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Poli, Antonio

21 Maggio 2019

Diario di guerra di un caduto sul Carso. 9 ottobre 1916

Diario di guerra di un caduto sul Carso. 9 ottobre 1916

Abbiamo a che fare, come dice il titolo, con il diario di un combattente, di professione mugnaio come il padre, morto nella guerra del ’15-’18, che ci consegna le ultime settimane della sua vita.

Il 9 ottobre 1916 è il giorno della sua morte; era partito il 13 luglio, pochi mesi prima. Nato a Corsagna nel 1885, aveva trentuno anni e lasciava a casa tre figli, Maria, Sabatino e Luigi, rimasti orfani della madre, morta per le conseguenze del parto in occasione della nascita di quest’ultimo.
Scrive la nipote Grazia Lucchesi, curatrice del diario del bisnonno: “Il diario è scritto con un lapis color violetto, in una calligrafia a momenti chiara e precisa ed in altri più incerta e frettolosa.”.

Il diario si trovava conservato in “una sacchetta di cotone color verde militare, tagliata in alto da una scheggia di granata e macchiata di sangue.”. Dunque, la portava al petto, nel momento in cui la scheggia lo colpì a morte.
All’inizio c’è l’indirizzo di Antonio Barsanti, al quale l’affida in caso di sua morte, “il quale farà opera meritoria a consegnare; e partecipare ciò alla mia famiglia.”.

Il 18 luglio parte da Genova per raggiungere il fronte: “Alla sera 18 verso le 22 partiamo per la trincea marcia disastrosa sotto l’acqua per pendii, e viscidi avvicinandosi alla linea di fuoco si ode intenso bombardamento.”. È una scrittura quasi telegrafica e con scarsa punteggiatura. Assiste per la prima volta alla morte di un compagno e la registra senza manifestare emozioni: “nell’effettuare una lieve avanzata per correzione di linea cade colpito a morte il S. Vancinucchi del 4° Plotone.”. È senza emozioni perfino quando registra il suo ferimento: “Nella notte abbiamo avuto altre perdite Serg.te Buongiorno e C. Paredi alcuni feriti fra i quali Alceste e io di baionetta”.

Annota continuamente i momenti di calma e i momenti in cui si hanno, anche per via aerea, le incursioni nemiche: è il 13 agosto, di sera: “alle ore circa 11= un nuovo areoplano circola sopra l’accampamento ma a mezzo di proiettori viene scorto e cannoneggiato costringendolo alla fuga, il resto della notte calma, viene qualche colpo di cannone nostro da 149 =”. Il 15 agosto assiste ad un combattimento aereo: “sono le 8 = Incursione areoplani nemici e nostri, i quali si battono con mitragliatrici, le nostre batterie contraeree costringono i nemici alla fuga intensa lotta.”.

Emerge dal diario con tutta la sua drammaticità la prova di nervi a cui è sottoposto il soldato di trincea; mentre intorno c’è da qualche ora calma piatta, all’improvviso crepita una scarica di mitraglia o di fucileria o scoppia vicino una granata le cui schegge vanno a colpire alla cieca e qualcuno perfino muore. Oppure arriva veloce rumoreggiando nel cielo un aereo nemico e si mette a mitragliare la trincea, la quale reagisce con colpi di artiglieria. Qualche volta si riesce a mettere in fuga l’aereo, e qualche volta esso si allontana dopo aver causato morti e feriti.

Anche quando si dorme, non è mai un sonno pieno e riposante. Così, con il passare dei giorni e dei mesi, il soldato è sottoposto ad uno stress logorante, che ne consuma energie e volontà.

Le due trincee nemiche si fronteggiano spesso ad una distanza ravvicinata che si aggira intorno ai “10 – 15 – 30 metri”. Alle ore 2 di notte del 3 settembre 1916 “contrattacco nemico fallito, teniamo la nostra posizione saldamente, dura una ½ ora o una, con fuoco di nostre artiglierie di ogni calibro, fucileria, mitragliatrici, colpi di nostra artiglieria bene aggiustati distruggono le trincee nemiche in parecchi punti: che se ne vedono i segni a giorno alto.”. Ci sono notti in cui il combattimento non ha tregua. Registra la cattura di un gran numero di prigionieri senza alcun trionfalismo, ma quasi con una scrittura notarile: è il pomeriggio del 14 settembre, stanno avanzando verso le postazioni nemiche, sono una ventina: “avemmo fra noi 5 o 6 feriti, ma in sì pochi e mentre avanzano i nostri compagni facciamo prigionieri in totale di 362 più qualcuno dopo.”.

Sono annotazioni che fanno rabbrividire se si pensa che di lì a poco più di tre settimane anche il Poli perderà la vita in una di queste scaramucce. Arriva l’atteso momento del cambio. Sono in marcia per raggiungere il luogo del “meritato riposo”, Versa, un paesino in provincia di Gorizia, dove è programmata una sosta “per un mese poi partiamo nuovamente per ignota destinazione si spera però che verrà concessa anche qualche breve Licenza.”.

Il 16 settembre si distende con i compagni sui campi di Redipuglia “erbosissimi ma molto umidi per la recente pioggia ci sdraiamo sui teli da tenda coperti da mantello, e coperta umidissimi e infangati sono ore 3 e ci facciamo un profondo sonno fino alle ore 8 ora in cui ci viene distribuito caffè caldo e abbondante il quale ci fa rifocillare dalle fatiche, e freddo della notte.”. Resta a Versa fino al 4 ottobre. Si legge nella biografia all’inizio del volume: “Dal 5 al 17 ottobre la brigata si schierò nuovamente nel settore di Doberdò. È il 9 ottobre, all’inizio dell’Ottava Battaglia d’Isonzo, che Antonio, nell’andare all’azione, fu colpito in pieno petto dalla scheggia di una granata nemica e, come scrisse il Cappellano del suo reggimento, ‘cadeva gloriosamente per quei santi ideali, per i quali era stato dalla Patria chiamato’.”.

Il diario si chiude il 25 settembre 1916 con la sua annotazione dell’ora: 14 = 35. Antonio Poli, pur avendo tanto desiderato una “breve Licenza”, non rivedrà mai più i suoi cari, in particolare i suoi tre figli: sepolto dall’amico Giulivo Pieroni nel paese di Ferletti, in provincia di  Gorizia “Dopo quasi 7 anni dalla morte la salma di Antonio fu riesumata a riportata nel paese che gli aveva dato i natali.”.

Sul feretro fu posta una ghirlanda di garofani realizzata dalle Signorine della Scuola Normale di Udine e ad accoglierlo alla stazione di Borgo a Mozzano, nel suo ultimo viaggio, ci furono gli amici, la madre, la sorella e i suoi tre figli”.

Il libro riporta anche alcuni documenti, tra i quali la lettera che Antonio scrisse alla sorella Natalina, nata nel 1898. Porta la data del 13 agosto e cerca di descriverle il frastuono della guerra, e lo fa in modo da divertirla, dopo averle assicurato che lui sta bene e non sente il pericolo: “ti devi figurare che siamo come in mezzo a quattro organi come a San Martino, a Lucca chi suona il flauto, chi la cornetta, chi il Clarino, il Bombardino, il liuto poi viene il Trombone i piatti, quando poi cominciano i campanelli (le mitragliatrici) e tutta la gran cassa viene un coraggio da Leoni e li pensi, pim, pam, tun, tin in fine una gran forte musica completa che distrugge e fa strage ove passa sopra l’infame Austriaco”. Scrive da Bassano: “sono le 9 e ½ = scrivo in mezzo a un prato come quello di tertuli in mezzo a uva, pesche fagioli patate granturco, se vedessi che bella campagna stasera ho mangiato la polenta e cacio di vacca come era buono domani sera rifaccio lo stesso (…) state allegre che presto ci rivedremo preparate tanto vino”.

Invece il 2 novembre il Rettore di San Rocco in Borgo a Mozzano, Agostino Farnocchia, comunica alla sorella della madre di Antonio, Chiarina Cortopassi, la notizia della morte del nipote pregandola “che Lei stessa partecipi la notizia, nel migliore modo possibile.” E precisa che “non deve aver molto sofferto perché il suo passaggio sembra sia stato istantaneo. (…) Il di Lei nipote aveva fede: prima di partire per il fronte aveva ricevuto i Sacramenti.”.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart