caratterizzano la realtà di quel momento – ed infine, documenti alla mano, cercando di delineare a 360° l’accaduto, lasciando che sia il lettore a crearsi una sua opinione che, però, sarà assai diversa da quella del ‘così è se vi pare’ di pirandelliana memoria.”.

Seguiamo, dunque, questa storia, che già dall’inizio ci appare molto avvincente sia per le qualità di questo uomo buono e coraggioso, e amato dai suoi uomini ai quali dedicava un’attenzione solidale, e sia per la sua morte così misteriosa, ingiusta e atroce.

“Manrico Ducceschi nasce l’11 settembre 1920 a Capua (Caserta) da Fernando Ducceschi e Matilde Bonaccio ed ha una sorella più piccola, Leila. La nascita a Capua è puramente casuale, avviene durante un viaggio della madre, infatti la famiglia è di Pistoia, città dove Manrico cresce e compie di studi, fino alla scelta di andare all’Università di Firenze, alla Facoltà di Lettere e Filosofia, che segue brillantemente.
È costretto però ad interrompere lo studio per partire militare e gli avvenimenti dell’8 settembre 1943, quando viene di fatto disciolto l’esercito Italiano, lo portano a tornare a casa da Tarquinia, dove si trova in quel momento, a piedi, evitando le strade principali per non correre il rischio di essere catturato dai tedeschi.”.
La sua vita di partigiano è già decisa qui, all’indomani dell’8 settembre, senza che vi sia alcun indugio.

Ma l’autrice comincia dalla sua morte: “È il 26 agosto 1948, giovedì. Fernando è un po’ preoccupato per il prolungarsi del silenzio del figlio. Manrico, infatti, doveva partire per Roma e appena tornato occuparsi di una faccenda delicata, come lo è sempre una denuncia. Fernando si era raccomandato che il figlio lo avvisasse prontamente del suo ritorno ma, fino a quel momento, tutto taceva.
Ad un certo punto Fernando decide di andare a casa del figlio. Ha le chiavi e pertanto entra senza problemi. È sorpreso nel trovare, sul tavolo di cucina, due tazzine con ancora i resti di un caffè, come se vi fossero stati ospiti ed una partenza poi così frettolosa da non lasciare il tempo nemmeno di sciacquare velocemente le stoviglie. Sale al piano di sopra e qui la scena che si presenta è raccapricciante, come solo lo può essere quando un padre scopre il cadavere del proprio figlio. Morto per impiccagione, stabiliranno poi le autorità, ma Fernando non ha dubbi: non si tratta di un suicidio! Immediatamente corre verso l’armadio a controllarne un cassetto segreto. Ancora tutto al proprio posto: cifrari, archivi e… i diari. Sa di avere poco tempo per cui prende quello che a suo avviso è più importante, ossia i diari, che nasconde sotto la giacca e, richiuso l’armadio, esce rapidamente dalla casa.”. Assunta l’ipotesi dell’omicidio, l’autrice indica con nome e cognome i sospettati.

Non solo, ma ci ricorda il clima internazionale farraginoso e inquieto di quel 1948, in cui Manrico fu trovato morto, un anno che vide molte lotte finalizzate alla conquista di posizioni tanto territoriali quanto ideologiche che ebbero protagonisti l’occidente e il comunismo sovietico. È anche l’anno in cui, il 14 luglio, “Palmiro Togliatti è gravemente ferito, con quattro colpi di pistola, dallo studente universitario Antonio Pallante.”.
“Il 14 luglio, con l’attentato a Togliatti, Segretario del Partito Comunista, si sfiora la guerra civile. Si verificano gravi incidenti e molte interruzioni di lavoro nelle fabbriche del Paese. A poche ore dal fatto, l’Italia è isolata politicamente, oltre che fisicamente. Ma pure senza telefoni, con il solo passaparola, in tutto il Paese si organizzano spontaneamente barricate su molte strade di grande comunicazione e nelle più importanti città.
Specialmente nel Nord Italia dove più forte è la presenza comunista, vi è un gran fermento, sono tutti mobilitati anche se nessuno sa il da farsi.”.

È un clima, dunque, di resa dei conti, e si capisce bene che un partigiano come Manrico Ducceschi che, pur essendo di fede mazziniana, ha sempre rifiutato di accogliere qualunque ideologia nella sua Formazione, e che, per il ruolo svolto nella Resistenza, custodiva importanti segreti, stesse diventando un personaggio scomodo e ingombrante.
La tesi che Laura Poggiani avanza mi ha sempre trovato concorde e ho considerato ridicole quelle che ancora persistono secondo le quali si tenta di insinuare che il Comandante si tolse la vita per un supposto tradimento della moglie Matilde con un vicino di casa, Franco Caramelli. Ducceschi non era uomo da suicidarsi per una faccenda del genere.

Invece, va sottolineato il marasma ideologico che esplose con l’attentato a Togliatti, avvenuto appena un mese prima della morte di Manrico. I comunisti si erano scatenati, pronti a mettere il Paese a ferro e a fuoco, se non fossero stati fermati dallo stesso Togliatti, preoccupato per le conseguenze che questo marasma avrebbe avuto sulla situazione politica già fortemente compromessa dalla guerra civile.
Le elezioni del 18 aprile, appena 3 mesi prima, con sorpresa dei comunisti, erano state vinte dalla Democrazia Cristiana con una percentuale schiacciante del 48,5%, mentre il Partito Comunista, che col raggruppamento del Fronte Popolare credeva di vincerle, si era fermato al 31,0%.

Un clima anche troppo surriscaldato. Già dopo il 25 aprile si era assistito, nel cosiddetto triangolo della morte del Nord Italia, alla eliminazione, da parte delle Brigate comuniste, di molti partigiani scomodi, che costituivano un ostacolo al programma prefissato della conquista del potere e della consegna dell’Italia all’orbita sovietica (si vedano le numerose denunce, mai smentite, presenti nei libri di Giampaolo Pansa).
“Incidenti si sono verificati a Roma nel corso della manifestazione di protesta per l’attentato a Togliatti. Sin dalle prime ore del pomeriggio masse di dimostranti sono andate confluendo verso piazza Colonna. I manifestanti che tentavano di invadere Palazzo Chigi, sono stati respinti dalle forze di polizia che, sotto la pressione della folla, hanno esploso alcuni colpi di arma da fuoco in aria; altri gruppi hanno disselciato in alcuni punti il piano stradale… fatto barricate sotto la Galleria. Si sono avuti feriti e contusi tra i dimostranti e agenti di polizia. Alle ore 18 la massa si è concentrata in piazza Colonna.” (Comun. Ansa, ore 21.00).

La morte di Ducceschi potrebbe dunque definita, con una forte dose di probabilità, un’appendice del biennio rosso seguito al 25 aprile e potrebbe ascriversi al rinveniente odio ideologico resuscitato dall’attentato a Togliatti.
Il Comune di Lucca gli ha intitolato una piccola strada, che scorre a fianco dell’Ufficio postale di Nave, ma niente di più, e sarebbe auspicabile, invece, che si adoperasse affinché a questo generoso e indomito combattente, al quale si deve se gli Alleati poterono superare la famigerata Linea Gotica, sia finalmente riconosciuta la massima onorificenza prevista per questo tipo di impegno, che ha contribuito in modo significativo a liberare il nostro Paese dalla tirannide nazifascista. Il suo battaglione fu il solo che gli Alleati autorizzarono a unirsi alle loro formazioni, fino addirittura a Milano, liberata, come tante altre città del Nord, anche con il contributo dei partigiani di “Pippo”. Carlo Gabrielli Rosi, nel suo “Ricordi di guerra e di pace. Donne e uomini della provincia di Lucca” (due ponderosi volumi), così lo ricorda dando voce ad uno dei tanti testimoni che lo hanno conosciuto, Sante Santini: “Durante la nostra permanenza a Milano eravamo accampati in Via Vercellese, alla periferia di Milano, la prima cascina o la seconda provenendo da Milano.
Prendemmo parte anche alla sfilata, ascoltammo il discorso di Ferruccio Parri. Egli fece l’elogio dei Partigiani locali ed uno particolare lo fece a noi ed al comandante ‘Pippo’, in particolare per il comportamento della Formazione XI Zona che aveva combattuto, dopo il periodo clandestino, per oltre sette mesi al fianco degli Eserciti alleati. Il ritorno lo facemmo in un’unica colonna con gli automezzi presi agli Alleati.
Poi, il 6 giugno del 1945, ci ritrovammo tutti sull’Abetone e, alla presenza di ufficiali alleati, ebbe luogo lo scioglimento della Formazione con l’onore delle armi.” (pag. 301, volume II). In questo volume troviamo anche la testimonianza della stessa Laura Poggiani, la quale ci fa sapere che: “io non ho mai chiamato Pippo, come se questo nome appartenesse a qualcuno di un’altra dimensione a me distante” (Ibidem, pag. 243).

A guerra finita, gli Alleati assegnarono a Pippo la “Bronze Star”, una delle più alte onorificenze attribuibili ad un combattente straniero, che gli fu consegnata presso Palazzo Santini, sede del Comune di Lucca. Il 15 maggio del 1945, sarà assegnata anche a Enrico Mattei che la ricevette a Milano dalle mani del generale Mark Wayne Clark.
Il 15 aprile 1948, ossia il giorno dopo l’attentato a Togliatti, la situazione stava prendendo le forme di una vera e propria, e sanguinosa, rivoluzione. Si cominciarono a contare i morti in varie città dell’Italia, da Nord a Sud. È il giorno in cui, a frenare gli animi, e a dare un forte contributo alla cessazione degli scontri, arriva la notizia della strabiliante vittoria di Gino Bartali al Tour de France: “Ma alle 17:15, attraverso alcune radio accese nei bar, arriva dalla Francia la notizia che il ‘vecchietto’ Gino Bartali, a dieci anni dall’ultima vittoria nel Tour del ’38, avendo 22 minuti di distacco dalla ‘maglia gialla’, sulla tappa delle grandi montagne, passando primo su ogni Colle della grande tappa alpina, sta dominando la corsa e sbaragliando il fior fiore del ciclismo internazionale, recuperando, prima sul Col de Var e poi con un ‘volo’ leggendario sull’Izoard, tutti i minuti di ritardo.”.

Come nel libro già citato di Gabrielli Rosi, anche in questo, incontriamo testimonianze che confermano il valore militare e umano di Ducceschi. In una di queste, che l’autrice rende anonima utilizzando il nome fittizio di Giovanni, si legge: “Sulla Linea Gotica dove erano di stanza dei comandi tedeschi, mi venivano notizie anche sulle attività della formazione di Pippo, tanto da ritenere che il suo comandante fosse un ufficiale di carriera, esperto in addestramento al combattimento.
Riuscì a ottenere una forte disciplina dai suoi uomini e costituirli in bande regolari. Io ero convinto che fosse perlomeno un ufficiale superiore, perché le notizie che mi arrivavano erano di azioni che avvenivano contemporaneamente su più punti dei monti, quindi calcolavo che la formazione fosse di migliaia di uomini, come solo un ufficiale superiore poteva fare.”.

Se si pensa che Ducceschi, essendo nato nel settembre del 1920, era un giovane studente universitario (come l’altro eroico capo partigiano lucchese Leandro Puccetti del “Gruppo Valanga”, alla cui memoria è stata assegnata la medaglia d’oro), le sue rilevanti doti di comandante e di stratega appaiono sorprendenti. Continua l’anonimo: “Incontrai Manrico e confesso che rimasi sorpreso di trovarmi davanti un giovane stempiato, non molto alto, che non aveva l’aspetto di un ufficiale di carriera e che era stato capace di comandare in combattimento centinaia di uomini.”. E ancora: alla fine del 1946 “Venivano tutti da Manrico a chiedere, sia i familiari dei partigiani che di quelli ammazzati dai partigiani, e lui aiutava tutti. Manrico dimostrava una particolare sensibilità verso coloro che avevano partecipato alla lotta di liberazione.”; “Mi rendevo conto che egli era un giovane comandante, dotato di altruismo, che non trovava adeguato aiuto nelle istituzioni. Penso che qui ci sia il perché sia stato assassinato o si sia suicidato. (…) Pippo era disorientato e forse non trovava nei grossi partiti un grande aiuto. È certo che, se invece di aver aderito al Partito d’Azione, sorto nel 1942 e disciolto nel 1947, di estrazione mazziniana, fosse stato aderente al Fronte Popolare o al Partito democristiano, può darsi che l’avvenire gli avrebbe riservato un altro destino.”.

L’anonimo propende per il suicidio, causato dall’isolamento in cui si era trovato Pippo, che nessuno voleva aiutare: “C’è chi crede alla tesi dell’omicidio. Io invece opto per il suicidio.”; “escludo con certezza che possa essersi trattato di omicidio passionale.”.
L’autrice non è soddisfatta, alcune cose non tornano, come la diceria che Pippo fosse in miseria; invece poteva rifornirsi di cibo facilmente come dimostra una lettera che è uno dei tanti documenti allegati a questo lavoro: “Pippo era in grado in qualsiasi momento di procurare per sé e i suoi uomini i necessari fondi di sussistenza.”. Va precisato, tuttavia, che trattasi di una lettera datata 26 febbraio 1945, prima, ossia, della fine della guerra. Una lettera, invece, del 4 giugno 1948 diretta ad un parente, Piero Ducceschi, Consigliere della Corte dei Conti a Roma, mostra un Pippo ancora molto attivo nel cercare di aiutare i reduci partigiani.

Ai primi del 1948 si tengono alcune riunioni di pertiti politici presso la sede dell’XI Zona, riunioni che mettono a fuoco contrasti con l’Associazione Nazionale Partigiani Italiani (A.N.P.I.), di ispirazione comunista, alla quale Ducceschi scrive una dura lettera datata 12 maggio 1948, in cui insiste a voler rifiutare la sua adesione all’Associazione stessa. Una delle varie motivazioni che adduce, recita: “d) Il sistema, e non esagero a dirlo, prettamente fascista, usato infine sul piano pratico ed assistenziale nell’accaparrare l’esclusività ed il monopolio del partigianato; l’aver messo addirittura i partigiani di fronte ad una disparità di condizioni per le quali certi diritti concessi dalla Legge indiscriminatamente a tutti, sono stati invece di arbitrio e resi accessibili solo a coloro che hanno obbedito all’irreggimentazione del tesseramento obbligatorio”.

È una lettera chiave per completare e rendere più chiaro il quadro di complicità, di diffidenza e di inimicizia in cui Pippo si trovava ad operare. Verso il termine la lettera è dirompente: “La morale della favola però è molto chiara: se i partigiani di concezioni politiche diverse da quella assunta dall’A.N.P.I. ivi compresi gli indipendenti, si sono scissi cercando di costruirsi un’altra casa sul piano associativo per loro più ospitale, se altri partigiani e fra questi anche una parte di quelli stessi che personalmente sono delle stesse idee politiche perseguite dall’associazione, per senso di onestà e di imparzialità manifestano apertamente il loro disagio, se abbiamo dato infine all’opinione pubblica italiana e in particolar modo ai fascisti un così bello spettacolo di unità partigiana, la colpa e la responsabilità grave ed imperdonabile è da ascriversi esclusivamente alla linea di condotta politicante dell’A.N.P.I. contro la quale non potrà mai sufficientemente riversare la mia amarezza ed il mio rammarico.”.

Già nel corso della Resistenza, anche all’interno della XI Zona erano comparsi dissidi tra comandanti dei vari gruppi e reparti, e sono riportate alcune interessanti testimonianze al riguardo. Una di queste, di Lindano Zanchi, narra del dissidio tra Pippo e Gianni La Loggia su a chi affidare in consegna le relazioni della XI Zona al termine, ormai prossimo, della guerra. Gianni propende per lasciarle a Randolfo Pacciardi, repubblicano, già Comandante delle Brigate Internazionali nella guerra di Spagna, ma trova la contrarietà risoluta di Pippo, che provoca la sua uscita di scena: “Gianni, montato su tutte le furie, accusando di essere stato mancato di rispetto e di riconoscenza, piantò tutti in asso e se ne andò uscendo definitivamente di scena. Sparirono anche Paolino e Cecco, ecc. Noi che restammo, Enzo compreso, eravamo rimasti esterrefatti e increduli.
Fu un grande dispiacere la perdita di Gianni, per Enzo, Gino e me in particolare. Ma ormai la rottura era irreparabile.”. La testimonianza di Zanchi ci riferisce anche la circostanza della ‘Bronze Star’ assegnata a Pippo: “Il Maggiore Rossetti comunicò a Pippo che il generale Clark voleva incontrarlo e si parlò di onorificenze, che Pippo non avrebbe volute destinate a lui ma alla formazione. A un certo punto fui incaricato di recarmi sul fronte. Quindi lasciai S. Casciano per andare a prendere il comando in Granaio, passando da Siviglioli.
Di lì a poco venni di nuovo richiamato a dirigere il gruppo Comando perché Pippo doveva andare all’incontro con il Generale e voleva che stessi lì. Mi lasciò la responsabilità di comando coadiuvato da Piero Michelozzi, che fino ad allora non conoscevo. Quando Pippo rientrò mi informò che gli avevano conferito la BRONZ STAR e che da allora eravamo stati accettati come ‘reparto Autonomo’ in linea di fronte con gli Alleati sebbene in realtà fossimo spostati in avanti in terra di nessuno.”.

Interessante il seguente passaggio di Carlo Onofrio Gori, storico nato a Prato e pistoiese d’adozione, morto nel 2017, tratto da ‘Personaggi’ (articolo comparso sul n. 38 – nov./dic. 2004 – di “Microstoria”): vi si parla di Silvano Fedi, che fu un importante partigiano anarchico, ucciso dai tedeschi “in un’imboscata dai contorni poco chiari” che operava nell’area pistoiese:  “Silvano, anche in seguito, destinerà sempre parte dei materiali ricavati dai suoi attacchi ai presidi nazifascisti di città e dintorni, condotti spesso senza spargimento di sangue, al rifornimento di altre formazioni partigiane pistoiesi, da quella di ‘Pippo’ (Manrico Ducceschi)i, a quelle del Partito Comunista e del Partito d’Azione … successivamente Silvano decise di avvicinare il pistoiese Licio Gelli (in tempi più recenti assurto alle cronache nazionali per la vicenda della Loggia P2), un tenente di 25 anni ufficiale di collegamento fra il fascio pistoiese e la Kommandantur tedesca che già da qualche tempo aveva offerto la propria collaborazione alla Resistenza.
Gelli, ormai gravemente compromesso agli occhi degli antifascisti pistoiesi, di fronte all’inesorabile avanzata Alleata, cercava di acquisire meriti ‘partigiani’ presso il CLN per poter salvare la pelle, come poi accadde”.

A Gelli molti anni più tardi viene fatta risalire da alcuni “esponenti del SISMI: Federigo Mannucci Benincasa e Umberto Nobili”, “sue responsabilità nell’omicidio di Silvano Fedi e nella morte di Manrico Ducceschi, che il Mannucci non riteneva attribuibile ad un suicidio, ma anch’essa all’opera di Gelli.”.

Gelli era in realtà un doppiogiochista. Quando i tedeschi ravvisarono che aveva qualche relazione coi partigiani, egli cercò di sviare i sospetti organizzando per Silvano Fedi in una trappola mortale. Della cosa si era insospettito anche Pippo, e in una lettera a firma “anonimo” (in realtà compilata dal Nobili e dal Mannucci) inviata nel 1981 al Giudice Gentile della sede di Bologna, il quale stava svolgendo indagini su Gelli, si legge: “Pensi, Signor giudice, che quel Manrico Ducceschi, Partigiano di cui accennavo all’inizio di questo mio scritto, era a conoscenza della verità, tutta intera, nella vicenda Gelli-Fedi.
Ed anche lui morì stranamente suicida, nel 1948, in circostanze le cui spiegazioni non hanno mai soddisfatto nessuno.”.

L’autrice mostra di aver lavorato con tenacia e pazienza al fine di ricercare prove dell’omicidio contro lo zio, depositario di troppi segreti scomodi. La serie di documenti che stiamo analizzando grazie a lei, non ci hanno fatto trovare ancora quella che in materia di prove viene definita la “pistola fumante”, ma certamente il lettore a questo punto ha già maturato molte perplessità ad aderire alla tesi del suicidio.
Ma davvero Pippo era in depressione, come qualcuno ha sostenuto? Ma davvero aveva creduto alla relazione della moglie Matilde col vicino di casa Franco Caramelli e per questo si era impiccato? E l’isolamento in cui si era trovato, schivato da molti che non condividevano la sua entrata “in conflitto con le formazioni di fede ‘socialcomunista’”, può essere considerato motivo sufficiente a convincere ed accogliere la tesi del suicidio del leggendario Comandante?

Nella bella testimonianza su Pippo di Rolando Anzilotti, riportata a pag. 57 del primo volume dell’opera succitata di Carlo Gabrielli Rosi, si legge: “Si vede che il senso dell’umorismo, quello che non è altro che controllo di se stessi, che impedisce di dare troppa importanza e sopravvalutare fatti e persone, non l’ha abbandonato. Ed è bene. Perché sarebbe facile per un giovane di ventitré anni, con tanti uomini sotto il suo comando, tante responsabilità (sono km di fronte quelli tenuti dalla sua formazione), e tanto onore acquistatosi, sarebbe facile perdere l’equilibrio dell’uomo saggio, inorgoglirsi, assumere atteggiamenti e pose importanti da gran capo; molto più quando è capitato di crescere in tempi di dittatori sensibili agli appellativi roboanti, alle lodi sviscerate, e che amavano mettersi le mani sui fianchi con piglio severo e autoritario. E ci sarebbe davvero da montare in superbia per Pippo.”. Pippo era arrivato a comandare ben 882 uomini!

E più avanti, a pag. 59: “Un capo, poi, viene obbedito se ha prestigio, se riesce ad essere il migliore fra tutti gli altri in ogni cosa. La disciplina qui è basata tutta sull’esempio di quelli che comandano e sullo spirito generoso, volontaristico di quelli che eseguono. Perché credi che tanti uomini, spesso più anziani di lui abbiano voluto seguire Pippo per mesi e mesi?
Perché Pippo era quello che rimaneva eventualmente il più affamato, se i viveri non bastavano; perché con la febbre a 39, si toglieva i pantaloni per farli indossare al compagno che non aveva che un paio di brache e doveva montar di guardia; perché era capace di camminare e affaticarsi per giornate intere prendendosi meno riposo di ogni altro; perché insomma erano in lui grandi quelle doti di abnegazione, di intelligenza, di intrepidezza e di vera bontà che sono necessarie per essere prima amati, poi obbediti.”.

E ancora, a pag. 61: “Per chi fosse abituato a pensare agli uomini di guerra come a persone che torreggiano sugli altri, con un fascino tutto personale, gli occhi pronti a penetrare gli animi dei gregari, i gesti e le parole brevi e concise, Pippo credo che costituirebbe davvero una delusione.
Nessuno si sente a disagio davanti a lui; ha solo l’impressione di trovarsi insieme a un amico comprensivo e intelligente, fermo e risoluto.”.

Questo era Pippo, e lo si vorrebbe morto suicida? Mi convinco sempre di più che la tesi dell’omicidio è la più convincente, quella che è meno esposta a dubbi e a critiche. Pippo sapeva troppe cose, e le sapeva a riguardo dei suoi nemici.

L’autrice ritorna sulla pista Gelli, annotando questo particolare. Il 7 gennaio 1947, per i sospetti che gravano su di lui come filo nazista, viene sottoposto dal Ministero dell’Interno ad “attenta vigilanza”. Ma 9 mesi più tardi, l’11 settembre, gli viene concesso il passaporto “per la Francia, Spagna, Svizzera, Belgio ed Olanda.” E quando arriviamo al 1948, l’anno della morte di Pippo, avvenuta, come si sa, il 24 agosto: “Il 9 luglio la vigilanza è ridotta da ‘attenta’ a ‘discreta’ per quanto concerne la posizione del Casellario Politico Centrale. Colpisce che questo allentarsi della sorveglianza, che rende indubbiamente Gelli più libero nei movimenti, avvenga ad appena un mese di distanza dalla morte di Pippo.”.

Si aggiunga che, finita la guerra, Manrico Ducceschi temeva il “pericoloso rosso”, ossia l’avvento dei comunisti al potere, i quali già avevano manifestato questo intento sia nel corso della guerra partigiana, sia nel biennio successivo con la sanguinosa resa dei conti nei confronti dei capi partigiani che vi si opponevano. Il già ricordato Giampaolo Pansa nei suoi libri ‘revisionisti’ fa vari nomi di queste vittime.
E infatti, in occasione della sua morte, in un “doppiofondo dell’armadio” furono “rinvenuti relazioni, appunti ed altri documenti in gran parte dallo stesso redatti, relativi alla organizzazione clandestina militare comunista, abilmente occultati in un cassettino di un armadio con funzionamento segreto a scatto.
Il Ducceschi era anticomunista e si vuole che parecchie sue relazioni sulla situazione politica siano state consegnate ad un ufficiale del servizio informativo americano” (Dalla nota n. di prot. 029/Ris. Datata 09.09.1948 della Questura di Lucca indirizzata a S.E. Il Capo della Polizia).
Precisa l’autrice: “Da questi documenti, in pratica, si delinea un quadro estremamente dettagliato dell’organizzazione paramilitare comunista nel 1948 ed il quadro è tale da far predisporre a Manrico un piano di emergenza con tanto di ordine di coprifuoco, qualora dall’Emilia e nelle altre aree geografiche monitorate si fosse concretizzato il ‘golpe’ comunista.”.

A mio giudizio questa pista è tra le più credibili, visto ciò che era accaduto subito dopo il 25 aprile 1945, allorché furono eliminati pressoché i più importanti avversari dei comunisti. C’era, ovviamente, chi conosceva il lavoro di indagine sul “pericolo rosso” che Manrico stava compiendo e ne sapeva il contenuto esplosivo che avrebbe messo allo scoperto non solo il piano sovversivo, ma anche i nomi di coloro che lo sostenevano.
Un uomo che stava indagando sul “pericolo rosso” e che stava raccogliendo molto materiale compromettente, e che dimostrava un’abilità speciale in questo lavoro di indagine e di ricerca, non poteva essere lasciato libero di muoversi impunemente.

Questa nota appare chiarificatrice: “La zona era fortemente monitorata dai servizi segreti alleati, i quali non si fidavano dei comunisti. Con ‘Pippo’ invece i rapporti si fecero sempre più stretti. Ciò non piacque affatto ai comunisti locali, fino al punto da interessare della questione lo stesso Togliatti, cui non sfuggiva affatto l’importanza strategica della zona. Il documento rinvenuto da Petracchi nei ‘National Archives’ a Suitland è illuminante: il Migliore informa di essere stato avvertito che ‘Pippo’ è al servizio degli Alleati e della monarchia, dalla quale sarebbe anche sovvenzionato, e nutre ‘sentimenti anticomunisti’. Il commento è chiaro: ‘La fedeltà della formazione ‘Pippo’ agli ordini anglo-americani è nociva alla nostra causa perché cattivandosi le loro simpatie e il loro appoggio non giova alla naturale inclinazione del partito verso l’Unione Sovietica’. Pertanto, raccomanda Togliatti, ‘è opportuno prendere adeguate misure perché la nostra propaganda s’infiltri nelle file degli uomini di ‘Pippo’ e ne disgreghi l’organizzazione’.”.
Mi pare che il sottotesto del messaggio sia chiaro e qualcuno deve averlo raccolto ponendo in atto un tale suggerimento con una azione radicale, ossia l’assassinio del nemico.
Prove certe, riscontri sicuri, finora sono mancati, ma questa pista resta assai convincente.

A questo punto potrebbe anche essere messa sul tavolo l’ipotesi che il doppiogiochista Licio Gelli, partigiano e allo stesso tempo informatore dei tedeschi, abbia voluto rendersi amico il potente Partito Comunista Italiano, manifestatosi in tutta la sua forza e preparazione militare in occasione dell’attentato a Togliatti del 14 luglio, accaduto, ossia, appena poco più di un mese prima. Con ciò prendendo i classici due piccioni con una sola fava; vale a dire si liberava di un uomo che sapeva la verità sull’omicidio di Silvano Fedi e allo stesso tempo rendeva un grosso favore a Togliatti.
Considerata la duttilità di questo personaggio, che sapeva abilmente muoversi in tutte le direzioni, l’ipotesi potrebbe anche risultare suggestiva.
Ma, ancora una volta, si tratta di ipotesi, mai suffragate da riscontri e prove certe.

In una sua deposizione Giuliano Brancolini, che fu collaboratore di Manrico, esclude che possa trattarsi di suicidio, poiché il Comandante “aveva in ispregio in maniera speciale due tipi di persone: i suicidi e i calunniatori”, e si azzarda a fare due nomi sospetti, subito però attenuando la sua accusa. Brancolini continua ricordando che in casa di Manrico si trovava nascosto un deposito di armi, da utilizzare ove fosse stato necessario intervenire per sedare movimenti, quello comunista in specie, che attentassero alla libertà appena conquistata, visto che si era anche in tempi di sanguinosi regolamenti di conti. Quelle armi potevano dare fastidio, dunque, a chi avesse avuto intenzioni di muovere delle rivolte o addirittura delle insurrezioni. Brancolini precisa: “Chi era a conoscenza di tutti i depositi delle armi era il Franco Caramelli” e che, prima di concedergli la sua fiducia, Manrico aveva chiesto proprio a Brancolini di fare delle indagini sul suo conto; indagini che si conclusero positivamente, ma con qualche perplessità da parte dello stesso Brancolini: “Devo per la verità dire che l’esito del mio sondaggio confermò le impressioni che già precedentemente avevo su di lui. Solo verso il 18 aprile u.s., allorché il Com.te Pippo si schierò chiaramente contro l’A.N.P.I. e contro il Partito Comunista osservai che egli divenne molto silenzioso e cauto.”.

E più avanti: “Versando sempre nell’ipotesi dell’omicidio potrei pensare da quanto ho sopra detto che interesse a sopprimere il Com.te potrebbero aver avuto anche elementi del Partito Comunista Italiano e del Partito Comunista Slavo perché nel Com.te Pippo essi vedevano un serio ostacolo ai loro eventuali piani insurrezionali e ciò per il prestigio che il Pippo godeva tra  i partigiani della montagna che come ho già prima detto, sono convinti assertori dei principi di libertà e di lotta contro ogni forma di totalitarismo e di rinascente fascismo.”. Franco Caramelli, fra l’altro vicino di casa di Pippo, veniva sospettato di essere una spia dei comunisti. Continua Brancolini: “Preciso che di molte cose che venivano discusse in sede di Consiglio della Formazione ed anche di pratiche molto riservate che venivano trattate in quel momento di particolare contingenza dal Com.te veniva informato il Partito Comunista. I sospetti caddero, per esclusione, sul F. Caramelli. Inoltre egli si trovò coinvolto in una delicata questione di armi. Egli unitamente ad un tale Parducci si interessava di traffico di armi con elementi dell’Italia settentrionale. Inoltre all’insaputa di tutti unitamente a tale Perini Pilade si presentò alcuni giorni dopo la morte di Pippo a tale Capretto di Vicopancellorum invitandolo a consegnare loro le armi che aveva in deposito per venderle agli ebrei. Il Capretto osservò che egli non stava a tale proposta e chiese inoltre a chi sarebbero andati i denari provento della vendita. Il F. Caramelli rispose “ce li dividiamo tra di noi.”.”

Brancolini ci fa anche sapere, dunque, che il Caramelli, all’insaputa di Pippo, insieme con altri aveva avviato un commercio di vendita di armi agli ebrei, e precisa: “Per quanto il Com.te Pippo avesse subito diverse pressioni da parte della formazione ebraica I.Z. di vendere delle armi egli si rifiutò sempre, ma non credo che questo sia elemento tale da giustificare un assassinio.”. Però: “Preciso anche che il 24 agosto alla mattina, cioè quando il Com.te era già morto, il Franco Caramelli fu incontrato nel tratto da Piazza S. Michele a Piazza Napoleone dal Sig. Giannini. L’impressione da questi provata è che il Franco Caramelli fosse sconvolto come sotto una viva e profonda impressione provata. (…) Preciso pure, come la S.V. mi chiede, che il Franco Caramelli è stato spesso in possesso della chiave di casa di Pippo e che la finestra della camera di Pippo è contigua a quella del Caramelli.”. Per chi non è lucchese, va detto che Manrico Ducceschi abitava proprio in Piazza San Michele, di fronte all’omonima e bella chiesa.

Più avanti, nella deposizione resa da Franco Caramelli, che fu l’ultimo a vedere Pippo vivo, si legge: “Nego di aver compiuto commercio illecito di armi a favore di ebrei per mio personale lucro, solo ammetto di aver ceduto circa 10 casse ad ebrei per mezzo di Parducci Vasco. Di questa mia attività ne era al corrente anche Pippo, perché lui stesso si interessò della cosa insieme a me.”, e poi: “Pippo mi invitò a salire nel suo appartamento dove mi trattenni fino alle ore 23.30 circa. Appena saliti ci recammo in cucina per fare una tazza di tè. Io mi limitai a buttare nella teiera il tè, poi portammo il tutto in salotto e deponemmo sulla stufa la sola teiera, mentre le tazze e lo zucchero sul tavolino. Fui io a versare il tè nelle tazze.
Ricordo che fumammo una sigaretta, credo che fossi io ad offrirla, dopodiché, vedendo Pippo in posizione di riposo, cioè che sonnecchiava sulla poltrona, mi alzai e dopo avergli augurato la buonanotte me ne andai sbattendo la porta.”.

Abbiamo già letto che il cadavere fu scoperto da Fernando Ducceschi, il padre di Manrico, che si accorge che qualcuno, che è in possesso delle chiavi, sta entrando nell’appartamento. Altri non è che il Brancolini, il quale crede di essere stato il primo, insieme con altri due, De Maria e Giannini, a scoprire il cadavere: “A rinvenire il cadavere fui io, il De Maria ed il Giannini i quali ci recammo a casa di Pippo a vedere ciò che era successo su consiglio del Maresciallo dei Carabinieri Carboni.”. Evidentemente ad informare il Maresciallo era stato Fernando.

A questo punto dobbiamo ritornare alla morte del partigiano anarchico Silvano Fedi, per il quale la responsabilità di averlo attirato in una trappola ordita dai tedeschi è attribuita a Licio Gelli.
Brancolini dà, a riguardo, alcune precisazioni interessanti: “Pensando bene c’è un’altra persona che aveva motivo di odio verso il Com.te cioè il nominato PALANDRI Tiziano, destituito dal Com.te Pippo dalla carica di Vice Com.te, egli è un elemento anarchico sul quale la voce popolare fa scendere la responsabilità di aver fatto uccidere in un’imboscata dai tedeschi il Vice Com.te di una formazione partigiana del Pistoiese a nome Fedi Silvano.”. Un documento presente nel libro (una lettera di Pippo) mostra quanta ostilità ci fosse tra i due. Pippo, infatti, che aveva affidato a Tiziano una preziosa refurtiva sottratta ad alcuni russi “che, a nome della formazione, taglieggiavano la zona di Barga”, si accorge che il contenuto di questa denominata “valigia dei russi”, contenente molti preziosi, si andava assottigliando “notevolmente; successivamente sarà addirittura visto al dito di Tiziano proprio un vistoso anello d’oro con un cammeo presente in precedenza proprio tra quella refurtiva.”. Brancolini unisce ora il Palandri a Gelli: “A questi fatti si aggiunge una ‘liaison dangereuse’ che Tiziano ha nientemeno con Gelli sotto gli occhi attenti della allora UIGOS della Questura di Pistoia.”.

In campo, dunque, si susseguono ipotesi tutte interessanti ma, purtroppo, non così fortemente incisive e probanti, da poterne selezionare una del tutto esaustiva.
L’autrice lo sa, ma le mette sul tavolo a disposizioni degli studiosi affinché possano farne un’analisi più approfondita confrontandole con le loro personali conoscenze storiche di quel periodo sanguinario e farraginoso.
La stessa autopsia solleva dei dubbi sulla morte, avendo trovato macchie di sangue sul corpo di Pippo, e l’autrice, concordando con l’esito dell’esame, si domanda: “La violenta stretta che blocca in modo traumatico la circolazione sanguigna arteriosa può aver favorito delle emorragie tali da creare delle fuoriuscite di sangue dalla bocca e dall’orecchio così copiose?”. Altre perplessità sorgono a proposito della corda fissata all’architrave, che non ha lasciato alcun segno di sé. Si legge nella perizia: “Sull’architrave non si rilevano segni indicativi di strusciamento o di pressione di corda o di cinghia”.

Il libro non dà conclusioni ma permette a ciascuno di tirare le proprie. Per quanto mi riguarda, la mia impressione ne esce confermata, ossia che non si è affatto trattato di suicidio, ma di omicidio. Un omicidio perfetto, e lo è diventato nel tempo, a poco a poco, con il trascorrere degli anni e il decesso di tutti i testimoni.
Resta una sola possibilità per scoprire i veri mandanti dell’assassinio, quella documentale. Dovrebbe emergere qualche altro documento che consenta la svolta decisiva, ma c’è?

Non dimentichiamo che Franco Caramelli, nella sua deposizione, ci fa sapere, a proposito dei suoi rapporti con Pippo: “Preciso che l’amicizia diventò intima verso gennaio-febbraio 1948. Mi occupai insieme a Pippo di questioni interessanti la politica in vista delle elezioni del 18 aprile”. E che, come scrive l’autrice ricordando il libro del prof. Giorgio Petracchi: “Al tempo che Berta filava”: “Pippo stava diventando sempre più una spina nel fianco dei comunisti disposti a prendere il potere con ogni mezzo nella neo-nascente Repubblica Italiana.”.

Il lungo ordine del giorno dell’8 marzo 1945, che ha tutto l’aspetto di uno Statuto della XI Zona, può offrire ulteriori spunti in questa direzione, laddove è raccomandata l’autonomia dei militanti da ogni partito politico; il non riconoscimento di un governo nato da “questo” CLN che “si è dimostrato assolutamente inefficiente, impotente e parziale di fronte alle necessità del periodo di dominazione passata e presente.”, ma rispettando “nel modo più rigoroso le istituzioni che presiedano all’amministrazione della legge, all’ordine pubblico, all’amministrazione annonaria e finanziaria della popolazione civile.”. Leggiamo anche, al punto 5, una motivazione di gran valore: “L’uomo prima di raggiungere una maturità politica, deve avere già raggiunto una maturità morale; prima di conoscere le leggi, con cui poter governare la società, deve acquistare la conoscenza di come governare se stesso; l’uomo dovrebbe essere prima uomo e poi cittadino.
Il nostro programma deve perciò in questo momento essere solo: ricostruzione morale del popolo italiano, se vogliamo domani iniziare una ricostruzione politica ed economica dell’Italia.”. E prosegue, nello stesso articolo: “Tale posizione non è in contrasto con alcun domma di partito: per la sua attuazione occorre però un distacco netto da tutti i partiti e la convinzione che essi, proprio per le cose sopra dette, non sono momentaneamente all’altezza di svolgere il loro compito sociale, ma anzi ostacolano la fusione e la collaborazione di tutte le classi come in questo momento si mostra sommamente necessario.”. Al punto 7, si fa cenno alla ferrea disciplina che Pippo intese adottare nel suo Battaglione: “… segnalare per la radiazione coloro che di proposito o di abitudine mancano alle norme elementari dell’uomo perbene.”. Subito dopo conclude con molta severità: “Ricordatevi che tutti noi dal primo all’ultimo siamo ammalati ancora come lo è e lo sarà ancora per molto tempo il nostro disgraziato popolo, del Male fascista, che si chiama: prepotenza, disonestà, ambizione, gerarchismo, strafottenza. Dobbiamo dunque prima ancora di combattere questo male degli altri cercare nei limiti del possibile di estirparlo di mezzo a noi. Prima di allora nessuno di noi si dovrà sentire in nessun caso all’altezza né di eleggersi a giudice, né di stimarsi partecipe delle forze sane della Nazione.”.

Nei ricordi d’infanzia che l’autrice ci consegna a conclusione del libro, eccone uno che mostra quanto la famiglia abbia corso seri pericoli per tutta la durata della guerra partigiana: “Se i tedeschi avessero individuato, avessero capito che eravamo i familiari di Pippo, ci avrebbero fatto del male e magari ucciso, pur di arrivare a lui. Un giorno quasi arrivarono a questo risultato, ma si riuscì a scappare, dentro un carro funebre, con tanto di bara, dove nonna faceva la madre del morto ed io… nascosta sotto la cassa. Per fortuna che era vuota!”.

Questo, invece, è un aneddoto che riassume quanto Pippo fosse amato dai suoi uomini: “È il Natale del 1944. Qualcuno ha ottenuto la licenza per passare il Natale in famiglia. Vanno verso Arezzo, Roma, ecc. Arrivati a Firenze, però, si domandano: ‘Ma dove si va?’.
‘A casa a fare Natale!’.
‘Via, via. Si torna a Bagni di Lucca a farlo con Pippo, è solo!’.
E tornano indietro.”


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart