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Quilici, Gianni

28 Febbraio 2019

Non è che l’inizio
Versi in viaggio

Non è che l’inizio

Gianni Quilici, nato nella campagna lucchese, si occupa di cinema e fotografia, di letteratura e spettacolo (parole e musica).
Ha pubblicato il libro di foto “Lucca che vive”, ha curato la pubblicazione dei “50 anni” del Circolo del Cinema di Lucca ed il libro di poesie “Sei tamburo che rulla” di Letizia Pantani. Ha realizzato gli spettacoli “Il Viaggio come avventura dei sensi” e “Tanto gentile e tanto onesta pare” (questo assieme all’attore Eros Pagni) e uno spettacolo su Pasolini.
Ha diretto la rivista cinematografica “La Linea dell’Occhio”, divenuta oggi “www.lalineadellocchio.it”, dirige il blog “Libere Recensioni” ed ha promosso il giornale on line “Gettare il mio corpo nella lotta” (2004-2012), da un verso di Pasolini. Ci fa sapere anche che adora Buster Keaton e l’estate, la bici e il gelato.

Il romanzo di cui ci occuperemo, “Non è che l’inizio”, è del 2015. Il titolo non è altro che “lo slogan più famoso del Maggio francese ‘Ce/n’est/qu’un début”.

Ci accorgiamo subito che sarà una storia di intense vibrazioni. Le prime che avvertiamo, restano nell’aria al pari di quelle emesse da un tasto di pianoforte, poi da un altro e così via. Suoni unici, il cui effetto, però, si prolunga fino a spegnersi sommessamente ed annullarsi nel momento in cui comincia l’altra vibrazione, lenta ad esaurirsi anch’essa per confluire nella successiva. Si sta costruendo qualcosa di speciale, dunque, una catena che non è solo musica di sentimento e di poesia, ma anche d’immagini che si formano lungo l’arco della stessa vibrazione.

Il protagonista, che narra in prima persona, ci sta consegnando, suddivisa in dieci giornate (i dieci tasti di un pianoforte personale, o le dieci giornate del “Decameron” di Giovanni Boccaccio) la sua vita, anche la più riservata, intima. Ad ogni tasto che preme è lui che s’invola e colma di sé, del suo spirito, immagini e suoni.

La scrittura è una partitura. Si potrebbe pensare, vista la consuetudine dell’autore con il cinema, anche a una sceneggiatura, ma sarebbe sbagliato. La differenza sta nella poesia che ogni vibrazione irradia attorno a sé. È una storia privata, interiore, come privata e interiore è sempre la poesia: “Una sera, in un angolo del pianerottolo al buio, le mordo la gola, le infilo le mani sotto la gonna; lei smania facendo frullare la massa di capelli selvaggi…”; “Dall’alto la città mi inebria. Guardo tetti che si sovrappongono, campanili di marmo e di mattoncino, la Torre Guinigi snella e alberata e mi sento così vasto e leggero come se fossi aria, che si spande padrona dello spazio.”.

Non ci sono parole inutili o vuote in questa scrittura. L’uomo che ne esce fuori è rastremato, ne vediamo lo scheletro ma anche la formazione del pensiero, le scariche elettriche che lo sollecitano al movimento e alla riflessione: “La notte è dolce. Due ragazze ridono come matte solitarie in via Fillungo. In Piazza S. Michele non c’è nessuno. Mi siedo sui gradini della statua del Burlamacchi, tiro fuori un foglietto e mi sdraio. La luna troneggia piena sbucando da Palazzo Pretorio. Mi lascio corteggiare.”. Il protagonista è un uomo impegnato in politica e nel sociale; le sue idee maturano in una realtà refrattaria, che desidera forzare. Scaccia l’inedia e la rassegnazione. La donna vi assume il ruolo di un riferimento appagatore per avviare un nuovo inizio: “Così decido: farò il vuoto mentale.”; “Mi rimescola i sensi quando percepisco la possibilità di inventarmi.”. Gli incontri con le donne hanno quasi sempre una carica erotica che l’autore sa esprimere con efficacia e controllo assoluto; si veda, come esempio, l’incontro con la donna separata, nella seconda delle dieci giornate. Ma ne avremo altre, e l’insieme di esse contribuirà a dare del protagonista l’immagine di una ossessiva e mai appagata inquietudine.

Spegnimenti e ricariche, accondiscenza e ribellione, voglia sessuale improvvisa e spasmodica si alternano dando vitalità ad un personaggio in cerca di una identità che non riesce a trovare: è nel bientinese, in una zona frequentata da prostitute: “Passo via con lo sguardo. Me lo cerco sopra i pantaloni. Lo abbranco. È un desiderio fresco, quasi esaltato.”; “Corro in bici pigiando sui pedali così accanitamente che i denti mi spuntano fuori e scricchiolano come la ruota di un carro sulla pietra, il cielo è blu notte e piango.”. Anche la notte e il buio sono elementi svelatori e formativi. Come la paura per un futuro che non si conosce: “Ho paura del mio futuro.”. La bicicletta con cui va in giro ad osservare è simile a un sensore, come la lingua tattile di un basilisco o di un camaleonte: “Così, pedalando in scioltezza, vedo come se fosse la prima volta i Fossi.”; “pigio sui pedali, sento che la città è grande, più grande di quanto possa immaginare e che il mondo per me è immenso e che io non voglio, non devo pormi più limiti…”.

Si ha la visione di una lotta titanica: da una parte una società cristallizzata (si veda la sterile e caotica supplenza nella scuola), dall’altra un desiderio quasi satanico di ribellione, di rivolta che si aggrappa ad ogni occasione, l’aggredisce, come per sfoderarla e scarnificarne il contenuto, unghiarla e graffiarla fino a farla sanguinare. In certi momenti la scrittura si fa accelerata come un batticuore; il protagonista sembra rimanere soffocato dalla propria furia; la stessa donna verso la quale ogni tanto trova rifugio e acquietamento, si fa muro di fronte al suo desiderio di libertà: “Mi vedo inginocchiato sul pavimento, un foglio di carta per terra, un pennarello blu in mano, che scrivo… Sarà l’inizio della svolta, il mio dover essere, attaccherò un manifesto grande sulla parete dello studio come propellente per farci, ogni giorno, i conti.”. È la stessa rabbia rivoluzionaria che attanagliò tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento i francesi Lautréamont, Radiguet, Verlaine, Rimbaud, Baudelaire ed una serie di epigoni che, rifiutando il mondo, lo facevano soffrire per distruggerlo.

L’analisi di Quilici, seppure formalmente racconti una storia di disadattamento, nel suo profondo sta indagando per una rivincita che annienti l’avversario e da questa sua morte si rimodelli il tutto, sia in senso materiale che spirituale. L’atmosfera è impregnata volontariamente di una caligine che ne smorza la lucentezza; i personaggi sono in simbiosi con essa: insicuri, enigmatici, disorientati, paurosi.

Nel libro manca l’amore; vi si incontrano continue sfuriate di sentimenti di ogni genere, compresi quelli erotici, ma dell’amore non vi è nemmeno l’ombra. Forse, ogni tanto, un po’ di trattenuta nostalgia: “Sulla macchina penso che avrei voluto accarezzarle i capelli, poi prenderli e tirarli, mentre le mordevo il collo sogghignando.”. La poesia, ad esempio, si avverte nell’aria, ma l’amore no, è assente; non vi avrebbe potuto trovare, infatti, la sua collocazione e il suo senso. Vincono l’impegno, dinamico,  forte e nello stesso tempo delusivo, e la rabbia.

Non sono molti, oggi, gli scrittori che sanno farlo con l’equilibrio di una consapevolezza pervicace ma al contempo irredimibile. Nel fuoco che sempre più si ravviva e si espande noi troviamo l’embrione di una rinascita, la fisionomia di un nuovo che non riesce a prendere forma ed alimenta il disordine e lo scuotimento della fiamma. Una donna (ancora la donna), Eloisa, ne diventa la raffigurazione più embrionale e significativa: “L’immagine di Eloisa mi morde ossessivamente.”. Come pure la scuola, la quale assume la forma magmatica di una ebollizione continuamente alimentata e destinata a non finire, così come lo è la nostra indomabile, effervescente e incontrollabile realtà. Le riunioni nella sede del Pci (assisteremo anche allo smarrimento provato tra i militanti in occasione della svolta occhettiana della Bolognina, nel 1989)  rappresentano un anelito che la paura frena e fossilizza. Tutto si muove, tutto fermenta, tutto appare come l’inizio di una nuova creazione, ma qualcosa manca: la mano, o l’idea, creatrice e salvifica. L’uomo è impotente di fronte ad una realtà che lo sovrasta, che è più forte e le cui ragioni di esistere sono sconosciute e dunque insidiose e aggressive. È una nuova lotta tra David e Golia, in cui a vincere questa volta sarà Golia.

L’autore dovrebbe soffrire per la disastrosa situazione che ci para davanti, e qui sta la sua bravura coadiuvata da una indiscutibile lucidità: egli non soffre, poiché si sforza di credere nella sua ricerca e nella sua sperimentazione, e dunque decide di cospargere di una raffinata e leggera ironia il disordine intellettuale e quello materiale che si spartiscono la realtà. Egli propone, e resta ad osservare. Conosce le reazioni e le risposte. Non insiste più di tanto, le ha già introiettate  e sorride nel constatare che la sua previsione era esatta fin nei minimi particolari. Allora, la sua è una resa? No, è una consegna, come la letteratura maledetta ci consegnò in quel tempo la sua rivolta e la sua disperazione senza alcuna pretesa ma soddisfatta del messaggio lanciato alla posterità: “Scendo le scale del Pci devitalizzato. (…) Cammino a testa bassa. Le mie proposte sono da qualcuno guardate con interesse, ma, più spesso, respinte con fastidio, perfino con astio. Colpa mia. Non riesco a trasmettere sicurezza e concretezza. (…) Dovrei trasformarli. Ma come faccio se anch’io non mi trasformo?”.

Sono scariche elettriche quelle che ci accolgono lungo lo scorrere delle dieci giornate; hanno le sembianze di un diario che raccolga sfoghi, sensazioni e propositi; in realtà sono vibrazioni dell’anima, irregolari e distinte dal battito del cuore. Esse trovano nel nucleo centrale dello spirito una sorgente inarrestabile e dal flusso potente, il quale si insinua, come un nuovo sangue, in ogni particella del corpo imprimendole più di una direzione, così che il protagonista, mentre avverte tutta la ricchezza e vastità del proprio essere, ne resta smarrito e prigioniero.

È un romanzo che si divide equamente tra eccitazioni (“Ci ho addosso una forza che mi porta via…”; “Arriverò nella classe ad occhi chiusi correndo e lascerò che le parole escano fuori liberamente, diventerò per loro non solo quelle parole, ma questa energia giovane e frenetica, che si allargherà, conquisterà…”), le quali oltrepassano perfino, talvolta, il confine della sovversione, e delusioni ed immobilità per un futuro preannunciato, ma ormai furiosamente reso impossibile. Tutto ciò produce un grido, un urlo, più di disperazione che di rassegnazione, contagioso e lacerato, alla Munch. Non è un caso che, tra le tante diapositive che deve selezionare per una manifestazione del Pci, scelga questa: “Solo un’immagine funziona davvero: una studentessa che urla, il pugno alzato, il volto interamente preso insieme ad altri studenti, nel cuore di una manifestazione studentesca. Funziona: c’è un sentimento forte, un soggetto in evidenza, una realtà sociale, la piazza come contesto.”. È l’urlo ora a dominare, diventato un simbolo, un’icona, una rappresentazione universale della condizione umana. La piazza, la scuola (qui il riferimento all’esperienza della scuola di Barbiana di don Lorenzo Milani è evidente), ogni spazio diventano una esercitazione alla vita, una novella sperimentazione che, guidando ciascuno alla scoperta di sé, lo forgia per un rapporto innovativo con il prossimo: “Vorrei portarli laddove si crea, circuendoli in un rapporto stretto e diretto di domande-risposte, dove l’individualità diventa anche apporto collettivo, sentimento collettivo, in cui l’uno si sente parte di un insieme.”. È la ricerca ansiosa e fideistica di un percorso nuovo, un tentativo di cambiamento per resistere e ancora sperare. Nel libro, come non c’è amore, nemmeno ci sono silenzi. Pur in quello che immaginiamo possa essere il silenzio assoluto, noi percepiamo il nostro respiro, ossia il nostro essere e il nostro vivere, quello passato, quello di oggi, e perfino quello che è già dentro di noi in gestazione per il nostro futuro.

È una storia di forte e accelerato movimento. Le dieci giornate sono l’espressione di una eternità in divenire, che non potrà mai arrivare a sintesi e comprensione, né potrà mai né implodere né esplodere, ma semplicemente estendersi, invadere e dominare ogni volta sempre di più. E il suo rendersi incomprensibile altro non è che una astuta strategia di lotta per continuare a vincere. Un amico “filosofo” gli dirà: “per il nostro pianeta, per noi genere animale non c’è più speranza.”. Lui stesso rifletterà: “Mi sento senza alcuna estensione e spessore come se fossi soltanto questo grumo di dolore statico e ripetitivo, che mi inchioda ad un sentimento del nulla, di uno zero, che tuttavia esiste.”; “Mi sento investito di futuro e oscillo tra la cieca esaltazione dell’esserci e una paura poco decifrabile.”.

Quando arriviamo in fondo al libro, nemmeno ci se ne accorge. La scrittura è filata via liscia, i dialoghi sono di un sincronismo raro.

Versi in viaggio

Affrontare un testo poetico non è la stessa cosa che affrontare un romanzo. La poesia ha un connotato di sacralità assoluta che manca agli altri generi d’arte, esclusa forse la musica, alla quale, del resto, la poesia assomiglia.
Le altre arti diffondono visioni e sentimenti attraverso l’intermediazione della storia e dei personaggi che la vivono, non così la poesia. Essa è una manifestazione diretta dell’anima, che si rivela e si esprime attraverso parole che non appartengono ad un vocabolario naturale, ma traggono la loro vitalità e significanza da uno scrigno universale, custodito da qualche parte esclusivamente per i poeti. Allo stesso modo che avviene per le note musicali, che l’autore raccoglie attraverso la propria anima, traendole da un angolo riservato e nascosto nella complessità della creazione.
Quando si scrive poesia non siamo più esseri umani davanti a uno specchio che riflette la nostra immagine, bensì quel segmento minuto della vita universale che si inserisce nell’eternità. Davanti allo specchio, il poeta non vede la sua misera figura ma l’eterno di cui fa parte e il segmento che lo fa esistere.
L’opera che qui si esamina appartiene a questo genere d’arte a cui il solo accostarsi mette i brividi. Chi legge la poesia affronta sempre, lo voglia o no, una sfida, poiché quel sentimento che forma l’eterno universale lo penetra e lo contamina, misurandosi con il segmento che pure è in lui e destandolo dal proprio torpore e costringendolo al confronto e alla trasformazione.
Gianni Quilici, diventa così, con il suo viaggio, un pellegrino che ha scelto a suo specchio il mondo e davanti ad esso si rimira e si ritrova diffondendo e donandoci nello stesso istante il suo spirito in un afflato che è affermazione e contaminazione.
Vediamo insieme questa raccolta, che già nel titolo esplicita una ricerca, quella di trovarsi e riconoscersi nell’universalità della Creazione.
È il suo primo libro di poesia, uscito nel 2017 per i tipi di Tra le righe libri. Abbiamo già conosciuto l’autore quando uscì, nel 2015, “Non è che l’inizio”, un romanzo anch’esso di movimento e di ricerca, e già in questa omogeneità d’intenti si può vedere la pervicacia, la risolutezza, e anche la voluttà, di un’anima che si muove soprattutto per riconoscersi, per identificarsi nella vastità di un universo che, proprio per la sua immane dimensione, tende a disperderci fino addirittura all’annientamento.
Ogni confronto con la Creazione è un tentativo dell’uomo, di ogni uomo, di lasciare un segno della propria esistenza. Un grido disperato, dunque e sempre, per la propria affermazione.
Ce lo conferma la prima poesia che apre la raccolta: “Vorrei”, che non è un debole desiderio, come lascerebbe intendere l’uso del condizionale, ma, appunto, già il prodromo di un grido: “Vorrei rivitalizzare/ogni anfratto di inerzia/ora che inizia il viaggio/con quello scatto/supremo/di libertà/ come quando s’incamera fiato/che poi leggero/ si spande”. Ci vuole fermezza, convinzione e audacia per affrontare un simile viaggio; il poeta ne è consapevole e lo manifesta in “Pensamenti”: “Soltanto ci vuole audacia./Vivere molto dentro/Andare fino in fondo./Pensare molto fuori./Trascendere lottare.”. Un filo dunque da tessere durante il viaggio il quale colleghi il dentro di noi con l’esterno che si muove e, anche grazie al nostro intimo sentire, si trasforma e sia pronto ad osservare, con lo speciale sguardo di un’anima capace di cogliere l’invisibile, il trascendentale, per un confronto, sia pure aspro, ma necessario per la conoscenza.
Sono poesie brevi, qualche volta con un’armonia intrinseca che non necessita di punteggiatura; quasi degli scatti che non fotografano la materia, bensì lo spirito. “Io corro nel sole” scrive in “Autostrada”; in “Nuvole celesti”: “Io scrivo/pensieri/che volano via”. Ricerca, dono di sé, speranza. sono tre forze che indubbiamente spingono e identificano la poesia di Quilici.
Le annotazioni che paiono neutrali, una specie di cronaca, come ad esempio quelle che compongono “La Rochelle”, sono in realtà un ferma immagini su cui riflettere e confrontarsi. Gli attimi che, numerosi, si incontrano in questa raccolta non sono mai veloci, rapidi come dovrebbe essere; hanno, al contrario, la lentezza di un lungo e sofferto brano di vita: “C’è nel viaggio/la necessaria sosta.” (“La sosta”) e: “Misuro il tragitto/misuro i miei passi,/la vita si srotola/se sappiamo captarla:/il paesaggio e le mura/i dettagli di quadri/i sotterranei pensieri.” (“Saint Paul de Vence”).
È il ritmo che incontriamo nel dolmen della poesia omonima: “Entrare nel dolmen/guardingo a testa china/lungo un percorso oscuro/che diventa forma/rifugio.”.
Nella ricerca c’è sempre poca luce, soprattutto in principio, e si procede a tentoni, fino a che non si intravvede il primo barlume; allora presto tutto s’irradia e si trasforma in pura luce. All’inizio no: “Guardo monoliti fisso/e a lungo/con il desiderio ingenuo/di evocare qui e ora/quei misteri possibili/fuggenti.
La luce, lo scioglimento di un mistero, si devono guadagnare con il coraggio di non trattenersi, di non avere paura nella propria personale ricerca, creduta erroneamente sovrumana e impossibile: “Vita veloce/che corri come il vento/si giunge fino a un punto/e si ritorna indietro?/Ancora non ci sono al punto/ancora inquieto/ancora mordo e fuggo.” (“Vita veloce”). Le figure umane o appartenenti alla natura visibile si delineano furtivamente, consapevoli di un nascondimento necessario a sprigionare una ricerca più intima e universale: “una donna dalle cosce rotonde e piene,/un bimbo che gira in bici in tondo/come un ossesso.” (“Misteri”).
Non c’è mai smarrimento, tuttavia, anche se le probabilità, per la natura sovrannaturale della ricerca, sono altissime, e nemmeno la paura riesce a fermare il cammino nell’intrico dell’umano e del naturale che il poeta incontra a corollario di una difficoltà che forse mai nessuno è riuscito a superare: “Io sogno che infine/correndo a casaccio/mi trovo/davanti le mura/le mura di Aigues Mortes./Io solo/e campagna e campagna in distesa alle spalle/ ed in cielo una luce splendente/da fine del mondo/che non lascia respiro.” (“Aigues Mortes”).
Come nel romanzo, l’autore non mette mai in conto la sconfitta; lo stesso processo succede nell’ispirazione poetica, intrisa della stessa forza e dello coraggio. Si veda “Grottammare”, che comincia: “Volava giù la macchina/stasera/nella discesa volava/ed io con lei volavo/tra la luna piena/e la morbidezza/d’una vista sognante.”.
I versi sono in viaggio, poiché non pongono limiti alla esplorazione prefissata, al cammino della speranza, ai propositi felici ed entusiastici, mai contaminati dall’illusione. La delusione è sempre momentanea, come la temporanea sconfitta non ha la negatività che le si attribuirebbe: “”Cercavo la spiaggia bianca/come se fosse un sogno/per correre a braccia alzate/e perdermi nell’acqua.” (“La plage bianca”).

Una chiave di volta e di salvezza è rappresentata dallo stupore che sempre si accompagna allo sguardo del poeta; è uno stupore catartico, purificante, che rende quel chiarore necessario a proseguire: “Ma quando oltrepasso il ponte/è lo stupore che mi porto accanto.” (“Concarrneau”). Lo stupore è la forza motrice della sensibilità, consente di ascoltare e di ricevere risposte: “Fare poesia là dove/già c’è poesia.” (“Amboise”). Perfino l’estraneità diventa stupore: “Guardo come se fossi/estraneo a questo mondo/la piazza con la luce dei lampioni/che riposa morbida/nella prima sera/e pianto gli occhi/sul grande orologio nero e bianco/con la torre a vela e la campana/che svettano trasognate/nell’imbrunire/della sera” (“Sovana”). Quest’ultima, riportata per intero, è tra le più belle, poiché è una sintesi tra armonia e stupore, tra estraneità e compenetrazione. Ci sono poesie in cui lo stupore raggiunge il suo apice: si vedano: “Aigues Mortes”, “Santiago de Compostela”, “Dubrovnik”, “Punta Ala”, “Verso Pitigliano”, “Monterubbiano”, “Non c’è sulle Mura”, “Lubecca”, “Adolescenza”, “Immagina tu”, “Vedi laggiù”, “Vorrei essere”, le quali s’illuminano di luce propria, quali punti di riferimento, come terminetti stradali, del cammino da percorrere.
Le poesie, salvo quelle appena citate, non hanno ciascuna una propria unitarietà compatta e intrinseca; sono come lucciole, e l’acquistano nella catena di anelli che esse compongono nel viaggio, sicché, come per un mosaico, il percorso maieutico e il suo risultato sono composti dalla loro sequenza e complessità. Alla fine della lettura, il cammino apparirà chiaro, comunque sia il suo esito, esaltante o triste: “il futuro che è là/oltre l’orizzonte/oltre i nostri occhi d’una bellezza perfida/perché aperta a dismisura/ad ogni possibile caos.” (“Si va”). Ma anche “La piazza di platani antichi/protesi nella luce provenzale/purissima/E curiosamente nel caffè/un giovane che sorridendo/stringe festosamente la mano/a tutti.” (“Pourrières”).
Che cosa rappresentano i numerosi luoghi che incontra e fotografa (la fotografia ausiliatrice del poeta) e raccoglie nel suo intimo? Particelle sopite di un’anima in risveglio, che si avvia, nella sua ossessiva ricerca, a definirsi e a illuminarsi: “Nell’ora in cui la luce/pare con le acque giocare/e le ombre si distendono lunghe/ed un vento leggero/sommuove i capelli.” (“Rodano”); e anche: “Mi riempio gli occhi/di campi di grano/di ciuffi di boschi/di mucche assonnate/di nuvole incerte.” (“Verso Loches”). È il mondo che entra (un raggio di luce e di sapienza alla volta), prima nel corpo e poi nell’anima per universalizzarla: “Mi batte sole rovente/sulla spalla nuda” (“Lungo la strada”); “gli occhi eccitati/le parole da scavare in corpo…” (“Saint Malo”).
Le parole, in questa raccolta, hanno un significato ben più ampio di quanto possa apparire, e ne assorbono molti altri, sicché immagini, emozioni, sentimenti e stupore trovano nell’uso semantico della parola il loro veicolo di penetrazione. Troveremo in “Oh come non mi piace”, del 1980: “Amo la corsa leggera/lo sguardo limpido/e inquieto/la parola che incide/nel solco della memoria.”; “Ora in silenzio/lascio che le parole/vengano a me,/le forzo anche/cercando il punto di calore,/quel punto che ha/una sua ragione profonda/e che si allarga.” (“La ricerca”, del 19 maggio 1977).
Anche il tempo perde la sua definizione e ci fa avvertire la sensazione di un disorientamento a cui dovremo subito rimediare: “A Vitré/ci sono strade/dove il medioevo quasi si tocca./Una locanda sul crocevia/e locali tuffati/in un altro tempo.” (Vitré”), e anche: “C’è quel momento/in cui scivolo via/in un mondo senza tempo/quando gli occhi/malgrado tutto/si chiudono/e di me gianni/perdo conoscenza.” (“C’è”). Ma il tempo è anche il contenitore e il misuratore principale della nostra esistenza; ne ha tracciato il passato, ne traccia il presente, senza timori di assenze dimenticate e finite nel nulla, e ci promette e assicura altrettanto per il futuro che continuerà a marcare sia nella complessiva umanità che in ogni singolo uomo (“Ci sono luoghi”).
La femminilità che ogni tanto compare lungo il percorso, simile alla luce di un faro, è sempre pervasiva e rassicurante: “Lei, imperterrita,/appare lì sulla panchina/altera come se fosse sopra un piedistallo.” (“Catedral”); e anche: “La vedo venire innanzi/nella piazza disarmonica/nella sua armonia,/nel biancore virgineo/ di balze e di trine/come se danzasse/in sé e per sé/seducente.” (“Dalla terrazza”). Quando arriveremo al capitolo dedicato all’erotismo (ma io lo chiamerei amore), allo splendore della femminilità si aggiunge una armoniosa tenerezza che fa di questo poeta un moderno cantore della donna leggiadra e ispiratrice.
Ma non c’è tempo da perdere: “Di più fare di più tutto./Non perdere tempo/e prendere quei pensieri sottili/che vanno esili e veloci/e che quasi subito si perdono/assaporando con lo sguardo/i segni infiniti delle cose/annusando odori laddove essi respirano/mettendo in moto corpi e gambe/nella luce più splendida d’estate.” (“Immersione”).
Sebbene il poeta compia il viaggio in compagnia di altri pellegrini tutti alla ricerca di se stessi, esso è interna e impermeabile a ogni contatto altrui (soprattutto quando trova testimonianze di odio e di guerra, la sua riflessione acquisisce tutta la profondità della meditazione interiore). Le varie intimità non si incontrano mai. La ricerca è del tutto personale, in solitudine, come deve essere, e lo resta anche nei momenti conviviali (“Ai margini di una strada”).

Il viaggio, in questo modo, diventa il cammino personalissimo del poeta, il quale della sua fisicità porta solo il peso materiale, ed è soltanto l’anima, in realtà, a compiere il viaggio, plasmando di sé ogni cosa che incontra e assorbendone le proprietà universali: “Me ne sto accovacciato/senza peso leggero/sul mare color del cobalto/come se raccogliessi/ogni senso//per aprirmi totalmente/a questo paesaggio/di magnifiche rocce/con forme bizzarre/di grandi animali/surreali a volte/levigati impastati aggrovigliati.” (“Capotesta”); “Che ogni attimo/sia un pensiero/o un verso/così che io/che sono volto/sparisca come tale/e diventi/un flusso ininterrotto/che sorprenda.” (“Aspirazioni”). E anche “Genova”: “Seduto disperso nel tempo/il tempo che tutto inghiottisce./Vibrante lontana una fisarmonica/mi dona un senso vertiginoso di immortalità./Nel tempo che tutto travolge/in cui tutto si perderà.”. Vi è una leggerezza estrema in questo cammino, che in qualche modo nasconde perfino una certa malinconia corporea legata ad una avvertita incompiutezza (si veda “Visioni”: “Dormire sulla collina/come se fossi un corpo elastico/capace di involarsi a comando/assumendo come giaciglio/non questi ibridi/abitacoli disseminati senza senso/ma la luce/nello spazio/più impensabile.”), la quale lo precede come espressione dell’anima che aspira alla nuova conoscenza e alla nuova fraternità con il Creato. In “Finzioni”, del 2005, troviamo: “Non ci sono limiti/nei limiti che/ahimè ci sono/quando rivolgendomi/alla luna gelida/di questa notte/vorrei farmi/ahimè/universo.”.
Tutto ciò consente al lettore (ogni tanto compare una critica sociale inflessibile e decisa, soprattutto contro la modernità) per concentrarsi sui veri frutti di questo cammino spirituale, che sono di conoscenza, di confronto e di accoglienza: “Il piacere di ritornare/stanchi,/di distendersi/con un tempo/tranquillo/di attesa/davanti.” (“Il riposo”). Anche “Meditazione”, e soprattutto “Agios Stefanos”: “E ora nell’onda/che lieve sciaborda/nella luce/che lieve discende/mi prefiguro vita nova./Prendere nelle mani/quell’io remoto/che nel profondo del Tempo/è nato e vissuto./Capirlo per ricrearlo”. Ed ecco il passato come colonna portante, come fondamenta del presente: “Una festa ci accoglie la sera/con la sua affollata, epidermica allegria./Il centro storico ha la bellezza invece/del suo medievale silenzio.” (“Monte San Giusto”). Lo stesso in “Firenze”. Ma è un passato che alle volte sembra essersi liquefatto: così si conclude la poesia “Mio padre potesse”, del 2007: “Quel mondo/che fu tutta una vita/non c’è più.”.
Scopriamo presto che tutte le poesie, anche quelle lontane della giovinezza (nelle quali è forte un sentimento in cerca della propria identificazione, una specie di blocco di partenza per un cammino che si intraprenderà; si veda “Vorrei essere”), sono un unico, ininterrotto e ostinato viaggio verso la conoscenza, la solidarietà, l’empatica simbiosi universale e, specialmente, la ricerca spasmodica, desiderata oltre ogni limite, di sé, per lasciare un segno del proprio passaggio sulla Terra. Un viaggio che non è ancora finito e che l’autore anela a proseguire con le stesse motivazioni di penetrazione, di crescita e di conoscenza: “Voglio vorrei/se mi sarà possibile/vivere viaggiando ancora/oltrepassando limiti e paure/col corpo immerso/nella luce nel vento nella pioggia/osservando scrivendo scattando/fino all’ultimo respiro” (“Un viaggio che continua”).
È una silloge che, proprio per l’afflato poetico che lo ispira, è un vero e proprio diario dell’anima, come ne hanno fatti Goethe e Stendhal.


Letto 475 volte.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart