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Romanzo: Celeste/A novel: Celeste (Trad. Helen Askham) #4/16

28 Novembre 2008

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

In calce il testo inglese

Celeste #4

Dino ha molto da fare quest’anno, con tutti i campi a cui deve badare. È in ritardo con la fienagione. Stamani ha mandato Mela. È venuto con il trattore e la pressatrice e si è messo a raccogliere il fieno. Lorenzo era in collo a me, dopo che era stato con Raffaella. Guardava incantato la macchina raccogliere fieno ed espellere presse già confezionate. Apriva le manine ed emetteva delle esclamazioni tenere di meraviglia. Poi guardava me ed aspettava forse che io gli svelassi il mistero. Mela passando lo ha salutato e Lorenzo si è visto subito che era contento di quel saluto. Poi Mela, finito il lavoro, se n’è andato via, risalendo in strada.
Anche una ragazza si è affezionata a Lorenzo. Passa ogni tanto a cavallo, viene dalla collina di Cocombola, non la conosco. Quando spunta sulla strada della stazione ferroviaria, basta dire a Lorenzo, anche se sta giocando: «Ecco il cavallo» e lui subito si volta in direzione della stazione e resta immobile a guardare finché prima non sente lo scalpiccio degli zoccoli, poi da dietro gli alberi non vede spuntare il cavallo con sopra la bella ragazza. Raffaella lo prende in braccio e lo porta al cancello, e lì aspettano il suo arrivo. Quando passa loro dinanzi, la ragazza dice: «Ciao, bello» e Lorenzo è tutto felice come se ci fosse lui in groppa al cavallo. In certi momenti assume l’espressione così evidente del bimbo che vorrebbe essere al posto di Mela o della ragazza: lo pervade una certa inquietudine, muove le gambe, vorrebbe agire lui al posto degli altri. Sbava anche dalla bocca, in preda alla felicità.
Nel campo rimasto senza più fieno, ho scorto il gatto Selvatico, se ne stava lì accucciato. Chissà se si è avveduto della presenza di Celeste. Da qualche giorno compare più spesso intorno alla casa. Devo moltiplicare le attenzioni, e cercare di mettere Celeste alla portata dei nostri sguardi. Tutti dobbiamo sentirci chiamati a vigilare: nessuno della famiglia può restarne fuori. Stiamo alzando una barriera protettiva intorno a Celeste, me ne accorgo. Non so se sia giusto farlo. Non sarà un’impresa facile, tuttavia, proteggerla dai pericoli disseminati a piene mani dalla natura. 

Dino aveva visto giusto. Ha mandato ieri Mela a finire il lavoro, e infatti stanotte ha piovuto un po’. L’acqua gli avrebbe danneggiato il fieno, ha fatto appena in tempo: è un uomo esperto, difficile sorprenderlo. Nel cortile di casa sua ci sono tutti gli attrezzi necessari al suo lavoro, anche un piccolo camion per trasportare le presse. È lui che qualche anno fa mi portò in giardino, depositandole vicino al lavatoio, le ceppe di alcune piante che avevamo nei campi dove ora abita Elena. Quelle ceppe avrebbero dovuto servire alla nascita di un vivaio di funghi, e per un paio d’anni è stato così. Poi nessuno in casa ha avuto più tempo per la cura delle ceppe, ed è andato tutto in malora. Esse stanno lì con la loro pesantezza e decrepitano, invase dalle formiche e capaci soltanto di far spuntare qualche fungo velenoso. Prima o poi ci decideremo a liberarcene. Toccherà forse allo stesso Dino, che le portò, condurle via. So che Dino ha delle ceppe ben curate che producono molti pioppini; sarebbe in grado di rimettere in sesto anche le nostre e farle tornare a produrre funghi.
Celeste è ancora in cucina, ha mangiato ed ora sta riposando; mi sono avvicinato e ha appena alzato il capino e aperto gli occhi, poi è tornata a dormire. Non è caldo come ieri, e perciò penso che sia meglio trattenerla in casa ancora per qualche ora. Anche qui, non so se faccio bene, se la vizio, voglio dire, e magari, inconsapevolmente, getto le premesse per le sue difficoltà future ad inserirsi nella natura. Ma ho paura che sia ancora troppo delicata, sebbene mi accorga che ora appare molto irrobustita e forse fra qualche giorno non riusciremo più a trattenerla nella scatola. Come faremo, allora? Mica potremo lasciarla svolazzare per la casa. Poi si tratta non di un passerotto o di un fringuello, ma di una rondine. Non è la stessa cosa.
Sono tornato al piano di sopra e sono andato a farmi la barba. Due giorni fa, cambiando la lametta, mi sono riempito di piccoli tagli. Succede sempre così quando prendo una lametta nuova. Uno di questi è a destra del labbro superiore. Ha sanguinato molto, ma oggi sta meglio ed è quasi sparito. Dico questo perché domani sera andrò ad un convegno organizzato in onore del poeta Mario Luzi, di cui saranno lette molte poesie. Per ragioni che non sto qui a spiegare, dovrò mettere un vestito, e questo mi infastidisce. Ho portato vestiti e cravatte per moltissimi anni, durante il mio lavoro in banca e poi come direttore, e devo dire che indossare un vestito è per me diventata una sofferenza, ci soffoco, non mi sento libero. Raramente metto la cravatta, e domani non la metterò affatto. Sono giustificato dalla stagione, siamo vicini all’estate. Anche se la giornata umida che è appena cominciata non fa presagire quel gran caldo che si pensava nei giorni scorsi. In camera mia – ormai sono navigato e conosco come vanno realmente le stagioni qui da noi – sopra l’uomo morto, proprio per essere pronto ad affrontare qualunque tempo, c’è un po’ di tutto: una tuta, una giacca da camera, un gilet azzurro senza maniche, dei calzini, una canottiera colorata, qualche camicia a maniche corte, alcune magliette sempre a maniche corte, una berretta, un paio di pantaloni lunghi; quelli corti li ho indosso mentre scrivo. Così appena sento freddo, mi metto il gilet, se poi sento freddo alle gambe, cambio i pantaloni da corti a lunghi. Per il freddo più pungente, allora è lì pronta la tuta e sono pronti i calzini.
Do ogni tanto un’occhiata fuori della finestra, quella che dà sull’Ozzeri e sul Serchio. Tra i due corsi d’acqua c’è la distesa dei campi e più avanti la pioppeta. I colori sono densi, il fogliame verde ha assunto già il suo rigoglio. Non vedo la Pania, perché il cielo è nuvoloso e una nebbia lattiginosa fa intravedere appena i contorni dei monti che le stanno innanzi. Il sole cerca di filtrare tra le nubi, senza riuscirci. È una battaglia che ha intrapreso, aiutato dal vento che fa scorrere le nuvole, anche se lentamente. Quando si apre un varco, ecco che i suoi raggi giungono fino al mio giardino, illuminandolo.
L’Ozzeri è proprio sotto la mia finestra, appena al di là della strada. È un corso d’acqua mite, non ci ha mai dato dei problemi. Il Serchio, invece, è sempre selvaggio, come nel passato, anche se in certa misura si è riusciti a domarlo. I mesi a rischio sono proprio giugno e poi novembre, e come arrivano le grandi piogge, i Lucchesi stanno sui ponti coi nasi rivolti all’ingiù, verso l’acqua di questo nobile e antico fiume. Quando decide di tracimare, semina sgomento e rovina, anche se non ha mai fatto vittime. Dietro a lui, anzi prima di lui, come a dare l’allarme, tracimano alcuni torrenti che vi affluiscono, come la Contesora, qui vicino, a San Macario in Piano, o la Freddana, più indietro, a Monte San Quirico. Da lungo tempo si aspettano i lavori di arginatura, ma ciò che viene fatto risulta sempre inadeguato, e le popolazioni protestano ormai da anni insoddisfatte. Sembra che il Serchio abbia una gran voglia di tornare a dividere come un tempo la città dalla campagna, come quando nel medioevo fu costruita la Certosa di Farneta, e il posto fu scelto proprio perché isolato e per andarvi c’era di mezzo il fiume a dividere, e non c’erano ponti, e solo attraverso la disponibilità di un barcaiolo si poteva raggiungere la Certosa.
Penso a tutto questo mentre tengo lo sguardo rivolto alla pioppeta, là sul primo argine del Serchio. Poi scendo di nuovo con lo sguardo a contemplare l’Ozzeri, che ha anch’esso una sua nobiltà, essendo stato un ramo antico del Serchio. A destra, sta il mio paese, Montuolo, anch’esso antico, con la sua chiesa e il suo campanile che si stagliano nitidi proprio al di là del ponte sul canale. Allungo lo sguardo, e un brivido mi prende al pensiero di tutta la vita che vi è scorsa nei secoli, e della mia che è viva e presente oggi, ma già destinata a mischiarsi al passato. Il passato è eterno, non muore mai. Così come il futuro è infinito.
Nel cielo volano molte rondini, sono più le rondini che le altre specie di uccelli ad invadere il cielo. Per via delle nuvole, volano molto basse.
Fra poco saranno le dieci. Sì, è tempo di mettere Celeste fuori, sotto la finestra di camera mia. Ogni tanto mi affaccerò: non mi è ancora passata la paura che un qualche pericolo serio possa minacciare la sua vita.

Celeste #4

Dino had a lot to do that year with all the fields he had to see to. One morning he sent Mela instead and he came on the tractor with the baler. Lorenzo had been with Raffaella but now I had him in my arms and he was fascinated as he watched the machine gather up the hay and drop the bales. He opened his hands and gave little soft cries of wonder. Then he looked at me almost as if he was waiting for me to explain this mystery. Mela waved to Lorenzo as he passed and I could see the child was pleased by this. When the work was done, Mela left and drove back up the road.
There was also a girl who was fond of Lorenzo. Every now and again she passed on her horse. When she appeared on the road from the station, all you had to say to Lorenzo was, “There’s the horse,” and even if he was playing, he’d immediately run in the direction of the station and stay there quite still, watching until he heard the clip-clopping of the hooves and glimpsed the horse and the pretty girl through the trees. Raffaella would pick him up and carry him to the gate and they’d wait there for the girl to appear. As she rode past, she’d call out, “Ciao, darling,” and Lorenzo was as completely happy as if he was the one on the horse’s back. Sometimes he had the expression on his face of a child who’d like to be in Mela’s place or the girl’s. He’d become restless and wriggle his legs, wanting to be like them. He was so happy he dribbled.
With the hay gone from the field, I could see the cat Selvatico crouching there and I wondered if he knew about Celeste. He’d appeared near the house several times in the last few days. I’d have to be doubly careful and keep Celeste where we could see her. Everyone in the family, without exception, was on their guard and I could see we were making a protective barrier around her. I didn’t know if this was the right thing to do. It wasn’t going to be easy, however, to protect her from all the dangers that Nature put in her way.

Dino had known it was going to rain. On the day he sent Mela to finish the field, it rained a little that night. The water would have spoiled the hay and the work had been done just in time. He knew his job and was rarely taken by surprise. All the balers and equipment he needed as well as a small lorry for carrying the oil presses were in the yard outside his house. Some years before he’d taken me into the garden and shown me the tree stumps he’d uprooted from the fields where Elena later went to live and which he’d put beside the old stone wash tub. These stumps were to be a nursery for all kinds of mushrooms and indeed had been for two years. Then no one had the time to look after the stumps and they’d all started to rot. There they stood, heavy and disintegrating, swarming with ants and only fit for producing a few toadstools. Sooner or later we’d have to do something about them and it would probably be Dino, who’d put them there, who’d also take them away. I knew Dino had some well-cared for stumps which produced lots of poplar mushrooms, the ones we call pioppini in Italian. He’d be able to rescue our stumps and make them produce mushrooms again.
Celeste was in the kitchen. She’d eaten and was resting. I’d gone to her but she’d just raised her head, opened her eyes and then gone back to sleep again. It wasn’t as warm as it had been the day before and I thought it would be better to keep her in the house for another few hours. Here too I didn’t know if I was doing the right thing, if I was spoiling her, I mean, and therefore unwittingly creating conditions that would make it difficult for her to return to her natural world. I was afraid she was still too fragile though I could see she was much stronger than she’d been and maybe within a few days we’d be unable to keep her in her box. What were we to do? We could hardly let her fly round the house. And she wasn’t a sparrow or a chaffinch. She was a swallow which isn’t the same thing.
I went upstairs to shave. Two days earlier, when I changed the blade, I’d given myself a number of small cuts. It always happens when I’m using a new blade. One of the cuts was to the right of my upper lip. It had bled a lot but now it had healed and had almost disappeared. I mention this because the following evening I was going to a meeting in honour of Mario Luzi where a number of his poems were to be read. For reasons not worth explaining, I’d have to wear a suit and that annoyed me. I’d worn a suit, shirt and tie for very many years when I worked in a bank and later, as bank manager, and wearing a suit had become a trial. It was restricting and I didn’t feel at ease. I rarely wore a tie now and I wasn’t going to put one on the following evening. My excuse would be the time of year since summer was near, though the rainy day which had just begun gave no hint of the heat we’d been expecting for the last few days.
In my room (I’m old enough to know what the seasons are really like in our part of the world), there’s a clothes stand with a little of everything on it so I’m ready for any kind of weather – a tracksuit, a loose jacket, a blue body-warmer, some socks, a brightly coloured singlet, some short-sleeved shirts, some short-sleeved tee-shirts, a beret and a pair of long trousers. I wear shorts when I’m writing but if I feel cold, I put on my body-warmer and change out of my shorts into trousers. When it’s really cold, my tracksuit and socks are ready waiting for me.
Every now and again, I glanced out of the window which looked over the Ozzeri and the Serchio. Between the stream and the river there was a stretch of fields and, nearer, a cluster of poplars. The colours were deep and the green foliage already had its summer lustre. I couldn’t see the Pania Mountain because it was cloudy and a white mist meant that I could just glimpse the shape of the mountains that stand in front of it. The sun was trying to filter through the clouds without success. It was struggling, helped by the wind that was making the clouds move, but slowly. When there was a break, the sun’s rays came into the garden and filled it with light.
The Ozzeri is right under my window, just on the other side of the road. The water runs gently and has never caused any problems. The Serchio, on the other hand, has always been dangerous and still is, though it’s partly tamed. The dangerous months are June and November and whenever it rains heavily, the people in the Lucca area stand on the bridges looking down at the water of this noble, ancient river. When it decides to burst its banks, it causes great anxiety and destruction but has never claimed any victims. Beyond and also nearer, as if raising the alarm, are the mountain streams which are its tributaries, such as the Contesora which flows near here in San Macario in Piano, and the Freddana, further away in Monte San Quirico. People waited a long time for the embankments to be built but what was done was inadequate and the complaints have gone unheard for years. The Serchio seems to want to separate Lucca from the countryside as once it did. When the Carthusian Monastery in Farneta was built in the Middle Ages, its position was chosen because it was isolated and there was the river to be crossed before you reached it. There were no bridges then and the only way to get to the monastery was when a boatman was available.
I was thinking of all that as I looked towards the poplars on the near bank of the Serchio. Then I looked down again at the Ozzeri which has its own kind of nobility, being once a branch of the Serchio. To the right was my village, Montuolo, also venerable, with its church and bell tower standing against the sky beyond the bridge over the canal. I looked further away and shivered a little as I thought of the lives that had been lived there over the centuries and of my own life, in the present but destined to become a part of the past. The past is eternal and never dies, just as the future is infinite.
There were great numbers of swallows in the sky, more than any other species of bird. They were flying very low because of the clouds. It was nearly 10 o’clock. It was time to put Celeste outside under the bedroom window. I would look out every now and again. The fear that some danger might threaten her life had not left me.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart