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Romanzo: Celeste/A novel: Celeste (Trad. Helen Askham) #2/16

26 Novembre 2008

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

In calce il testo inglese

Celeste #2

 

Non so nemmeno quanto viva una rondine. Ho consultato l’enciclopedia, ma niente. Solo la descrizione dell’uccello. Ma non ha grande importanza. Quando Celeste avrà preso il volo, mi piacerà pensarla lassù nel cielo, che ogni tanto viene a trovarmi, oppure, quando è a svernare in qualche lontana regione dell’Africa, ricordi un poco me, chiuso nella mia casetta, o seduto nel mio giardino, e mi arrechi un po’ della sua vitalità, della sua vibrante forza. Forse morirà prima di me, non mi accompagnerà nella mia vecchiaia, ma ciò nonostante, sono sicuro che quando giungeranno quegli anni, alzerò il capo al cielo, e in una qualche rondine che mi passerà vicino velocemente, e magari avrà un attimo di indecisione nel guardarmi, ecco io penserò a Celeste, che mi abbia voluto fare un saluto, non un’incertezza del volo ma un saluto: a me, suo genitore adottivo; sì: suo padre.
La sera, Raffaella tutto può dimenticarsi, ma non di uscire a prendere Celeste per condurla a trascorrere in casa la notte. Non ci fidiamo dell’oscurità, temiamo che qualche animale notturno possa uccidere, magari mangiare, la nostra piccola rondinella. In quello che chiamiamo lo stanzone, dove si trovano alcuni fornelli, un lavatoio, la caldaia per il riscaldamento ed altre cose del genere, lei trascorre le notti. Quando spengiamo la luce, si addormenta. Non di rado, però, aprendo la porta, sentiamo il suo verso, un pigolìo che ravviva la stanza, quasi la illumina di quella vita che sta prendendo forza, vigore, che resiste alla morte, la scaccia, la vince. Chiamo Raffaella, si alza dalla sedia in cucina, e quasi in punta di piedi mi si affianca. Ode anche lei il pigolìo, è contenta di quell’esserino che sta crescendo.
«Che cosa sarà per Celeste la notte?» domando sottovoce. «Avrà Celeste le nostre ansie, i nostri terrori, le nostre insonnie?»
Il mistero che le gira intorno per essere una specie diversa, ci attanaglia a lei, vorremmo conoscere tutto, come accade per i nostri figli, così da essere pronti a soccorrerla, e non rischiare di essere assenti nel momento che Celeste ci chiamerà, quando avrà bisogno di noi. Chiudiamo la porta. Ancora si ode il pigolìo. Che cosa dirà? Parlerà a noi? Chiamerà la sua vera madre? Potrà mai udirla? Come sarebbe bello se un giorno alla piccola finestra dello stanzone comparissero i suoi genitori, oppure, di giorno, fuori, trovassimo aggrappati ai bordi della scatola il padre e la madre intenti a nutrirla! Fuggirebbero al nostro arrivo? Oppure ormai ci conoscono, e sanno che vogliamo bene a Celeste quanto loro? Che bella comunanza sarebbe quella! La natura, perché non lo consente? Perché non può realizzare un sogno come questo, non può creare un amore nuovo, così grande da trasmettersi nell’aria come un’onda che tutto incontra e che tutto contagia?
Ora mi pongo una domanda. Faccio, facciamo, Raffaella ed io, tutto questo per una rondine. Perché non facciamo niente, perché non ci proponiamo di fare qualcosa per i tanti che soffrono della nostra stessa specie? Non ho una risposta. Siamo dei vigliacchi, forse? Sento dentro di me il desiderio di fare qualcosa in questa direzione, ma sono trattenuto. Non mi chiedete che cosa mi trattiene: è indefinibile, un po’ è la famiglia, un po’ l’ambiente a cui mi sono affezionato, un po’ la pigrizia, un po’ l’età non più pronta a donare come può accadere ad un giovane. Beata giovinezza! Quante possibilità, quante strade si offrono al coraggio e alla forza di un giovane!
Ma avverto, peraltro, che ciò che stiamo facendo per Celeste è allo stesso modo una cosa non solo bella, ma grande. Siamo di specie diversa; il nostro incontro avviene su moduli, su modelli, su input lontani tra loro, nulla ci consente di comunicare se non la forza universale e onnipotente dell’amore: l’amore che sta racchiuso nell’opera sorprendente della Creazione.
Mia suocera, di là in cucina, si alza anche lei dalla sedia e viene verso di noi.
«Non aprire» dice Raffaella alla mamma. «Celeste ora dorme.» Ma si sente il pigolìo.
Mia suocera ascolta. Avvezza alle asprezze della vita, le si apre il cuore, anche a lei: quasi un miracolo la sua tenerezza per Celeste. Piano piano socchiude la porta, vorrebbe avvicinarsi, ma Raffaella le mette una mano sulla spalla e la trattiene.
«No. Deve dormire. Chiudiamo la porta, mamma.»
Così lasciamo Celeste alle prese con l’oscurità e con la notte, che sta incominciando. 

Sono attanagliato dal timore che un animale qualsiasi, per esempio un topo o un gatto, uccida la mia Celeste. Sono in camera mia e mi preparo al riposo pomeridiano. Mi svesto quietamente, pregustando il silenzio che tra poco mi avvolgerà nei miei pensieri. Sento sotto la finestra il pigolìo di Celeste. È la sua natura, trasmette agli altri la sua gioia di vivere. La stiamo trattando bene, lo so perché vedo che sta crescendo, diminuisce la peluria e si rinforzano le penne, soprattutto quelle delle ali. Qualche volta la sorprendo che con il becco si fa pulizia, espelle la lanugine che forse la infastidisce. Dai suoi occhietti stretti e allungati mi giunge come uno sguardo di amore, non voglio dire di gratitudine, non si tratta di questo. Ciò che Raffaella ed io stiamo facendo è dettato da un atto d’amore, non da pietà. Vogliamo bene a Celeste come vogliamo bene agli esseri umani.
Purtroppo nella natura ci sono leggi violente che governano gli istinti. Così un topo di campagna potrebbe entrare nella scatola di Celeste ed ucciderla, oppure uno dei gatti che girano nei campi, selvaggi, potrebbe allungare la sua zampa su Celeste, ucciderla e mangiarsela. C’è un gatto magnifico dal colore fulvo, pezzato qua e là di bianco. Vive nei campi. La mattina presto lo sorprendo tra l’erba acquattato. D’un tratto si alza, punta qualche preda, poi scatta. Ha scelto di vivere così, raramente si avvicina alla casa. È un animale superbo, bello. Gli ho dato il nome di Selvatico. Non vorrei che fosse proprio lui, che da tanto tempo ammiro e rispetto, quello che potrebbe procurarmi un così aspro dolore. Si accorge sempre di me quando esco dalla casa e mi affaccio in giardino; allora gli vado incontro avvicinandomi alla rete metallica che divide la mia casa dai campi. Lui sta a guardarmi, ma non fugge via, proprio come si addice ad un signore, che sa disporre dei suoi domini. Guardo sempre nella sua direzione quando esco la mattina e conduco Celeste al suo solito posto. Non nascondo che vivo momenti di grande apprensione.
Stamani, quando ho portato Celeste all’aperto, sotto la finestra della mia camera, ho sentito sopra di me dei trilli e così ho visto una rondine aggrappata alla trave della grondaia dove prima era il vecchio nido. Subito ho raccolto Celeste dalla scatola e l’ho messa sul palmo della mano. L’ho lasciata pigolare accarezzandola sul dorso lievemente. Lei pigolava ed apriva il becco pensando che dovessi darle del cibo. Allora io alzavo ancora di più verso la grondaia il palmo della mano facendo mostra di Celeste; e anche parlavo con la rondine aggrappata lassù, che aveva rivolto il capo verso di me. Mi vedeva, questo era certo, stava ad osservarmi. Ho pensato che fosse sua madre. Stavo col palmo della mano ben aperto e con la piccola Celeste che pigolava. Ma non è accaduto quanto speravo. La rondine se n’è andata via e, sebbene sia restato lì per qualche minuto ancora, non si è fatta più vedere. A quale legge risponde la sua natura? Ha paura di me? Non c’è un qualche codice da cui si possa intendere che io sto dalla sua parte, non sono una minaccia? Oppure era una rondine estranea, non sua madre, e perciò ha solo guardato incuriosita, poi ha pensato bene di non preoccuparsi di un rondinino che non le apparteneva.
Più tardi è arrivato l’altro cucciolo della casa: Lorenzo. Ieri, domenica 4 giugno, è stato per la prima volta al mare, ha visto l’acqua azzurra, le onde, la sabbia. Elena mi ha raccontato che è stato un esordio felice. Lorenzo ama il mare, lo amerà: appena ha scorto l’acqua vi si voleva gettare a capofitto, hanno dovuto faticare per moderarlo. Poi si rotolava sulla sabbia e si è conciato come ci si può immaginare. Aveva granelli di sabbia dappertutto. I capelli ne erano pieni. Ora è bello lindo, indossa abiti estivi candidi, ma per poco, perché, con me o con Raffaella, andrà a razzolare nella nostra pinetina: è pieno di energia, non riesce a stare fermo, perfino in collo non vuole restare più del necessario: al massimo due tre minuti, poi si agita, scalcia, vuole essere messo a terra. Ancora non parla, non dice né mamma né papà, ma riesce a farsi intendere, ha una magnifica capacità di mimare ciò che vuole. Lo tengo in braccio e gli mostro Celeste, questo batuffolino di peluria. Osserva lei e poi guarda me, sorride come al solito, poi si sporge dalle mie braccia e tende le mani verso Celeste, fa dei gridolini di gioia; accondiscendo e lo avvicino, vuole toccare la piccola rondine; lo accosto con la massima attenzione poiché temo che possa farle del male inconsciamente, lascio che la tocchi: il contatto è sorprendente. Celeste si lascia accarezzare e il bimbo, cucciolo come lei, ha una insolita delicatezza nelle dita. Non stringe, ma accarezza. Sono felice di questo contatto, di questa probabile intesa. Il mio cuore esulta.

Celeste #2

I didn’t even know how long a swallow lives for. I looked in the encyclopaedia but it didn’t say. There was only a description of the bird. But it wasn’t very important. When Celeste learned to fly, I would be happy to think of her up there in the sky, that she’d come and see me sometimes or remember me a little, in the house or sitting in the garden, when she’d gone to spend the winter in some distant part of Africa, and this would give me something of her vitality and vibrancy. Perhaps she’d die before I did and wouldn’t be with me in my old age, but still I was sure that when that time came, I’d look up at the sky, and some swallow would skim past and maybe look at me in a moment of indecision and I’d think of Celeste, that she’d wanted to make a sign to me, that it hadn’t been a moment’s uncertainty but a salute – to me, her adoptive parent. Yes, her father.
In the evenings, Raffaella might forget everything else, but she never forgot to go out and bring Celeste into the house for the night. We didn’t trust the darkness. We were afraid some nocturnal creature might kill our baby swallow, even eat her. She spent the night in what we called the “big room” where there were some cooking rings, a wash tub, the central heating boiler and such-like. When we put the light out, she went to sleep. Quite often, however, when we opened the door, we’d hear her twitter, a chirping that gave the room life and almost lit it up with her own life as it gained strength and vigour, a life that was resisting death, driving it away and vanquishing it. I called Raffaella and she got up from her chair in the kitchen and came to my side, almost on tiptoe. She too heard the twittering and was glad this tiny creature was growing.
“What’s it like for Celeste at night?” I whispered. “Does she have the worries and fears we have? Does she find it hard to get to sleep?”
The mystery that surrounded her because she was a different species bound us to her. We wanted to know everything, just as we had with our children, so we’d be ready to help her and not run the risk of not being there when she called us, when she needed us. We closed the door. We could still hear her twittering. What was she saying? Was she speaking to us? Was she calling for her mother? Would her mother ever hear her? How wonderful it would have been if her parents had appeared at the window of the big room, or if we’d found them in the garden, perched on the edge of the box and feeding her! Would they have flown away when we appeared? Or would they perhaps have recognised us and known that we loved Celeste as much as they did? What a wonderful kind of fellowship that would be! Why doesn’t Nature allow it? Why can’t a dream like that come true? Why can’t Nature create a new love, a love so great it can be sent in the air like a wave that touches and affects everything?
I asked myself this question. I was, Raffaella and I were, doing everything for a swallow. Why did we do anything at all? Why didn’t we make up our minds to do something for those of our own species who were suffering? I’d no answer to that. Were we cowards perhaps? I did feel a wish to do something in that direction but I held back. Don’t ask me what it was that stopped me. Something indefinable, partly to do with the family, partly the environment I was fond of, partly laziness and partly being of an age when I was no longer ready to give as a young man might. Blessed youth! So many opportunities, so many roads opening up to the courage and strength of a young man!
At the same time, however, I realised that what we were doing for Celeste was something not only beautiful, but also something great. We were two different species. Our encounter took place according to rules, models and input that were far apart. There was nothing that allowed us to communicate except the universal, all-powerful force of love, the love within the amazing work of Creation.
Upstairs in the kitchen my mother-in-law, Angioletta, got up from her chair and came down to us.
“Don’t open the door,” said Raffaella to her mother. “Celeste’s asleep.”
But we heard the twittering and my mother-in-law listened. Accustomed as she was to the hardships of life, she too had opened her heart to the little bird and her tenderness towards Celeste was almost miraculous. She opened the door a little and would have gone in to see her but Raffaella put her hand on her shoulder and stopped her.
“No, don’t, mother. She has to sleep. Let’s close the door.”
So we left Celeste to the darkness and the night that was beginning to fall.

Sometimes I was gripped by the fear that some creature, a mouse or a cat for example, would kill Celeste. One afternoon I was in my bedroom getting ready for my nap. As I undressed, I was looking forward to the silence that would soon wrap me in my thoughts. I could hear Celeste cheeping under the window. It was her nature to transmit her love of life to others. I knew we were treating her well because I could see she was growing, her down was disappearing and her feathers were growing strong, especially those on her wings. Sometimes I found her cleaning herself with her beak, removing the down, perhaps because it was itchy. She gave me a look of love from her long, narrow eyes. I don’t mean gratitude, that wasn’t what it was. What Raffaella and I were doing was an act of love, not duty. We loved Celeste as we loved human beings.
In nature, unfortunately, there are violent laws that govern the instincts. A field mouse could have got into her box and killed her, or one of the wild cats that roam the fields could have stretched out a paw, killed her and eaten her. There was a magnificent tawny cat with white patches living in the fields and I’d seen him early that morning in the dewy grass. He suddenly got up, spotted some prey and raced off. He was a proud, handsome animal and I’d given him the name Selvatico. I’d admired and respected him for a long time and I wouldn’t have wanted him to be the one to cause me sorrow. He always noticed when I came out of the house and looked round the garden. I’d see him coming to the wire fencing that separated our garden from the fields. He’d stand and watch me, rather like a landed gentleman surveying his property. I always looked in his direction when I went out in the morning to take Celeste to her usual place. I can’t hide the fact that I sometimes felt very fearful.
One morning when I took Celeste outside to her place under the bedroom window, I heard some twittering above me and saw a swallow clinging to the beam in the eaves where the old nest had been. I quickly picked Celeste up out of the box and put her on the palm of my hand. I let her twitter there while I gently stroked her back. She opened her beak as if she thought I should be giving her something to eat. Then I raised my hand nearer the eaves so she could be seen. The swallow clinging there turned her head towards me and I spoke to her. She saw me, I’m sure of that, and she stayed there, looking at me. I thought it was Celeste’s mother. I stood there with my hand open and Celeste twittering but what I’d hoped for didn’t happen. The swallow flew away and didn’t come back though I stood there a few minutes longer. What law of nature was she obeying? Was she afraid of me? Is there no code by which she could have understood that I was on her side, that I wasn’t a threat? Or was she just another swallow and not the mother? Had she just looked at Celeste out of curiosity and then thought the better of worrying about a baby swallow that didn’t belong to her?
Lorenzo, the other baby of the house, arrived later. The day before, Sunday the 4th of June, he’d been to the beach for the first time and seen the blue sea, the waves and the sand. Elena told me it had been a happy beginning. Lorenzo loved the sea, will love the sea. As soon as he’d seen the water, he’d wanted to rush headlong into it and his parents had found it difficult to calm him down. Then he’d rolled in the sand until he was covered with it and his hair full of it. That morning he was all nice and clean, however, in white summer clothes that wouldn’t be white for long because soon he’d be crawling amongst the pine trees with Raffaella or myself to keep an eye on him. He was so full of energy he couldn’t stay still. He didn’t want to be carried for longer than necessary, two or three minutes at the most, and then he’d get restless and start kicking because he wanted to be put down. He hadn’t started to talk, couldn’t say Mummy or Daddy, but he could make himself understood and had a real talent for miming what he wanted. I held him in my arms and showed him Celeste, that ball of fluff. He watched her, looked at me and smiled as usual. Then he leaned forward and held out his hands towards her, making little noises of pleasure. He wanted to touch the little bird so I did what he wanted and took him nearer. Keeping a close watch on him because I was afraid he might hurt her unintentionally, I let him touch her. The contact was surprising. Celeste let him stroke her and the fingers of the child, baby that he was, were unusually delicate. He didn’t squeeze her but stroked her. I was happy with this contact, with what was surely an understanding between them. My heart rejoiced.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart