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Riforme costituzionali. In quaranta al lavoro

7 Giugno 2013

La vignetta di Giannelli
(dal “Corriere della Sera”, 7 giugno 2013)
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Quando Hillary spiava il Cav per vincere la guerra del gas
di Gian Micalessin
(da “il Giornale”, 7 giugno 2013)

«Quali sono i punti di vista dei funzionari del governo e di quelli dell’Eni sulle relazioni nel settore energia dell’Italia con la Russia e con il progetto South Stream… Vi preghiamo di fornire ogni informazione sui rapporti tra i funzionari dell’Eni, incluso il presidente Scaroni e i componenti del governo, specialmente con il primo ministro Berlusconi e il ministro degli Esteri (all’epoca Franco Frattini, ndr)».

La pressante richiesta d’informazioni è contenuta in un cablogramma segreto, datato gennaio 2010, inviato all’ambasciata di Roma dalla segreteria di stato Usa guidata da Hillary Clinton. La richiesta sembra quasi anticipare alcune inchieste giudiziarie destinate a colpire in periodi successivi alcune nostre importanti aziende di stato, impegnate in ambito internazionale. Ovviamente è azzardato pensare che le indagini della nostra magistratura italiana siano state influenzate dalle informazioni raccolte dai servizi segreti o dal personale diplomatico statunitense. Alla base di tutto c’è però il sospetto e l’ostilità per il rapporto personale stretto da Silvio Berlusconi e Vladimir Putin sin dal vertice di Pratica di Mare del lontano 2002. Un rapporto dalle inevitabili ricadute sul fronte della guerra per l’energia e delle condutture strategiche. Un rapporto che gli americani tengono sott’occhio fin dall’aprile 2008, quando un telex inviato dall’ambasciata statunitense a Roma al ministero del Tesoro di Washington consiglia di far pressione su Berlusconi, da poco rieletto, perché metta un freno all’alleanza tra Eni e Gazprom. «Bisognerebbe spingere il nuovo governo Berlusconi ad agire un po’ meno come il cavallo scalpitante degli interessi di Gazprom… l’Eni – scrive il dispaccio confidenziale diventato poi pubblico grazie a Wikileaks – sembra appoggiare i tentativi di Gazprom di dominare le forniture energetiche dell’Europa, andando contro i tentativi americani, appoggiati dall’Unione Europea di diversificare le forniture energetiche».
Quell’informativa non incrina certo i rapporti tra l’amministrazione Bush e il Cavaliere, chiamato di lì a due anni a un intervento davanti al Congresso americano su richiesta della maggioranza repubblicana. Diventa però un pesante atto d’accusa quando a decidere le nuove strategie è l’amministrazione Obama. All’origine di quell’informativa ci sono gli incontri del 2 aprile 2008 tra il presidente dell’Eni Paolo Scaroni e Vladimir Putin nella dacia di Ogaryovo, in cui viene definito l’intervento di Gazprom in Libia e Algeria con l’aiuto dell’Eni e la partecipazione italiana al progetto South Stream. Quei due protocolli d’intesa diventano nell’era Obama un vero atto d’accusa nei confronti del governo Berlusconi, sospettato di favorire una manovra a tenaglia per imporre all’Europa l’egemonia energetica di Mosca. A far paura è soprattutto il South Stream, il progetto di gasdotto italo-russo-turco destinato a portare il gas del Caspio in Puglia e in Friuli Venezia Giulia, tagliando fuori l’Ucraina e passando per Turchia, Serbia e Slovenia. Un progetto in diretta competizione con il Nabucco, il gasdotto messo in cantiere da Ue e Usa per vendere in Europa il gas dell’Azerbaijan ed evitare così qualsiasi dipendenza dalla Russia.

In questo clima la foto di Putin, Berlusconi e del premier Turco Recep Tayyp Erdogan, che firmano – il 6 agosto 2009 – l’accordo per il passaggio delle tubature sotto il Mar Nero, si trasforma in un’autentica ossessione per l’amministrazione Obama e per i paesi dell’Unione Europea avversari di Mosca. Primi fra tutti la Francia e la Gran Bretagna. Nell’immaginario di quell’ossessione, South Stream rappresenta il piano di Berlusconi e Putin per stringere la Ue in una vera e propria ganascia energetica e ricattarla. Il secondo potente braccio di quella tenaglia immaginaria è rappresentato da «Greenstream» e «Transmed», le due condutture controllate dall’Eni che portano in Europa il gas dalla Libia e dall’Algeria. All’accerchiamento dell’Europa contribuisce su un terzo settore anche il North Stream, il gasdotto destinato a rifornire di gas russo il nord dell’Europa. Ma su quel progetto, appoggiato e voluto dalla Germania, nessuno fiata. South Stream e gli accordi Gazprom-Eni diventano, invece, il bersaglio preferito degli strali europei e americani. Bruxelles dichiara già nel 2008 di voler sorvegliare i crescenti interessi garantiti da Eni a Gazprom nel Nord Africa. E Andris Pielbags, al tempo commissario europeo dell’energia, mette in guardia dalla possibilità che Eni collabori con Gazprom anche in Algeria. Nel luglio 2010 il suo successore Guenther Oettinger, non si fa problemi a dichiarare che il South Stream non rientra negli interessi dell’Europa in quanto concorrente del Nabucco. La prima ad agire direttamente è Angela Merkel, che nel luglio 2010 vola ad Astana per chiedere al presidente Nursultan Nazarbayev di mettere il gas kazako a disposizione del Nabucco. Da quel momento la vera tenaglia diventa quella messa insieme da Washington e Londra da una parte e da Parigi e Berlino dall’altra. Una tenaglia studiata per schiacciare l’asse Roma-Mosca e annullarne gli effetti.

Il primo a sfruttare il cambio di strategia introdotto dall’amministrazione Obama è il presidente francese Nicolas Sarkozy. Sospettato e accusato di aver beneficiato di 50 milioni di euro, messigli a disposizione dal rais per la sua elezione, Sarkò si ritrova, come gli inglesi, incapace di tessere un rapporto proficuo con Gheddafi. Nonostante il Colonnello abbia piantato la sua tenda nel cuore di Parigi assai prima che a Roma, la Total porta a casa solo 55mila barili di petrolio al giorno contro gli oltre 280mila della nostra Eni. La «tenaglia» Eni-Gazprom rischia di rendere inutili anche gli accordi per la vendita sul mercato europeo del gas stretti da Parigi con l’emirato del Qatar. Un emirato a cui Sarkozy fa di tutto per «regalare» i campionati mondiali di calcio del 2022.
La deflagrazione delle cosiddette primavere arabe sponsorizzate e appoggiate dal Qatar è un altro atto importante per avvicinare le posizioni dei principali avversari dell’asse Roma-Mosca-Tripoli. Il vero colpo da maestro il Qatar lo realizza in Libia, dove accende la rivolta manovrando gli ex al qaidisti tirati fuori dalle galere di Gheddafi grazie a una mediazione con il figlio Saif. Come è risaputo, la rivolta di Bengasi si realizza solo grazie alla defezione di Adnan al Nwisi, un colonnello dell’esercito libico sul libro paga del Qatar, che consegna a un gruppo jihadista un deposito di armi della città di Derna. I 70 veicoli e i 250 fucili razziati in quell’arsenale consentono qualche giorno dopo di espugnare il quartier generale di Bengasi e accendere la rivolta che porterà alla caduta di Gheddafi. Una caduta che Berlusconi, libero dall’immagine devastante cucitagli addosso dal processo Ruby, avrebbe potuto forse evitare. La fine del Colonnello non porta la democrazia in Libia, ma si rivela perfetta per smantellare gli interessi di Eni e Gazprom, per rendere più debole l’economia dell’Italia e aggravare quella crisi che porterà, alla fine del 2011, alle dimissioni del governo Berlusconi e all’avvento del governo «europeista» e «atlantista» di Mario Monti.
(4 – continua)


Così Sarkozy fregò Gheddafi (e l’Italia)
di Fausto Biloslavo
(da “il Giornale”, 7 giugno 2013)

I servizi segreti sono alla caccia di settanta scatoloni pieni di cassette audio e video che contengono le registrazioni degli incontri e delle telefonate fra il defunto colonnello Gheddafi ed i dignitari di mezzo mondo, quando veniva trattato con i guanti bianchi.
Il primo a doversi preoccupare degli scottanti contenuti delle registrazioni è l’ex presidente francese Nicolas Sarkozy, come sostiene il quotidiano le Monde che è tornato sul finanziamento libico alla campagna elettorale di Sarkozy nel 2007.
Nel marzo 2011, poche ore prima dei bombardamenti della Nato sulla Libia, Muammar Gheddafi rilasciava a il Giornale l’ultima intervista della sua vita ad una testata italiana. Alla domanda sull’interventismo francese che ha spinto in guerra mezza Europa, compreso il nostro Paese, rispondeva: «Penso che Sarkozy ha un problema di disordine mentale. Ha detto delle cose che possono saltar fuori solo da un pazzo». E per ribadire il concetto si sporgeva verso chi scrive battendosi il dito indice sulla tempia, come si fa per indicare i picchiatelli. Il Colonnello non riusciva a comprendere come l’ex amico francese, che aveva aiutato con un cospicuo finanziamento (forse 50 milioni di euro) per conquistare l’Eliseo fosse così deciso a pugnalarlo alle spalle.

Dell’affaire Sarkozy erano al corrente tre fedelissimi di Gheddafi: il responsabile del suo gabinetto, Bashir Saleh, Abdallah Mansour consigliere del Colonnello e Sabri Shadi, capo dell’aviazione libica. Saleh, il testimone chiave, vive in Sudafrica, ma nel 2011 era apparso in Francia e poi sparito nonostante un mandato di cattura dell’Interpol. Il caso era stato gestito da Bernard Squarcini, uomo di Sarkozy, ancora oggi a capo del controspionaggio. E sempre Squarcini è coinvolto nella caccia alle cassette scottanti di Gheddafi, che potrebbero contenere gli incontri con altri leader europei. Silvio Berlusconi non ha mai nascosto l’amicizia con il colonnello, mentre Romano Prodi e Massimo D’Alema, che pure avevano frequentato la tenda di Gheddafi cercano sempre di farlo dimenticare.
Lo sorso anno un politico francese di sinistra, Michel Scarbonchi, viene avvicinato da Mohammed Albichari, il figlio di un capo dei servizi di Gheddafi morto nel 1997 in uno strano incidente stradale. Albichari sostiene che un gruppo di ribelli di Bengasi ha sequestrato «70 cartoni di cassette» di Gheddafi. Scarbonchi si rivolge al capo del controspionaggio, che incontra il contatto libico. «Avevano recuperato la videoteca di Gheddafi con i suoi incontri e le conversazioni segrete con i leader stranieri» conferma Squarcini a Le Monde. I ribelli vogliono soldi e consegnano come esca una sola cassetta, di poca importanza, che riguarda il presidente della Cosa d’Avorio. Il materiale è nascosto in un luogo segreto. Pochi mesi dopo Albichari sostiene di essere «stato tradito» e muore per una crisi diabetica a soli 37 anni. Non solo: il corpo di Choukri Ghanem, ex ministro del Petrolio libico, custode di ulteriori informazioni sensibili, viene trovato a galleggiare nel Danubio a Vienna.
La caccia alle registrazioni del Colonnello deve essere iniziata nell’ottobre 2011, quando la colonna di Gheddafi è stata individuata e bombardata da due caccia Rafale francesi. Il rais libico era stato preso vivo, ma poi gli hanno sparato il colpo di grazia. «L’impressione è che dopo il primo gruppo di ribelli sia arrivato un secondo, che sapesse esattamente cosa fare e avesse ordini precisi di eliminare i prigionieri» spiega una fonte riservata de il Giornale che era impegnata nel conflitto. L’ombra dei servizi francesi sulla fine di Gheddafi è pesante. Sarkozy non poteva permettersi che il colonnello, magari in un’aula di tribunale, rivelasse i rapporti molto stretti con Parigi. La Francia ci aveva tirato per i capelli nella guerra in Libia stuzzicando Berlusconi sui rapporti con Gheddafi. Peccato che Sarkozy ne avesse di ben più imbarazzanti.
Delle cassette di Gheddafi non si sa più nulla. L’unico che potrebbe far luce sul suo contenuto è Seif al Islam, il figlio del colonnello fatto prigioniero, che i libici vogliono processare e condannare a morte.


Governare con i “saggi”. Così Napolitano ha creato la sua Camera
di Salvatore Merlo
(da “Il Foglio”, 7 giugno 2013)

“Ricordatevi che la vostra non sarà una lotta tra guastatori e difensori della purezza costituzionale”. Li ha coccolati con lo sguardo mentre li ha accolti al Quirinale, tutti e trentacinque quanti sono questi suoi professoroni costituzionalisti, il meglio degli atenei d’Italia, i suoi “saggi”, lo strumento ricorrente e permanente della politica presidenziale di Giorgio Napolitano, che è tutela del governo, delle larghe intese, della grande coalizione e persino un calmante per gli spasmi timorosi del Cavaliere inguaiato fra tribunali e Corte costituzionale. E già ci sono lamenti, tormenti e protagonismi, “le riforme in Italia mirano a dare sostanza a quella vena di autoritarismo che ci portiamo dietro da sempre”, ha detto Lorenza Carlassare, giurista, amica di Gustavo Zagrebelsky, membro della nuova commissione che pure critica. A Radio Radicale la professoressa ha consegnato la prima polemica costituente dell’anno. Così al Quirinale, tra gli specchi e l’enorme tappeto nella Sala degli arazzi, mentre i trentacinque professori si salutano, alcuni si conoscono per la prima volta, tra sorrisi e strette di mano, a un certo punto la professoressa viene osservata con la stessa curiosità che si deve alle cose bizzarre, al riformatore che non vuole riformare, al costituente che non vuole scrivere la Costituzione, come l’uomo che scambiò sua moglie per un cappello, un caso per Oliver Sacks: “Guarda, guarda, c’è l’infiltrata di Zagrebelsky”.

E d’altra parte su trentacinque costituenti c’è di tutto nella Sala degli arazzi di Lille, tra Angelino Alfano, Gaetano Quagliariello ed Enrico Letta, persino un pizzico di Palasharp con Nadia Urbinati. Ma per trentatré trentacinquesimi i costituzionalisti d’Italia sono napolitaniani, trentatré sfumature di Giorgio, selezionate da Quagliariello, dai Letta (sia Gianni sia Enrico) e da Luciano Violante, che della commissione ha fatto parte fin dall’inizio, dalla genesi dell’idea. Alcuni tendenza moderata, come Nicolò Zanon e Giovanni Pitruzzella, altri tendenza centrosinistra, come lo stesso Violante, un tempo giacobino (“il mio piccolo Vysinskij” lo chiamava Cossiga) e poi ancora Stefano Ceccanti, Luciano Vandelli e Francesco Clementi, il più giovane di tutti, l’allievo di Giuliano Amato. “Questa sarà una cucina”, dice lui. “Prepareremo le pietanze utili all’Italia” e alla tenuta del governo del presidente. E’ la seconda commissione speciale di tecnici che Napolitano istituisce, benedice e protegge, la prima si è riunita, ha lavorato e si è sciolta ad aprile, e fu anche quello un modo di perdere tempo per guadagnare tempo. I “saggi” sono stati, per Napolitano e per l’Italia confusa, il ponte logico verso l’esecutivo di unità nazionale in cui buona parte di loro, alla fine, è entrato con rango ministeriale, proprio come oggi, anche questa nuova commissione che si è appena composta, con i suoi nuovi e luccicanti trentacinque professori che si riuniranno assieme a Letta la settimana prossima, è il vero partito della pacificazione, la camera di compensazione delle larghe intese, l’ammortizzatore riformista di ogni sussulto, botta e scossone contro il governo, sia che il pericolo arrivi dal mondo agitato e fantasioso di Silvio Berlusconi, sia che le minacce arrivino da quello un po’ incerto e a tratti moccioso di Matteo Renzi. Ed è per questo che lui, il presidente del Consiglio, Letta, ora dice che “il governo dura cinque anni”; questo leader garbato ed elastico, che per natura sarebbe portato alla cautela del carattere e al tono felpato, sa che in Italia nulla è stabile fuorché il provvisorio, e dunque a capo d’un governo di scopo, protetto da una commissione di saggi “a tempo”, ora si mostra spavaldo e coraggioso, e quasi sorprende non sentirgli più dire che “questo non è il governo che volevamo”, ma al contrario vederlo lanciarsi oltre l’orizzonte modesto dei diciotto mesi necessari alle riforme: “Finiremo la legislatura”. E Napolitano, rivolto al Fatto: “Il governo non è a termine”.

In Italia ai saggi non ci crede mai nessuno, per primi i saggi stessi e i loro colleghi, “sono troppi e non combineranno nulla”, ha detto ieri Giovanni Sartori a Mattia Feltri, e nel 2003 nessuno certo avrebbe scommesso nemmeno un centesimo sui bermuda di Roberto Calderoli, Giulio Tremonti e Francesco D’Onofrio, che s’arrampicarono così variopinti in una baita di Lorenzago per scrivere, in compagnia di vacche e polenta, la nuova Costituzione italiana, tra i giornali che comprensibilmente sghignazzavano e il vecchio Andreotti che esercitava sempre il suo ironico scetticismo: “Già li vedo, tre Giustiniano in Cadore”. Eppure quella riforma fu approvata dal Parlamento, prima di essere bocciata nel referendum. Rudyard Kipling, che capiva anche ciò di cui sapeva poco o nulla, una volta si divertì a riassumere in poche battute i caratteri delle varie nazionalità. Eccone alcune. “Un inglese: un cretino. Due inglesi: una partita di cricket. Tre inglesi: un popolo”. “Un francese: un eroe. Due francesi: due eroi. Tre francesi: un ménage”. “Un tedesco: un lavoratore. Due tedeschi: una birreria. Tre tedeschi: la guerra”. E degli italiani: “Un italiano: un bel tipo. Due italiani: un litigio. Tre italiani: tre commissioni costituenti”. Più o meno.


Imparare la lezione americana
di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi
(dal “Corriere della Sera”, 7 giugno 2013)

Gli Stati Uniti stanno crescendo al ritmo di circa il 2 per cento l’anno e in un triennio il tasso di disoccupazione è sceso dal 10 al 7,5 per cento. Il deficit pubblico al netto degli interessi è sceso di 7 punti in percentuale del Prodotto interno lordo (Pil): dall’11,5 per cento circa al culmine della crisi nel 2009, al 4,5 per cento previsto per quest’anno. In tre anni, fra il 2011 e il 2013, hanno ridotto le spese di circa 2 punti di Pil e aumentato le imposte di un punto e mezzo. Anche in Europa i deficit sono scesi, ma la crescita non riparte. In Italia stiamo attraversando la recessione più grave dal dopoguerra. Che cosa spiega queste differenze?

Alcune di queste sono difficili da eliminare nel breve periodo: la maggiore flessibilità dei mercati americani, in particolare quello del lavoro, la mancanza in Europa di una politica fiscale comune, le divergenze fra i Paesi dell’euro che impediscono una maggiore integrazione dell’eurozona e legano le mani alla Bce. Ma una cosa importante la potevamo fare, imparando dagli Stati Uniti: attaccare alla radice e senza indugi il problema delle banche. Le prime misure del governo americano, all’inizio della crisi, quando era ancora presidente George W. Bush, furono rivolte alle banche, le quali furono obbligate a rafforzare il loro patrimonio anche con l’aiuto pubblico. Fatto questo, gli interventi volti a ridurre il deficit (si può poi discutere se siano stati più o meno sufficienti e di buona qualità) sono stati molto meno costosi che in Europa proprio perché non si sono sommati a una contrazione del credito.

Nell’eurozona abbiamo seguito la sequenza sbagliata. Occorreva prima rafforzare le banche affinché la loro debolezza non desse luogo a una contrazione dei prestiti, e dopo, solo dopo, ridurre i deficit tagliando le spese. Invece abbiamo fatto esattamente il contrario. Non abbiamo ricapitalizzato le banche e anziché tagliare le spese abbiamo aumentato le imposte. Alcuni Paesi, fra cui l’Italia, hanno rifiutato i fondi messi a disposizione, sia pure tardivamente, dall’Europa per ricapitalizzare le banche. Non li abbiamo voluti per due motivi. Per lo stupido orgoglio di non accettare che qualcun altro metta il becco nelle nostre banche: «Le nostre autorità sono più che sufficienti» (lo si è visto alla Banca Popolare di Milano!). E perché le Fondazioni bancarie, ovvero i padroni delle banche, non hanno i fondi per ricapitalizzarle, e non vogliono diluire la loro proprietà.

Due giorni fa Standard & Poor’s ha pubblicato uno studio che evidenzia (se ancora ve ne fosse bisogno) la gravità della contrazione del credito in Italia, soprattutto per le imprese piccole e medie. Si è creato un circolo vizioso. Private del credito le aziende falliscono; più imprese falliscono, più crescono le sofferenze bancarie, cioè i crediti inesigibili; più aumentano le sofferenze, più diminuisce il capitale delle banche e con esso i prestiti alle imprese e più crescono i fallimenti.

Stiamo ripetendo l’errore che fece il Giappone vent’anni fa quando, dopo un crac immobiliare, lasciò le banche a languire per un ventennio. Il risultato è purtroppo ben noto: vent’anni di crescita zero e un debito pubblico che ha raggiunto il 200 per cento del Pil. Per favore: impariamo dagli Usa, non dal Giappone.


Non evocate il Grande Fratello
di Gianni Riotta
(da “La Stampa”, 7 giugno 2013)

Capire bene la vicenda del traffico telefonico americano controllato sotto l’amministrazione democratica di Barack Obama, ci permette di intravedere non solo il futuro politico americano, ma anche la nostra vita quotidiana prossima.

La questione è semplice solo in apparenza: il quotidiano inglese The Guardian rivela che, da aprile, la Casa Bianca fa controllare la rete di telefonate della grande compagnia Verizon, grazie alla legge Patriot Act contro il terrorismo approvata ai tempi del repubblicano George W. Bush.

Non si tratta, guardatevi dall’errore diffuso, di tradizionali intercettazioni: le autorità dello spionaggio Nsa, National Security Agency, non ascoltano il contenuto dei dialoghi ma, connettendo tra loro le informazioni – in gergo metadata, dati sui dati – creano un identikit perfetto degli individui, delle loro relazioni, movimenti, affari e, nel caso dei terroristi, intrighi e trame.

Il presidente Obama ha ieri difeso la pratica sostenendo, tramite un portavoce, che né si ascoltano voci, né si schedano cittadini. Le organizzazioni di tutela della privacy, come l’Aclu, si ribellano, il Congresso si divide, qualcuno – come il National Journal – irride la «Casa Bianca Bush-Obama», sostenendo che, al di là della propaganda, tra bombardamenti con i droni, Guantanamo, controllo ai reporter Ap, inchiesta fiscale sui Tea Party, Grande Fratello Nsa, lo stile non è cambiato.

Il chiasso politico sarà forte, ma non dobbiamo farcene distrarre. La questione centrale è: opporre alla vicenda Casa Bianca – Nsa – Verizon un concetto primitivo di privacy, per intenderci precedente il web, la telefonia mobile e i social media, è come voler fermare le cascate del Niagara col secchiello da spiaggia. Una generazione fa si intercettava una telefonata per costruire un processo, registrando legalmente, o illegalmente. Oggi i dati esistono «comunque», già a disposizione delle compagnie telefoniche, informatiche, dei motori di ricerca. Le aziende li analizzano di routine e spesso non si tratta di dati carpiti in segreto, ma di informazioni che i cittadini rendono pubbliche volontariamente, via Facebook, Twitter, blog.

Chi è «padrone» di questi dati? Noi? Le aziende che ci offrono un servizio pubblico gratuito, Facebook, Twitter, YouTube, Google Gmail, proprio in cambio di notizie da rivendere ai pubblicitari? E se Verizon, un ospedale, una scuola, una biblioteca, Amazon, conservano dati a valanghe, non ha diritto lo Stato a controllarli per tutelare la nostra sicurezza? Non è l’analogo informatico delle umilianti perquisizioni cui ci sottoponiamo partendo in aeroporto? Fate attenzione alla differenza: non sono informazioni che occhiuti 007 collezionano di nascosto, sono dati già schedati dalle compagnie: è giusto o no contribuiscano a difenderci da attentati?

Ieri la Casa Bianca ha ribadito che il Patriot Act tutela i controlli Nsa e ha negato che l’intelligence conosca l’identità dei cittadini coinvolti, disegnandone via data visualization solo la rete. Purtroppo entrambe le dichiarazioni di Obama suscitano interrogativi. Come scrive il giurista dell’Università di Harvard Noah Feldman, la Corte che assicura la legalità dell’operato di Obama, l’interpretazione giuridica del Patriot Act stesso, sono tutelate dal segreto della legge, quindi i critici, e perfino gli avvocati, non hanno accesso trasparente alle norme. Il dettaglio fa infuriare l’ex vicepresidente Al Gore, ma permette a Obama di schivare i controlli, lasciando i cittadini in balia dello Stato.

È vero che l’analisi dei metadata è fruttuosa contro i terroristi: per fare un esempio di casa nostra, lavorare sui metadata sarebbe cruciale per scovare gli evasori fiscali, a patto di avere un sistema informatico all’altezza. E per questo molti americani non protesteranno poi troppo contro le rivelazioni del Guardian. A patto però di essere coscienti, oggi in America e domani in Italia, che dalla mappa del traffico della rete, all’identificazione dei cittadini stessi via smartphone, i passi sono pochissimi e banali.

Un saggio apparso su Scientific Reports, firmato da studiosi del Mit e dell’Università di Lovanio, ha analizzato 1.500.000 telefonate da cellulari in Europa in 15 mesi: usando solo 4 coordinate spazio-tempo ha identificato ben 95 cittadini su 100. Basta coordinare, per esempio, la chiamata da una certa località con un post su Facebook o Twitter, e il gioco è fatto. Se due ricercatori, un dottorando e un assistente universitario ci riescono con i mezzi limitati dell’Università, immaginate cosa non riesce a fare il dominio di computer Nsa.

Il caso Nsa – Verizon – Casa Bianca illumina dunque il mondo in cui abbiamo scelto di vivere nel XXI secolo, smartphone in tasca. Una sfera dove «pubblico» e «privato» non hanno più confini e dove i «dati» sulla nostra vita sono già raccolti, esaminati e schedati da burocrazie commerciali o politiche, in gran parte dati offerti da noi stessi. Gridare al Grande Fratello di Orwell non serve, scrivere leggi da Cyber-Azzeccagarbugli che la tecnologia aggirerà domani stesso, neppure. Servono coscienza dei cittadini sulla nuova realtà (e coraggio di studiare il futuro per chi si occupa dei media), trasparenza per politici e magistratura. Perché fanno più danni una legge segreta e un tribunale opaco, di tutti i metadata del mondo.


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3 Comments

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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart