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Romanzo: Celeste/A novel: Celeste (Trad. Helen Askham) #7/16

1 Dicembre 2008

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

In calce il testo inglese

Celeste #7

Verso le undici, affacciandomi alla finestra, m’è preso un colpo. Ho guardato nella scatola e non ho visto Celeste. L’ha mangiata il gatto, ho pensato. Mi sono precipitato per le scale, e quando sono arrivato, ho visto Celeste nascosta in un angolo. Ha aperto il becco. Mi sono rincuorato. Sono tornato in casa a prendere un po’ di prosciutto cotto e di acqua. L’ho ristorata. Però, dovendo uscire, non mi sono sentito tranquillo a lasciarla fuori, così l’ho portata nello stanzone, e poi sono salito in macchina.
Mentre scrivo penso che forse non a molti interesserà questa storia di Celeste. Il mio tran tran è lineare, non ha nulla del sensazionale che molti scrittori di oggi ricercano. Ma è la storia di una rondine, e anche di una famiglia, la mia, che cerca di farla vivere.
Sto per prendere in mano il libro di Andrea De Carlo: Arcodamore. L’ho cominciato dopo aver finito Campo del sangue  di Eraldo Affinati. Ma mi viene in mente Celeste che è sotto la mia finestra. Mi affaccio, la chiamo. Celeste, dico. Mi riconosce, volta il capino all’insù, apre le ali, le scuote; mandano un fruscio elettrico, vibrante, mi fa festa, si capisce che è emozionata; ha fame anche. Allora poso il libro e decido di scendere giù.
Lorenzo sta giocando con la sua mamma.
«Vieni, vado da Celeste.»
Il bimbo alza le manine, lo prendo in braccio, mi fa segno che vuole scendere, mi dà la manina e andiamo da Celeste. Davanti alla scatola, alza le manine di nuovo e questa volta vuole che lo tenga in collo. Vede Celeste e guarda me, emozionato e pieno di curiosità. Osserva come la nutrisco, come la imbocco, come le do da bere, poi le sostituisco la carta sporca che sta alla base della scatola, la prendo delicatamente sul palmo della mano, la metto sopra un dito; Celeste sta in perfetto equilibrio. Lorenzo l’ho messo a terra e manda gridolini di gioia, gli avvicino Celeste, vorrebbe toccarla. Allora depongo la rondinella nella scatola, lei corre a rincantucciarsi, poi si mette ad andare all’indietro col sederino sollevato. Capisco che deve fare i suoi bisogni, la mamma le ha insegnato, quand’era nel nido, di salire verso l’uscita a ritroso, e fare i propri bisogni col sederino fuori dal nido. Continua per istinto in questo modo anche se è dentro la scatola. Lorenzo è tornato in collo a me e guarda tutto questo con viva curiosità. Allunga la manina per toccarla, lo sporgo verso di lei e faccio in modo che il suo dito sfiori il beccuccio di Celeste, che, abituata al mio dito che le porta il cibo, apre il becco e poi lo stringe convinta di nutrirsi; in questo modo dà un beccotto al dito di Lorenzo; il bimbo non si spaventa, lo ritrae appena, e ci riprova, è contento. Anch’io, di questo contatto. 

Era da qualche giorno che l’avevo in testa e stamani mi sono alzato con l’idea di mettere Celeste fuori della scatola. Verso mezzogiorno sono andato a darle da mangiare. Ho preso la scatola e mi sono sdraiato sul prato, ho messo Celeste sul palmo della mano, poi l’ho adagiata sull’erba. È stata lì ferma per qualche istante, un po’ smarrita, si guardava intorno, guardava me con quegli occhietti lanceolati, alzava il capino. Ho cominciato ad imboccarla, mostrava la stessa frenesia; col cucchiaino alternavo un po’ d’acqua, che Celeste pare apprezzare più del cibo solido. Finito, ha fatto qualche passetto nell’erba, con evidente difficoltà a stare in equilibrio. Le rondini non sono, a questo proposito, brave quanto gli altri uccelli, si aiutava a mantenere l’equilibrio con le alucce, che appaiono già robuste. Le vibrava velocemente, a volte dispiegava intera un’aluccia. Infine ha messo il capino sotto un ciuffo d’erba ed è parsa appisolarsi. È stata così per qualche minuto: nel mentre, pensavo ad un’altra cosa da farle imparare; anche questa l’avevo in testa da qualche giorno. Ho cercato un rametto di pino, ho preso Celeste e ce l’ho appoggiata. Pure in questa occasione, la novità l’ha trovata impreparata, ha perso l’equilibrio, sbatteva ora un’aluccia ora l’altra per riprenderlo, e con le zampette non perdeva la presa sul rametto, infine si è assestata ed è restata immobile, in perfetto equilibrio, come vediamo fare alle rondini quando stanno appollaiate sul filo della luce. Sembrava che ci fosse stata da sempre, così facilmente l’istinto l’ha guidata. Allora ho fatto di più, ho cercato un rametto più lungo, ho fatto due buchi alle estremità della scatola e ci ho lasciato passare il rametto, non molto distante dalla base, onde evitare dei guai in caso di caduta. Ho preso Celeste e ce l’ho fatta arrampicare. È stato più facile questa volta per lei. Però, dopo qualche minuto ha cominciato ad agitarsi e così si è lasciata scivolare sul pavimento della scatola. Ho pensato che fosse stanca e l’ho lasciata in pace, dopo però averle dato un po’ d’acqua. Penso di aver agito bene, in preparazione di quel volo che dovrà pur avvenire, se non accadrà qualche disgrazia. Il pensiero di questa deprecabile eventualità non mi lascia. Stamani nel campo ho rivisto Selvatico, mi è parso stanco, dimagrito. Forse dovrei aiutare anche lui, ma Selvatico non lo permetterebbe, lo so. Ha scelto di vivere così, e di morire secondo le leggi della sua natura primitiva. È un grande eroe, anche lui, uno dei pochi tra gli animali del nostro tempo. Ha rifiutato le agiatezze per la vita che fu dei suoi avi.
Celeste si è rincantucciata come al solito ed ora riposa.
È Marie Pierce la vincitrice del Roland Garros. Ha battuto la spagnola Conchita Martinez per 6-2; 7-5. La Francia esulta.
Per un po’, distratto dal tennis, ho dimenticato Celeste. Ora mi affaccio. La chiamo. Subito mi riconosce, scuote le alucce, alza il capino. Può ruotare il capino fino a 180°, e guardarsi la coda!
Non posso fare a meno di immaginarla maestosa e rapida nel volo, lassù nel cielo, capace di raggiungere altezze elevate e distanze di molti chilometri. Ora è lì, tutta minuta, bisognosa di ogni cosa, piena ancora di incertezze. Ma quando sarà il tempo, l’istinto la renderà pronta, capace di cogliere dentro di sé la sua natura. Dove se ne andrà? È un pensiero banale, questo, ma provatevi ad immergervici dentro, provate a vedere Celeste lassù nel cielo, che scompare alla mia vista, poi guardatela mentre attraversa le città e le campagne, poi è sul mare: sotto ha l’enorme distesa di acqua azzurra come il cielo che sta sopra di lei. Che cosa penserà? Come la guiderà l’istinto in mezzo a queste due immense entità, nelle quali c’è il pericolo di smarrirsi? Allora, rivolgerà il suo pensiero a me? Ricorderà la sicurezza che aveva quando era chiusa nella sua scatola, quando muoveva le ali distesa sopra l’erba del mio prato? Sì, non posso rinunciare a credere che un pensiero simile a questo l’attraverserà. Forse rivedrà anche la mia immagine. Passato il mare, troverà l’Africa con le sue temperature calde, nelle quali ricomporrà il proprio vigore naturale. Vedrà il deserto? Si fermerà in Egitto, magari ad Alessandria dove è nato il grande Ungaretti? Oppure prenderà la direzione del Marocco, o della Tunisia, della Libia, del Sudan? E perché non ancora più a sud, magari verso l’equatore? Avrà una nuova casa, formerà una coppia, avrà dei figli a cui accudire. Penserà a me? Quale parte infinitesimale di lei sarà costituita dalla presenza del mio ricordo? Poi verrà il tempo del ritorno. A quale gruppo si assocerà? Sceglierà l’Italia, o la perderò per sempre? Se sceglierà l’Italia, come credo – giacché è nata qui e ci deve pur essere un legame che entra nel sangue – tornerà da me? Come mi ritroverà? Anche questo può apparire un pensiero banale, ma non lo è, credetemi: è un pensiero di una tale intensità da sconvolgere tutti i sentimenti. Pensate al paese lontano dove ha allevato i suoi figli, dove ha conosciuto altri paesaggi, ha ricevuto sensazioni nuove e diverse. Eppure l’istinto potrebbe guidarla a ritornare da me. Quando arriverà quel tempo della nuova migrazione, si alzerà nel cielo, sempre più in alto, incontro a quel colore azzurro che le ha dato il nome: Celeste; rivedrà il deserto, il mare, ritroverà la sensazione dell’immensità in mezzo alla quale sta volando. Forse di nuovo proverà lo smarrimento; infine vedrà le città e le campagne della mia Italia. Ecco, ora l’immagino che mi si avvicina; sì, è possibile questo. Annusa l’aria per cercarmi, con i suoi occhietti guarda giù in basso, ha addosso il mio odore, l’odore della mia terra, della mia casa. Annusa l’aria e muta direzione, finché non trova la rotta definitiva. Non pensate che ciò sia grandioso? E poi da lassù, qualcosa la scuote, le fa vibrare le ali, non più mingherline come adesso, ma salde, robuste, sperimentate nel volo; china il capino verso il basso perché ha visto la mia casa. Oh, potessi trovarmi ad aspettarla nel momento in cui scende verso la mia casa! Come potrò riconoscerla? Non voglio pensare al miracolo di trovarmi lì mentre lei ritorna. Allora non avrei dubbi, perché sarebbe lei a farsi riconoscere da me, ed io non avrei incertezze di sorta per la mia Celeste. Pensate che non sia mirabile tutto questo? Pensate che non valga la pena resistere ai dolori, alle sofferenze, alle delusioni che la vita ci prepara ogni giorno, per arrivare ad un momento come quello? Aprirei il palmo della mano e Celeste non potrebbe che calarsi dolcemente in esso, chiudere le alucce, alzare il capino verso di me, così come sta facendo ora, che sono alla finestra, e dai suoi occhi, dal suo becco che si spalanca verso di me, non potrebbe che esclamare: «Sono tornata! Vedi? Non ti ho dimenticato!»
Ed io risponderei con tutto il cuore: «Celeste! Celeste, sei tornata!»
Torno a osservarla, e il pensiero vive ancora i residui di questa mia fantasia, e mi accorgo di guardarla con tenerezza. Mi trattengo dalla commozione che mi sta avviluppando la mente. Vorrei scendere, ma resisto, mi faccio forza.
Sì, non scendo; vado al computer, invece, a fare un altro tipo di navigazione, meno fantastica, meno risanatrice, e mi collego a Internet. Il mio sito ora è ben visibile. Chiunque può ammirare due luoghi a me molto cari: Montuolo e il rione di Pelleria.
Sono luoghi della memoria, perciò colmi di una ricchezza molteplice ed inesauribile.
Guardo le due foto: le scattai molti anni fa. Ero assai più giovane, i miei figli erano piccoli quanto Celeste.

Celeste #7

I had a shock when I looked out of the window the next morning at about eleven o’clock. I looked into Celeste’s box but I couldn’t see her. “The cat’s eaten her,” I thought and rushed downstairs. When I got there, I saw her hidden in a corner. She opened her beak. What a relief! I went back into the house, got some cooked ham and water and fed her. I had to go out, however, and I wasn’t happy leaving her outside so I carried her into the big room and then got into the car.
Back home again, I picked up Arcodamore, a novel by Andrea De Carlo which I’d started reading after I’d finished Campo del Sangue by Eraldo Affinati. Then I thought of Celeste who was under my window. I looked out and called her. “Celeste,” I said. She recognised my voice, turned her head up and opened her wings and shook them, sending out an electric, vibrant rustling sound which was her way of greeting me. I could see she was excited. She was also hungry so I put the book down and decided to go downstairs. Lorenzo was there playing with his mother.
“Come with me,” I said. “I’m going to see Celeste.”
The child stretched out his hands and I took him in my arms but he indicated that he wanted to be put down. He gave me his hand and we went to Celeste. When we got to the box, he lifted his hands again and this time he wanted me to lift him up. He looked at Celeste and then he looked at me, excited and full of curiosity. He watched as I fed her, how I put the food into her mouth and gave her water to drink. I put Lorenzo down while I changed the dirty paper on the floor of the box and then I put Celeste on my finger. She stood there perfectly steady. Lorenzo gave cries of pleasure and I took Celeste nearer to him because he wanted to touch her.
Then I put her back in her box and she ran into a corner. She started going backwards with her little behind in the air and I realised she needed to do her business. When she was in the nest, her mother must have taught her to go backwards towards the opening and do it with her backside sticking out of the nest. She was instinctively continuing to do this even though she was in a box. Lorenzo was in my arms again and looking at everything with great curiosity. He stretched out his hand to touch her and I held him closer to her so that his finger lightly touched Celeste’s beak. Celeste was used to my finger carrying food for her and she opened her beak and gripped the finger now offered, thinking there was something for her to eat, and nipped it. The child wasn’t afraid. He withdrew his finger a little and then tried again. He was happy with this contact and so was I.

For several days I’d been thinking of putting Celeste outside her box and one morning I got up with the idea of doing it that day. Towards midday I went to feed her. I lifted her box and then put it down on the lawn, took Celeste on the palm of my hand and then carefully put her on the grass. She was quite still for a few moments, a little bewildered, looking around, looking at me with those tapering eyes and lifting her head. I started feeding her and she was as excited as usual. After each spoonful I gave her some water which she seemed to enjoy more than the solid food. When she’d finished, she took a few steps on the grass, clearly finding it difficult to keep her balance. Swallows, in fact, aren’t as good at walking as other birds and she was trying to keep her balance with her wings which now seemed strong. She shook them quickly and sometimes opened one wing completely. Then she put her head under a tuft of grass and seemed to fall asleep for several minutes.
While she slept, I was thinking of another way of making her learn to fly, another idea I’d had in my mind for several days. I found a pine twig, then lifted Celeste and put her on it. Once again, she wasn’t ready for this new venture. She wobbled, beat one wing and then another, her claws still gripping the twig, then found her balance and was quite still, just as you see swallows when they’re perched on a power line. It seemed she’d been there forever, so easily had instinct guided her.
Then I went further. I found a longer twig, made two holes at the ends of the box and passed the twig through them, not far from the base of the box so she wouldn’t hurt herself if she fell. I lifted Celeste and helped her to climb on. This time it was easier for her. After a few minutes, however, she began to get agitated and she slipped off on to the floor of the box. I thought she was tired so I gave her some water and left her in peace. She went back into her corner and fell asleep.
I thought I’d done well preparing her for the flight which was bound to happen provided no accident occurred. The thought of such a horrid thing happening never left me. That morning I’d seen Selvatico in the field but he looked tired and thin. Perhaps I should’ve tried to help him too but I knew he’d never have allowed me to. He chose to live as he did and to die according to the laws of his primitive nature. He was a hero, one of the few amongst the animals of our time. He’d rejected comfort for the life of his forebears.
Marie Pierce was the winner at Roland Garros. She beat the Spaniard Conchita Martinez 6-2, 7-5. France was celebrating. Absorbed in the tennis, I forgot about Celeste for a while but afterwards I went to see her. I called her and she recognised me at once, flapping her wings and lifting her head. She could turn her head 180° and look at her tail!
I couldn’t help imagining her in rapid, majestic flight, capable of reaching great heights and covering distances of many miles. She was still here, still tiny, needy in everything and full of uncertainties, but when the time came, instinct would make her ready to accept her true nature. Where would she go? A trite question, perhaps, but think about it. Try hard to picture Celeste up there in the sky disappearing from my view, and watch her as she flies over towns and the countryside and then over the sea, beneath her the great stretch of water as blue as the sky above her. What would she be thinking? How would instinct help her to navigate these two limitless elements with all the danger of getting lost? Would she think of me? Would she remember the safety of her box, of the time she lay on my lawn and fluttered her wings? I couldn’t help believing that such thoughts would come into her mind. Perhaps she’d even see me in her mind’s eye.
Once she’d crossed the sea, she’d be in Africa with its hot climate where she’d recover her natural strength. Would she see the desert? Would she stop in Egypt, perhaps in Alexandria where the great Ungaretti was born? Or would she make for Morocco or Tunisia, Libya, the Sudan? Why not further south, towards the equator? She’d find a mate, build a nest, and have baby swallows to look after. Would she think of me? What tiny part of her would be her memory of me?
Then it would be time to return. What group would she be part of? Would she choose Italy or would I have lost her forever? If she chose Italy (as I believed she would since she was born here and some tie would have entered into her blood), would she come back to me? How would she find me? This too may seem a silly thought to you but it wasn’t, believe me. It was a thought of such intensity that it stirred all my feelings. Think of the distant country where she would rear her young, see different landscapes and experience new, different feelings. But perhaps instinct would guide her back to me. When the time came to migrate north, she’d rise higher and higher into the sky, into the blue sky of her name, Celeste. She’d see the desert again, then the sea, and feel once again the immensity through which she was flying. I imagined her coming near me, yes, it was possible. She’d sniff the air to find me, look down with her little eyes, and she’d have the smell of me on her, the smell of my land, my house. She’d sniff the air and change direction until she found the right route to take. Wouldn’t this would be wonderful? Then, from up there in the sky, something would strike her and make her wings quiver, wings no longer delicate but strong, robust and used to flying, and she’d lower her head because she’d spotted my house. If only she’d find me waiting for her just as she was flying down to my house! But how would I recognise her? It would be a miracle if she found me here waiting when she returned.
But I didn’t want to think it would be a miracle if she found me. I decided that from then on I’d have no more doubts because it would be she who would make me recognise her and I’d have no more uncertainty about the fate of my little Celeste. Wouldn’t that be wonderful? Don’t you think this would be worth the effort of putting up with the pain, suffering and disappointments that each day brings us? I’d open my hand and Celeste would gently alight on it, close her wings and lift her head towards me, just as she was doing then as I stood at the window, and her eyes, her beak opened towards me, would say, “I’m back! Look! I haven’t forgotten you.”
And I, with all my heart, would say, “Celeste! You’ve come back.”
I turned to look at her. There were still traces of my imaginings in my thoughts and I realised I was looking at her tenderly. I suppressed the emotions that were growing in my mind. I wanted to go down to her but I didn’t. I forced myself not to.
No, I didn’t go down. Instead I went to the computer to do another kind of navigating, less fantastical and not so curative, and went online. My website was there. Whoever wanted to could now view two places close to my heart – Montuolo and the Pelleria district. Places full of memories, full of many, inexhaustible riches. I looked at the two photos. I took them many years ago. I was very much younger then and my children were small like Celeste.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart