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Povera democrazia

6 Dicembre 2013

di Massimo Giannini
(da “la Repubblica”, 6 dicembre 2013)

IL VERDETTO della Consulta è molto più che l’eutanasia di una legge-truffa addirittura peggiore di quella voluta da De Gasperi e Scelba nel 1953. Con il Porcellum non muore solo un mostro giuridico che per ben otto anni e tre votazioni consecutive ha attribuito ai vincitori un potere abnorme (il premio di maggioranza al 55%) e sottratto agli elettori un diritto enorme (la libera scelta dei propri eletti). Con il Porcellum non muore solo un orribile Frankenstein concepito nel 2006 dai quattro improbabili sedicenti “saggi” del Pdl riuniti in una baita dolomitica, pronti a sacrificare la governabilità del Paese pur di sabotare la vittoria del centrosinistra di Prodi e di assicurare al centrodestra di Berlusconi la “nomina” dei suoi parlamentari.

Con il Porcellum muore un intero ceto politico, che per quasi tremila giorni ha discusso a vanvera di riforme elettorali e costituzionali, ha litigato a sproposito di modelli franco-tedeschi e ispanoisraeliani, e non ha voluto né saputo rispondere alla domanda di modernizzazione e di partecipazione che arrivava dai cittadini, sempre più allontanati dal Palazzo ed esasperati dalla “casta”. Con il Porcellum muore la Seconda Repubblica, falsamente incarnata dal populismo berlusconiano e artificiosamente costruita sul bipolarismo coatto che ne è derivato. Con un solo, sacrosanto tratto di penna, i giudici della Corte riportano l’Italia dove merita: non al Mattarellum né alla promettente illusione maggioritaria di Mario Segni dei primi anni ’90, ma addirittura prima, cioè alla devastante stagione proporzionalista e consociativa della Prima Repubblica.

Le colpe di questa drammatica regressione politica sono tante, e tutte note. Prendersela con la Consulta, o alzare il sopracciglio severo di fronte ai contenuti della sentenza, è solo l’ultimo, estremo esercizio di cattiva coscienza di una classe politica cinica e bara. La Corte ha affondato la sua lama dov’era logico e giusto. Tutti, fin dal giorno successivo al varo di quella scelleratissima legge firmata dall’indecente Calderoli, sapevano che un dissennato premio di maggioranza (per altro diversissimo tra Camera e Senato) e un forsennato ricorso alle liste bloccate (per altro usate e abusate per portare in Parlamento nani, veline e ballerine) erano due autentici scandali della democrazia. <strong>Semmai c’è da chiedersi, con tutto il rispetto, perché l’allora presidente della Repubblica Ciampi non abbia negato a suo tempo la sua firma a quel testo ingannevole e irragionevole, e soprattutto perché la pronuncia finale di incostituzionalità sia arrivata solo otto anni dopo.</strong> Ma questa è un’altra storia. Qui e ora, è essenziale ristabilire da un lato le responsabilità, e dall’altro individuare le soluzioni.

Le responsabilità sono complesse, e tutte politiche. Non solo per l’anamnesi della porcata calderoliana, che come si è detto nasce nella fabbrica degli orrori messa in piedi da un Ventennio dall’apprendista stregone di Arcore. Ma anche per la sua prognosi successiva, che in molti, troppi falsi “dottori” bipartisan hanno contribuito e rendere purtroppo così fausta. La verità è che il Porcellum è stato usato di volta in volta come arma di condizionamento e di ricatto, tra i poli e dentro i poli. Per impedire a volte il ricorso anticipato alle urne, per cristallizzare il sistema politico e trasformarlo in una foresta pietrificata, per scambiare altre “merci” più o meno avariate su tavoli paralleli, per intralciare leadership nascenti o accelerare “carriere” declinanti. Moventi disparati e disperati, comunque mai davvero attinenti con l’interesse generale, cioè garantire governi solidi e stabili e favorire al tempo stesso meccanismi di alternativa e di alternanza. Il risultato, ed è doloroso dirlo, è un Parlamento di zombie. Se non è palesemente illegittimo sul piano costituzionale (visto che la Corte ha voluto responsabilmente salvarlo fissando i suoi principi solo per l’avvenire), è sicuramente delegittimato sul piano politico (visto che non ha mosso un dito, pur conoscendo da tempo l’insostenibilità del quadro e la prossimità della mannaia attivata dalla Consulta).

Le soluzioni sono semplici, se solo l’establishment, o quel che ne rimane, avesse la dignità e la volontà di adottarle, come chiede ancora una volta, purtroppo inutilmente, il Capo dello Stato. Di fronte all’entropia politica nella quale l’Italia è precipitata, e di fronte alla follia giuridica dalla quale la Corte costituzionale l’ha giustamente riabilitata, ci sono due possibili vie d’uscita. La prima è quella che abbiamo imparato a conoscere sulla nostra pelle in questi lunghi, disastrosi e infruttuosi anni. Un’estenuante melina democristiana, dove si continua a dire l’indicibile e a non fare il fattibile, e dove si finge di negoziare un “prodotto” che alla fine nessuno vuole, cioè una riforma elettorale seria ed efficiente che ci eviti la condanna del ritorno al proporzionale. Questa soluzione sarebbe in perfetta continuità con la fase, perché nessuno si sognerebbe di aprire una crisi e di tornare alle urne con un sistema elettorale che sondaggi alla mano non farebbe vincere nessuno dei tre o dei quattro schieramenti in lizza. E dunque questa soluzione sarebbe congeniale alla blindatura delle Piccole Intese sopravvissute alla diaspora berlusconiana: converrebbe a Letta, che non correrebbe rischi fino al 2015 e oltre, e converrebbe ad Alfano, che avrebbe un altro anno per verificare la tenuta del suo presunto “Nuovo centrodestra” senza l’obbligo di un redde rationem elettorale con il Cavaliere. <strong>Ma sarebbe una scelta mortale per il Paese, oltre che per la residua credibilità del Parlamento ancora in carica.</strong>

Resta la seconda via d’uscita, la sola e ultima occasione di riscatto concessa ad un ceto politico altrimenti impresentabile e offerta ad un Paese altrimenti irrecuperabile. Una riforma elettorale e istituzionale vera, da presentare subito alle Camere e da spiegare agli italiani. Una legge costituzionale per superare subito il paralizzante bicameralismo perfetto, trasformando il Senato in una camera delle autonomie e dimezzando il numero dei parlamentari. Una legge elettorale per introdurre subito il maggioritario con doppio turno di collegio, come avviene in Francia, anche a costo di aprire un cantiere parallelo sulla forma di governo, ragionando se serve anche sul semi-presidenzialismo, che nella prospettiva post-cesarista legata al declino berlusconiano può cessare di essere un tabù. È la via sulla quale stavano lavorando <strong>Matteo Renzi, che in questa palude e privato dalla leva delle elezioni anticipate rischia di affondare anche se stravince le primarie di domenica prossima, </strong>e lo stesso Letta, che invece dalla “stabilità da cimitero” addebitatagli dal Wall Street Journal ha molto meno da perdere.

Non c’è più tempo per evitare la paralisi del Sistema-Paese, il collasso del suo circuito politico-istituzionale, lo strappo del suo tessuto economico-sociale, la disfatta della sua fibra civica e morale. Non c’è più spazio per gli squallidi giochini del “tua culpa” e del “cui prodest”: una riscrittura immediata del patto costituzionale ed elettorale è utile prima di tutto all’Italia, e solo incidentalmente al sindaco di Firenze. E non c’è più margine nemmeno per i miserabili calcoli di bottega, tra le vaghezze di un Delfino che non si risolve ad affrancarsi da un Caimano e le furbizie di un “centrino” che non si rassegna alle logiche bipolari. Il Festival delle ipocrisie deve finire. O l’unica musica che sentiremo sarà quella delle campane a morto di questa povera democrazia.
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(Giannini, il Porcellum ha molte responsabilità, comprese quelle della vostra icona Azeglio Ciampi, ed è stato confermato dai governi del centrosinistra. Riguardo ai governanti di quel tempo non deve dimenticarsi che molti sono sospettati di aver tramato nella trattativa tra Stato e mafia. Cosa ci si poteva mai aspettare da TUTTO il sistema politico? Cominci a pretendere anche lei una <strong>nuova Norimberga</strong> e che tutti siano messi sul banco degli imputati e spossessati delle ricchezze accumulate sulle spalle di noi cittadini. Invece vedo che soprassiede e si limita a coltivare cinicamente e masochisticamente l’odio per Berlusconi. La nemesi si è divertita anche contro di lei, se n’è accorto? Visto che Berlusconi, alla luce della sentenza, è l’unico candidato che è stato votato dai cittadini e candidato con l’indicazione del suo nome nella lista di coalizione. E’ stato scacciato dal senato degli abusivi il solo che era stato eletto regolarmente. Ma è bene che lei comprenda che se si mette a fare la lista della spesa di ciò che il governo deve fare (come Cuperlo e la De Gerolamo, ad esempio), non si caverà un ragno dal buco e si sottrarrà ai cittadini il diritto di intervenire a dire la loro con una sentenza ben più importante di quella emanata dalla consulta: la sentenza espressa con il voto. Vuole rimandare a quando questa sentenza, l’unica democratica? Al 2015? Invece, se si vuole uscire dall’impasse e liberarci dei politici incapaci e corrotti al più presto, si deve pretendere (al limite: si rinchiudano nel palazzo a pane e acqua e si butti via la chiave come diceva ieri Santoro, o si circondi il palazzo di un risoluto presidio di opposizione, composto magari anche dai civatiani e dai renziani che ci stanno, e si diano i 10 giorni perché varino la nuova legge e in caso di disaccordo ripristinino il mattarellum, apparentemente da nessuno osteggiato – in seguito avremo tempo e modo di migliorarlo – e si vada subito ad elezioni per consentire ai cittadini di esprimersi. Se si offrono alibi di tergiversazione, come sembra fare lei con una posizione poco chiara, si diventa alleati dei poltronisti e devastatori delle regole democratiche. Questo parlamento – concordo con Santoro – non ha più la legittimità di fare alcunché. Passi per il passato e, per amore di Patria mettiamoci pure, malvolentieri, un pietra sopra, ma da oggi tutti gli italiani sanno che il parlamento è composto da maggioranze illegittime e già condannate nel dispositivo della sentenza. Quando fu letto il dispositivo della sentenza Esposito pronunciata contro Berlusconi lei e tanti altri reclamaste le dimissioni di Berlusconi sostenendo che non c’era bisogno di attendere le motivazioni. Il dispositivo – cantavate in coro – era netto e chiaro. Non le pare che sia altrettanto per il dispositivo dell’altro giorno della consulta? Dunque si colmi in pochi giorni il vuoto della legge elettorale mutilata dalla consulta, si ripristini il mattarellum – piuttosto che continuare a litigare o a fare melina per mesi (ma l’ha sentito Alfano? Come può Alfano mettersi d’accordo con il Pd?) –  e si vada a votare. Solo questo può legittimamente fare l’attuale parlamento. Ormai qualsiasi riforma fatta da questo parlamento è macchiata dalla puzza del Porcellum. Eleggiamone dunque uno nuovo che abbia ricevuto il vaglio sacrosanto e urgente del corpo elettorale. Naturalmente anche Napolitano, l’amico di Scalfari (non si domanda come mai Emanuele Macaluso parla e scrive poco su di lui in questi mesi?) e il maggior responsabile del caos in cui ci troviamo (d’accordo anche qui con Servizio Pubblico di ieri), dovrà uscire di scena trascinando nella storia, come pessimo esempio da evitare,  tutte le sue colpe, compresa quella di aver voluto la distruzione dei famosi nastri.  P.S.  Giannini avrà letto le sciocchezze che dice qui il suo collega Francesco Merlo? Ma davvero crede che gli oppositori vogliano annullare tutto quanto è accaudto dal momento del Porcellum in poi? Ma come si fa ad essere così  strumentali? Ciò che le opposizioni dicono ha una sua logica politica, e basta, altrimenti si è superficiali e si dovrebbe smettere di scrivere per offen dere l’intelligenza altrui. bdm)


Cossiga avvisò il Cav: “Ti cacceranno dal Parlamento, ripristina l’immunità”
di Chiara Sarra
(da “il Giornale”, 6 dicembre 2013)

Ecco le lettere inedite di Francesco Cossiga a Silvio Berlusconi. Le ha mostrate a Piazza Pulita il senatore del Nuovo centrodestra Paolo Naccarato un “cossighiano per l’eternità”.

 

Da una delle missive, in particolare, viene fuori che Gianfranco Fini aspirava a diventare presidente della Repubblica.

In un’altra del settembre 2009, Cossiga mette in guardia il Cavaliere dai “buoni consiglieri” che servono a poco se “non se ne seguono i buoni consigli”. “Io non aspiro certamente di propormi quale tuo consigliere”, scriveva l’ex Capo dello Stato deceduto nel 2010, “anche perché non ne sarei capace, per essere rimasto io un politico della Prima Repubblica, e anche perché ritengo che tu abbia già su piani diversi due ottimi consiglieri: Gianni Letta e Paolo Bonaiuti”.

Nell’intervista, inoltre, Naccarato sottolinea come Cossiga avesse più volto spinto Berlusconi a ripristinare l’immunità parlamentare: “Vuoi fare una cosa seria? Hai una maggioranza bulgara, puoi fare quello che vuoi: invece di perdere tempo a fare le leggi ad personam ripristina l’art. 68 della Costituzione”, avrebbe detto il picconatore, che anzi proprio a settembre del 2009, in un’altra lettera, aveva vaticinato l’espulsione del Cavaliere dal Parlamento. “Purtroppo Berlusconi ha sottovalutato spesso le cose che Cossiga gli ha detto, suggerito, previsto e preconizzato”, conclude il senatore Ncd.


Napolitano chiede l’impeachment del Presidente
di Marco Travaglio
(da “MicroMega”, 6 dicembre 2013)

“Cossiga tragga le conseguenze della scelta di assumere un ruolo politico incompatibile con la funzione di presidente della Repubblica”. Così nel 1991 Giorgio Napolitano. Che oggi chiederebbe altrettanto al Napolitano del 2013. Anticipiamo alcune pagine del nuovo libro di Marco Travaglio, “Viva il Re!”, dedicato a “Giorgio Napolitano, il presidente che trovò una Repubblica e ne fece una Monarchia” (ed. Chiarelettere).
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Nella primavera del 1991 il presidente Francesco Cossiga inizia a esternare a destra e a manca per levarsi «i sassolini dalle scarpe» e poi a «picconare» a tutto spiano i suoi nemici veri o presunti, risparmiando soltanto il Psi e il Msi (i soli a difenderlo a spada tratta). Il 24 marzo Giorgio Napolitano, ministro degli Esteri del “governo ombra” del Pds, gli intima di “tornare sul trono”, tapparsi la bocca e “rispettare i limiti entro cui la Costituzione colloca il ruolo del presidente della Repubblica ed entro cui è consigliabile e necessario che quel ruolo venga esercitato».

Poi, a maggio, polemizza duramente con il principale sponsor di Cossiga, il vicesegretario del Psi Giuliano Amato (che nel 2013 nominerà giudice costituzionale): «C’è da chiedersi a chi possa giovare il sempre più ostentato schierarsi del Psi come “partito del presidente”, contro tutti i supposti protagonisti e complici di un presunto complotto contro il capo dello Stato… Perché Amato non confuta nel merito le tesi di chiunque tra noi, come sarebbe legittimo, anziché emettere indistinte denunce, riferendosi a una campagna contro il capo dello Stato che sarebbe stata promossa non si sa bene da chi e per quali calcoli, e di cui sarebbe partecipe il Pds?».

Il 20 maggio Napolitano torna a puntare il dito contro «i comportamenti di Cossiga, divenuti inquietanti perché si sono trasformati in un coinvolgimento attivo della massima autorità istituzionale della Repubblica in una spirale di polemiche quotidiane e di forzature istituzionali». Parole che oggi si attaglierebbero benissimo a certi comportamenti inquietanti del presidente Napolitano.

Il Pds chiede la messa in stato d’accusa di Cossiga per alto tradimento e attentato alla Costituzione (il cosiddetto impeachment), con un dossier di 40 cartelle, scritto da più mani sotto la supervisione di Luciano Violante, che accusa fra l’altro il presidente di essersi «fatto portatore di un personale disegno per la soluzione della crisi italiana che prevede lo scavalcamento delle regole fissate dalla Costituzione per modificare la forma di governo e la stessa Costituzione». Pare il ritratto della futura presidenza Napolitano. Invece il Pds sta parlando di Cossiga.

Napolitano e i suoi “miglioristi” dissentono sull’impeachment e preferirebbero una campagna per costringerlo a dimettersi anzitempo: «È nostra opinione che tutte le forze democratiche dovrebbero convenire nel giudicare inevitabile che Francesco Cossiga tragga le conseguenze della scelta da lui già compiuta di assumere un ruolo politico incompatibile con la funzione di presidente della Repubblica». Quindi il Napolitano «prima della cura» pensava che un presidente che si assume un «ruolo politico» dovesse andare a casa; quello «dopo la cura» invece assumerà un ruolo politico; ma, lungi dall’andare a casa, si farà riconfermare al Quirinale per altri sette anni.

Cossiga si prende gioco di Napolitano & C. che non vogliono l’impeachment ma le sue dimissioni: li chiama «politici vegetariani» perché «non sono né carne né pesce». Intanto Napolitano torna a delimitare quelli che (allora) sono per lui i confini invalicabili per un capo dello Stato: «Occorre in questo momento cruciale sollevare una questione di incompatibilità fra l’aggressivo ruolo politico di parte assunto dal presidente Cossiga e la funzione attribuita dalla Costituzione al presidente della Repubblica, tra un esercizio esorbitante dei poteri presidenziali e la permanenza in quella carica».

Il 24 gennaio 1992, mentre il Comitato parlamentare per i procedimenti di accusa esamina le sei denunce (per 29 fattispecie di reato) presentate contro Cossiga da Pds, Radicali, Rifondazione, Verdi, La Rete e Sinistra indipendente, Napolitano si allinea alla posizione del partito in una conferenza stampa con il segretario Achille Occhetto e il presidente Stefano Rodotà: «Tre sono le vie che possono essere percorse: quella dell’impeachment avanzata dal Pds; quella di sollecitare l’atto delle dimissioni del capo dello Stato; e quella che Cossiga indica anche nella sua recente nota, vale a dire astenersi strettamente da interventi impropri».

L’impeachment verrà poi archiviato dal parlamento l’11 maggio 1993, quando Cossiga non sarà più presidente da un anno e Napolitano sarà presidente della Camera. Ce n’è abbastanza per immaginare che oggi il Napolitano del 1991 chiederebbe le dimissioni del Napolitano del 2013.
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(Credo che ormai sia evidente a tutti – lo scrivevo dal tempo di Fini, 2010 – che Napolitano sta facendo peggio di Cossiga e che la richiesta di impeachment nei suoi confronti è doverosa. Anche ora sembra che stia dandosi da fare con Letta e Alfano al fine di allungare i tempi per arrivare al 2015, nonostante la bocciatura del Porcellum. Da “Libero”: “Dopo il Porcellum, arriva la porcata.
La Consulta ha delegittimato il Parlamento: ciò imporrebbe di votare al più presto, ma il Quirinale punta ad allungare la vita del governo con la scusa della nuova legge elettorale e delle riforme. Ma stavolta il Napolitellum non funzionerà”.
bdm)


Il disimpegno è illegittimo
di Antonio Polito
(dal “Corriere della Sera”, 6 dicembre 2013)

Abbiamo senza dubbio toccato il punto più basso del ventennio. Il nostro sistema politico annaspa nel pantano dove ha fatto di tutto per sprofondare. La madre di tutte le leggi della democrazia, quella che regola la competizione elettorale, non c’è più; e il troncone mutilato che ne è rimasto è politicamente inservibile, perché non darebbe mai una maggioranza parlamentare. Si comprende lo sconcerto e l’allarme che c’è nell’opinione pubblica. Ma non si giustifica il tentativo di chi ne approfitta per diffondere il panico.

L’idea che la Corte costituzionale abbia messo fuorilegge tutte le istituzioni della Repubblica è infatti peggio che risibile, è pericolosa. Eppure in molti la propalano: tutti i poteri dello Stato sarebbero ora incostituzionali, tutti i parlamentari decaduti. Todos caballeros . Si capisce: nella notte che vorrebbero far scendere sulla Repubblica i gatti neri si nascondono meglio. Vedrete che prima o poi salterà fuori qualcuno a dire che anche tutte le leggi fiscali degli ultimi sette anni sono illegittime. In Italia la rule of law è così fragile che la tentazione di disfarsene è sempre forte.

In prima fila a festeggiare il disastro ci sono quelli che il Porcellum lo hanno inventato, e quelli che se lo sarebbero volentieri tenuto. Qualcuno tenta perfino di prendersela col presidente della Repubblica, il quale in questi anni ha quasi ossessivamente pregato le forze politiche di darsi un nuovo sistema elettorale che consentisse la formazione di maggioranze forti e omogenee. Inascoltato. Al punto che ora è lo stesso Napolitano a chiarire che il proporzionale che è venuto fuori dal taglia e cuci della Consulta non può essere la soluzione (non foss’altro perché è simile al sistema che gli italiani bocciarono con i referendum del 1993). I nemici delle larghe intese dovrebbero ora aver capito che se questa legislatura non fa le riforme, le larghe intese diventeranno un destino perenne, una camicia di forza. Pensate se il 2 ottobre fosse davvero caduto il governo e ora ci trovassimo in campagna elettorale, con un sistema di voto dichiarato incostituzionale.

Molti dicono che da queste Camere di nominati, frutto della più astrusa manifestazione del Porcellum , che ha regalato il 55% dei seggi a Montecitorio a chi non ha superato il 30% dei voti e ciò nonostante ancora accarezza l’idea di colpi di forza, non si può più sperare niente. Se potessimo farcela in casa o votarcela online la legge elettorale, si potrebbe anche essere d’accordo. Ma è proprio la Consulta, nel suo comunicato, a indicare nel Parlamento esistente l’unico soggetto che può deliberare: l’unico depositario, seppur così ammaccato, della sovranità popolare, seppur così deformata.

Ci vorrebbe poco. Basterebbe che tutti i partiti riconoscessero l’interesse comune a ricostruire il ring, raso al suolo dalla Corte, prima di riprendere il pugilato. Questa non è impresa che possa essere compiuta tenendo fuori le opposizioni dall’obbligo di rifondare il sistema: abolendo una Camera, eliminando il finanziamento pubblico, dandosi un nuovo sistema elettorale. La prima reazione in Parlamento è stata ieri sconfortante: guerra tra i partiti, dentro lo stesso partito (il Pd), addirittura tra Camera e Senato. Dunque, che cosa aspetta il governo a prendere un’iniziativa?


Dal Porcellum al gioco dell’oca
di Federico Geremicca
(da “La Stampa”, 6 dicembre 2013)

La speranza è durata poche ore. E chi immaginava che la temuta sentenza della Corte Costituzionale potesse avere almeno l’effetto di accelerare e responsabilizzare l’estenuante dibattito in corso intorno alla riforma della legge elettorale, ci ha messo pochissimo a capire che non è così. Se possibile, anzi, la situazione è addirittura peggiorata.

Peggiorata per la buona ragione che va ormai rivelandosi con sempre maggior chiarezza la circostanza che il confronto sulla riforma da varare è ormai ineludibilmente intrecciato al braccio di ferro in corso tra chi vuole il voto anticipato la prossima primavera e chi punta – come da programma – ad arrivare fino al 2015.

E così, non per caso, quella di ieri è stata una giornata di vera e propria guerriglia politica e perfino procedurale. Camera e Senato sono ai ferri corti e si contendono la titolarità di conservare (o acquisire) il diritto a discutere di legge elettorale; i partiti – anche quelli di maggioranza – appaiono ancor più divisi circa il tipo di riforma da varare; e Berlusconi, Grillo e la Lega – andandoci ancor più per le spicce – si sono calati in una trincea assai insidiosa: il Parlamento, il governo e il Presidente della Repubblica – dicono – sono delegittimati dalla sentenza della Corte, e non resta che ristabilire la legalità e indire nuove elezioni.

Il clima è pesante, Enrico Letta naviga a vista in attesa del dibattito parlamentare di mercoledì prossimo e la spinta verso il voto tra marzo e aprile sembra farsi ogni giorno più forte. Poco importa che occorrerebbe comunque approvare una nuova legge elettorale prima di tornare alle urne, e che all’orizzonte non si scorga alcuna ipotesi di intesa. Gli equilibri in campo, infatti, sembrano cambiare: tanto che, secondo molti, la probabile elezione di Matteo Renzi alla guida del Partito democratico rischia di chiudere definitivamente (e nel peggiore dei modi) l’insidiosissimo cerchio.

Quale sarebbe lo scenario, infatti, una volta che il sindaco di Firenze dovesse conquistare il Pd? Molto semplice: le tre forze politiche maggiori del Paese (Partito democratico, Forza Italia e Movimento Cinque Stelle) avrebbero alla guida leader che si dichiarano esplicitamente per le elezioni anticipate – Berlusconi e Grillo – o che dicono di non considerarle un male assoluto, a fronte di un governo che non dovesse «fare» (Renzi). È vero che a contrastare questi leader e questa spinta c’è un altrettanto «potente terzetto» (il Capo dello Stato, il presidente del Consiglio e il vicepremier Alfano, leader del Nuovo centrodestra ): ma in politica esiste una forza delle cose che, se non arrestata in tempo, rischia di travolgere tutto e tutti.

Quel che continua a sconcertare è l’incapacità a decidere e la paralisi della quale sembrano esser finite preda tutte le forze politiche: si parla di riforma della legge elettorale da anni, eppure il Parlamento non riesce a trovare – oggi – un’intesa nemmeno su quale Camera sia titolata a discuterne e perfino ad approvare un innocuo ordine del giorno di indirizzo. Si sperava, come detto, che il fatto che pendesse sul Porcellum una sentenza della Corte Costituzionale spingesse i partiti a decidere: non solo questo non è accaduto, ma ora – paradossalmente – capita perfino di dover ascoltare tra i corridoi della Camera e quelli del Senato obiezioni e rimproveri a mezza voce al lavoro della Corte: fingendo di ignorare che se i giudici sono intervenuti è solo perché qualcun altro non lo ha fatto…

Non sono, naturalmente, solo ignavia e irresponsabilità a tenere la riforma ferma al palo: è che i partiti – alcuni divisi perfino al loro interno – guardano a modelli assai diversi l’uno dall’altro e, fondamentalmente, a modelli che possano favorirli e garantirne la sopravvivenza. Non è un vizio di oggi: tanto che – è noto – in Italia le leggi elettorali sono state quasi sempre il prodotto o di referendum (il Mattarellum) o di «colpi di mano» (il Porcellum): e ora – quando e se accadrà – di sentenze della Corte Costituzionale.

Eppure si era scritto e sperato in un accordo a tre (Letta-Renzi-Alfano) su una legge elettorale a doppio turno: così che si sarebbero garantite, in un sol colpo, tanto la riforma quanto la sopravvivenza del governo. Niente da fare: da ieri anche questa ipotesi è carta straccia. E dunque si ricomincia dall’inizio, come in un rischioso, insostenibile e intollerabile gioco dell’oca…


Legge elettorale e voto: lo strano asse Cav-Grillo
di Adalberto Signore
(da “il Giornale”, 6 dicembre 2013)

«Se Silvio passa all’opposizione significa che ha già chiuso un accordo con Beppe Grillo». Certamente si è spinto un po’ troppo in là, ma quando giorni fa Umberto Bossi ha teorizzato un gioco di sponda tra Berlusconi e il M5S nessuno poteva prevedere che di lì a poco una comunanza d’interessi si sarebbe davvero venuta a creare.

Erano le ore in cui il Cavaliere formalizzava la sua uscita dalla maggioranza e durante una riunione a Montecitorio del gruppo parlamentare della Lega il Senatùr non ci aveva girato troppo intorno: «Se Berlusconi rompe vuol dire che ha la certezza che Grillo non farà da stampella a Enrico Letta, lo schema inizialmente immaginato da Bersani. Tra i due evidentemente deve esserci un canale di comunicazione».
Uno scenario suggestivo quello evocato da Bossi, ai limiti dell’inverosimile. Anche se, dopo la sentenza della Corte Costituzionale, sul fronte della legge elettorale una certa saldatura tra Forza Italia e M5S si è venuta a creare. Un asse «tattico», perché – lo spiega il Cavaliere incontrando alcuni dirigenti azzurri nella sede di Forza Italia a piazza San Lorenzo in Lucina – nell’immediato «bisogna battere sul fatto che questo Parlamento non ha il diritto di andare avanti oltre perché privo di legittimità» ma in prospettiva dobbiamo decidere quale direzione effettivamente prendere. Ragionare, cioè, su quale sia il sistema elettorale migliore. «Per fare questo – aggiunge Berlusconi durante una delle riunioni – bisogna innanzi tutto approfondire gli esiti della sentenza studiando le motivazioni e poi aspettare che si posizionino tutti gli altri, a partire da Matteo Renzi». Perché quel che vorrà fare il futuro segretario del Pd sarà determinante per capire se davvero esistono margini per buttare giù una nuova legge elettorale a breve e tornare alle urne prima dell’estate (che è esattamente quello che non vuole il Pd che fa capo a Letta e il Ncd di Angelino Alfano, oltre – superfluo dirlo – il Quirinale). Non è un caso che al momento il Cavaliere non escluda di sfidare in qualche modo Renzi sul terreno della riforma elettorale nel caso in cui il sindaco di Firenze alla fine decida per il basso profilo per preservare la tenuta del governo.

Quel che è certo, dunque, è che nell’immediato tra Forza Italia e M5S potrebbe crearsi una sorta di convergenza movimentista. Non è un caso che ieri, nella commissione Attività produttive della Camera, l’azzurro Ignazio Abrignani abbia sfiorato il colpaccio arrivando a un solo voto dal mandare sotto il governo sulla legge di Stabilità. E che una forte consonanza ci sia lo si coglie non solo dalla linea scelta dal presidente dei deputati di Forza Italia Renato Brunetta che definisce il Parlamento «illegittimo» e dubita della legittimità pure di Giorgio Napolitano (eletto proprio da quelle Camere), ma anche da quanto siano tesi i nervi in casa del Ncd. Dopo la presentazione del nuovo simbolo, infatti, un preoccupato Fabrizio Cicchitto si apparta con i ministri Maurizio Lupi e Gaetano Quagliariello per puntare il dito contro «il modello eversivo che stanno seguendo M5S e Forza Italia» a cui sulla riforma della legge elettorale starebbe fornendo sponda il capogruppo del Pd Roberto Speranza.
Sul fronte del movimento, intanto, Berlusconi si dedica alla convention che domenica lancerà i Club Forza Silvio all’Auditorium della Conciliazione a Roma. Un appuntamento di cui da ieri il Cavaliere si occupa in una riunione operativa con Marcello Fiori (ex braccio destro di Guido Bertolaso alla Protezione civile, oggi responsabile dei Club) e pochi parlamentari (tra cui Daniele Capezzone, Gregorio Fontana, Antonio Palmieri e Manuela Repetti). Un appuntamento che servirà anche da «controprogrammazione» alle primarie del Pd. Un Berlusconi concentrato soprattutto sulla kermesse di domenica, a parte una battuta di sfuggita sul nuovo simbolo del Ncd: dà la misura del loro stato d’animo, di certo non allegro.


Basta, è ora dell’alternativa al sistema
di Marcello Veneziani
(da “il Giornale”, 6 dicembre 2013)

No, la sentenza della Corte costituzionale non è discutibile, come dice Renzi. È solo tardiva, perché ci hanno fatto votare così già tre volte. Mi annoia dirlo, ma da anni scrivevo che i Custodi della Costituzione, il Presidente della Repubblica e la Corte, non avrebbero dovuto avallare quella legge elettorale che toglie ai cittadini il diritto sancito dalla Costituzione di scegliersi i propri rappresentanti, per non dire del resto. La Corte ha atteso troppo e nel momento di peggior marasma delegittima governo, Parlamento e capo dello Stato. Mettetevi nei panni del cittadino: trova abusive le principali istituzioni della Repubblica, vede un conflitto senza precedenti tra potere giudiziario e gli altri due poteri, assiste da mesi inerme allo spettacolo di un Parlamento incapace di trovare la sintesi per una riforma elettorale. E intanto inaspriscono tasse e controlli, riceve continue minacce dall’agenzia delle entrate, Equitalia, più i guai della crisi. Se non passa alla lotta armata o alla fuga è solo per non inguaiarsi di più. A questo punto il clima è maturo per rilanciare uno slogan che risale alla mia adolescenza: alternativa al sistema. Sì, è necessaria. Perché altrimenti la conclusione inevitabile è la dittatura. Il colpo di Stato dei militari non s’usa più, la democrazia si replica per mancanza di dittatore (Longanesi), ma all’orizzonte c’è la troika e la fine della sovranità. Meglio l’alternativa al sistema: Repubblica presidenziale, svolta decisionista, rivoluzione e poi riforme radicali


La Casta? Siete solo dei pezzenti
di Filippo Facci
(da “Libero”, 6 dicembre 2013)

Siete dei pezzenti, avete lasciato tutto in mano ai giudici e siete ancora lì a fare calcoli, a preventivare poltrone. I giudici arrestano o no, sequestrano conti, fermano cantieri, giudicano se stessi e cioè altri giudici, non pagano per i propri errori, decidono se questo articolo sia diffamatorio, se una conversazione debba finire sui giornali, se una cura sia regolare o no, se un bambino possa vedere il padre, se un Englaro possa terminare la figlia, se uno Welby possa terminare se stesso, i giudici fanno cose buone e colmano il ritardo culturale e legislativo che voi avete creato in vent’anni, ma i giudici fanno anche un sacco di porcate, e sono in grado di svuotare e piegare ogni leggina che voi gli offriate su un piatto d’argento. Ma siete voi pezzenti che glielo avete lasciato fare. Siete voi che avete lasciato sguarniti gli spazi dei quali loro – o l’Europa – non hanno potuto non occuparsi. E non è che captare il ritardo culturale e legislativo fosse impresa da rabdomanti: della necessità di cambiare il Porcellum lo sapevano tutti, anche i cani, il Porcellum lo odiano tutti, da anni, e voi esistereste solo per questo, per cambiarlo, siete in Parlamento espressamente per questo, e proprio per questo sareste stati eletti: se non fosse che non siete neanche degli eletti. Ma lo abbiamo già detto, che cosa siete. E, ormai, c’è una sola cosa che rende ingiustificata l’antipolitica: che non c’è più la politica. Ci siete voi.
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(Come non condividere? Facci, si faccia promotore (io sono piccino piccino anche se la invoco da mesi) di una nuova Norimberga contro questa classe dirigente che ha rovinato l’Italia. bdm)


I muscoli di Napolitano e Letta “Facciamo noi la legge elettorale” E Renzi dichiara la guerra
di Redazione
(da “Libero”, 6 dicembre 2013)

Il governo è intenzionato a partire in quarta sulla definizione di una nuova legge elettorale, dopo che l’altroieri la Consulta ha dichiarato incostituzionale il Porcellum. L’obiettivo non è tanto quello di fare in fretta, ma di togliere ai partiti il manico del coltello. Perchè l’intenzione di Enrico  Letta e soci (guidati da Napolitano, ovvio) resta quella di andare al voto non prima della primavera 2015, al termine del semestre italiano di presidenza della Ue. Il ministro dei rapporti col Parlamento Dario Franceschini lo ha detto chiaro: potrebbe esserci una iniziativa del governo (disegno di legge), ovviamente concordata coi partiti che sostengono la maggioranza.

Il piano è quello, appunto, di far lavorare sul tema il Parlamento per tutto il 2014 e tornare al voto nel 2015. Senza accelerazioni. Un piano che, ovviamente, trova d’accordo le due forze minori della maggioranza, Scelta civica e Nuovo centrodestra. Soprattutto il partito di Angelino Alfano spera di avere un anno per organizzarsi al meglio al suo interno e sul territorio in vista di una tornata elettorale che, diversamente da quella delle Europee, sarebbe decisiva per la sua stessa sopravvivenza. Lo schema di legge elettorale  cui pensano Letta e Alfano è quello di un doppio turno con elezione diretta del premier, come ciò che avviene nei comuni: liste con preferenze al primo turno e ballottaggio tra i primi due candidati premier.

Chi rosica è Matteo Renzi, il quale si scaglia contro un eventuale disegno di legge governativo: “Le riforme – avverte – spettano alle forze politiche, non al governo”. Un avviso importante in vista del faccia faccia che il sindaco di Firenze avrà con Letta subito prima del dibattito sulla fiducia del prossimo 11 dicembre. Un faccia a faccia nel quale, se eletto segretario del Pd, Renzi rivendicherà la gestione diretta della partita delle riforme. Togliendola al governo. Dalla sua, il “Rottamatore” potrà contare sul favore di Silvio Berlusconi, il quale vede in Renzi l’unico interlocutore che possa consentirgli di realizzare il disegno di interrompere anzitempo la legislatura, tornando alle urne con il Mattarellum prima che per lui si aprano le porte dei Servizi sociali, a primavera 2014. Non è un caso che ieri la proposta di trasferire la discussione sulla legge elettorale dal Senato alla Camera (dove sulla carta una maggioranza favorevole al ripristino del Mattarellum c’è) sia stata sostenuta ieri anche dal capogruppo di Forza Italia Renato Brunetta.

Il presidente Giorgio Napolitano, da parte sua, si fa garante della non volontà di una accelerazione dei tempi. Nel caso in cui, entro la pubblicazione delle motivazioni della sentenza della Consulta, il Parlamento non sia ancora approdato alla definizione di una diversa elegge elettorale, è stato da più parti detto come automaticamente ritornerebbe in vigore il sistema proporzionale (che pur manca delle preferenze). Ma Napolitano, a scanso di equivoci, ha immediatamente escluso che il Paese possa tornare alle urne con quello schema, magari corretto con l’inserimento delle preferenze per ottemperare alle indicazioni della Corte costituzionale: “Quel sistema – ha detto il capo dello Stato – è stato superato dalla volontà espressa dai cittadini. Non ci sarà alcun ritorno al passato”.


Minzolini: “Non escludo di votare l’impeachment per Napolitano”
di Redazione
(da “Libero”, 6 dicembre 2013)

Delle convergenze – sempre più numerose nonostante l’ostentata diffidenza reciproca – tra grillini e Pdl ve ne abbiamo dato conto in un altro articolo. Ora, però, il capitolo delle somiglianze si arricchise di un nuovo capitolo. Da tempo Beppe Grillo chiede l’impeachment per Giorgio Napolitano, ossia la “decadenza” del presidente della Repubblica. “L’impeachment è pronto”, ha annunciato il capocomico al recente V-Day di Genova. E c’è chi osserva attentamente: Augusto Minzolini. Su Twitter, l’ex direttorissimo del Tg1, spiega: “Leggerò attentamente la motivazione M5S sull’impeachment di Napolitano. Se mi convince, non escludo di votarlo”. Così il senatore di Forza Italia, che spiega: “E’ meglio la Repubblica che una strana monarchia”. Il falco azzurro continua: “Napolitano si erge a difensore del maggioritario e del Parlamento delegittimato. In realtà gli interessa solo che il governo Letta vada avanti”. Anche Minzo, insomma, la pensa come Grillo: l’impeachment è la strada maestra per “liberarsi” di Re Giorgio.
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(Dovrebbe chiedere l’impeachment tutta Forza Italia. Spero che Minzolini sia l’apripista coraggioso. bdm)


Giuliano Ferrara: “Vi spiego perché Renzi è fottuto”
di Redazione
(da “Libero”, 6 dicembre 2013)

A poche ore dalle primarie per la segreteria del Pd, Giuliano Ferrara fa il punto sul futuro di Matteo Renzi, vincitore quasi sicuro, l’uomo che “trasforma sé stesso, con i suoi trentott’anni, in un programma di rottamazione, espressione sgradevolmente violenta ma persuasiva, del vecchio personale politico del centrodestra e del Pd”. Secondo il direttore de Il Foglio, “ora Matteo Renzi è in dirittura d’arrivo per essere eletto segretario da una constituency, larga, fatta in prevalenza di elettori, estranea alle vecchie pressi di partito”.

Peccato però, aggiunge l’Elefantino, che “la Corte Costituzionale ha appena squadernato davanti agli italiani una legge elettorale con le preferenze, il contrario del suo progetto che si nutre della possibilità vocazionalmente maggioritaria di governare e innovare oltre un sistema politico la cui architettura va rivista a fondo”. Inoltre il Porcellum è una sorta di assicurazione a vita per il governo Letta: fino a quando non avremo una nuova legge elettorale, il voto ci sarà precluso. La strada, per renzi, è tortusa.

Il sindaco di Firenze, per Ferrara, “sembra ritenere possibile la eterodirezione del governo Letta e dei puteri che lo puntellano. Faccia come dico io – s’incarna in Matteo -: riforme bandiera e tempi certi. Ma è realistico?”, si chiede Ferrara. Che si risponde: “Non gli verrà negato spazio negoziale e un rango di interlocutore di prima grandezza”. Peccato che è esattamente ciò che fecero un tempo con Walter Veltroni, e “sappiamo come è andato a finire”. Quindi Ferrara conclude: “Se Renzi non ripropone sé stesso come identità alternativa e non fa dell’8 dicembre un plebiscito rivoluzionario, chiedendo la testa del Re e del suo Visir, anche a costo di rotture profonde, è fottuto”.


Delegittimazione generale e le elezioni
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 6 dicembre 2013)

Il sospetto, diceva ai tempi dell’Inquisizione il Cardinale Bellarmino, è l’anticamera della verità. In base a questa massima, che in tempi più recenti ha trovato vaste applicazioni da parte di parecchi magistrati decisi ad applicare i metodi dell’Inquisizione alla loro vocazione giustizialista, molti hanno ipotizzato che la decisione della Consulta di bocciare il “Porcellum” abbia avuto un’ispirazione particolarmente autorevole. I malpensanti, in sostanza, non appena hanno saputo della sentenza con cui la Corte Costituzionale ha cancellato la vecchia legge elettorale, hanno immediatamente pensato che la decisione sia stata favorita da una discreta ma concreta azione di moral suasion proveniente dal Colle più alto della Capitale.

Sarebbe stato, in sostanza, il Quirinale ad ispirare, come lo Spirito Santo nel Conclave, gli autorevolissimi componenti della Consulta. E questa azione sarebbe stata motivata dalla preoccupazione di sgomberare il campo della politica dalla tentazione, nutrita da più parti, di andare alle elezioni anticipate in tempi rapidi puntando sui vantaggi che sarebbero venuti dalla conservazione del Porcellum. Vero? Falso? Nessuno è in grado di dare una risposta certa. Ma il fatto stesso che il sospetto sia girato con insistenza in tutti gli ambienti politici dimostra da un lato che molti attribuiscono a Giorgio Napolitano la volontà e la capacità di influenzare pesantemente sulla vita politica nazionale e dall’altro che la sentenza della Corte Costituzionale rappresenta oggettivamente un freno all’ipotesi delle elezioni anticipate.

Le due indicazioni non si escludono. Perché non è un mistero per nessuno che il Capo dello Stato sia fortemente contrario ad una nuova interruzione anticipata della legislatura. Lo ha detto e ridetto più volte. Ma, soprattutto, non si è limitato alle affermazioni ed agli auspici ma ha anche operato concretamente per tenere in piedi il Governo di Enrico Letta e per creare le condizioni per una sua sopravvivenza fino almeno al 2015. È un dato di fatto, inoltre, che la sentenza della Consulta abbia come diretta conseguenza politica quella di creare una serie di ostacoli sulla strada dei fautori delle elezioni anticipate.

Perché tornare semplicemente al vecchio “Mattarellum” non appare una soluzione praticabile (bisognerebbe inventare collegi esteri o abolire il voto agli italiani emigrati). E perché trovare un accordo in poco tempo su una nuova legge elettorale dopo che per anni non si è riusciti a raggiungere un qualche compromesso in grado di superare il Porcellum, sembra essere un’impresa quasi disperata. Sono in grado Renzi, Grillo e Berlusconi, cioè quelli che avrebbero tutto l’interesse a votare a marzo, di superare questa barriera posta dalla Corte Costituzionale e sicuramente apprezzata dal Presidente della Repubblica? La risposta è negativa tranne per un aspetto che riguarda quelli che inneggiano allo sbarramento creato dalla Consulta contro lo scioglimento anticipato della legislatura.

La bocciatura del Porcellum delegittima totalmente l’attuale Parlamento formato da nominati che non sono stati scelti direttamente dagli elettori e svuota di ogni forza ed autorevolezza la larghissima maggioranza del Partito Democratico alla Camera conquistata grazie ad un premio di maggioranza incostituzionale. E questa delegittimazione generale si scarica anche sul Presidente della Repubblica, eletto per ben due volte alla suprema carica dello Stato grazie ai voti di parlamentari privi del necessario consenso degli elettori. Questa delegittimazione del Parlamento e dello stesso Quirinale non ha effetti immediati. I delegittimati possono rimanere tranquillamente al loro posto.

Ma solo per il tempo necessario a varare una nuova legge elettorale in sostituzione del Porcellum. Non appena la “porcata” sarà stata sostituita, il Parlamento dei nominati dovrà necessariamente uscire di scena rimettendo al corpo elettorale il compito di dare vita a nuove assemblee elettive che dovranno come primo atto eleggere un nuovo Capo dello Stato. Nessuno si dovrà stupire, allora, se ad accordarsi sulla nuova legge elettorale saranno Renzi, Grillo e Berlusconi!
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(Renzi, Civati – anche se perderà la corsa – Berlusconi, Grillo e la Lega Nord devono accordarsi e battere Napolitano, costringendo il parlamento a varare la nuova legge entro al massimo 10 giorni. Altrimenti si dimettano tutti, e creino un vuoto istituzionale senza precedenti, la cui colpa sarà addebitabile a Napolitano. Meglio un parlamento sotto il tiro dell’Aventino, che un parlamento abusivo. bdm)


La sentenza della Corte Costituzionale che ha dichiarato illegittimo dal punto di vista costituzionale il cosiddetto Porcellum, cioè la legge costituzionale in vigore da otto anni, ha creato problemi giuridici che nel nostro ordinamento giuridico non si erano mai visti.

Le più alte Istituzioni in carica – le cui nomine sono in parte legale a quello stesso Porcellum – si sono affrettate a sostenere che le leggi e le nomine fatte dal Parlamento negli ultimi otto anni sono perfettamente valide ed efficaci.

Personalmente non la penso così e credo di essere in buona compagnia. Tuttavia non ho dubbio che passerà la linea che “salverà” la situazione, anche perché altrimenti si creerebbe un tale caos istituzionale che si rischia di non venirne più fuori.

Ritengo però che, al di là dei ragionamenti prettamente giuridici, si possa quantomeno parlare di “incostituzionalità etica” dei provvedimenti normativi e delle nomine fatte da questo Parlamento illegittimo (almeno in parte della sua composizione). Buona prassi esigerebbe che coloro che sono stati nominati presidente del Senato, della Camera, della Repubblica, membri della Corte Costituzionale, di Authority, di organi di autogoverno delle magistrature ecc. ecc. si dimettessero volontariamente, per coerenza con il venire meno del presupposto che ne ha determinato la nomina: la legittimità dell’elezione di coloro che li hanno nominati!

Sara così? Resterà poi da vedere se i giudici (tale potere spetta ad ogni singolo organo giudicante) cominceranno a sollevare questioni sulla costituzionalità delle norme varate dal Parlamento composto illegittimamente.
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(L’articolo non fa una grinza. bdm)


Napolitano e l’impeachment
di Sonia Oranges per “Il Messaggero”
(da “Dagospia”, 6 settembre 2013)

1. BERLUSCONI TENTATO DALL’ASSE ANTI QUIRINALE CON I GRILLINI

«E’ stata una sentenza politica, hanno trovato il modo per blindare le larghe intese a vita»: un Silvio Berlusconi furibondo, ieri, ha riunito il gotha di Forza Italia per far aprire il dossier sulla legge elettorale, alla luce della sentenza della Corte costituzionale. Dietro la quale, ancora una volta, il Cavaliere sospetta esista una «regia» del Colle. E c’è chi, all’interno del partito, ora gli sussurra che, tramontata l’ipotesi di un ritorno alle urne, tanto vale giocarsi il tutto per tutto e appoggiare il Movimento 5 Stelle che ha annunciato di voler chiedere l’impeachment del Capo dello Stato Giorgio Napolitano.

«Non so…», aveva glissato mercoledì sera a chi gli chiedeva lumi in proposito. Senza smentire. Anche perché, davanti a quest’ennesima strettoia, il Cavaliere non esclude nulla. Nemmeno di dare ascolto ai falchi forzisti, a cominciare da Daniela Santanchè, che avrebbero parlato apertamente di creare un asse anti-Quirinale, con i grillini. E di certo ieri il capogruppo alla Camera Renato Brunetta strizzava l’occhio ai grillini in aula, nella concitazione della protesta per trasferire il file elettorale da Palazzo Madama a Montecitorio.

«Mi chiedo se sia legittimo il presidente della Repubblica nominato due volte da un Parlamento votato con il Porcellum, dichiarato illegittimo dalla Consulta», ha detto, mentre i berlusconiani facevano fronte comune con i pentastellati. «Non c’è alcun dialogo con il Movimento, decideremo volta per volta se opporci insieme», frena una fonte vicina al Cavaliere, confermando però che il clima nei rapporti tra i due gruppi è mutato, più cordiale, per evitare di consegnare al M5S il monopolio dell’opposizione. Non a caso, ieri mattina, Luigi Zanda commentava alla buvette del Senato con Anna Finocchiaro: «Tra un po’ Forza Italia e i grillini voteranno allo stesso modo…».

IL KIT DEL CANDIDATO
Nel frattempo, il leader pensa al partito e fino a tarda sera ha presieduto una riunione operativa in vista della convention di domenica, in cui sarà celebrata la nascita ufficiale dei primi mille club Forza Silvio. Sul palco ha fatto sapere che non vuole senatori e deputati, ma solo «volti nuovi» e giovani. Prenderà per la prima volta la parola pure Marcello Fiori, ex braccio destro di Bertolaso, cui il Cav ha affidato la macchina organizzativa. L’idea però che Fiori parli dal palco non piace al vertice azzurro.

La riunione di ieri serviva anche a sedare il malumore con lo stato maggiore di Fi assente dalla manifestazione di domenica. Che senso ha lanciare una novità sei poi si vedono sempre gli stessi?, sarebbe la motivazione addotta dall’ex capo del governo. Ecco dunque l’idea di affidare la presidenza dei club a dei giovani a cui verranno dati dei kit sul modello di quelli che furono distribuiti con la discesa in campo nel 1994.

2. NAPOLITANO: MINZOLINI, IMPEACHMENT? SE M5S CONVINCE PERCHE NO?
(AGI) – “Leggerò attentamente la motivazione M5s sull’impeachment di Napolitano. Se mi convince, non escludo di votarlo”. E’ il senatore FI Augusto Minzolini a uscire allo scoperto, via Twitter, per dire che “è meglio la Repubblica che una strana monarchia”. Anche perché, osserva ancora il falco ‘azzurro’, “Napolitano ora si erge a difensore del maggioritario e del Parlamento delegittimato: in realtà gli interessa solo che il governo Letta vada avanti”.

3. L. ELETTORALE: SANTANCHÉ, NAPOLITANO SIA ARBITRO E NON GIOCATORE
(AGI) – “Dopo la sentenza della Corte Costituzionale siamo tutti illegittimi e tutti decaduti, e il Presidente della Repubblica dovrebbe prenderne atto”, ha ribadito Daniela Santanché nel corso di un incontro che si e tenuto stamattina presso la sede del coordinamento regionale Lombardia per lanciare la manifestazione dei comitati ‘Forza Silvio’ dell’8 dicembre, a Roma. “Le sentenze non si commentano, ma si applicano, e allora mi viene sempre più la certezza che in questo paese ci sono due pesi e due misure”, ha proseguito Santanché. “Siamo nel caos assoluto, di questo bisogna prendere atto, e dovrebbe prenderne atto il Presidente della Repubblica e comportarsi da arbitro e non da giocatore”, ha detto ancora.

Santanché ha rilevato che “se anche questa sentenza verrà addomesticata o giustificata, se si ritiene che l’interesse sia quello di tenere in piedi un governo di ‘sottintese’ e non un governo per l’Italia e per gli italiani, allora significa che il Presidente Napolitano può tutto”. A proposito delle primarie Pd, invece, l’esponente FI ha detto che “Renzi sembra un rivoluzionario solo a parole, ma nei fatti sembra molto predisposto all’inciucio, cosa che a me personalmente non piace”


Dopo le primarie al voto. Non risolve i problemi ma non farlo è peggio
di Angela Azzaro
(da “gli Altri”, 6 dicembre 2013)

Andare al voto? La domanda viene prima e dopo la sentenza della Corte costituzionale. E va al di là delle norme. Molto al di là. È un quesito che investe direttamente il valore della democrazia e della politica in questo Paese.
Gli ultimi due governi, Monti e Letta, non sono nati per volontà popolare, ma per un’alchimia voluta e guidata direttamente da Napolitano, in nome di un’Europa che per la ricchezza di pochi sta affamando i popoli e li sta riducendo alla sua mercè. Al voto quindi si sarebbe dovuto andare subito dopo il fallimento dell’ipotesi di governo Bersani, tentativo comunque viziato da una partita a tre – centrodestra, centrosinistra, cinquestelle – finita in parità. La strada era abbastanza chiara, allora. Subito nuova legge elettorale e poi un nuovo voto, che desse al Paese un governo legittimato dalle urne. Così non è stato e per la seconda volta, anche se con alcune differenze significative, si è dato vita dopo Monti a un mostro istituzionale, un governo di larghe intese sempre sul punto di cadere e incapace di dare una vera sterzata al Paese per riprendersi dalla crisi.

Il voto quindi come unica chance per un governo forte, capace di dire no alle richieste dell’Europa, come sta facendo la Germania. Eppure non si può neanche non vedere che questa richiesta contiene alcune false illusioni che attengono alla crisi profonda da cui siamo attraversati. Non è una crisi che possiamo pensare di risolvere con un voto e neanche, per quanto oggi sicuramente prioritaria, con una riforma elettorale. Bastassero queste due mosse, sarebbe facile chiederle e ottenerle. In realtà i ritardi su questi due fronti, sono dovuti alle cause che hanno prodotto lo stallo democratico. Sono cause profonde, che vengono da lontano e parlano di una politica non più intesa come res pubblica, ma come esercizio di potere contro e non a favore degli uomini e delle donne. Non che prima la politica fosse per forza “buona” o che il potere non fosse “cattivo”, ma anche questi aspetti restavano dentro l’alveo di un’idea di politica comunque legata agli interessi della comunità umana. Questo tassello è saltato e senza una messa in discussione totale delle priorità e dei rapporti con questa Europa sarà molto complicato riuscire a ricostruire un tessuto che ridia fiducia nel Parlamento, ormai da tempo esautorato dei suoi principali compiti, e di un governo nazionale che ha abdicato il suo potere in nome delle banche. È per questa ragione che anche la proposta di chi pone avanti le riforme costituzionali, come panacea di tutti i mali, non funziona. Anche le riforme costituzionali, che andrebbero fatte se si vuole rispettare il dettato profondo della Carta, hanno bisogno di un contesto, non tanto condiviso in stile larghe intese, ma diverso. Nuovo. Un contesto che ridia valore alla democrazia come luogo della discussione, del confronto, ma anche di ipotesi politiche forti, diverse dalle gestione ordinaria di un presente che diventa sempre più problematico.

Certo, se questo quadro fosse vero, dovremmo rinunciare al nostro diritto di voto. Riconoscere il fallimento di un sistema e metterci a ragionare su come ridare valore alle istituzioni. In realtà le due cose non si escludono. Andare al voto e provare a ricostruire il tessuto politico che è saltato. Il voto, con qualsiasi legge avverrà, ripassa comunque il testimone ai cittadini e alle cittadine che forti dell’esperienza di questi ultimi due governi, sarà forse in grado di dare indicazioni più nette. Ma non è tanto questo il punto. Il valore del voto è in negativo, più che per gli effetti positivi che avrebbe. Cioè sarebbe davvero grave e forse irreparabile in un contesto come questo rinunciare anche alle urne. Chiamare i cittadini e le cittadine al voto non avrebbe quindi nessun effetto magico, ma eviterebbe il peggio: esautorare completamente la sovranità popolare. Se davanti a un governo che non ha la forza o la volontà rispetto all’Europa, non avessimo almeno la possibilità di dire la nostra, anche se fosse l’astensione, ci condurrebbe a un cul de sac ancora più grave.

C’è anche un altro motivo per chiedere di andare alle urne sperando in un governo che non sia di larghe intese. E sono i diritti civili. Ormai la crisi, gestita prima da un governo tecnico sostenuto da destra e sinistra ora da un governo non più tecnico ma sempre bicolore, ha messo in secondo piano i diritti civili. L’Italia è rimasta il fanalino di coda dell’Europa, dai matrimoni per tutti alle carceri, dalla fecondazione assistita ai servizi sociali ridotti all’ossicino e non solo e non tanto per mancanza di risorse là dove riguardano la libertà delle donne. La decisione russa – di dare solo all’Italia i bambini in adozione, essendo negata la possibilità ai gay – è solo l’ultimo schiaffo. Un governo che non sia schiavo di veti incrociati, se non potrà ribellarsi all’Europa dei banchieri, potrà forse ascoltare l’Europa che ci chiede di cambiare sul piano dei diritti. Certo, dipende dal governo che verrà su indicazione delle urne. Potrebbe essere un esecutivo reazionario, ma almeno sarà chiaro che si deve tornare.


Berlusconi accusa le alte cariche dello Stato: “Non estranee al disegno tra sinistra e pm”
di Sergio Rame
(da “il Giornale”, 6 dicembre 2013)

Per far fuori il Cavaliere dalla politica gli antiberlusconiani hanno ordito un vero e proprio complotto che si sviluppa su più livelli.
In primis, quello giudiziario che, nelle aule dei tribunali, ha visto all’opera schiere di magistrati politicizzati. Anche la politica, però, ha avuto il suo ruolo di primissimo piano. “L’intreccio fra logiche politiche della sinistra e strumenti giudiziari sta mettendo seriamente in pericolo il concetto stesso di libertà, democrazia, stato di diritto”. In una lettera ai parlamentari di Forza Italia, Silvio Berlusconi ha denunciato, senza usare mezzi termini, che al complesso disegno ordito dalle toghe “non son estranei i più alti organi di garanzia delle nostre istituzioni”. Un vero e proprio complotto teso a cacciarlo dal parlamento per spianare alla sinistra la strada per Palazzo Chigi.

Nonostante la sinistra le stia provando tutte pur di estremetterlo dalla corsa elettorale, Berlusconi resta fermamente intenzionato a guidare Forza Italia e il centrodestra contro il partito delle tasse che, al potere con il premier Enrico Letta, vorrebbe riconfermarsi alle prossime elezioni. Proprio per questo l’ex presidente del Consiglio ha scritto ai parlanentari azzurri ricordandogli che, dopo la fuoriuscita di Forza Italia dalla maggioranza, le urne sono sicuramente più vicine. “Il vostro impegno, come massimi dirigenti del nostro movimento politico, deve essere attivo e quotidiano – si legge nella lettera – l’adesione è solo il primo passaggio di un ruolo fondamentale che dovrete giocare nel parlamento e nel Paese anche in vista delle elezioni europee e di possibili elezioni politiche nei prossimi mesi”. Un “tridente” organizzativo, formato dai club “Forza Silvio”, da un partito rilanciato e dagli eletti a tutti i livelli dall’Europa ai Comuni, dovrà impegnarsi in prima persona a fermare il disegno ordito dalla sinistra con la complicità dei pm politicizzati. Disegno che potrà essere fermato, è il ragionamento di Berlusconi, “solo se saremo sufficientemente forti, compatti, presenti fra la gente, capaci di far capire a tutti la gravità della situazione nella quale la nostra Nazione si è ritrovata”.

Nella missiva il Cavaliere definisce di “importanza cruciale” la necessità di organizzare una “struttura agile, aperta, che sia capace di dialogare in modo capillare con il territorio”. Il primo appuntamento del rinato movimento è fissato per domenica prossima: la convention dei club “Forza Silvio” si terrà all’auditorum Conciliazione di Roma. “Siamo già a tremila club certificati – ha ricordato il capogruppo di Forza Italia alla Camera, Renato Brunetta – ritengo possiamo arrivare presto ai diecimila”. I club avranno compiti di controllo dei voti, incarichi organizzativi e sociali con il rispetto e l’aiuto verso chi è più debole. “Non abbiamo bisogno di cercare leader nel centro destra – ha sottolineato Brunetta – lo abbiamo già ed è Silvio Berlusconi”. Qualora l’Europa dovesse dichiarare illegittima la decadenza per l’applicazione retroattiva delle legge Severino, infatti, la leadership rimarrà salda nelle mani del Cavaliere.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart