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Romanzo: Celeste/A novel: Celeste (Trad. Helen Askham) #8/16

2 Dicembre 2008

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

In calce il testo inglese

Celeste #8

 
Domani è il primo compleanno di Lorenzo. Elena, mia figlia, lo vuole festeggiare oggi, domenica, poiché domani entrambi i genitori sono al lavoro, come del resto sarebbero al lavoro gli invitati. Il tempo già da ieri pomeriggio si è voltato al brutto, ed ora piove. Verso il mare c’è uno squarcio di sereno, ma le previsioni non sono rassicuranti. Invece che a casa sua, Lorenzo festeggerà l’anniversario nella sala parrocchiale di Montuolo, che viene messa a disposizione dei parrocchiani per occasioni di incontri e anche di piccole cerimonie. È una bella cosa, perché aiuta a risolvere problemi come questi. La stanza è grande e corredata di tavoli e sedie. Elena e Alessandro ne approfittarono anche in occasione del battesimo, che capitò, al contrario, in una splendida giornata di sole, e quindi gli invitati poterono passeggiare nel bel giardino della canonica, dove, all’ombra di una lunga tettoia, si trovavano i tavoli imbanditi di ogni delizia.
Elena e Alessandro non appartengono alla parrocchia di Montuolo, ma a quella di San Donato. Però Elena è nata e cresciuta qui, e sono contento che, sia pure attraverso queste piccolezze, si senta ancora legata al paese.
Sto pensando che Celeste, forse, ha un mese di vita. Si potrebbe dire che festeggi insieme con Lorenzo.
Stamani non mi è parsa vispa come gli altri giorni. Le ho dato del pollo, ma dopo i primi assaggi, ha chiuso il becco e si è accovacciata. Quando le ho dato l’acqua, allora ha bevuto con avidità. Mi sovvengo di quanti, all’inizio di questa avventura, mi hanno detto che è difficile allevare una rondine, e che è destinata a morire. Un cupo pensiero che allontano. Ho tolto dal congelatore un medaglione di carne macinata, fra un paio d’ore si scongelerà e proverò con quella. Raffaella intanto ha messo a cuocere due tortellini. Quando si saranno raffreddati, estrarremo la carne e vedremo se Celeste si tirerà indietro.
È mattino presto, non sono ancora le otto; il cielo è percorso da nubi scure, gonfie d’acqua; si vedono pochi uccelli in volo, e soprattutto non vedo rondini. Sento provenire dalla pineta e dagli altri alberi vicini dei canti, sono radi, isolati; non è quel bel concerto che si ode quando sorge l’alba di una bella giornata di sole. Dal cielo viene giù una pioggerellina sottile. Sarà desto il mio bel nipotino Lorenzo? Quando si sveglia è subito pronto a muoversi, ad agire; subito si deve badare a lui, perché non riesce a stare fermo, tocca ogni cosa, vinto dalla curiosità. Spesso, mentre lo guardo agire, penso a che cosa diventerà quando sarà grande. Gli piacerà scrivere? Qualcuno dovrà pur ereditare questa mia passione! E sarà più bravo di me. Penso che uno della mia discendenza potrebbe riuscire in ciò nel quale io ho fallito: far conoscere i propri romanzi al mondo intero! Ma – forse lo penso solo per consolarmi – importante è essere ricchi interiormente ed avere qualcosa da dire utile al prossimo. Far diventare la nostra vita esperienza anche per gli altri. Anche questo è scrivere. Il successo può diventare un’occasione di vanità. Ci vuole una gran forza di carattere per non lasciarsi sommergere. Il successo è buono se si sa volgerlo al bene comune, e non al proprio egoismo. Così vorrei che accadesse a me, o a qualcuno della mia discendenza.
Ma Lorenzo ha un altro nonno, che è artista ancora più bravo; è uno scultore, si chiama Renato, e dalle sue mani può uscire facilmente un capolavoro: costruisce figure e scene legate al mare, poiché è nativo di Viareggio ed ha passato la sua vita a contatto col mare e con la gente del mare. Le sue sono sculture in bronzo o in ceramica suggestive che ritraggono la Viareggio che non c’è più, quella della prima metà del Novecento, che fu cara a Mario Tobino. Sa anche dipingere, e scolpisce magnificamente il legno. Un artista che meriterebbe di essere famoso, non tanto per una soddisfazione personale, ma perché le sue opere sono documenti di vita.
Lorenzo potrebbe prendere quest’arte da nonno Renato. Lo osservo, infatti, e le sue mani sono in continuo movimento, i suoi occhi sono sempre posati su qualcosa, ed osservano, sono pieni di curiosità intelligente. Sorrido all’idea di ciò che potrebbe nascere dalle sue mani. Vedo la scena. Viene a casa mia, dove tiene anche qui i suoi attrezzi da lavoro, e mi dice:
«Nonno, guarda che cosa mi ha insegnato nonno Renato.» E si mette all’opera, e dalle sue mani vedo uscire in modo facile e brillante una suggestiva figura umana, un lavorante che magari è piegato sul suo attrezzo da lavoro; Lorenzo modella con la testa china sul pezzo che sta nascendo, ogni tanto alza gli occhi su di me per scorgervi se vi sia meraviglia e piacere. C’è, e allora torna a chinare la testa e continua a modellare. Poi, ultimata l’opera di creta, ecco che me la porge:
«Che ne dici, nonno? Ti piace?»
«Ma non è possibile!» esclamo io, vinto da sincera meraviglia e anche un po’ dalla commozione. Lo immagino ancora ragazzo, non fatto uomo, capace di migliorare addirittura la sua arte. E lo osservo nel suo sguardo vibrante, denso delle sue sensibilità, che vogliono uscire e mostrarsi.
Parlo di Lorenzo, perché è il mio primo e, al momento, unico nipotino, ma quando penso agli altri miei due figli, immagino i nipoti non ancora nati, e la mia fantasia si scatena su di essi. Do loro un volto e una figura! Questo uomo che sono diventato, inclinato verso la rapida vecchiaia, non riesce a fare a meno di proiettarsi nel futuro. In questo ho preso sicuramente da mio padre, che nella sua vita non ha mai guardato all’indietro, ma aveva sempre progetti da fare. Nella vita svolse la professione di guardia carceraria, una professione semplice, ma quando tornava a casa non riusciva a stare fermo, o andava al bar ad incontrare gli amici (era un bravo giocatore di scopone, come lo sono i miei fratelli) o trafficava in casa aggiustando le nostre scarpe, una sedia, un tavolo, il vetro ad una finestra e così via. Da lui non ho ereditato queste capacità manuali, dato che non so fare proprio niente, ma la fiducia nella vita e nel futuro, l’ottimismo, questo sì. Non si lamentava mai, ed ebbe anche la fortuna di godere fino ai suoi quasi 89 anni di ottima salute. Non ha mai sofferto degli acciacchi della vecchiaia, come l’artrosi ad esempio. E sino a due anni prima di morire, saliva – in giardino, nella casa di mio fratello Mario, dove abitava – sulla scala e potava la siepe, oppure faceva altri lavori di giardinaggio.
Lorenzo mi ricorda in questo proprio mio padre, anche se la somiglianza fisica è tutta del ramo Gragnani. Alessandro, il padre, è contento che assomigli a lui, ed è comprensibile questo amore per una ereditarietà che è già evidente, ma Lorenzo ha anche i tratti del padre di Alessandro, di suo nonno Renato. Che cosa avrà preso di me? Forse niente, o più probabilmente qualcosa, qualche sensibilità che mi appartiene, che è peculiare, e che prima o poi scoprirò.
Ho tolto Celeste dalla scatola. Forse ha bisogno di spaziare con lo sguardo oltre i limiti della scatola. Con l’occasione, voglio di nuovo metterla sopra un bastoncino. Preparo il tutto sulla tavola di cucina. Prendo due bicchieri, li distanzio opportunamente tra di loro, e sopra vi depongo una mestola; poi sollevo Celeste e ve la metto su. Non fa fatica a restarci. Mi siedo accanto a lei e la osservo. Le sue dita unghiate aderiscono perfettamente alla circolarità del legno; è una presa sicura. Da lì ruota il capino in ogni direzione, osserva intorno a sé, pare non faccia fatica a sostare sulla mestola. Più spesso si volge a me. Anche la testa è schiacciata, aerodinamica. Col capino s’intrufola tra le piume, apre prima un’ala poi l’altra; di nuovo torna nella posizione raccolta e continua a volgere il capo in più direzioni. Le deve piacere questo nuovo paesaggio! Le dico: «Sei sopra il tavolo dove noi esseri umani ci riuniamo a mangiare.» Mi guarda coi suoi occhietti. Raffaella è sotto il casco. Ad un certo punto fa la sua uscita:
«Voglio darle una pettinata.» Mi oppongo decisamente.
«Deve crescere in modo naturale. Chi pettina le rondini? Nessuno. Noi, per necessità, stiamo già viziando troppo Celeste. Deve imparare a compiere da sola ciò che sarà necessario nella sua vita.»
«Ma anche mio padre prendeva gli uccelli da richiamo che teneva in gabbia, e ogni tanto lisciava loro le piume delicatamente.» Mio suocero, Luigi, era un cacciatore appassionato.
«Erano uccelli allevati in gabbia, non destinati al volo e alla vita libera. Per Celeste è diverso. È una rondine, non potremo mai chiuderla in gabbia. È destinata a lasciarci, se sopravvivrà. È destinata a volare e a vivere libera.»
Raffaella si è chetata. Mi avrà dato ragione? Quella è capace di fare certe cose di nascosto, incurante se vizierà o meno Celeste!
Continua a piovere. Sono andato in sala parrocchiale ad aiutare Elena a preparare per la festa di oggi pomeriggio. Il cattivo tempo le procura qualche problema in più. Le dico di non prendersela. Sarà Lorenzo che ci allieterà la ricorrenza, non deve preoccuparsi se fuori pioverà: e da ora alle cinque del pomeriggio, tutto può succedere, e sarebbe già un ottimo risultato se non piovesse. Claudia, la mia secondogenita, era già lì con lei. Hanno fatto pulizia, messo i tavoli in ordine, così pure le sedie. Hanno attaccato qua e là dei palloncini colorati. Hanno messo in funzione anche il fidanzato di Claudia, Nicola, un giovane sempre pronto, disponibile, dalle risorse illimitate, visto il suo carattere mite. Ha ricevuto l’incarico di costruire al computer un grande cartello con gli auguri al piccolo Lorenzo. Il quale stamani ha fatto una capatina da noi. Era, come al solito, pieno di energia, voglioso del gioco. Toccava e voleva tutto, e tutto osservava coi suoi occhi curiosi. Vedremo oggi come si comporterà quando si troverà intorno molta gente, ed alcuni che vede per la prima volta.
La festa comincerà intorno alle cinque. Ci sono taluni avvenimenti sportivi importanti che forse costringeranno qualcuno a venire in ritardo. Il primo è la partita di calcio che vede impegnata l’Italia contro la Turchia per i campionati europei. È una partita difficile, e dovrebbe finire proprio intorno alle cinque. L’altro avvenimento sportivo è la finale maschile del Roland Garros, che vede di fronte lo svedese Magnus Norman e il brasiliano Gustave Kuerten, già vincitore alcuni anni fa quando era uno sconosciuto e sorprese tutti. Ha un rovescio formidabile, quale non hanno avuto che pochi campioni del passato.
Lorenzo non si trova bene nella confusione. Sarà una delle caratteristiche del suo carattere anche quando diverrà grande? Durante la festa si è lasciato andare a piangere più di una volta, e sempre per cose da nulla. Allora, per farlo rasserenare, bastava dargli una patatina fritta o soffiata, se la metteva in bocca e pensava solo a mangiarsela, incurante degli altri. Finita, si riavvicinava alla tavola e con la manina ne chiedeva un’altra. In qualche occasione si lasciava trascinare nel gioco con gli altri piccoli. C’era una festosa confusione in quella stanza. Ogni tanto mi sedevo e contemplavo. Nonno Renato girava un film familiare e scattava qualche foto, nonna Isolina, invece, stava intorno ai nipotini: a Lorenzo, il festeggiato, ma anche a Silvia e a Matteo, i figli di Andrea e di Silvana, la sorella di Alessandro. C’era anche Alfredo, il fratello, con sua moglie Sara. Sopra i vassoi dei dolci e delle pizzette campeggiava la scritta preparata al computer da Nicola: Buon compleanno, Lorenzo, a più colori.
Ho portato, nei momenti in cui cessava la pioggia, più di una volta Lorenzo fuori della stanza. Una canala gocciolava e lui mi conduceva per mano nella sua direzione. Voleva che allungassi la sua manina fin sotto il filo d’acqua che colava giù, e provava piacere a sentirsela bagnata. Lo portavo via, ma dopo un po’ mi guidava di nuovo fin sotto la gronda. Tra i regali, quello che ha gradito molto è stato il grillo parlante in peluche regalatogli da mio figlio Stefano. Quando lo scorgeva in mezzo agli altri regali, vi si dirigeva di filato, lo afferrava e se lo stringeva a sé sorridendo.
Ogni tanto mi prendevo un po’ di respiro, lasciando Lorenzo a Raffaella e mettendomi seduto accanto a mio fratello Mario, a sua moglie Adriana e alla figlia Daniela, che aveva vicino Alessio, il fidanzato. Con mio fratello chiacchieriamo spesso di computer, di Internet, di borsa e di libri. Mario è un formidabile lettore di libri, e quasi sempre è il primo che mi esprime un giudizio su di un mio manoscritto. Ci tengo molto a sottoporglielo ogni volta che ne ho uno.
Verso le 19,30 abbiamo terminato, riordinato la stanza e ognuno ha ripreso la sua strada. Raffaella ed io, insieme con mia suocera, siamo tornati a casa. Alla festa ha preso parte anche mia madre. Sottolineo questo, perché, data l’artrosi profonda di cui soffre alle ginocchia, è cosa davvero rara vederla uscire di casa. Ma per Lorenzo, per il suo primo compleanno, non ha voluto mancare. Si vede che è una donna sofferente; ce ne sono tante che, giunte ad una certa età, si lamentano, mentre dovrebbero ringraziare Dio per la salute di cui ancora godono, e provano piacere a lamentarsi, seminando ansia e dolore intorno a loro. Mia madre cerca invece di sopportare, anche se qualche volta, quando vado a trovarla, il discorso cade sulla sua sofferenza. È inevitabile, credo, non parlare che dei propri malanni, quando si è vecchi. Succederà anche a me, succederà a tutti. È il passaggio obbligato per cominciare a desiderare la morte. Altrimenti sarebbe davvero difficile accettarla. Da giovani, infatti, la si respinge, le poche volte che il pensiero si fissa su di lei.
Celeste ci ha sentiti entrare in cucina e subito ha fatto vibrare le alucce e ha chiesto cibo, trillando e tenendo spalancata la bocca. Per tutto il tempo della nostra assenza, è stata Anna Maria a sorvegliare la casa.
Sono salito in camera mia, dove avevo predisposto la registrazione della finale del Roland Garros. Ha vinto 3 set a 1 Gustave Kuerten, che così coglie il risultato per la seconda volta. È ancora giovane, e sulla terra rossa potrà conseguire ancora successi come questo. L’Italia ha battuto la Turchia per 2 a 1.

Celeste #8

Lorenzo’s first birthday fell on a Monday but my daughter Elena wanted to have his birthday party on the Sunday since both she and her husband would be at work the following day, as would the guests. On Saturday afternoon the weather turned bad and on Sunday it was raining. There was a patch of blue sky towards the sea but the forecast wasn’t reassuring. Lorenzo was going to have his party in the church hall in Montuolo instead of at home. The parishioners made the hall available for meetings and small ceremonies and this was good since it helped to solve the problem of where to hold such events. The room was big and there were tables and chairs. Elena and Alessandro had used it for Lorenzo’s christening which had taken place, unlike his birthday party, on a beautiful sunny day so that the guests had been able to walk in the priest’s lovely garden where tables loaded with every kind of delicious thing were set out under a long canopy. Elena and Alessandro didn’t belong to the Montuolo parish but to San Donato. However, Elena was born and grew up here and I was happy she still felt she belonged to the village in some small ways. I thought of Celeste who was perhaps about a month old. You could say she was celebrating a milestone along with Lorenzo.
That morning she didn’t seem as alert as on other days. I gave her some chicken but after the first few morsels, she shut her beak and crouched down. When I gave her some water, however, she drank thirstily. I suddenly remembered how, at the beginning, lots of people had told me it was difficult to rear a swallow and that she was bound to die. A dark thought that I thrust away. I took some mince out of the freezer. It would defrost in a couple of hours and I’d try again. Raffaella meantime was boiling a couple of tortellini. When they’d cooled down, we’d take out the meat and see if Celeste would eat that.
It was early morning, not yet eight o’clock. Dark clouds, swollen with rain, were crossing the sky. I saw few birds in flight and, in particular, I saw no swallows. From the pinewood and the other nearby trees I heard only a few isolated birds singing, not at all the beautiful chorus you hear at the dawn of a lovely sunny day. A fine rain was falling. I wondered if my lovely little grandson was awake. As soon as he woke he was ready to get up and do things. We had to keep an eye on him because he couldn’t keep still and wanted to touch everything out of curiosity. While I watched him, I often wondered what he’d become when he grew up. Would he write? Surely someone would inherit this passion of mine! And he’d be better than me. One of my descendants would succeed where I’d failed and write novels that were known all over the world. But (perhaps I thought this only to console myself) the important thing was to be rich within oneself and have something to say that would be useful to other people and make one’s own life into an experience for them. Writing is partly about this but success can produce vanity and it takes great force of character not to be overwhelmed by it. Success is a fine thing if you know how to direct it towards the common good and not your own self-importance. I’d like it to happen to me or one of my descendants.
Lorenzo’s other grandpa is a much better artist than I am. His name is Renato and he’s a sculptor whose hands are capable of producing a masterpiece. He makes figures and scenes connected to the sea because he was born in Viareggio and has spent his life by the sea with the people of the sea. His evocative sculptures in bronze and ceramic portray the long-gone Viareggio of the first half of the twentieth century, the Viareggio that Mario Tobino loved. He also paints and carves magnificent pieces in wood. He’s an artist who deserves to be famous, not so much for his personal satisfaction, but because his works document life.
Perhaps Lorenzo would take after his Grandpa Renato. Indeed, his hands were in constant movement, his eyes always on something, observing, full of intelligent curiosity. I smiled at the idea of what might come from his hands. I pictured the scene, Lorenzo coming to my house where he kept his tools, and saying to me, “Grandpa, watch what Grandpa Renato taught me to do.”
He’d set to work and I’d see an evocative human figure appear in a spontaneous, lively way, a workman, perhaps, bent over his tools. I’d watch him, his head bent over the piece that was coming to life, but looking up at me every now and again to see if my face was showing wonder and pleasure. It would be, so he’d bend his head again and carry on working on it. Then when the clay piece was finished, he’d hold it out to me and say, “What do think, grandpa? Do you like it?”
“It’s wonderful!” I’d say, with sincere admiration and also some emotion.
I imagined him still a boy, not yet a man, with the ability to improve his art and I saw how his face shone with all the feelings that longed to come out and express themselves.
I speak of Lorenzo because he’s my first and so far my only grandchild, but when I thought of my other two children and the grandchildren not yet born, my imagination ran riot. I gave them faces and bodies! The man I’d become, slipping fast into old age, couldn’t help looking into the future. In this I take after my father who never in his life looked back but always had plans to carry out. He was a prison guard, a straightforward kind of job, but when he came home he was never still. He either went to the bar to see his friends (he was very good at playing the card game scopone as are my brothers) or he would bustle about the house mending shoes, a chair, replacing a window pane and so on. I didn’t inherit his manual skills and can do none of these things, but from him I got my optimism and my faith in life and the future. He never complained and was lucky enough to enjoy excellent health right up to the time of his death when he was almost 89. He never suffered the aches and pains of old age, such as arthrosis, and up until two years before he died, he could still climb a ladder and clip the hedge (at my brother Mario’s house where he lived) and do other jobs in the garden.
Lorenzo reminds me of my father although physically he takes after the Gragnani family. His father Alessandro is happy his son looks like him and his pleasure in this resemblance is natural, but Lorenzo also has features inherited from Alessandro’s father and his Uncle Renato. How will he take after me? In nothing perhaps, but more likely in something. I’d see some of my own particular sensitivity in him sooner or later.
I took Celeste out of her box. Perhaps she needed to be able to look beyond its walls and for this I wanted to put her on a perch again. I got everything ready on the kitchen table. I got two glasses, set them apart at the right distance, placed a ladle on top, then lifted Celeste and put her on to it. It wasn’t difficult for her to perch there. I sat down beside her and watched her. Her claws wrapped themselves round the handle perfectly and her grip was firm. Her head turned in every direction as she looked at her surroundings and it seemed she was quite secure there. Mostly she looked at me. Her head was flattened and aerodynamic. She scratched under her feathers, opening one wing and then the other. Then she crouched again, turning her head in all directions. She surely liked the new scenery! I said to her, “You’re on the table where we humans gather to eat.” Her little eyes watched me.
Raffaella was drying her hair. She said, “I want to comb her.”
“Certainly not,” I said. “She must grow up naturally. Who combs swallows? Nobody. We’re already spoiling her too much. We have to. But she has to learn to do what she’ll have to do by herself.”
“My father used to take his decoy birds out of their cage and smooth their feathers gently.” Luigi, my father-in-law, had been a keen hunter.
“But they were raised in a cage,” I said, “and never intended for flight and freedom. It’s different for Celeste. She’s a swallow. We can’t keep her in a cage. If she survives, she’ll have to leave us. She’ll have to fly and live in freedom.”
Raffaella said nothing. I wondered if she agreed with me. She was quite capable of doing things without telling me and not caring whether she spoiled Celeste or not!
It went on raining. I went to the church hall to help Elena get things ready for the party in the afternoon. The bad weather was causing her extra problems and I told her not to get upset. Lorenzo would make the party a happy occasion and there was no need to worry about the rain outside. Anything could happen before five o’clock and if it wasn’t raining then, that would be a blessing. Claudia, my second daughter, was there too. They’d cleaned the room, set out the tables and chairs and hung balloons here and there. Claudia’s boyfriend, Nicola, was helping them. He was always willing and ready, with endless resources and a gentle nature. He’d been given the task of making a poster on the computer, with birthday greetings for our little Lorenzo who’d paid us a flying visit that morning and been full of energy as usual, wanting to play, touching and wanting everything and observing everything with curiosity. Later we’d see how he behaved when he found himself amongst a lot of people, some of whom he didn’t know.
The party was due to begin at five o’clock but there were some important sporting events that afternoon that would perhaps make some people arrive late. The first was Italy v. Turkey in the European Championship. It was going to be a tough match and would finish about five. The other was the men’s final at Roland Garros with the Swede Magnus Norman against the Brazilian Gustave Kuerten who’d surprised everyone when he’d won some years previously as an unknown. He had a powerful backhand. Not many champions in the past had that.
Lorenzo wasn’t happy at his party, however. There were too many people and too much noise for him. I wondered if he’d be the same when he was grown up. He cried several times and always for nothing. However, all we had to do to comfort him was give him a potato crisp or some popcorn which he’d put in his mouth and then think only about eating and ignore everyone. Once he’d eaten it, he’d go to the table and hold out his hand for another. Sometimes he was drawn into games with the other children.
The room was full of people talking and laughing. Every now and again I sat down and watched them. Grandpa Renato was making a film of the family and taking some photos while Grandma Isolina was playing with her grandchildren – Lorenzo the birthday boy, of course, and also Silvia and Matteo, the children of Andrea and Silvana, Alessandro’s sister. Alessandro’s brother Alfredo was there too with his wife Sara. Above the plates of cakes and little pizzas was the poster Nicola had made on the computer. Happy Birthday, Lorenzo, it said, in several colours.
Whenever the rain stopped, I took Lorenzo outside. A drainpipe was dripping and he took my hand and led me towards it. He wanted to put his hand in the trickle of water and he liked getting it wet. I took him away but after a few minutes he led me back under the eaves.
Of all the presents he got, the one he liked best was a cuddly Jiminy Cricket that my son Stefano gave him. When he saw it amongst the other presents, he went straight to it, picked it up and hugged it, all smiles.
Once or twice I took a break, left Lorenzo with Raffaella and went to sit with my brother Mario, his wife Adriana and their daughter Daniela who was with her boyfriend Alessio. My brother and I often chat about computers, the internet, the stock exchange and books. Mario is a great reader and almost always the first to give me his opinion on one of my manuscripts. Whenever I’ve written something new, it’s very important for me to have him read it.
By 7.30 the party was over, the room set to rights and everyone was on their way home. Raffaella, her mother and I went home. My mother had also been at the party. I mention this because the acute arthrosis in her knees meant that she rarely left the house but she hadn’t wanted to miss Lorenzo and his first birthday. You could see she was in pain. There are so many women who, when they reach a certain age, start complaining when they should be thanking God for the good health they still have. They enjoy moaning and making people anxious about them. My mother, on the other hand, tried to bear her affliction though sometimes when I went to see her, the conversation was sometimes about how much she suffered. I suppose talking about your aches and pains is inevitable when you’re old. It’ll happen to me, it’ll happen to everyone. We have to pass through this in order to start wishing for death. If we didn’t, it would be very difficult to accept it. When we’re young, of course, we simply dismiss thoughts of death the few times we think about it at all.
Celeste heard us coming into the kitchen and immediately started shaking her wings and asking for food, trilling and opening her beak. Anna Maria had been looking after the house while we’d been away.
I went up to the bedroom where I’d recorded the final at Roland Garros. Gustave Kuerten had won, three sets to one, so he’d claimed the title for a second time. He was still young so he could have more success on the hard courts. Italy beat Turkey 2-1.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart