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Puccinelli, Enzo

1 Agosto 2020

Pillole di Lucca. Curiosità storiche

Pillole di Lucca. Curiosità storiche

Potete aver letto tutti i libri che sono stati scritti sulla storia di Lucca, a partire, per non andare troppo indietro nel tempo, da Girolamo Tommasi e Augusto Mancini fino ad arrivare a Isa Belli Barsali e Guglielmo Lera, ma in quello di Puccinelli ci sono delle ‘pillole’ che lì non si trovano.
Sicché succede che, alla fine della lettura, vi accorgerete che sarà opportuno collocare il libro sullo stesso piano dello scaffale dove avete in bell’ordine le storie di Lucca, poiché le curiosità che troverete nella minuziosa e scrupolosa opera di Puccinelli ne costituiscono un talentuoso sussidiario.
Puccinelli non passeggia mai per le strade strette di Lucca lasciandosi distrarre dal loro fascino; né osserva la stupenda cinta muraria, unica al mondo, che la include con gli occhi avvolti da una magheria. No, i suoi occhi sono tenaci e costanti cercatori e osservatori di quei segni che il tempo ha reso preziosi come rari gioielli. Gli uomini che costruirono la città, che misero la loro arte nelle rudi pietre per trarne suggestione e bellezza, Puccinelli riesce a vederli all’opera, e ci racconta la loro fatica attraverso i segmenti creativi e fattuali lasciati alla posterità. Come pure le ricerche d’archivio, intraprese con lo stesso spirito avido e curioso, riesumano accadimenti e modi di vivere che pochi – se non addirittura nessuno – hanno raccontato.
Voi forse vi immaginate una Lucca buona e paziente? Vi sbagliate: “La Lucca medievale ha sempre avuto ‘tolleranza zero’ verso gli emarginati, i diversi. Vagabondi, mendicanti ed accattoni non erano graditi all’interno delle mura e, per la sicurezza dei cittadini, fu fatto di tutto per sopprimere o comunque limitare al massimo quella che i lucchesi consideravano una piaga da estirpare. Finito il medioevo, con un bando del 3 gennaio 1575, emanato da un Offizio sopra i vagabondi, composto da tre o sei cittadini nominati dal Consiglio Generale, fu disposto che tutti i vagabondi, uomini o donne, dovessero lasciare la città, in caso contrario, come scritto esattamente sul bando, erano previste le seguenti pene: ‘… a maschi da 18 anni in giù, per la prima volta, di 50 nerbate a carne nuda in pianga, e per la seconda di bando perpetuo; a quelli da 18 a 50 anni, per la prima volta, un tratto di corda della girella in basso, e per la seconda alla pena del bando perpetuo; ed a quelli da 50 anni in su ed agli storpiati e ciechi, in caso di recidiva, un bollo fatto con ferro infuocato nelle mascelle…’”.
E delle streghe a Lucca avete sentito parlare?
Ecco che cosa scrive l’autore: “Verso il XII secolo, l’inquisizione romana, il Sant’Uffizio, dette il via ad una persecuzione inumana e senza limiti. Questi tribunali di “religiosi”, molto spesso senza alcuna prova e attraverso una semplice denuncia anonima, si accanirono contro l’eresia, i malefici e i sortilegi. La Repubblica di Lucca, attraverso il suo governo, fu l’unica ad opporsi all’ingresso in città di questo tipo di tribunale, però non riuscì ad impedire la persecuzione di streghe portata avanti, fortunatamente per poco tempo, da alcuni magistrati statali. Nel 1571 due giovani donne, una delle quali sicuramente affetta da epilessia, furono incriminate di stregoneria. Durante il processo, nel quale alle imputate non fu consentito avere un avvocato difensore, a più riprese le due donne non ammisero alcuna colpa, ma per il Sant’Uffizio, ottenere una confessione era la cosa più semplice, in quanto i metodi di tortura erano veramente spietati. Fu così che Polissena da San Macario e Margherita da San Rocco vennero condannate al rogo.”.
Delle corse di cavalli, invece, avrete sentito parlare, ma non con questi dettagli: “Nei secoli precedenti, tra il medioevo ed il rinascimento, dopo la costruzione della cinta medievale, si ha notizia di competizioni equestri che avevano come traguardo quell’antica colonna di granito orientale con capitello corinzio, probabilmente prelevata dall’Anfiteatro Romano, ed oggi chiamata “colonna mozza” ancora presente in Piazza Santa Maria “Forisportam”T ‘
Oltre a correre intorno ai ruderi delle mura romane, si ha notizia di una corsa che partiva da Pontetetto e che, a volte, si concludeva in piazza San Michele. Però, la gara più famosa e appassionante era chiamata la corsa dei “berberi”, cavalli non ferrati, i quali venivano sciolti, senza fantino, in zona S. Donato. Gli stallieri cercavano fino all’ultimo di trattenere i cavalli eccitati e quando la corda davanti a loro cadeva, partivano con la velocità del fulmine. Atterriti anche dalle urla degli spettatori e dagli schiamazzi, con una corsa sfrenata percorrevano a tutta velocità via S. Paolino, Piazza S. Michele, e via S. Croce, per arrivare alla colonna mozza.”.

Ė risaputo che a Lucca le donne sono molto belle e basta frequentare di sera ‘lo struscio’ di via Fillungo, la strada lunga e stretta più importante della città, per rendersene conto.
Così se ne parla nel libro: “Oggi come ieri, a Lucca ci sono donne molto belle, anche se la bellezza è un concetto relativo legato alla società e all’epoca in cui si vive. Ma, a parte le popolane, come doveva apparire una nobildonna medievale per essere considerata bella? Alcuni parametri erano imprescindibili. Il seno “doveva” mostrarsi piccolo e quindi indossavano un corsetto per appiattirlo perché era il ventre, come simbolo della fecondità femminile, che era maggiormente considerato, al punto da far indossare imbottiture per accrescerne la prominenza, così da farle sembrare tutte… in stato interessante!
La vista più conturbante non era quella del seno, ma del piede o meglio ancora del polpaccio. I capelli, poco visibili, chiari e su una fronte particolarmente alta, venivano tirati e raccolti sulla nuca, parzialmente coperti da veli guarniti da uno strato di volant. La pelle obbligatoriamente più chiara possibile perché, oltre a procurare le rughe, un’eventuale ed anche leggera abbronzatura sarebbe stata indice di persona spesso esposta al sole la quale, quindi, non poteva certamente essere benestante… perché lavorava!
Su una pelle particolarmente bianca si dovevano ben vedere le vene blu e per questo motivo, ancora oggi, si usa il detto ‘… avere il sangue blu…’ per indicare una persona non certamente di bassa estrazione. Già nel XIII secolo esistevano trattati di cosmetica che descrivono in modo dettagliato come nascondere le rughe, rimuovere gonfiori da viso e occhi, schiarire la pelle, nascondere le macchie e le lentiggini, tingere i capelli, fare la ceretta… In sintesi una bella donna doveva apparire… beh, basta vedere come veniva rappresentata la Madonna nell’antichità!”.
Per gli appassionati, ce n’è anche sul calcio, che cominciò a prendere piede in Italia (era diffuso già in Gran Bretagna) ai primi del Novecento. Città come Genova, Torino e Milano si affrettarono a formare le loro squadre da mettere in competizione con quelle di altre città. Anche Lucca si impegnò a costruire la sua squadra, ma leggete come era formata: “La squadra fu costruita in fretta e, immediatamente fuori dalle mura, i campi dove praticare il ‘calcio’, anche se semplici spazi terrosi, non mancavano certamente. Quando si dovettero scegliere i colori sociali, vennero presi ad esempio quelli delle altre squadre e, considerato che il Milan era la squadra vincente del tempo, la maglia rosso-nero si impose facilmente. Nel 1650, nell’area dove adesso si trova il giardino botanico, era presente un grande campo triangolare dove venivano giocate le antiche partite di calcio. Ogni squadra era composta da 30 giocatori e le regole erano molto diverse dall’attuale sport e simili al famoso calcio fiorentino.
Successivamente il ‘campo’ venne spostato subito fuori dalle mura, immediatamente a sinistra uscendo dall’attuale porta Elisa, proprio nei pressi della zona dove c’è la lapide a ricordo di Don Aldo Mei. In ultimo, quando i Lucchesi decisero di costruire un vero stadio, fu scelta l’attuale posizione, perché era molto vicina al luogo dove il calcio lucchese era nato e dove i cittadini erano abituati ad andare. La storia spiega anche perché, perpendicolarmente ai fossi e adiacente alla casa di cura Barbantini, c’è ancora una via che si chiama ‘del calcio’.”.
Sappiamo tutti che il celebre Volto Santo custodito presso la cattedrale nel tempietto opera di Matteo Civitali era venerato in tutta Europa e ad inginocchiarsi davanti a lui venivano tutti i maggiori potentati, anche re e Papi.
Ma pochi sanno che il 14 settembre 1756, il giorno della sua festa, anche la città di Siena volle onorarlo. Come? Leggete qui: “L’evento [la ‘Luminara’] era talmente conosciuto che in onore del Volto Santo, il 14 settembre 1756, i senesi decisero di far svolgere il palio, fino ad allora mai uscito da Siena, nella città di Lucca.
La famosa corsa di cavalli si svolse nell’ippodromo cittadino. Il ‘drappellone’ dipinto per l’occasione con le insegne della Repubblica di Lucca e con il Volto Santo fu portato a Siena e fa ancora bella mostra di sé nel museo della contrada Valdimontone.”.

Nel 1630 anche Lucca fu colpita dalla peste. Si vedevano in giro certi figuri da far spavento, incaricati di prelevare i tanti morti. Li si riconosceva subito per l’originale e terribile abbigliamento: “Lo strano abbigliamento era composto da scarpe nere, guanti, camice in tela cerata idrorepellente lungo fino ai piedi, cappello nero a tesa larga più due accessori ritenuti altrettanto indispensabili. Uno speciale bastone che, oltre a mostrare la nobiltà del mestiere, veniva utilizzato per esaminare i pazienti senza toccarli, ma anche per tenere lontane le persone della famiglia probabilmente contagiate e poi, quella “cosa” che risalta di più agli occhi, cioè una maschera completa di un lungo becco! Ma a cosa serviva quel becco? Per la cultura medica dell’epoca era fondamentale tenere lontano i cattivi odori ritenuti causa scatenante le epidemie, peste compresa e quindi, sormontato da lenti di vetro a protezione degli occhi, la protuberanza era una specie di “respiratore” all’interno del quale venivano inserite molte sostanze “profumate”, considerate antidoti, compreso aglio e spugne imbevute di aceto. Queste eccentriche figure che, oltre a verificare (beccandole) l’avvenuto decesso, evocavano la morte, sono ancora oggi ricordate con un soprannome ben conosciuto: “becchini”.
La città venne chiusa, anche se molti benestanti avevano fatto in tempo a fuggire lontano ma poi, per le famiglie dei malati, divenne impossibile anche uscire di casa in quanto le abitazioni “infettate” vennero chiuse dall’esterno e i componenti ancora in vita sopravvivevano grazie al cibo che, quotidianamente, messi comunali fornivano loro. La peste aveva già colpito Lucca nei secoli passati, ma questa volta fu peggio, molto peggio. In tutta l’Italia centro settentrionale fu una vera e propria strage come raccontato anche dal Manzoni nei ‘Promessi sposi’. Quando tutto finì, solo all’interno delle mura, si contarono più di ottomila morti e nel 1634, sopra uno dei tanti luoghi di sepoltura, a perenne ricordo, fu eretta la Chiesa del Suffragio.”.
Importata dalla Francia, anche a Lucca era in funzione la ghigliottina per l’esecuzione delle sentenze di condanna a morte.
Scrive Puccinelli: “Nei cinque anni precedenti il 1842. Un gruppo di criminali terrorizzò il contado lucchese con una lunga serie di furti, rapine, sevizie e violenze prendendo di mira soprattutto le case di parroci di sperdute chiese. La polizia, si direbbe adesso, brancolava nel buio. I briganti furono catturati solo perché, oltre ad una cospicua taglia, venne garantita l’impunità nel caso il denunciante fosse stato un componente della stessa banda… e il “pentito” parlò! Il processo si svolse nel 1845, i giudici della Regia Rota Criminale ne assolsero uno, condannarono un altro ai lavori forzati a vita e i restanti cinque alla pena capitale che fu eseguita il 29 luglio 1847. Nella zona di Piazzale Verdi, circa ottomila persone si assieparono intorno al palco dove era stata installata la ghigliottina. Una alla volta, in un silenzio impressionante, le teste caddero nelle ceste, ma la storia non finisce qui. Il popolo di Lucca si ribellò a quello spettacolo atroce, pretese la consegna della ghigliottina che venne immediatamente data alle fiamme. Ovviamente la mannaia restò intatta e allora venne portata a Viareggio, caricata su una barca e affondata in mare aperto. Questa fu l’ultima esecuzione capitale, con uso della ghigliottina, avvenuta in Italia.”.
Leggete come Lucca si comportava coi poveri: “Negli anni centrali del seicento, oltre ai rigorosi controlli da sempre effettuati per garantire il più possibile la sicurezza interna, improvvisamente venne deciso di istituire una nuova figura, un ufficiale che doveva impedire l’accesso a certi personaggi e che fu subito soprannominato lo “scaccia-poveri”. Quale era il suo compito dovrebbe essere chiaro. Il Governo cercava disperatamente di ridurre la miseria nera che, dopo l’Europa, aveva colpito anche il nostro piccolo e indipendente territorio. Con la lavorazione della seta quasi azzerata e con la produzione agricola ridotta al punto da provocare un grande aumento dei prezzi, migliaia di famiglie si ritrovarono sul lastrico, persero le case e la povertà crebbe a dismisura anche perché moltitudini di famiglie contadine, senza più lavoro, cercarono di sopravvivere entrando dentro le mura. Si viveva solo di espedienti, si rubava qualsiasi cosa e, di notte, si dormiva dove capitava. A nulla servì anche il marchio a ferro (una grossa ‘L’ sulla spalla destra) al quale venivano sottoposti i ladri catturati. Per migliaia di persone le condizioni di vita erano veramente disumane, la morte per fame colpiva giornalmente e molti non avevano più nemmeno la forza di protestare… furono anni difficilissimi…”.

E dell’omicidio che compirono due frati del convento di San Francesco, sapete nulla?
Ecco come andarono i fatti: “Dopo quello di Assisi, il più grande complesso francescano si trova a Lucca e, tra l’altro, sembra che Francesco sia discendente da un ramo della famiglia lucchese Moriconi la quale, subito dopo l’anno 1000, dalla nostra città si era trasferita in Umbria. Durante le grandi operazioni di restauro, terminato nel 2013, è venuto alla luce un manoscritto seicentesco che racconta un omicidio compiuto da due frati, uno milanese e l’altro originario della Corsica. In città, dopo aver conosciuto un ricco mercante francese, i due religiosi lo convinsero, forse per derubarlo, a passare la notte nel loro convento. Purtroppo per loro furono scoperti e arrestati mentre cercavano di liberarsi del corpo. Quando la notizia giunse a Roma, lo Stato della Chiesa, per salvarli dalla sicura condanna, chiese immediatamente la loro estradizione, ma la Repubblica Lucchese, anche in questa occasione, si dimostrò inflessibile e, dopo un rapido processo, i due frati vennero condannati a morte. Prelevati dalle carceri furono condotti in catene in Piazza San Michele e giustiziati davanti ad un folto pubblico. Sembra che le loro ossa si trovino ancora sotto i gradini della chiesa…”.
Queste, e tante altre ancora, sono le ‘pillole’ che Puccinelli ci somministra in questo suo lavoro, affinché della storia di Lucca, il lettore apprenda curiosità che non si trovano altrove. Gliene dobbiamo essere grati.

L’opera si può scaricare gratuitamente in pdf seguendo le istruzioni date direttamente dall’autore: “Per ottenere le istruzioni necessarie [a scaricare il pdf] è sufficiente inviare una e-mail, anche senza compilare i campi oggetto e testo, all’indirizzo pilloledilucca@gmail.com in quanto, dopo pochi secondi e in modo automatico, la risposta verrà inviata all’indirizzo e-mail dello scrivente.”.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart