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Romanzo: Celeste/A novel: Celeste (Trad. Helen Askham) #15/16

9 Dicembre 2008

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

In calce il testo inglese

Celeste #15

Mio fratello Mario mi ha telefonato: «È arrivato Giuseppe» mi ha detto. «Ci sono anche Rossella e Alex.»
Giuseppe è mio fratello maggiore, Rossella è sua figlia e Alex è il nipotino, più grande di Lorenzo di appena due mesi.
Vivono in provincia di Bolzano, in un paese bilingue che in italiano si chiama Laives e in tedesco Leifers. È circondato da bei monti, più alti di quelli che stanno intorno alla mia casa. Giuseppe ogni anno cerca di fare una scappata a Lucca a far visita a nostra madre. Viene con Graziella, la moglie. Graziella arriverà nei prossimi giorni, probabilmente con l’altro figlio Lorenzo e la sua fidanzata Martina. Il marito di Rossella, Christian, giungerà ai primi di luglio. Li ospita mio fratello Mario nella casa che possiede a Fiumetto. L’aria di mare dovrebbe giovare al piccolo Alex, che è un bimbo biondo come la madre, molto sereno, a differenza di Lorenzo che è più scorbutico. Quando è arrivata Elena con Lorenzo per mostrarlo alla cugina Rossella e vedere il piccolo Alex, Lorenzo, scorgendo volti sconosciuti, si è messo a piangere a dirotto, finché Elena ha dovuto riportarselo via. Io stesso non sono riuscito a calmarlo. Alex lo guardava meravigliato, non riuscendo a capire.
Giuseppe vive lontano da noi dall’età di 18 anni. Si arruolò nei carabinieri e ha passato la maggior parte della sua vita proprio a Laives, dove si è sposato ed ha formato la sua famiglia. Laives è un grosso agglomerato di case, attraversato dalla statale del Brennero. Il traffico è massiccio e continuo. Sono le belle montagne intorno che lo addolciscono. Ho caro questo paese poiché ci vive mio fratello. A volte, quando la mia mente naviga nel mondo dei ricordi, penso a lui che passeggia per quelle strade, che io in parte conosco per averle percorse in occasione delle mie rare e brevi visite. Vedo la sua casa nell’alto edificio che si affaccia sulla strada principale, il supermercato davanti, le banche sull’altro lato della strada. Poi la chiesa dove si è sposato, e si è sposata anche sua figlia.
Con Alex e coi figli che verranno all’altro mio nipote, figlio di Giuseppe, che si chiama Lorenzo come il figlio della mia Elena, la mia razza è destinata ad espandersi in quella parte d’Italia dove non erano mai arrivati i Di Monaco venuti dal sud.
Ora si diffonderanno, qualcuno mantenendo il cognome di origine, altri con diversi cognomi. Laives era un paese sconosciuto ai tempi in cui a scuola studiavo geografia. Ora è diventato parte di me.
Qualche volta mia cognata Adriana mi ha confidato davanti a mio fratello Mario di invidiare l’amore che ci vogliamo noi tre fratelli.
«Non è una cosa comune» mi dice, con lo sguardo lieto di questa affermazione che sicuramente le riscalda il cuore.
Riscalda anche il mio cuore, poiché so che non avviene sempre così tra fratelli e sorelle. Delle piccole sciocchezze, a volte, creano delle incomprensioni e dei risentimenti assurdi. Coi miei fratelli ci diciamo sempre le cose come stanno, senza mentire, ma soprattutto evitando ciò che può dividerci e creare qualche dispiacere. Un rispetto che fa prevalere il legame del sangue. Che non è un legame di matrice sorpassata, di cui magari ci si possa anche vergognare. Questo legame io lo sento, e ricordo nitidamente le ore vissute coi miei fratelli, quelle del gioco come pure quelle della tristezza, che capitano anche da giovani. Ricordo quando, tre maschi scatenati, giocavamo alla guerra nelle piccole stanze della nostra casa in via Pelleria, rovesciando sedie per farne dei fortilizi, oppure vi salivamo sopra e ne facevamo dei purosangue che scorrazzavano per la prateria. E poi con le pistole a fulminanti riempivamo la casa di scoppi fragorosi, e di grida. Chi faceva finta di essere colpito, stramazzava a terra trascinandosi con sé o il cavallo (ossia la sedia) o qualche tovaglia. Furono giochi che divennero sangue che scorre nelle vene.
Ricordo i primi giorni che Giuseppe era partito e ci aveva lasciati soli. Andammo a Torino ad assistere al suo giuramento. Non sarebbe più ritornato a giocare con noi. Diventava più adulto di noi, prendeva un’altra strada. Poi Mario, più piccolo di me, si sposò nel 1969, e così restai l’unico figlio rimasto coi miei genitori. Dei tre demoni che animavano la casa, ora era rimasto il più taciturno, il più solitario. C’erano silenzi sconosciuti nella casa. Poi arrivò, nel 1970, il mio turno di sposarmi. Le nostre strade furono così segnate e diverse. Con Mario mi vedo quasi tutti i giorni, non è mancato il contatto e il conforto reciproco di una fratellanza che è molto più di un’amicizia. Con Giuseppe le visite sono più rare; una volta all’anno abbiamo la possibilità di scambiarci un abbraccio, di scorgere sul nostro corpo i segni del passaggio del tempo. Ci parliamo al telefono, però non è come vederci con gli occhi.
Ma siamo così legati che sono sicuro che ci sentiamo uno dentro l’altro e non c’è cosa più bella dopo quella che riguarda la propria famiglia. Si badi bene: anche questa è la nostra famiglia, quella precedente, che ci ha costruito, forgiato, che ci ha fatto spiccare il volo.
Vorrei che fosse così anche per Celeste. Che, cioè, grazie alla mia famiglia, potesse forgiarsi, prendere la sua strada, e librarsi nel cielo, libera e felice.
Ho lasciato sola Celeste per fare un salto in città, dove avevo da sbrigare alcune incombenze. La città aveva già i colori e i rumori dell’estate, con le vie quasi vuote e le strisce di sole nel centro della strada e nelle piazze. Ho camminato un po’ anche girovagando; il naso all’insù a curiosare sulle antiche facciate con le finestre che hanno visto sporgersi volti curiosi come me, vissuti secoli fa. Di fianco alla chiesa di San Cristoforo hanno restaurato un’antica piazzetta, lasciata andare per troppo tempo in rovina. Ha perso un po’ del sapore del suo carico di anni, ma resta comunque graziosa. Osservo gli uccelli che spiccano voli continui da un tetto a un altro. Nessuna rondine, però, che è abituata a stare nel cielo: difficile vederla posare. Esse passano come frecce nello spazio di cielo aperto tra due tetti opposti. Da quando ho Celeste con me, sono diventato un attento osservatore delle rondini. Mi attira il loro volo superbo. Quando sono in giardino osservo il volo radente sui campi, poi si alzano e in un guizzo sono lassù, diventate un puntino nero. Gli altri uccelli hanno un volo guizzante ma breve, cercano subito il ramo o il filo dove posarsi o un tetto. Non così la rondine, che pare non ricercare mai un punto di appoggio se non nell’aria, grazie al gioco delle sue magnifiche ali. Mi domando quando si riposano, dove dormono. Ora che le giornate sono lunghe, resto in giardino con Celeste, che lascio libera nel prato, e sto col viso rivolto al cielo e guardo le ultime rondini che ancora giocano con il loro volo e s’attardano. Sono sempre quattro o cinque, mentre durante la giornata riempiono coi loro trilli il cielo. Mi dicono che il loro numero si è ridotto rispetto agli anni precedenti, ma quelle che volano sopra la mia Celeste sono tante. Qualcuna potrebbe anche scendere a farle una carezza, a dirle una parola di conforto, ad incoraggiarla, ad insegnarle. Succederà?
Di ritorno dalla città, mi sono fermato al supermercato poco prima di arrivare al mio paese. Sono entrato per comprare un oggetto, non l’ho trovato, ma mi sono portato via cinque libri di autori interessanti. Alcuni non li ho mai letti, ne ho sentito solo parlare. Ora avrò modo di verificare il loro talento. Quando sono giunto a casa e ho liberato i libri del cellofan che li racchiudeva, mi sono accorto che erano tutti della stessa Casa editrice. Non mi era mai accaduto in passato una coincidenza così esemplare. Devo perciò complimentarmi con le sue scelte, che coincidono con le mie.
Non so quando leggerò questi nuovi libri. Pur leggendo tutti i giorni, sono molto indietro. La mia biblioteca è stracarica e dovrei non acquistare più niente per sperare di giungere alla fine, prima che un qualche guasto rovini la mia salute. Ho 58 anni e d’ora in poi tutto quello di buono che accade in me, è grazia ricevuta da Dio.
Celeste trilla; dopo quel brutto giorno che stava per finire malamente sotto i piedi di Lorenzo, si è ripresa ed è tornata vispa come prima. Appena mi vede non si controlla più per la frenesia. Sa che la porto nel prato e la lascio passeggiare. Mi piacerebbe che ogni tanto riuscisse a spiccare il volo da terra. Questo è ancora il mio cruccio perché so che quando la lascerò libera, si poserà da qualche parte e quasi sicuramente si poserà al suolo. Allora sarà importante per lei riuscire a risollevarsi. La sollecito, ma lei viene verso di me zampettando e agitando freneticamente le ali; si leva solo un poco di quando in quando, ma non è sufficiente. Ieri l’ho di nuovo sospinta al volo, lanciandola lievemente dal palmo della mia mano, dove l’avevo deposta. Dopo quel lungo volo che fece nel campo verso la stazione, ho timore a farle spiccare il volo dall’alto. Temo di perderla, ora che la vedo sempre piccola e indifesa. Però ieri ho pensato che dovevo di nuovo esercitarla, anche se con molta prudenza. Ha fatto un piccolo volo e si è posata a terra. Dopo un po’ l’ho fatta riprovare. Anche questa volta ha battuto le ali per qualche metro poi si è adagiata al suolo.
Intensificherò questi esercizi quando sarà cresciuta di più e somiglierà nelle dimensioni alle sue sorelle, che ora stanno volando sopra di lei, lassù nel cielo luminoso di questa estate che è appena cominciata. 

Poco fa ho preso un brutto spavento. Mi sono fatto tentare: un momento di debolezza, ma forse era necessario che mi comportassi così. Ho lasciato che Celeste mi venisse dietro svolazzando sul prato. L’avevo prima deposta su di un ramo messo tra le due poltroncine rosse. Volevo vedere che cosa facesse, se da lì spiccasse il volo. Invece niente, vi stava sopra irrequieta. Dopo un po’ si è calata a terra e così io mi sono mosso per farla passeggiare. La chiamavo e lei si districava tra l’erba aiutandosi con le ali e con il becco. Poi l’ho raccolta, come sempre quando ha fatto il suo passeggio, sul palmo della mano. È qui che mi sono fatto tentare. Delicatamente l’ho lasciata andare nel vuoto. Ha preso immediatamente un volo magnifico; ho capito subito che non era un corto volo; ha preso la direzione della strada, allora sì che ho avuto lo spavento; ero solo questa volta, come avrei potuto soccorrerla? «Celeste! Celeste!» mi sono messo a gridare, e lei, arrivata quasi sul ciglio della strada dalla parte che costeggia l’Ozzeri, è tornata nella pinetina, ma non si è fermata, è andata oltre la recinzione, nel campo di Giovanni, che dà verso Fornacette, e io continuavo a chiamarla: «Celeste! Celeste!» Così ha voltato ed è venuta verso la pineta, è entrata e ha proseguito verso il vialetto di ghiaia che conduce al cancello. Ho temuto che tornasse sulla strada. «Celeste! Celeste!» Ha voltato di nuovo ed è venuta verso di me. Ho capito subito che ora planava, che il suo volo finiva ai miei piedi. E infatti ha toccato il prato, ha chiuso le ali, ed è rimasta immobile, come sorpresa di quanto era riuscita a fare. Era una scoperta anche per lei, quel lungo volo, e quei mutamenti di direzione. Certamente ha risposto ai miei richiami. Forse per la prima volta mi ha guardato dal cielo. Da lassù ha colto la mia voce, ha imparato a riconoscere la mia figura. Dopo lo spavento, il cuore si è lasciato andare ad un’onda di felicità. Quel sogno di vedermela ritornare un giorno, di essere da lei riconosciuto, forse è più vicino al vero di quanto non immaginassi.
Ieri notte mi è parso di sentire picchiettare alla finestra della mia camera. Tiro su l’avvolgibile. Vedo fuori la luna piena e un cielo carico di stelle. Osservo meglio e sul davanzale scorgo due rondini già grandi che hanno il capo rivolto verso di me. Parlano, mi parlano.
«Dacci Celeste» mi dicono. «La vogliamo portare nel cielo con noi.»
«Ora? Così, all’improvviso?»
«Dobbiamo partire. Ora o mai più. Devi deciderti stanotte. Domani torneremo molto presto, appena sorta l’alba e a quel punto dovrai aver preso la tua decisione.»
«Aspettate. Chi siete? I suoi genitori? Da dove venite? Da vicino o da lontano?»
«Non ha importanza, siamo le rondini, la specie a cui Celeste appartiene, siamo venute a riprenderla. Tu non hai alcun diritto sopra di lei. Se non la lasci venire con noi, sappi che morirà. Potrai tenerla fino a settembre, forse a ottobre, poi è destinata a morire. Noi siamo venute a prenderla per insegnarle ciò che tu non puoi insegnare. Non è questo che hai desiderato? Non è questo che hai gridato a noi, quando volavamo sopra di te? Ora non hai tempo da perdere, perché tanto n’è andato perduto, sebbene tu ci abbia messo, nell’educare Celeste, tutta la tua volontà ed anche il tuo amore. Celeste è stata abbandonata perché è caduta a terra, non perché siamo cattive; noi trascuriamo i piccoli che cadono a terra giacché ci è impossibile fare altrimenti; non pensavamo che incontrasse un uomo buono come te. Ma ora ogni istante che Celeste trascorre lontano da noi, l’avvicina alla morte. Ciò che potevi fare, lo hai fatto, e ti ringraziamo. Lasciala a noi.»
Così mi parlavano, o mi pareva che parlassero; ed esse erano veramente lì, sul davanzale della finestra? O era un sogno? Tutto pareva talmente vero. La luna, le stelle, il cielo sereno, fuori la pineta illuminata dalla luna e dalla lampada della strada: stropicciavo gli occhi e la visione restava, con le rondini aggrappate al davanzale della mia finestra.
«Sappiamo che Celeste ora dorme da te, giù in cucina. Vuoi mostrarcela?»
«Volete entrare davvero?» Ero incredulo. Sono entrate, hanno volato dentro la mia camera, ho aperto la porta, sono andate nel corridoio, volavano a mezz’aria tra il soffitto e il pavimento; sono corso ad aprire la prima porta in cima alle scale che conducono al piano di sotto, ho aperto la seconda porta, in fondo alle scale, che dà sulla cucina. Si sono dirette al buio verso la scatola dove dormiva Celeste. Ho acceso la luce. Le ho viste, stavano attaccate al bordo della scatola e non emettevano alcun rumore. Silenziose, la stavano ammirando.
«Hai fatto un buon lavoro» mi ha sussurrato una di loro. Poi sono restate ancora un po’, quindi mi hanno detto:
«Se vuoi il bene di Celeste, approfitta della nostra venuta. Non accadrà mai più un miracolo come questo. Domattina lasciala libera nel cielo. Saremo lì pronte a raccoglierla e a portarla con noi.» Ho aperto la porta di cucina e se ne sono andate via.
Sono risalito in camera, incredulo. Ho stropicciato di nuovo gli occhi. Ho guardato Raffaella, che stava dormendo.
«Come posso raccontarle una cosa come questa? Nessuno la crederebbe.»
Così mi sono convinto che si trattava di un sogno. Ho chiuso la finestra, dopo aver guardato nel cielo, dove nessun uccello stava volando, ma dove la luna era piena come l’avevo vista nel sogno e le stelle accendevano il buio.
Celeste è ancora con me. Non vi nascondo che stamattina presto l’ho portata fuori; ho perlustrato il cielo per vedere se c’erano le rondini sognate nella notte. Non c’era nessuno. Si udiva solo il canto degli uccelli nascosti tra i rami degli alberi, ma di rondini nemmeno l’ombra.
Se ne avessi viste un paio lassù, appena più in alto del tetto della mia casa, non avrei perso un istante e avrei lanciato Celeste nell’aria, sicuro che a fianco avrebbe avuto subito le due rondini sorelle, pronte ad insegnarle tutto quanto io non potrò mai.
Ieri Selvatico era laggiù nel campo. Erano le nove di sera. Piero aveva finito da poco di tagliare l’erba del prato. Raffaella ed io stavamo seduti nella pinetina con Celeste che stava svolazzando intorno a noi, tutta beata. Piero si avvicina e chiacchieriamo. Tengo Celeste sul palmo della mano. Le dico: «Stasera niente esercizi, carissima; Vedi? Laggiù c’è Selvatico, è a caccia. Non gli parrebbe vero di fare di te un bocconcino.» Selvatico gira qua e là, ogni tanto salta e afferra qualcosa. Vicino ha un merlo nero, ma non lo cura, sa che è impossibile ghermirlo. È un gatto esperto, conosce quando è il momento di spendere le sue energie; non spreca niente, non fa passi falsi.
Celeste stava accoccolata sul palmo della mia mano. Se le fosse venuto l’istinto di spiccare il volo, la sua terribile fine sarebbe stata certa. Mi pareva di vederlo, Selvatico, che la punta quando è nel cielo; s’accorge che ancora è inesperta del volo; non la molla, segue la sua traiettoria, e poi, quando lei cala a terra, eccolo che subito è pronto ad afferrarla, e Celeste non si rende nemmeno conto che quell’essere sconosciuto pone fine alla sua vita.

Celeste #15

My brother Mario phoned. “Giuseppe’s arrived,” he told me, “with Rosella and Alex.”
Giuseppe is my elder brother, Rosella his daughter and Alex his grandson, just two months older than Lorenzo. They live near Bolzano, in a bilingual village called Laives in Italian and Leifers in German. Giuseppe tries to come to Lucca every year to see our mother. He comes with his wife Graziella. She was arriving the following day with their other son Lorenzo and his fiancée Martina while Rosella’s husband, Christian, was due to come at the beginning of July. My brother Mario was putting them up in his house in Fiumetto. The sea air would be good for Alex. He’s blonde like his mother and a peaceable little boy, unlike our Lorenzo who can be rather moody. When Elena arrived with Lorenzo to show him to her cousin Rosella and meet Alex, Lorenzo started to cry at the sight of all these unfamiliar faces. He cried so hard Elena had to take him away. Even I couldn’t get him to stop. Alex looked at him in amazement. He didn’t understand.
Giuseppe left home when he was 18. He joined the Carabinieri and has spent most of his adult life in Laives where he married and had a family. The Brenner road runs through Laives and there’s a continuous flow of heavy traffic but the beautiful mountains make up for that. I’m fond of the place because my brother lives there. Sometimes, when my mind is wandering through memories, I think of him on those streets which I know a little because I’ve driven on them during my few short visits there. I can see his house in the tall building on the main road, the supermarket opposite and banks on the other side. Then there’s the church where he got married and where his daughter was married too.
With Alex and the children my other nephew, Giuseppe’s son Lorenzo, will have, our family is destined to expand in a part of Italy where the Di Monacos from the south have never been before. Now they’re spreading, some with the original surname, others with new ones. When I was doing geography at school, I never heard of Laives but now it’s a part of me.
My sister-in-law Adriana has often told me when my brother Mario was there that she envied the love we three brothers have for each other. “It’s not a common thing,” she says, her face lighting up because this surely warms her heart.
It warms my heart too because I know it’s not always like this between brothers and sisters. Sometimes silly little things cause ridiculous misunderstandings and bad feelings. My brothers and I always speak the truth and we don’t tell lies, but we avoid saying anything that might cause a rift or be hurtful. It’s the kind of respect that puts the blood tie first but it isn’t just some stale relationship we might be ashamed of. I feel the bond between us and clearly remember the times I spent with my brothers, times of fun and also the times of the sadness that can happen when you’re young. I remember us three high-spirited boys playing games in our little house in Via Pelleria, overturning chairs to make fortresses or climbing on to them and turning them into thoroughbred horses galloping over the prairie. We filled the house with the noise of our cap guns and shouts. The one pretending to be shot would fall to the floor pulling his horse (i.e., the chair) or the tablecloth with him.
I remember when Giuseppe first went away and how much we missed him. We went to Turin when he was sworn in. He’d never come back to play with us again. He was more grown up than us and had set out on a different road. Then Mario, who’s younger than me, got married in 1969 and I was the only one left with our parents. Of the three demons that had enlivened the house, the only one left was the quietest and the most solitary and there was a hitherto unknown silence in the house. In 1970, it was my turn to get married. Our paths were thus marked and diverse. I see Mario almost every day and there’s still the reciprocal contact and comfort of brotherliness which is much more than friendship. Giuseppe I see much less often. Once a year we have the chance to hug each other and see the signs of time passing in the changes in our bodies. We talk on the phone but it’s not the same as seeing each other.
However, we’re all so close that I’m sure each of us has the others in his heart and, after the ties we have with our own family, there’s nothing finer. We care about each other. This too is our family, the earlier family which made us, forged us and helped us to fly. How I wished it could be like that for Celeste, that thanks to my family, she’d become strong, set out on her own road and fly free and happy in the sky.
I’d left Celeste on her own while I went into Lucca where I had several things to do. The town already had the colours and sounds of summer with bands of sunshine on the ground in the middle of the near-empty streets and piazzas. I wandered around for a while, looking up at the old façades and the windows that had seen other interested faces like mine looking up over the centuries. I saw they’d restored the little old piazza beside the church of San Cristoforo which for too long had been allowed to fall into ruins. It had lost some of its ancient character but was still pretty.
I watched the birds that were ceaselessly flying from one roof to another. No swallows, however, since they speed like arrows in the strip of open sky between the roofs on either side of the street. Since Celeste’s arrival, I’d begun to observe swallows closely. Their wonderful flight fascinated me. When I was in the garden, I watched them skimming over the fields and then rising high in a flash till they were no more than black dots. Other birds can fly fast but only for a short distance. They soon look for a branch or a wire or a roof where they can perch. Swallows aren’t like that. They never seem to be looking for somewhere to stop, except in the air itself, thanks to the play of their magnificent wings. I wondered where they rested and slept.
The days were long by then and I spent my time in the garden with Celeste. I let her roam in the grass and watched the last lingering swallows that were still flying about. There were always four or five of them and during the day they filled the sky with their twittering. Someone had told me there were fewer than usual of them that year but there were lots of them flying above Celeste. Would one of them fly down and stroke her, say something to comfort her, encourage her and teach her? Would that happen?
On my way back from Lucca I stopped at the supermarket just outside the village. I went in to buy something in particular and didn’t find it but I came away with five books by interesting writers. I hadn’t read anything by some of them and had only heard people talking about them. This would give me the chance to judge them for myself. When I got home and took off their cellophane wrappers, I saw they were all from the same publisher. I’d never had a coincidence like that happen to me before. I had to compliment the publisher on his choice since it was the same as mine. I’d no idea when I would read these new books. I read every day but I was still very much behind. My library was full to overflowing with books and I shouldn’t have been buying any more if I hoped to read them all before my health began to fail. I was 58 so anything good that might happen to me would be by God’s grace.
Celeste was twittering to herself. She’d recovered from that awful day when she was nearly crushed under Lorenzo’s foot and was as lively as ever. When she saw me, she became very excited. She knew I’d carry her on to the grass and let her walk about there. I would’ve liked her to fly up from the ground every now and again because I was worried about when I let her go free. When she wanted to stop somewhere, almost certainly she’d stop on the ground, so it was important for her to be able to raise herself off the ground again. I encouraged her but she just walked towards me, flapping her wings frantically. She rose slightly now and again but it wasn’t enough. The day before, I’d tried to get her to fly by gently launching her from the palm of my hand because, after that long flight in the field near the station, I was afraid to make her fly from a high point. I was afraid of losing her while she was still small and defenceless. I’d been thinking I had to try again with her but with great care. She flew a little way and then landed. After a while I made her try again and once again she beat her wings for a few yards and then landed on the ground.
I’d have to make her do more of these exercises when she was bigger and the same size as her brothers who were flying above her in the clear blue sky of the summer that had just begun.

A few days later I had a bad fright. In a moment of weakness I’d let myself be tempted, though perhaps what I did was something I had to do. I’d left Celeste to flutter behind me on the grass. I’d first put her on the little branch balanced on the two red chairs. I wanted to see what she’d do and if she’d try to fly from there. Nothing happened. She perched there fidgeting. After a little, she fell on to the ground and I started moving to make her walk. I called her and she got herself out of the grass with the help of her wings and her beak. Then I picked her up and put her on the palm of my hand as I always did when she’d had a walk. It was then I was tempted. I gently let her drop and she rose in magnificent flight. I saw at once that this was not to be a short flight and when she flew towards the road, I felt very afraid. I was on my own this time and what could I do to help her? I started calling, “Celeste! Celeste!” She was almost at the other side of the road where the Ozzeri runs. She turned back to the pine trees, but didn’t stop. She flew over the fence into Giovanni’s field which leads to Fornacette and I kept shouting, “Celeste! Celeste!” She turned, came towards the pine trees and then flew on towards the gravel drive that leads to the gate. I was afraid she would go back to the road. “Celeste! Celeste!” I shouted again. She turned again and flew towards me. I saw she was gliding and that this flight was going to end at my feet. In fact she landed on the grass, closed her wings and was still, as if she was surprised by what she’d managed to do. The long flight and changes of direction were a discovery for her too.
She’d responded to my calls. It was perhaps the first time she’d seen me from the air. Up there she’d heard my voice and she’d learned to recognise me by my appearance. After the fright I’d had, my heart felt a wave of happiness. My dream of seeing her come back one day and being recognised by her was perhaps nearer to coming true than I’d ever imagined.
The night before I thought I’d heard something tapping at the bedroom window. I pulled the blind up. Outside I saw the full moon and the sky full of stars. I looked more closely and saw two adult swallows on the windowsill. They were looking at me and talking. They were talking to me.
“Give us Celeste,” they said. “We want to take her away with us.”
“Now? So suddenly?”
“We have to leave. It’s now or never. You have to make your mind up tonight. We’ll come back very early tomorrow, just after dawn and you’ll have to have made your decision by then.”
“Wait. Who are you? Are you her parents? Where do you come from? Close by or from far away?”
“That’s not important. We’re swallows, the same as Celeste. We’ve come to take her back from you. You’ve no rights over her. If you don’t let her leave with us, she’ll die. You must know that. You might keep her alive until September, maybe October, but then she’d die. We’ve come to take her so we can teach her the things you can’t. Isn’t that what you wanted? Isn’t that what you shouted to us when we were flying above you? You’ve done all you could to raise her and you’ve loved her too but now there’s no time to lose because so much time has been lost already. She was abandoned because she fell to the ground, not because we’re wicked. We abandon babies who fall to the ground because there’s nothing else we can do. We didn’t think she’d meet a good man like you. But now every moment Celeste spends away from us takes her nearer to death. What you were able to do you’ve done and we thank you. Now let us have her.”
That’s what they said, or what they seemed to say, to me. Were they really there on the windowsill? Or was it a dream? Everything seemed so real. The moon, the stars, the clear sky, the pine trees in the moonlight and the street lamp. I rubbed my eyes and the scene was the same, with the swallows still perched on the windowsill.
“We know Celeste is sleeping here, down in the kitchen. Can you let us see her?”
“You want to come in?”
I couldn’t believe what was happening. They came in, flew into the bedroom, I opened the door, they went along the passage and flew midway between the ceiling and the floor. I ran to open the door at the top of the stairs that leads to the floor below, and then the second door at the bottom of the stairs which opens on to the kitchen. They flew in the dark towards the box where Celeste was sleeping. I turned on the light. She saw them. They perched on the edge of the box, making no sound. They were silently admiring her.
“You’ve done a good job,” one of them whispered to me.
They stayed there a little longer then said, “If you love Celeste, make good use of this visit. There won’t be another miracle like this. Tomorrow morning, let her fly up into the sky. We’ll be there to meet her and take her with us.”
I opened the kitchen door and they flew away. I went upstairs to the bedroom in a state of disbelief. I rubbed my eyes again and then looked at Raffaella who was sound asleep.
“How can I tell her about something like this?” I thought. “No one would believe it.”
So I persuaded myself it had all been a dream. I looked out at the sky where no birds were flying but where the moon was full as I’d seen it in my dream and the stars lit up the darkness. Then I closed the window.
I admit, however, that when I took Celeste outside the next morning, I scanned the sky to see if the swallows I’d dreamt about were there. There were none. I heard only the singing of birds hidden in the branches of the trees but there was no sign of any swallows. If I’d seen a pair up there, just a little higher than the house, I wouldn’t have hesitated for moment. I’d have let her fly free in the certainty that two sister swallows would appear at her side at once, ready to teach her all the things I never could have done.
The day before, Selvatico had been in the field. It was nine o’clock in the evening and Piero had just finished cutting the grass. Raffaella and I were sitting amongst the pine trees and Celeste was fluttering round us, quite content. Piero came over and we chatted.
I had Celeste on my hand and I said to her, “No exercises this evening, little sweetheart. See over there? It’s Selvatico and he’s hunting. He’d be more than happy to gobble you up.”
Selvatico was roaming here and there and every now and again he jumped and caught something. There was a blackbird nearby but the cat paid no attention. He knew he couldn’t catch it. He was an expert and knew when to spring. He wasted nothing, took no false steps. Celeste was curled up on the palm of my hand. If she’d felt the urge to fly, her end would’ve been certain and horrible. She seemed to me to have seen Selvatico who’d watched her and seen she was still a novice at flying. He’d keep his eye on her, follow her flight and when she fell to the ground, he’d be ready to pounce. Celeste wouldn’t even be aware that this unknown creature had ended her life.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart