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Romanzo: Celeste/A novel: Celeste (Trad. Helen Askham) #11/16

5 Dicembre 2008

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

In calce il testo inglese

Celeste #11

Ho messo di nuovo Celeste sopra il ramo di pino. Desidero che si eserciti in quella che sarà la sua posizione più naturale. Lei vi resta per un po’, ma ancora non ha la resistenza necessaria. Volge il capino verso terra e si lascia andare sul prato. Nella caduta sbatte appena le ali. La lascio così per un po’ di tempo, voglio che si muova liberamente in mezzo all’erba, la guardo; sulla parte posteriore, verso la coda il piumaggio è chiaro, becchetta tra l’erba; desidero che impari anche questo, di cercarsi il cibo da sola. Quando era appollaiata sul ramo, ed io me ne stavo seduto di fronte a lei, ho aperto il palmo della mano, nel quale spesso la depongo. Volevo vedere se faceva il balzo, tentando un primo volo. Guardava coi suoi occhietti, ma non si staccava. Ora che era sull’erba, ho provato a poggiare a terra la mia mano e aprire il palmo verso di lei. Ha guardato e si è avvicinata, ha strusciato il capino sulla mia pelle, poi ha sollevato una zampetta e si è arrampicata, ha tirato su l’altra e immediatamente ha preso la posizione di riposo sulla mia mano. Mi riconosce.
Ieri Lorenzo, mentre s’arrampicava sulle scale sul retro della casa, ha sbattuto la fronte su di uno scalino, ha cominciato a piangere, mi sono preoccupato giacché non avevo veduto niente. L’ho preso in collo, ho cercato di capire, poi ho visto arrossarsi la pelle sopra l’occhio destro, dove aveva urtato; c’era qualche graffio. Ha strillato, l’ho messo a terra, si è avvicinato allo scalino e con la mano lo ha battuto più di una volta, come per punirlo. Piangeva e batteva lo scalino. L’ho distratto portandolo verso il rubinetto dell’acqua, l’ho aperto. Lorenzo ama l’acqua; quando l’altro giorno gli abbiamo riempito la piscina di gomma, non voleva più uscirne. Raffaella ha sentito gli strilli e naturalmente è uscita fuori tutta spaventata. Ha visto la colpitura e me ne ha dette di tutti i colori.
«Non stai mai attento. È piccolo. Bisogna guardarlo, senza distrarsi come fai te. Dove avevi la testa?» Insomma, una tiritera di rimproveri. È vero che non si può tenere Lorenzo per il solo piacere di vederlo muovere e gesticolare, ma occorre sorvegliarlo non con due occhi ma con quattro e con tutti i sensi ben desti. Oltre a volersi arrampicare per le scale, anche quelle poste sul davanti, ama fare un’altra cosa pericolosa, che è quella di mettersi in bocca i sassolini del viale. Sa che non vogliamo, e proprio per questo, prima di metterseli in bocca, mi guarda con i suoi occhietti furbi e mostra in modo evidente il gesto di raccogliere i sassolini. Faccio finta di adirarmi, allora sì che li afferra e con mossa fulminea se li ficca in bocca! Mi sbatte il cuore dallo spavento. Riesco ogni volta a cacciarglieli appena in tempo fuori dalla bocca. E lui ride, divertito da quello che ormai considera un gioco. Non può immaginare, a quella tenera età, i rischi che corre. La mia mente va a molti anni indietro quando una cosa del genere accadde alla mia Claudia. Mi trovavo al piano di sopra e ad un certo punto, era di sera, sentii le urla di mia moglie e di mia suocera, che mi chiamavano; scesi le scale di corsa e mi indicarono Claudia che stava ritta sulla tavola con la bocca spalancata e senza fiato. «Ha ingollato la caramella, ha ingollato la caramella!», mi gridavano. La bimba soffocava, e non c’era più tempo. Allora, presa una risoluzione rapida, l’afferrai per le gambe e la rovesciai, battendole la mano sulla schiena, nella speranza che rigettasse la caramella. Non succedeva niente e Claudia diventava ormai cianotica.
«Claudia! Claudia!» gridavo in preda alla disperazione, mentre gli altri intorno a me piangevano. Anche Elena, la sorellina, era accorsa e piangeva disperatamente. Dio fu con me in quell’istante terribile, perché ficcai con tutta la forza il mio dito medio nella gola della bimba, provai più di una volta finché non sentii il bordo della caramella e allora, con quanta spinta potei dare alla mia mano, premetti con furia, graffiando perfino la sua gola, che sanguinava. Ma la caramella scese e liberò la laringe, consentendo alla mia Claudia di riprendere il respiro.
Quando vedo Lorenzo che si ficca in gola quei sassolini, o tenta di farlo, non ci posso fare niente: la mia mente, per un automatismo feroce, torna a quella sera e mi rivedo disperato che tengo per le gambe la mia piccina, vicina a morire.
A Celeste do spesso dei bocconi abbondanti, ma evito cibi troppo solidi, dimodoché penso che non succederà mai che possa rischiare di soffocarla. Quando mi accorgo che il boccone è troppo grosso, arrivo perfino a toglierglielo di bocca e a dividerlo.
Sento un’auto che ritorna. Sono Raffaella e Claudia che hanno pensato di andare un paio d’ore al mare, per l’abbronzatura. Sono rosse come cocomeri. Scendono e sono allegre. Si vede che la lontananza da casa ha fatto bene al loro spirito! Chissà quanto hanno spettegolato su di me. I miei lo fanno di frequente, quando sono soli. Piace loro prendermi in giro, scherzare sui miei difetti, sulle mie piccole manie. Quando siamo a tavola, spesso anticipano una qualche mia prevedibile osservazione. È Stefano soprattutto che si diverte a celiare, imitandomi. Suscita il riso anche del sottoscritto, che apprezza questo lato del suo carattere. A volte domando a Raffaella di cucinarmi degli hot-dog. Non so perché ne sono goloso, come se fossero dolciumi. Le prime volte, senza che me ne rendessi conto, proponevo sempre la stessa domanda: «Ricordate quando abbiamo mangiato un hot-dog per la prima volta?»
«Ce lo hai già chiesto, babbo.»
E ripresentandosi un’altra occasione, ecco che tornavo a formulare candidamente la stessa domanda, e naturalmente ricevevo la medesima risposta. Finché è diventato un gioco, e quando sto per addentare l’hot-dog pieno di avidità, Stefano dice:
«Ricordate dove abbiamo mangiato la prima volta un hot-dog?» E si risponde da solo: «A Londra, davanti al museo di Madame Tussaud.»
Ci facciamo quattro risate, e ci gustiamo la cena. È davvero fantastico trovarsi tutti insieme a ridere. 

Celeste comincia a portarmi fortuna. È il segno dell’amore che nutro per lei, che viene ricompensato da Dio.
Stavo in giardino e l’accudivo. Era un pomeriggio di sole. Al cancello si ferma un ciclista dalla barba bianca. Mi saluta, ha gli occhiali scuri e non riesco a riconoscerlo. Mi scuso e mi avvicino per osservarlo meglio, e quando sono nei pressi della ringhiera nera che recinge il mio giardino, il volto subito mi s’illumina. Non credo ai miei occhi.
«Sei Armando» gli dico. Mi sorride, è lui.
«Entra. Vieni a vedere Celeste, la mia rondine.»
Ci salutiamo, entra con la bicicletta portata a mano.
«Appoggiala al muro» gli dico.
Siamo vicini a Celeste. È nella scatola, ha mangiato ed è sazia, quindi è quieta. Armando si sporge a guardarla e mi chiede quanto ha.
«Circa un mese» e gli rivelo la tragedia che l’ha colpita e il mio proposito di riuscire a farla vivere e volare nel cielo.
«È fantastico. Bravo» mi dice.
«Vieni, sediamoci in giardino.»
«Al fresco, però» e mi racconta che ha fatto il monte di Quiesa, è arrivato fino a Massarosa ed ora sta tornando a casa. Ho preso Celeste e l’ho deposta sul ramo di pino. Parliamo di lei. Lui mi racconta che a Zara, dove è nato e dove ora soggiorna nell’estate, aveva trovato una colomba, l’aveva tenuta con sé finché non aveva ripreso a volare. Un giorno, trovandosi allo stadio con degli amici e alzando gli occhi al cielo, ha visto quattro colombe: tre nere, e una bianca, e quella non poteva essere che la sua, mi ha detto pieno di gioia.
Ho pensato al mio sogno con Celeste che ritorna e si fa riconoscere da me. Può succedere, dunque, e Celeste farà di più: scenderà dal cielo apposta per venire sul palmo della mia mano.
Parliamo ancora. Lo invito ad entrare in casa. Lo porto nel mio studio e rimane sorpreso dai molti libri che vede.
«Mica li ho letti tutti. Qui ce ne sono molti che devo ancora leggere. Rappresentano la mia occupazione quotidiana. Vedi, d’estate mi metto fuori in giardino e passo molte ore coi libri. Sono felice, non desidero altro.»
Mi confida che non è un lettore altrettanto appassionato. Gli regalo un mio libro; avrei voluto regalargliene una copia di ciascuno dei quattro che ho pubblicati, ma lui ne chiede uno soltanto. Gli do Mattia e Eleonora e altre storie. C’è una ragione. Lui è l’Attilio del mio racconto intitolato L’amicizia di Attilio. Lui è il compagno dei miei anni più intensi, il compagno che era allegro e pieno di energia, e che la sfortuna ha perseguitato. La perfida sfortuna che ha continuato a battere su di lui, impietosamente, portandogli via ora non è molto anche un figlio. La sua figura è stanca, ma io lo ricordo come era un tempo. Quanta energia, che forza di volontà, che coraggio colmavano la sua anima! Sono un orso di carattere, lo dice sempre mia moglie, mi piace stare da solo, detesto la confusione. Anche Lorenzo, mi pare; e forse ha preso da me. Ma ho provato una grande gioia nel rivedere Armando e, sebbene il mio pessimo carattere mi impedisca di mostrarla tutta intera, oggi è stata per me una giornata benedetta.
Sono i frutti dell’amore, questi, e Celeste in qualche modo è già in contatto con il cielo.
Mio figlio è partito con l’auto, mi ha salutato baciandomi. Va a Livorno, passerà la serata con degli amici sul mare.
«Vai piano quando ritorni» gli dico. «Non avere fretta.»
«Tornerò prima di mezzanotte, babbo, non ti preoccupare.»
Signore, proteggilo. 

Celeste #11

I’d put Celeste on the pine branch again. I wanted her to practise what would be the most natural position for her. She stayed there for a little while but she still wasn’t strong enough. She dropped her head and fell into the grass. As she fell she beat her wings a little. I left her there for a while because I wanted her to move freely in the grass. I watched her. On her back, towards the tail, her feathers were pale. She pecked at the grass with her beak. I also wanted her to learn to find food by herself. When she was perched on the branch and I was sitting in front of her, I’d opened the palm of my hand where I often put her. I’d wanted to see if she’d make a jump, a first attempt at flying. She’d looked at me with her little eyes but hadn’t moved. When she was on the grass, I tried putting my hand on the ground and opening the palm towards her. She looked and came nearer, rubbed her head on my skin, then she lifted one claw, clung on with it, lifted the other and immediately fell into her resting position on my hand. She recognised me.
The day before, Lorenzo had bumped his head while he was climbing the stairs at the back of the house. He started crying and I was worried because I hadn’t seen what had happened. I lifted him up, tried to find out what was wrong and saw that the skin above his right eye was red and scratched where he’d bumped it. He screamed and I put him down, went to the stair and hit it several times as if I was punishing it. He cried and hit the stair too. I tried to distract him by carrying him to the tap and turning it on because he loved water. A few days before I’d filled his paddling pool and he hadn’t wanted to come out.
Raffaella heard him crying and naturally came out to see what the matter was. She saw the bruise and gave me a good scolding. “You never pay attention. He’s little. You have to keep an eye on him and not let your mind wander the way you do. What were you thinking of?”
A proper ticking off, in other words, but it was true. You couldn’t have Lorenzo with you just for the pleasure of watching him moving about and waving his hands. You needed to watch him with eyes on the back of your head and all your senses alert. As well as wanting to climb those stairs, he liked to do another dangerous thing which was putting stones from the drive in his mouth. He knew we didn’t like this and therefore, before putting them in his mouth, he’d look at me slyly and quite obviously begin to pick up some stones. I’d pretend to be angry and then, in a flash, he’d pop them into his mouth. My heart would race with fear. Each time I’d manage to fish them out of his mouth just in time and he’d laugh, enjoying what he thought was a game. He was little and didn’t understand the danger.
Something like that happened to my daughter Claudia many years ago. It was evening and I was upstairs when I heard my wife and mother-in-law shouting for me. I ran downstairs and they pointed to Claudia who was standing on the table with her mouth open, not breathing. “She swallowed a sweetie, she swallowed a sweetie!” they shouted at me. The child was choking and there was no time to lose. I took a quick decision, grabbed her legs, turned her upside down and thumped her on the back, hoping this would dislodge the sweet. Nothing happened and Claudia’s face was turning blue.
“Claudia! Claudia!” I shouted in desperation while the others stood round, sobbing. Elena came running into the kitchen and burst into tears. God was with me in that terrible moment. I stuck my middle finger into the child’s throat as hard as I could, several times, but I couldn’t feel the edge of the sweet. In a rage, I forced the finger in as far as I could, scratching her throat so that it bled, and the sweet fell out. Claudia’s larynx was freed and she could breathe again. So when I saw Lorenzo putting those stones in his mouth, or trying to, I had to do something. My mind would automatically and terrifyingly go back to that evening and I’d see myself desperately holding my darling girl by her legs while she seemed about to die.
I often gave Celeste quite large pieces of food but I avoided anything that was too hard. That way I thought she’d never be in danger of choking. If I saw that a piece was too big, I’d take it out of her beak and break it up.
I heard a car coming into the drive. It was Raffaella and Claudia who had been to the beach for a couple of hours to sunbathe. They got out of the car. They were bright red and very cheerful. I could see that being out of the house had put them in a good mood. Goodness knows how much they’d had to say about me. My family often talk about me when I’m not there. They like to make fun of me and make jokes about my shortcomings and my little ways. When we’re at the table, they often get in first with one of my usual remarks. Stefano especially enjoys making jokes about me and imitating me. He makes everyone laugh, including me. I like this trait in his character.
Sometimes I ask Raffaella to cook hotdogs for me. I don’t know why I like them so much. It’s as if they were cakes. The first few times, without noticing, I asked the same question, “Do you remember when we first had a hotdog?” until someone said, “You’ve asked us that before, dad.”
So it became a joke and when I’m about to take a big bite of hotdog, Stefano says, “Do you remember when we first had a hotdog?” And I’m the one that answers, “In London, outside Madame Tussaud’s.”
Then we all laugh and enjoy our dinner. It’s a wonderful thing to be all together and laugh.

Celeste began to bring me good luck. It was a sign that the love I felt for her was being rewarded by God.
I was in the garden attending to her one sunny afternoon when a man with a white beard stopped at the gate. He had a bike. He waved to me but he was wearing dark glasses and I didn’t recognise him. I went nearer to see him more clearly and when I got to the railings that surround the garden, I recognised him and I couldn’t believe my eyes.
“It’s Armando!” I said. He smiled. It was indeed Armando. “Come in. Come and meet Celeste, my swallow.”
We shook hands and he wheeled his bike in.
“Lean it against the wall,” I said.
Celeste was nearby. She was in her box, had eaten her fill and was quiet. Armando looked into the box and asked how old she was.
“About a month,” I said and told him about the tragedy that had happened to her and about my intention to keep her alive and see her flying in the sky.
“It’s wonderful,” he said. “Well done.”
“Come and sit in the garden.”
“In the shade, however.” He told me he’d cycled up the Quiesa Mountain, gone as far as Massarosa and was now going home.
I took Celeste out and put her on the pine branch. We talked about her. He told me that in Zara, where he was born and where he now spends the summer, he’d found a white pigeon and kept her for as long as she couldn’t fly. One day when he was in the football stadium with some friends, he’d looked up at the sky and seen four pigeons, three black and one white. The white one must have been his, he said, smiling happily. I thought of my dream that Celeste would come back and recognise me. It could happen, therefore, but Celeste would do more. She’d come down from the sky so she could sit on the palm of my hand.
We talked some more and I asked him into the house. I took him to my study and he was amazed by the number of books he saw there.
“I haven’t read anything like them all,” I said. “There are lots here I still have to read. This is what I do every day. In the summer I go into the garden and spend hours with books. I’m happy. I don’t ask for anything else.”
He said he wasn’t such a keen reader. I gave him one of my own books and would have given him a copy of all four that had been published but he asked for just one. I gave him Mattia e Eleonora e altre storie. There was a reason for this. He’s the Attilio in the story called L’amicizia di Attilio. Armando was my friend during the most eventful years of my life, a cheerful friend who was full of energy but dogged by misfortune. His misfortune had continued cruelly for quite recently he’d lost a son. He looked tired but I remembered him as he once was. Such energy, such willpower, such courage there was in his soul! I’m a bit of a bear as my wife keeps telling me. I like to be on my own and I hate it when there are too many people around me. Lorenzo’s the same, I think. Perhaps he takes after me in that. But I’d felt real joy seeing Armando again and although my character stopped me from showing all of that joy, the day had been a blessed day for me. These are the fruits of love and Celeste, in a way, was already in touch with heaven.
After dinner, my son went off in the car and as he said goodbye he gave me a kiss. He was going to Livorno to spend the evening by the sea with some friends.
“Drive slowly on the way back,” I said. “Don’t go too fast.”
“I’ll be back before midnight, Dad. Don’t worry.”
May God protect him.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart