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Romanzo: Celeste/A novel: Celeste (Trad. Helen Askham) #14/16

8 Dicembre 2008

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

In calce il testo inglese

Celeste #14

È ricomparso Selvatico. È nel campo dove ieri ha volato Celeste. Sta nell’erba, e si vedono la sua testa e il petto eretti a scrutare intorno. Se si fosse trovato lì ieri, avrebbe fatto un bel bocconcino di Celeste. Non nascondo di temere, ora che impara a volare, che si moltiplichino i pericoli per lei, senza che io possa fare niente per aiutarla. Va incontro alla sua vita, questa è la verità, e la vita di ciascuno di noi si svolge a contatto col pericolo, sempre, anche quando pare che tutto vada bene; esso è in agguato, dietro l’angolo.
Sono uscito presto in giardino perché aspetto Silvano, il muratore. Giù al piano terra, mi sono comparse sbollature sulle parti basse delle pareti, ed allora ho deciso di fare un trattamento antiumidità. Ma dispero che il risultato sia duraturo. Nel 1997, feci fare altrettanto in un altro punto della casa, ma a distanza di così pochi anni, vedo ricomparire le strisce scure dell’umidità. Le stanze del piano terra abbisognano di cure maggiori di quelle situate ai piani superiori; devono fare i conti con le fondamenta e il contatto con la terra del sottosuolo. Prima o poi questa energia naturale la vince su ogni trattamento inventato dalla scienza.
Ho messo nella scatola di Celeste tre piccoli bicchierini: uno contiene acqua, uno arrosto tritato, e l’altro delle fette biscottate inzuppate nel latte. Voglio che Celeste si abitui a prendere da sola il cibo. Altra cosa sarà quella di cercarselo da sé, lo so bene, ma diamo tempo al tempo.
Dopo il volo di ieri, che mi ha reso felice, ma anche spaventato, in quanto ho capito che Celeste mi stava sfuggendo di mano, ho riflettuto e sono giunto alla conclusione che forse Celeste starà con me ancora per un po’. Infatti, mentre ero seduto nella pinetina, scrutavo il cielo, attraversato da tante varietà di uccelli, e in particolare osservavo le rondini. Ho notato che sono almeno il doppio della mia Celeste. Quindi, Celeste deve ancora completare il suo sviluppo prima di ambire a solcare il cielo. Quanto starà ancora con me? Non me ne intendo di queste cose, ma suppongo che si arriverà almeno a metà luglio. C’è ancora un mese, dunque. Intanto la terrò d’occhio e vedrò di accompagnare la sua crescita, proteggendola dalle nuove insidie. Una in particolare mi assilla. Ieri sono stato, infatti, fortunato, perché nello spiccare il volo, Celeste ha preso la direzione dei campi verso la stazione. Poteva fare l’opposto e dirigersi verso la strada e quindi verso l’Ozzeri. In questo caso avrebbe rischiato di fermarsi, inesperta com’è, in mezzo alla strada e così finire schiacciata da qualche auto, oppure avrebbe potuto continuare il volo attraversando la strada e sostare sulla riva dell’Ozzeri, dove vi sono rovi e arbusti intricati, che mi avrebbero impedito di ritrovarla. Questo pericolo sussiste ancora, e non è scongiurabile. Quando ogni volta spiccherà il volo, sarà la fortuna arbitra del suo destino. Lei non conosce i pericoli, ora pensa solo a sopravvivere mangiando, ma ci sono altre battaglie che deve combattere, e per quelle non posso prepararla. Certo, sapessi parlare agli uccelli, tutto sarebbe facile. Quante cose le insegnerei, utili soprattutto ad evitare gli uomini.
«Mica solo gli uomini! Anche i falchi che passano ogni tanto, potrebbero costituire un pericolo per Celeste» mi dice Raffaella.
Deve imparare anche questa crudele legge della natura, e cioè che ci sono altri uccelli che stanno in guardia, pronti a mangiarsi in un boccone la sua vita.
Passano tante rondini sopra la piccola Celeste. Esse sì che potrebbero insegnarle molto. Mi domando perché nessuna si ferma. Sarebbe bello che una mattina trovassi appollaiata al bordo della scatola una rondine grande, che accudisse Celeste. Perché tutto ciò è impossibile? Perché tra le molte rondini che solcano il cielo e che indubbiamente vedono Celeste, nessuna sente il dovere di dare una mano a questo esserino della loro specie, che sta lottando per vivere e che con il loro aiuto sarebbe certo di farcela?
La paura è passata, ma ho dovuto fare i conti con un altro pericolo, prevedibile ma che reputavo lontano: Lorenzo. Celeste svolazzava nell’erba, è venuta vicino a me, poi andava in giro, anche intorno a Lorenzo. Ad un certo momento, inavvertitamente, Lorenzo ha mosso il suo piedino e ha calpestato Celeste. L’ho vista perduta sotto i sandalini del bimbo. Rapidamente ho allontanato la gamba dal corpicino che, col becco aperto, stava strillando; subito Celeste è scappata via; strillava e si aiutava con le alucce a fuggire. La chiamavo ma sembrava temesse ogni cosa, anche me. Finalmente si è fermata e ha cominciato a guardarmi; stava immobile con le ali ripiegate. L’ho chiamata di nuovo e questa volta è venuta lentamente verso di me. L’ho raccolta sulla mano e ho cominciato a carezzarla. L’ho visitata per tutto il corpo, soprattutto ho indagato sulle sue zampette gracili. Le muoveva senza mostrare alcun impedimento. Anche le ali si aprivano senza difficoltà. Ho pensato di deporla nella coppetta e dentro la scatola, per lasciarla riposare e distendere. Le ho dato dell’acqua, che ha bevuto. Mi sono seduto accanto a lei, ho preso Lorenzo in braccio e entrambi siamo stati a guardarla per un po’, poi mi sono allontanato con Lorenzo e l’ho portato nel bosco. Ha voluto salire sul ramo del cedro, ha carezzato la corteccia e, come fa tutte le volte, ha voluto discendere e percorrere in lungo e in largo il boschetto tra le due magnolie. Elena è uscita a chiamarlo perché era l’ora della pappa; così, rimasto solo, sono tornato da Celeste, e l’ho messa di nuovo sul prato. Si è guardata intorno, ed ha cominciato a muoversi secondo il suo solito; la scrutavo per notare eventuali impedimenti, ma Celeste sembrava aver superato indenne il pericolo. Allora mi sono messo davanti a lei, ad una certa distanza e l’ho chiamata. Dopo un momento di incertezza, è venuta verso di me, questa volta con movimenti spediti. Tutto è passato, mi sono detto, tutto torna come prima.
Non l’ho incitata al volo, però. La paura di perderla ancora mi attanaglia. È troppo presto per lasciarmi; Celeste ha ancora bisogno di me. 

In realtà Celeste è meno intraprendente degli altri giorni. Da quando è stata calpestata si muove sull’erba con molta circospezione. Anche quando la chiamo, non mi obbedisce subito, ma mostra molta incertezza prima di muoversi. Spero che non abbia alcuna lesione in qualche parte del corpo a me non visibile. Ritengo tuttavia che tutto ciò derivi dallo spavento che ha provato. Ha visto la morte davvero da vicino, forse più di quanto l’abbia vista vicino quando cadde coi suoi fratellini dal nido sotto la grondaia. Confido che con il trascorrere dei giorni, dimenticherà questa brutta avventura e riprenderà a muoversi con la sua sicurezza solita.
Raffaella ha letto in un libro della biblioteca della sua scuola che la rondine preferisce la carne cruda. Anche su quel libro c’erano scarni riferimenti intorno a questa specie di uccelli. In ogni caso la notizia che riguarda la sua alimentazione è importante. Ho subito sostituito l’arrosto che le avevo triturato con carne cruda di tacchino e di manzo, che ho sminuzzato e tenuta in frigorifero in attesa dell’ora del suo pasto. Ho potuto verificare che le piace, si butta sul boccone agitando le ali e mostrando tutta la sua voracità. Sono contento. Il buon cibo l’aiuterà a dimenticare la brutta avventura. Ora ha imparato a bere l’acqua da sola; gliela metto dentro un tappo di bottiglia, e lei quando ha sete si dirige lì e becchetta. Ho provato anche a mettere la carne dentro un piattino, ma non fa altrettanto. La carne la vuole da me, e devo imboccarla. Lei spalanca il becco, agita le alucce e inghiotte il cibo che le trasmetto sul mio dito. Imparare a mangiare da sola ritengo che sia importante, e probabilmente lo farà fra qualche tempo. Non devo dimenticare che Celeste ha appena un mese di vita, ed è ancora un esserino minuto e fragile.
Elena mi ha detto che è stata lei ad accorgersi, quando è stato scoperto il nido a terra, che Celeste era sempre viva. Si trovava poco distante dai fratellini morti, e precisamente all’altezza della stanzina del piano terra dove fino a poco giorni fa, prima di trasferirsi al piano superiore nella sua cameretta, ha studiato Claudia. Raffaella credeva che fosse morta, ma Elena ha detto: «Guarda che si muove»; così hanno esaminato con maggior cura la piccola rondine ed hanno potuto constatare che era ancora viva. L’hanno raccolta, deposta in un vecchio nido di uccelli prelevato dal roseto che si trova dietro la porta di cucina, e l’hanno condotta in casa. Da quel momento Celeste ne ha fatta di strada, lottando e manifestando tutta la sua voglia di vivere!
Ha avuto anche un po’ di fortuna dalla sua parte. L’ho già detto, e in primo luogo il tempo, che è stato bello, le giornate quasi tutte luminose. Stamani la Pania fa bella mostra di sé, davanti alla mia finestra.
Qualche giorno fa è venuto a trovarmi il mio amico Paolo Fantozzi, che adora la montagna e ha scritto bei libri su di essa. Ama la Pania della Croce. Gli ho detto: «Però non la vedi da casa tua. Io, che ci sono stato una sola volta nella mia vita, la posso vedere tutti i giorni davanti a me, dominare il cielo!»
È bello infatti il paesaggio che vedo da casa mia. Dalla finestra davanti: l’Ozzeri, i campi e l’argine del Serchio e, oltre, i monti e la bella Pania. Dietro, la collina di Cocombola con le sue ville e i ruderi nascosti dal fogliame di Castel Passerino. A levante, il paese di Montuolo con l’antico campanile che domina la scena, e il ponte sull’Ozzeri. Ad occidente, le case di Fornacette e i monti Pisani. L’occhio ne gode, sempre. Celeste è nata qui, al centro di questo paesaggio meraviglioso. Da lassù, quando sarà nel cielo, e farà il suo viaggio di ritorno per venire da me, non dovrebbe avere difficoltà a ritrovarmi. Qui i punti di riferimento, tutti magnifici, sono molti, e sono pezzi unici, da collezione.
Delle rondini volano basse nella pinetina, quasi sopra Celeste.
«Non la vedete?» dico io, alzandomi dalla sedia a sdraio e parlando con un tono di voce più alto. «Insegnatele a vivere secondo le vostre leggi. Che cosa vi ci vuole? Non dovete aver paura di me. Dovete farla vivere. Che cosa posso fare io di più? Toccherebbe a voi fare ciò che non posso io. Dovrebbe essere un dovere della specie, aiutare i piccoli.»
«Non sapete farlo, non volete farlo, nemmeno tra voi uomini!» mi sembrava di sentirmi rispondere.
Allora borbottavo tra me, col viso però rivolto al cielo:
«Se uno di noi trova un neonato o anche un bambino abbandonato, non lo lascia solo, ma cerca di dargli aiuto. Non siamo così cattivi come pensate.»
«E noi come potevamo occuparci di un piccolo che non sa volare? Non abbiamo la forza di sollevarlo da terra, dov’è caduto, per portarlo al nostro nido.»
«Ma potevate accudirlo dentro la scatola.»
«E chi si può fidare di te, di un uomo?»
«Non siamo tutti uguali, come non siete uguali voi rondini.»
«E noi come facciamo a sapere che tu sei migliore degli altri?»
«Per il fatto stesso che sto accudendo un esserino che avrei potuto lasciar morire. La rondine non è un’aquila, non è un leone, non è nemmeno un uccello da richiamo, coi quali avrei potuto guadagnare dei soldi. Che posso farmene di una rondine? L’ho allevata perché non voglio che muoia e perché so che siete delle volatrici eccezionali. È la bellezza del vostro volo che mi incanta, e che mi fa amare questo esserino che ora è così legato a me. Non vedete che mi viene dietro ovunque vada? Chiamo: Celeste! ed essa sbatte le ali e corre verso di me. Da lì potete capire che non sono un uomo cattivo e che potete fidarvi. Ora Celeste ha bisogno soltanto di imparare alcune cose fondamentali: come destreggiarsi nel volo, dove posarsi, dove andare a dormire prima di intraprendere la lunga migrazione verso l’Africa; e poi come procurarsi il cibo. Sono cose che le avrei insegnato io se fossi stato come voi! Ma io non posso volare per mostrarle tutto ciò. Voi invece potreste farlo senza fatica. Scendete giù, ve l’ho deposta sul prato. Guardatela. È un amore, ha tanta voglia di vivere. Fate che riesca ad essere come voi. Dio, che ci ha creato tutti, vi ricompenserà. Non temete la mia presenza. Fatemi intendere che cosa devo fare per mettervi a vostro agio, ed io lo farò immediatamente. Mi apparterò. Però lasciate che, a dovuta distanza, possa rimirarvi in questo compito così dolce, così delicato, che adempite verso la mia Celeste. Perché è mia quanto vostra, sebbene sia destinata a voi. Non so nemmeno se sia un maschio o una femmina! Mi piacerebbe che fosse una coppia, marito e moglie, a prendersi cura di lei. Se avete difficoltà ad accudirla sul prato, la posso deporre nella scatola, o fabbricare un nido artificiale e posarla lì dentro, sopra un ramo di albero. Voi manifestatemi soltanto la vostra volontà e ciò che io debba fare. Non ci saranno ostacoli di sorta ad impedirmi di assecondarvi. Vi darò tutto il cibo che vorrete, se questo può rappresentare un premio alla vostra fatica.»
Le rondini continuavano a volare indifferenti. Se qualcuna scendeva più in basso del solito, e volava sopra di me, m’illudevo che mi avesse ascoltato, la seguivo, attendevo un suo nuovo passaggio, e magari che si fermasse sopra il bordo della scatola, e guardasse Celeste e guardasse me, come a dirmi: Sono pronta.
Continuo a sperare che il miracolo possa accadere. Ad ogni modo troverò anche da solo la strada da percorrere per non lasciare soffrire la mia Celeste.

Celeste #14

Selvatico had reappeared. He was in the field where Celeste had flown the day before. He was in the long grass with his head and chest held high, looking around him. If he’d been there the day before, he’d have made short work of Celeste. Now that she could fly, I was afraid of the dangers that would multiply round her without my being able to do anything to help her. She was starting out on life and no one’s life is lived without danger, never, not even when everything seems to be going well. It’s lurking round the corner.
I went out into the garden early because I was expecting Silvano, the builder. I’d noticed some damp at the bottom of the ground floor walls and had decided to try treating it though I doubted if the result would last long. In 1997 I did this on another part of the house but after just a few years I could see dark patches reappearing. The rooms on the ground floor needed more attention than those on the upper floors and I had to take account of the foundations and contact with the subsoil. This natural energy defeats every treatment invented by science sooner or later.
That morning I put three little tumblers in Celeste’s box, one with water, one with chopped meat and the other with some rusk soaked in milk. I wanted her to get used to eating her food by herself. Finding food would be quite another thing, I knew well, but we had to take one thing at a time.
After her flight the day before, which had made me happy but fearful as well, since I knew that Celeste was about to leave me, I’d thought about it and reached the conclusion that perhaps she’d be with me for a little longer. While I’d been sitting under the pine trees, I’d been looking at the sky where so many different kinds of birds were flying, and I’d watched the swallows in particular. I noticed they were at least twice the size of Celeste. She had to be fully developed before she took to the sky. How much longer would she be with me? I didn’t know about these things but I supposed the time would come about the middle of July, so there was another month. Meanwhile I’d keep an eye on her, watch her grow and protect her from new dangers.
There was one in particular that worried me. The day before I’d been lucky because Celeste had flown over the fields between the house and the station. She could have gone in the opposite direction towards the road and therefore towards the little River Ozzeri. If she had, she’d have run the risk of stopping in the middle of the road and being crushed by a car or she could have flown over the road and landed on the bank of the Ozzeri where there was a tangle of blackberry bushes and shrubs which would have prevented me from finding her. This danger was still there and couldn’t be done away with. Every time she flew, her life would be in the hands of fate. She didn’t know the dangers. All she thought of was eating to survive but there were other battles she would have to fight and I couldn’t prepare her for them. Of course if I knew how to speak to birds, everything would have been simple. How many useful things I’d have taught her, especially to avoid human beings.
“Not just human beings!” Raffaella said. “What about the hawks that fly around here now and again? They could be a danger too.”
Celeste also had to learn this cruel law of nature, that there were other birds on the watch, ready to eat her in one gulp.
There were lots of swallows flying above her. They could have taught her a lot. I wondered why none of them stopped. How wonderful it would’ve been to find an adult swallow perched on Celeste’s box one morning, looking after her. Why wasn’t that possible? Why was it that of all the swallows flying high in the sky who surely saw Celeste, not one of them felt it their duty to help this creature that was one of their own species? She was struggling to live and with their help she would’ve been sure of doing so.
One fear had passed but I had to take account of another danger, foreseeable but one I’d thought was distant. Lorenzo. Celeste had been fluttering in the grass, had come close to me and then gone towards Lorenzo. He moved and accidentally stamped on Celeste. I saw her disappear under his sandal. I quickly lifted his foot from the bird who was squawking, her beak wide open. She ran away at once, using her wings to help her escape. I called her but she seemed afraid of everything, even me. At last she stood still, folded her wings and began to look at me. I called her again and this time she slowly came towards me. I picked her up and began to stroke her. I examined her whole body, especially her delicate claws. She moved them and then opened her wings without showing any difficulty. I put her in her bowl and then into her box so she could rest. I gave her some water and she drank it. I sat down next to her and took Lorenzo in my arms and we both watched her for a little while.
I went for a walk with Lorenzo after that and we went into the wood. He wanted to be lifted on to a branch of the cedar tree. He stroked the bark and then, as always, he wanted to get down so he could run hither and thither in the little wood between the two magnolia trees. Then Elena came out of the house because it was time for him to be fed.
Alone once more, I went back to Celeste and put her on the grass again. She looked round and began to move in her usual way. I watched her closely to see if she had any difficulties but she appeared to have survived the danger unharmed. I went in front of her, a short distance away, and called her. After a moment’s uncertainty, she came towards me, this time quickly. “It’s over,” I said to myself. “Everything is as it was.”
I didn’t encourage her to fly, however. The fear of losing her still clutched at me. It was too soon for her to leave me. She still needed me.

In fact, Celeste was less enterprising than she’d been before. After she’d been stood on, she moved about the grass with more care. When I called her, she didn’t come at once but seemed uncertain before she moved. I hoped she didn’t have some injury that I couldn’t see. However, I thought all this was the result of the fear she’d felt. She’d seen death close to, perhaps more so than when she’d fallen out of the nest under the eaves with her brothers. I felt sure she’d forget that unpleasant experience in a few days and begin to move about with her usual confidence again.
Raffaella had read in a book in the school library that swallows prefer raw meat. There was little else about swallows in the book but the information about feeding was important. I immediately stopped giving her cooked meat and gave her raw turkey and beef instead. I minced it and then kept it in the fridge until it was time to feed her. I saw at once that she liked it. She fell on the food flapping her wings and showing how greedy she was for it. I was pleased. Good food would help her to forget what had happened to her. She’d also learned to drink water on her own. I put it in a bottle top for her and when she was thirsty she went to it and dipped her beak in it. I also tried putting the meat on a little plate but that didn’t suit her. She wanted to take it from me and I had to feed her. She’d open her beak wide, flap her wings and swallow the food which I gave her on a finger. Learning to eat by herself was very important too but probably, I thought, she’d do that sometime soon. I had to remember that Celeste was just a month old and still a fragile little thing.
Elena told me she was the one who’d noticed Celeste was still alive when the nest was found on the ground. She was a little way away from her dead brothers, lying outside the room on the ground floor where Claudia used to study. Raffaella had thought Celeste was dead but Elena had said, “No, look, she’s moving.” They’d then looked more closely and seen she was alive. They’d picked her up, put her in the old nest I’d found in the rose bed outside the kitchen door, and carried her into the house. Celeste had progressed from that moment on. She’d fought and her will to live had been plain to see. She’d also had luck on her side. The weather had been good and the sun had shone almost every day.
I have a lovely view of the Pania Mountain from my study window. My friend Paolo Fantozzi recently came to see me. He loves this mountain and has written some fine books about it. “But you can’t see it from your house,” I said to him. “I’ve been there just once in my life but I can see it from here every day. It rules the sky!”
The landscape I see from my house is beautiful. From the front windows you see the little Ozzeri River, the fields and the embankment of the River Serchio and beyond, the mountains and the Pania. Behind is the hill called Cocombola with its villas and ruins hidden by the trees in Castel Passerino. To the east is the village of Montuolo, with its old bell tower, and the bridge over the Ozzeri. To the west are the houses of Fornacette and the Pisa Mountains. Everything is pleasant to look at. Celeste was born here, in the heart of this wonderful landscape. When she was in the sky, when she came back to see me, she’d have no difficulty finding me. All the landmarks are magnificent, there are lots of them and each one is unique.
One day I saw some swallows flying low in the pine trees, almost above Celeste. “Can’t you see her?” I said, getting up from my deck chair and speaking more loudly than usual. “Teach her to live according to your laws. What does she need? Don’t be afraid of me. You must help her to live. What more can I do? You must do what I can’t do. There should be a duty amongst your kind to help little ones.”
I seemed to hear them answering me. “Humans don’t do that. They don’t want to!”
I muttered to myself as I looked up at the sky, “If one of us found an abandoned baby or child, we wouldn’t leave him on his own. We’d try to help him. We’re not as bad as you think.”
“But how could we look after a bird that can’t fly? We’re not strong enough to lift it off the ground and carry it to our nest.”
“But you could look after her in her box.”
“But can we trust you? Why should we trust a human being?”
“We’re not all the same, just as swallows are not all the same.”
“And how do we know you’re better than other people?”
“From the very fact that I’m looking after a little creature that I could’ve left to die. A swallow isn’t an eagle or a lion or a decoy that I could’ve made money with. What would I get for a swallow? I’ve looked after her because I don’t want her to die and because I know you’re wonderful fliers. It’s the beauty of your flight I love and it makes me love this little bird who’s now attached to me. Can’t you see that she follows me wherever I go? I call, ‘Celeste!’ and she beats her wings and runs to me. You can see from that that I’m not a bad man and you can trust me. Now she only needs to learn some fundamental things – how to fly properly, how to perch, where to sleep before starting out on her long migration to Africa and how to find food. I’d have taught her these things if I’d been like you, but I can’t fly and show her everything. You could do it without any difficulty. Come down. I’ve put her on the grass here. Look at her. She’s adorable. She has a great desire to live. Help her to be like you. God who created us all will reward you. Don’t be afraid of me being here. Make me understand what I can do to make you feel at ease with me and I’ll do it at once. I’ll go away but let me stay near enough to watch you doing this kind, generous thing for my little Celeste for she’s mine as much as yours though destined for you. I don’t even know if she’s male or female! I’d like it if a couple, a male and his mate, looked after her. If it’s difficult to look after her in the grass, I can put her in her box or make an artificial nest and put her in it on a branch of a tree. Just show me what you want and what I have to do. There’s nothing to stop me helping you. I’ll give you all the food you want if this would reward you for your trouble.”
The swallows carried on flying around, paying no attention to me. When one of them came down and flew above me, I deluded myself into believing it had heard me. I watched it, waiting for it to fly down again and even perch on the edge of the box and look at Celeste and then look at me, as if to say, “I’ll do it.”
I went on hoping a miracle would happen. If not, I’d find the way ahead on my own so Celeste wouldn’t suffer.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart