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Romanzo: Celeste/A novel: Celeste (Trad. Helen Askham) #6/16

30 Novembre 2008

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

In calce il testo inglese

Celeste #6

Stamani ho aperto l’armadio per cercare il vestito da indossare oggi pomeriggio in occasione dell’incontro con il poeta Mario Luzi. Ho scelto quello di color beige, poi sono andato a cercarmi la camicia. Quelle che s’intonavano erano tutte a manica lunga. Le ho scartate, in quanto mi avrebbero costretto a mettere la cravatta, ed io oggi sono deciso a non indossarla. La giornata è calda, a differenza di quella di ieri. Il cielo è lattiginoso, però, e intravedo appena la sagoma della Pania della Croce. Ho guardato le camicie a manica corta. Qualcuna poteva andare, ma non mi sentivo soddisfatto. Erano passate da poco le otto e trenta. Ho pensato: Forse il mio amico Luciano si trova già in negozio, anche se l’apertura è per le nove. Ho fatto il numero e mi ha risposto lui.
«Porto il vestito con me, così potrai consigliarmi meglio.»
Quando mi sono trovato in negozio e ho disteso il vestito sul bancone, non era più di color beige, ma sul verdino.
«E questa poi?»
«Lo fa, se cambia la luce» mi ha detto lui.
Ho comprato due camicie a maniche corte e sono tornato a casa. Di nuovo il vestito ha riassunto il color beige. Mi sono imbestialito. Ho aperto la finestra e l’ho messo fuori, e così l’ho scrutato per diritto e per rovescio. In qualche caso mi è sembrato di veder riaffiorare il color verdolino che avevo visto da Luciano.
«Insomma, sei beige o verde!» ho esclamato.
Tuttavia, le due camicie andavano bene sia per l’uno che per l’altro colore.
Andando da Luciano, ero passato davanti a Celeste, ancora in cucina. Per la prima volta l’ho sorpresa con il capino piegato sull’aluccia sinistra, nella classica posizione che assumono gli uccelli quando dormono. Però mi ha sentito, e ha aperto il beccuccio, credendo che le portassi il cibo.
«Dopo, quando ritorno» le ho detto, come se parlassi ad un essere umano.
Ora infatti, che sono tornato, scendo da Celeste. Ho appeso all’uomo morto il vestito e la camicia prescelti. Alle 14 trasmettono su Eurosport le semifinali femminili del Roland Garros: Hingis – Pierce e Sanchez Vicario – Martinez. Voglio gustarmele fino a che posso. Giunta l’ora, non avrò così da preoccuparmi per il vestire. Partirò di casa verso le 16,30. Ho un appuntamento con l’amico Paolo Fantozzi, uno studioso di leggende lucchesi, che ha scritto un bel libro di racconti: Le voci della memoria. Il 13 giugno presenterà il libro a Villa Maionchi, e andrò anch’io a fargli compagnia. Oggi ci metteremo d’accordo sugli orari.
Celeste mi aspetta; questa volta è ben sveglia, come se ricordasse la promessa che le avevo fatto quando sono andato da Luciano. Ha aperto la bocca ed io l’ho rimpinzata con carne di würstel, poi con un cucchiaino le ho versato nel beccuccio dell’acqua da bere. L’ha tracannata come una ubriacona, tutto d’un fiato. Ho preso la scatola e l’ho portata fuori.
Mi sono guardato intorno, perché quando prima sono uscito in macchina sulla strada, ho visto non Selvatico, il gatto fulvo, ma un altro gatto, bianco con macchie nere, che vagava nel nostro campo, quello che confina con la strada per la stazione. E al ritorno, in fondo, verso la ferrovia, ho scorto un altro gatto ancora. C’è un viavai insolito che mi mette in ansia. Ma forse non si sono ancora accorti di Celeste.
Stamani le farò compagnia, giacché ho deciso di cominciare, come faccio sempre nella bella stagione, a leggere fuori, seduto su di una sedia a sdraio. Leggo, ogni tanto mi fermo, mi alzo, faccio due passi; oppure distendo la sedia a sdraio e contemplo il paesaggio intorno a me, inanellato di colline. Questa volta, però, dovrò dare ogni tanto un’occhiata anche alla mia Celeste. 

Il Roland Garros è stregato per Martina Hingis. Anche questa volta è uscita di scena, battuta in semifinale dalla francese, di origine canadese, Marie Pierce. La tennista svizzera, più volte numero uno al mondo, ha vinto tutto ma non il Roland Garros. È ciò che succede anche all’altro tennista più volte numero uno: Pete Sampras, americano, stregato pure per lui il Roland Garros. Quest’anno è stato eliminato alle battute iniziali.
Ora mi alzo e vado a Villa Bottini, ad ascoltare la poesia di Mario Luzi. Villa Bottini è una villa cinquecentesca, che ha al piano terra sale molto eleganti, che il Comune di Lucca utilizza per i grandi avvenimenti. La manifestazione avviene sotto il suo patrocinio. Ha un magnifico parco sul retro, e in attesa dell’inizio del programma più di un visitatore s’intrattiene a passeggio, ammirando i bellissimi alberi secolari. Lucca ha molte ville nei suoi dintorni. Alcune di una bellezza insuperabile, come Villa Reale a Marlia, o Villa Mansi e Villa Torrigiani a Segromigno. Si potrebbe trascorre una piacevole vacanza nella nostra città dedicata esclusivamente alla visita delle sue ville patrizie. Un itinerario davvero affascinante, dato che ogni villa ha peculiarità proprie che la rendono non comparabile alle altre, e collocata in una paesaggio sempre dolce e suggestivo.
Mancano pochi minuti alle diciotto. Sento dire che il poeta è già arrivato, e infatti compare. È un po’ curvato sulle spalle dai suoi oltre 80 anni. Quando parla si avverte il dono di una persona buona e umile. Degli attori leggono sue poesie. Sono emozionati ma svolgono molto bene la parte. Ci sono intermezzi musicali che spandono nel salone gremito note suadenti, quando con il violino, quando con la chitarra.
Torno a casa soddisfatto. Parcheggio l’auto sotto la tettoia, entro in casa e domando di Celeste, dato che Raffaella non è ancora rientrata. Anna Maria mi dice che Celeste deve ancora mangiare, allora provvedo io a prepararle un po’ di fette biscottate tritate nel latte. Esco, vado verso la scatola. Appena sono lì, Celeste mi sente, subito apre le alucce e trilla, con il becco spalancato. Metto un po’ della pappa che ho preparato sul dito indice e mi avvicino al suo beccuccio. Celeste è rapida ancora una volta, svelta, ingorda. Vuole dell’altro cibo, spalanca il becco, è agitata. Gliene do finché non è sazia, allora chiude il becco e va a rincantucciarsi.
Vado a letto un po’ arrabbiato perché ho acceso il computer e mi sono collegato a Internet. Ho deciso di modificare la homepage del mio sito. Ho tolto la mia foto che mi ritrae seduto sulla poltrona del mio studio, davanti alla libreria, e ho messo, una accanto all’altra, due foto: una che ritrae la chiesa e il campanile di Montuolo e alcune case antiche di cima Montuolo, nonché uno scorcio dell’Ozzeri. Si vedono gli scalini da cui in Rico e Francesco[1]faccio salire Katy e Betty con il loro vestito da sposa per andare in chiesa. L’altra è una foto che feci, anch’essa molti anni fa, di uno scorcio del rione Pelleria, dove sono cresciuto, visto da un finestrone dell’ex ospedale Galli Tassi. Si vede il giardino della casa dove ho abitato. Si scorgono anche gli alberi frondosi delle Mura.
Ebbene, ho trasferito le modifiche nel mio sito, e quando sono andato ad aprire la mia pagina, è uscita l’informazione che non era stata trovata. Mi sono scombussolato: sono diavolerie queste di Internet che sfuggono al mio controllo. Anche a causa della mia età, sono refrattario ad andare oltre per imparare i suoi atroci meccanismi. Comunque, dopo alcune ricerche, ho trovato un avviso che m’informava che vi erano delle difficoltà nella trasmissione dei dati e perciò dovevo avere pazienza. Ecco, mi sono detto, perché queste informazioni non sono state date in anticipo, in modo da consigliare l’utente a non effettuare trasferimenti? Ora dovrò sopportare i loro ritardi nell’esecuzione delle mie modifiche e stare senza la mia pagina Web chissà per quanto tempo. Beh, mi direte, non è poi una tragedia. È vero, ma Internet è diabolica anche per questa morbosità che ci lega a lei. La mancanza di disponibilità del mio sito è come se immobilizzasse una parte di me. Sapere che da qualche luogo, magari lontano, qualcuno potrebbe chiamare il mio sito e trovarsi davanti una pagina insignificante di scuse e di istruzioni, mi rende nervoso. Una menomazione intollerabile, che mi inquieta. C’è qualcosa di assolutamente tragico in questa morbosità nuova che s’insinua dentro di noi e ci rende in qualche modo sottoposti ad una situazione che non possiamo controllare. Raffaella si è accorta del mio nervosismo. Andiamo a letto, le confesso quello che mi è accaduto affinché non pensi a qualche altra causa del mio malumore. Si meraviglia di questa nuova vulnerabilità. Faccio un sorriso accomodante, mi distendo accanto a lei, non parliamo, solo due parole per darci la buonanotte. 

[1] In: Mattia e Eleonora e altre storie.

Celeste #6

The next morning I opened the wardrobe to look for something to wear that afternoon for the meeting with -Mario Luzi. I chose a beige suit and then went to look for a shirt. All the ones that matched had long sleeves. I rejected them because I would have had to have worn a tie and I’d decided not to. It was warm, unlike the day before. The sky was overcast, however, and I could just make out the silhouette of the Pania della Croce Mountain. I looked at the shirts with short sleeves. Some of them might have done but I didn’t feel satisfied. It was just after 8.30. I thought perhaps my friend Luciano might already be in his shop. I dialled the number and he answered. “I’ll bring the suit with me so you can advise me better,” I said.
When I was in the shop and had put the suit on the counter, it was no longer beige but greenish.
“What’s this?”
“It does that if the light changes,” Luciano told me.
I bought two short-sleeved shirts and went home. The suit was beige again. I was beginning to be annoyed. I opened the window and looked at it this way and that and sometimes I seemed to see that greenish colour I’d seen in Luciano’s shop.
“For goodness’ sake,” I exclaimed, “you’re either beige or you’re green!”
However, both shirts went well with both colours.
As I was going to Luciano’s, I’d passed Celeste who was still in the kitchen. For the first time I saw her with her head on her wing in the typical position of birds when they’re sleeping. She must have heard me, however, for she opened her beak supposing that I was bringing her food.
“Later,” I said, “when I get back”, as if I was talking to a human being.
When I got back, I went to see her once I’d hung the suit and the shirts I’d chosen on the clothes stand. The women’s semi-finals at Roland Garros were going to be on TV at two o’clock (Hingis v. Pierce and Sanchez Vicario v. Martinez) and I wanted to watch them for as long as I could. When the time came, I wouldn’t have to worry about getting dressed and I’d leave the house at half past four. I was due to meet up with my friend Paolo Fantozzi, an expert in the legends of Lucca. He’d written a very good book of stories called Le voci della memoria. He was going to present this book on the 13th of June at the Villa Maionchi and I’d be going with him to keep him company. In the afternoon we’d arrange a time for meeting.
Celeste was expecting me. This time she was wide awake as if she remembered the promise I’d made when I was going to Luciano’s. She opened her beak and I filled it with pieces of frankfurter and then I gave her some water from a spoon. She drank it in one gulp, like a drunkard. I lifted her box and took her outside.
I had a good look round because when I’d gone out earlier in the car, I’d seen a cat roaming in our field, not Selvatico, but another one that was white with black spots. On my way back I’d seen yet another cat near the station. These unusual comings and goings worried me but perhaps they hadn’t seen Celeste.
That morning I kept her company since I’d decided to start reading outside, sitting in a deckchair, as I do every summer. I read, stop every now and again, get up and walk a little, or I lower the deckchair and gaze at the countryside, ringed with hills, around me. That summer, however, I also had to keep an eye on my little Celeste every now and again.

Roland Garros was an unlucky place for Martina Hingis. Once again she exited, beaten in the semi-final by Marie Pierce, the French girl born in Canada. The Swiss girl, several times number one in the world, had won everything but the French tournament. It was an unlucky place for another player too, the American Pete Sampras. That year he was knocked out in the early rounds.
Then it was time to go to the Villa Bottini to listen to Mario Luzi’s poetry. Villa Bottini is a 16th-century villa with elegant rooms on the ground floor. The Commune of Lucca uses it for important events and this event was being held under its aegis. There’s a lovely garden at the back and several people were walking there enjoying the splendid old trees while they waited for the programme to begin. There are many villas in the countryside around Lucca, some of them of great beauty, such as Villa Reale near Marlia and Villa Mansi and Villa Torrigiani near Segromigno. You could have a pleasant holiday in Lucca, spending your time doing nothing but visiting its patrician country houses. It would be a fascinating tour since each one has its own special features that make it quite unlike the others, and each one is situated in gentle, charming scenery.
It was a few minutes to six. I heard people saying the poet had arrived and in fact he appeared, his shoulders somewhat bowed by his more than eighty years. When he spoke, you were aware of the gift of a man who was good and modest. Some actors read his poems. They were nervous but played their part well. There were also interludes with a violinist and a guitar player spreading music through the crowded room.
I went home happy. I parked the car under the canopy, went into the house and asked about Celeste since Raffaella wasn’t back yet. Anna Maria told me Celeste hadn’t eaten yet so I set about preparing some slices of toast chopped up in milk and then went outside to her box. Celeste heard me as soon as I got there and immediately opened her wings, twittered and opened her beak wide. I put a little of the pap I’d made on my forefinger and held it near her beak. Once again Celeste was fast and greedy. She wanted more food, opened her beak and moved in an agitated way. I kept giving her more until she’d had enough, shut her beak and curled up in a corner.
That night I went to bed in a bad mood. I’d turned on the computer and connected to the internet because I’d decided to change the homepage on my site. I removed the photo that showed me sitting in the armchair in my study, in front of the bookcase, and then put in two photos, side by side. One was of the church and the bell tower in Montuolo, some old houses in upper Montuolo and a view of the Ozzeri. You could see the stairs that Kay and Betty climb in their wedding dresses on their way to church in my story Rico e Francesco [1]. The other was a photo I took many years ago of the Pelleria district where I grew up, seen from a rose window in what used to be the Galli Tassi Hospital. You could see the garden of the house where I lived and also the leafy trees on the Walls.
I transferred the changes to my site but when I tried to open my home page, there was a message saying it couldn’t be found. I was baffled. I can’t cope with this kind of internet mischief and at my age, I’m reluctant to learn its nasty tricks. After some searching, however, I found a message telling me there were some difficulties in transmitting the data and I’d therefore have to be patient. “Heavens’ sake,” I said to myself, “why didn’t they tell me that in the first place? Why couldn’t they’ve warned me not to transfer data?” I’d have to put up with a delay in making my changes and be without my website for heaven knew how long.
Not a tragedy you might say and of course it wasn’t, but the internet has a devilishly unhealthy way of making us dependent on it. Not being able to access my site was like having part of me immobilised. It annoyed me to think that someone somewhere, far away perhaps, might be trying to visit it and finding himself looking at a meaningless page of excuses and instructions. It was like being maimed. I didn’t like it at all and it made me angry. There’s something truly tragic in this new sickness. It insinuates itself into us and puts us in a situation we’ve no control over.
Raffaella saw I was annoyed. As we went to bed, I told her what had happened so she wouldn’t think there was some other reason for my bad mood. She was astonished by this new weakness in me. I smiled by way of an apology and lay down beside her. We didn’t speak, just two words to say good night to each other.

[1] In: Mattia e Eleonora e altre storie.


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1 commento

  1. Comment di Wedding day — 15 Maggio 2013 @ 09:56

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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart