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Romanzo: Celeste/A novel: Celeste (Trad. Helen Askham) #9/16

3 Dicembre 2008

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

In calce il testo inglese

Celeste #9

Selvatico è là nel campo di Giovanni, il proprietario di uno dei negozi di alimentari del paese. Sta camminando, come in perlustrazione; si avvicina alla rete e la percorre tutta. Vicino alla fossa di confine con il nostro campo, si ferma, si mette sul ciglio ed osserva. Non trova niente di interessante, giacché prosegue lungo il bordo della fossa con passo tranquillo. Si allontana. Per il momento pare che nessuno all’esterno s’interessi di Celeste. Del resto, la notte, quando i pericoli sono più concreti e minacciosi, continuiamo a tenerla in casa. Mi sono accorto che ora Celeste ha qualche vizietto, originato sicuramente dalle abitudini anomale che le stiamo dando. Del cibo, preferisce la carne tritata, ma se è stata insaporita di aromi, allora ci va matta. Appena le cambio il cibo, e subito dopo le do un boccone crudo, tiene chiuso il becco, che apre non appena le offro la carne aromatizzata. Ho notato che beve sempre più volentieri. Le do l’acqua dal cucchiaino, vi attinge aiutandosi col becco che all’inizio tiene aperto perché vi possa introdurre il cucchiaino, e poi lo stringe e deglutisce l’acqua. Finito di mangiare, comincia a fare le pulizie, usando il becco e le zampine, si gratta anche sotto le ali, che spalanca una alla volta. Sotto la gola non ha ancora completato il piumaggio, e in occasione di certi movimenti si vede la carne rosa. Ogni tanto continuo a farla uscire dalla scatola, in cucina, e la depongo sulla mestola, che tengo sollevata mettendo alle estremità due bicchieri. Vi sale, vi sta per un po’, poi si stanca, non gradisce la posizione, ed anche in questo è diventata furba, perché rivolge il capino in basso, come a misurare la distanza che passa tra la sua altezza e la base del ripiano in marmo della cucina, stacca una zampetta, l’altra resta avvinghiata alla mestola, e così si lascia scivolare a terra, arruffandosi tutta. Poi si rimette in ordine, e si accovaccia fuori della scatola. Certe volte, l’ho vista che si rivolgeva in direzione della scatola e col beccuccio la toccava, cercando di salirvi con le zampette. S’è affezionata alla sua casa, penso. In queste circostanze, dopo un po’ la sollevo sul palmo della mano e la depongo all’interno, su di una coppetta di vetro che le fa da nido. Dopo mangiato quasi sempre fa i suoi bisognini, con il caratteristico movimento che le deriva dall’istinto e dai primi insegnamenti dei genitori quando si trovava nel suo nido sotto la gronda: comincia ad arretrare, grattando con le zampette la base della scatola e tenendo alta la parte posteriore del suo corpicino; alza la coda, ed emette i suoi piccoli escrementi. Ogni tanto, alterno alla carne dei pezzettini di fetta biscottata inzuppati nel latte, pensando di fare cosa utile alla sua salute. Il latte, si sa, contiene delle sostanze basilari per la vita.
Raffaella non ha un minuto di riposo in questi giorni, per via della preparazione degli scrutini ed ora delle prove di esame da sottoporre ai suoi studenti di scuola media. Trascura un po’ Celeste, e quindi sono principalmente io che l’accudisco.
Intorno a noi, nel mondo esterno voglio dire, stanno accadendo fatti terribili che ci inducono più che nel passato alla riflessione. Ci penso guardando Celeste, destinata a volare lontano dalle nostre brutture. Ruberie ed omicidi hanno invaso non solo l’Italia ma anche Lucca. Numerosi sono diventati i casi di furto in ville e abitazioni isolate soprattutto, ma anche in appartamenti condominiali. Sono all’ordine del giorno. E qualche volta, ci scappa anche il morto, quando si tratti di persone che hanno sorpreso i ladri e tentato di resistere. Alcuni omicidi sono efferati, come quello relativo ad una donna trovata uccisa in casa con molte coltellate. È accaduto a Capannori. Altre volte, i derubati sono stati picchiati e imbavagliati. Non ricordo di aver vissuto momenti di recrudescenza della criminalità come quelli attuali. Qualcosa non va. Anche in relazione all’immigrazione, non stiamo procedendo bene. Entrano troppi delinquenti, e ciò significa che i controlli delle nostre autorità sono molto superficiali. Ciò scatena un risentimento generale contro l’immigrazione. Mentre l’italiano è di natura tollerante, succederà che diventeremo xenofobi, e daremo un calcio a chiunque cercherà di venire a vivere da noi. Invece, ci sono tanti immigrati onesti, che sanno inserirsi nella nostra società e diventano cittadini esemplari; i loro figli sono educati e crescono accanto ai nostri ragazzi, imparano la nostra lingua, assimilano le nostre abitudini. Chi governa in questo modo superficiale dovrebbe rendersi conto dei guasti permanenti che può produrre un tale modo di amministrare nel carattere di un popolo. Se la diffidenza diventa parte del nostro Dna, difficilmente riusciremo a liberarcene.
Nel mio racconto Margherita, contenuto in Mattia e Eleonora e altre storie, pubblicato qualche anno fa, ho cercato di dare un’idea di come può diventare cattiva una società che perda il rispetto per il prossimo. Una società simile deve far arrossire l’uomo, e non può essere questo il risultato del suo passaggio sulla Terra.
Mentre Elena saliva in macchina con Lorenzo e Raffaella, per recarsi dalla pediatra per un controllo del bimbo, mi sono avvicinato a Celeste e l’ho tratta fuori dalla scatola. Sono andato a prendere del cibo e gliel’ho dato. Lorenzo dal seggiolino guardava e si capiva che avrebbe preferito restare con me. L’auto è partita, ed io mi sono chinato su Celeste, che se ne stava rannicchiata sul piccolo tavolino verde di plastica, sul quale depongo ogni mattina la scatola. Ha aperto il becco e sbattuto le ali, come al solito; ha ingurgitato con avidità, quindi si è fermata ed ha rifiutato dell’ulteriore cibo. Sono restato a guardarla. Dopo un po’, le ho visto fare un movimento che prima d’allora non avevo notato; ha ritirato le zampette sotto la pancia e praticamente si è appoggiata al tavolino con il petto. Ha chiuso gli occhi e si è appisolata. Sono rimasto lì, accovacciato anch’io, a scrutarla. Ogni tanto faceva dei movimenti con la bocca ed apriva gli occhietti, mi guardava e li richiudeva. «Hai sonno, Celeste?» dicevo io, accarezzandola, nei momenti che mi guardava.
La sera, con Raffaella, mentre Celeste stava appollaiata sulla mestola, nella posizione che ho già descritto, non abbiamo fatto altro che parlare di una giovane sposa che era fuggita da casa, dove non si trovava bene. Inquieta, scontenta della vita, aveva abbandonato il marito e la giovane figlia.
«Un giorno o l’altro» mi dice Raffaella «chissà che non provi anch’io a lasciarti.»
«Saresti anche capace» le ho risposto, sorridendo. Poi ho aggiunto: «Ma non lo farai mai finché in casa avremo ancora Claudia e Stefano. Per loro, non certo per me, questa sarà ancora per molto tempo la tua casa.»
«Claudia si sposerà nella primavera prossima.»
«Che cosa vuoi dire? Che si avvicina il momento della tua fuga?»
«Scherza, scherza. Noi donne siamo le vostre schiave. Per avere un po’ di ciccina in più, comandate sempre voi uomini, e noi dobbiamo soltanto obbedire.»
«Quando eravamo ancora nell’aldilà, prima di nascere, Dio ha guardato le nostre anime; la mia era ben sveglia e allora ha detto: ‘Questa sarà un uomo’. Poi è venuto da te, e purtroppo in quel momento avevi quello sguardo che a volte assumi anche con me, un po’ distratto, un po’ assente: ‘Quest’anima la faremo diventare donna’, ha detto perciò, quando ha deciso del tuo destino. Dovevi spalancare bene gli occhi e mostrare di essere attenta, pronta, rapida nel capire e nel fare. Come avevo fatto io. Saresti stata un uomo anche tu.»
«Celeste sarà sicuramente più libera di me.»
«Chissà.»
«Quando costruiscono il nido, sono entrambi, maschio e femmina, che si adoperano senza distinzioni. E così, insieme, cercano il cibo per i figli, e insegnano loro a volare.»
«Chiedi a Dio di diventare una rondine, allora.»
«Piuttosto che restare sola con te ad invecchiare, potrei anche farlo.»
«Ma anch’io chiederei a Dio di diventare una rondine, così non riusciresti a liberarti di me.»
«Chiederò di essere un maschio, questa volta. E spalancherò bene gli occhi quando glielo domanderò.»
«Ed io proverò ad essere la tua femminuccia. Così ti guarderò negli occhi e scoprirò la soddisfazione che proverai  volando accanto a me per corteggiarmi. Ti farò tribolare, prima di sceglierti tra gli altri maschi. Dovrai dimostrarmi di essere il più forte, il migliore.»
«Ma se ti riconoscerò in tempo, col cavolo che verrò a fare la corte proprio a te! Anzi, dovrò ricordarmi di chiedere al Signore di tenermi lontano da tutti quelli che non solo potrebbero essere te, ma anche rassomigliarti!»
«Va là, che un marito come me, non lo avresti trovato neanche se ti fossi messa a cercarlo per il mondo con il lanternino. Non lo capisci che è una grazia che ti è stata concessa da Dio?»
«E se questa è una grazia, Dio mi scampi e liberi, che cosa mi sarebbe successo se avesse voluto punirmi?»
«Ti ha fatto donna! Questa è stata la punizione. Ma poi si è pentito e ti ha fatto sposare me.»
Celeste sembrava udirci, alzava il capino verso di noi e ogni tanto scuoteva le ali.
Chissà, forse non le andava tanto a genio quel nostro desiderio di diventare come lei. Voleva tenerci alla larga dalla sua vita, le stava già sullo stomaco la nostra presenza. Pensava al cielo, e alla differenza tra quella stupenda condizione alla quale era destinata e la meschinità della sua vita in mezzo agli uomini. No, sembrava dirci, io sono diversa da voi, appartengo al cielo, appartengo ad una razza migliore. 

Quando ero piccolo come Celeste, la mia mente navigava nei sogni. Erano anche altri tempi, più lenti a trascorrere; i minuti, le ore si riempivano sempre di emozioni, scorrevano dentro di noi mescolandosi al nostro sangue. C’era più luce nei giorni. Immaginavo di scoprire tutti quei mondi che mi apparivano magici quando aprivo il libro di geografia e mi perdevo nelle regioni delle Americhe del sud come del nord. Avrei voluto poter vivere nella terra degli orsi bianchi, o in mezzo alle tribù selvagge, ed imparare a comunicare con la natura. I ruscelli limpidi, le verdi praterie, le alte montagne, le foreste, costituivano il mondo della mia anima, l’essenza che pulsava dentro di me, ed irradiava le emozioni che mi rendevano ebbra la vita. Qualche volta, ancora oggi, ripercorro quei sogni, e sento che mi appartengono, sono tuttora vivi. Quando penso Celeste libera nel cielo, la vedo entrare con le sue ali vigorose dentro i miei sogni, portarli con sé, restituire loro quella magia che li faceva ai miei occhi e dentro la mia anima così ricchi e irraggiungibili.
Il piumaggio di Celeste è arruffato. Raffaella mi dice che ha la sensazione che si sia spelacchiata.
«Forse sta facendo la mutazione» rispondo; anche se mi atteggio a saputello, di queste cose proprio non so assolutamente niente. Spero solo che Celeste non abbia problemi di salute. È vivace, anche se qualche volta fa pasti brevi, chiude il becco e rifiuta di essere ulteriormente imboccata.
«La ragione è che le somministriamo i pasti troppo spesso, e tu, Bart, le dài dei bocconi troppo grossi. Pensa che è ancora piccola» dice Raff.
«Però li manda giù. Non sono troppo grandi; quando apre la bocca, entrano che è una meraviglia.»
«Esageri come al solito. Prova a fare come faccio io.»
Volevo ben dire che non approfittasse per darmi un’ennesima lezione! Prende lei un bocconcino e si avvicina a Celeste. Raff sorride, si sporge chiamandola per nome. Ma Celeste nemmeno si agita, nemmeno scuote le alucce. Allora da dietro la spalla di Raffaella, faccio spuntare il mio viso e sono io a chiamarla, questa volta. E Celeste mi risponde, si scuote, agita le alucce, apre il becco.
«Capito, Raff?»
«Sei riuscito ad ingannare anche lei!» è la risposta di mia moglie.
«Sa che da me non le può venire che del bene. Sono buono io.»
«Come un tortellino andato a male» fa lei, facendo finta di non guardarmi.
Celeste aspetta il bocconcino dalle mie mani. Quindi Raffaella si tira in disparte e resta accanto a me; pare un po’ offesa. Celeste ingurgita, come un’indemoniata.
«Falsa e bugiarda!» esclama Raffaella, e con il dito la ammonisce.
Le dico: «Prova tu, ora.»
«Veditela te con la tua coccolina» risponde.
Ieri tirava un po’ di vento, così è caduto un piccolo ramo di pino. Ho pensato di utilizzarlo per Celeste. L’ho messo a cavallo di due poltroncine rosse di plastica che stanno perennemente in giardino, e vi ho adagiato Celeste. Il ramo era di circonferenza più grande di quella della mestola. Celeste vi stava a suo agio, si guardava intorno. Mentre era così, è arrivata Elena con Lorenzo. L’ho preso in braccio e l’ho portato da Celeste. Vederla appollaiata ha colmato Lorenzo di interesse e di curiosità. Guardava la rondine e guardava me soddisfatto. Con la manina faceva cenno di volerla accarezzare. L’ho avvicinato delicatamente, ponendo attenzione che non facesse del male a Celeste. La toccava e mi guardava, sprizzando gioia dagli occhi. Lorenzo pesa 12 chili, ha compiuto un anno, è robusto in tutte le sue membra. È forte, non c’è impresa di gioco che lo trattenga. Ora s’incammina da solo nel bosco tra le magnolie. Sono due grandi magnolie vicine che hanno formato un intrico di rami meraviglioso. Quando ho qualche visitatore, ho piacere di mostrare loro queste due rigogliose piante, che stanno lì da oltre 40 anni. Dopo i primi momenti di insicurezza, Lorenzo si è fatto spavaldo e entra in quell’intrico spedito; io lo sorveglio affinché non ci siano pericoli, soprattutto rappresentati dai rami spioventi. Lui, giunto al centro, si ferma, si volta verso di me per vedere se l’ho seguito. Lo seguo; allora si dirige all’altra pianta, il cedro, che sta vicino ad una delle magnolie, vi si ferma sotto e mi fa cenno che vuole essere deposto sul ramo su cui da piccolo s’arrampicava il mio Stefano. Vi stava a gambe penzoloni per molto tempo, sognando. Lorenzo si è affezionato a quel ramo, ed io sono contento, perché vi intravedo una continuità della vita. Quando ve lo sostengo, le sue gambocce penzoloni, lui ha la testa più in alto della mia, e mi guarda tutto soddisfatto, poi con le mani accarezza la scorza del ramo, la sente ruvida, è preso da curiosità, e continua a carezzarla molto lentamente. Gli dico: «Ora andiamo da Celeste.» Si fa subito frenetico, con le manine mi accenna che vuole scendere dal ramo. Lo depongo a terra, e tutto di filato prende la direzione verso Celeste, che sta dalla parte opposta della casa. Quando la intravede appollaiata sul ramo, o nella scatola, si elettrizza. Ha fatto amicizia, le vuole bene. 
Celeste, ora, è appollaiata sul ramo, che ho deposto tra le due poltroncine rosse, che hanno la forma di un guscio d’uovo. Però, capisco che non vuole starci molto, preferisce tornare nella scatola. Infatti, volge il capino in giù, misura la distanza da terra, e si lascia cadere nell’erba. È in mezzo al verde e ai fiori; Lorenzo sta ad ammirarla, forse colpito dall’assortimento di colori che stanno attorno a quel piccolo uccello dal piumaggio nero. Celeste pare smarrirsi, ha fili d’erba tutt’intorno, la infastidiscono, muove qualche passo per liberarsi da quel contatto, inciampa nei fiori, di nuovo nei fili d’erba; vede la scatola vicino a sé e vi si dirige; quando l’ha raggiunta con i suoi movimenti goffi, vi struscia il becco, alza il collo, vi aderisce col corpo. Insomma, capisco che vuole entrare nella sua casetta. La prendo sul palmo della mano e la depongo nella coppetta di vetro che le fa da nido. Vedo che ora si distende, mi guarda come per ringraziarmi, poi socchiude gli occhi. Lorenzo apre le manine come a domandarmi: E ora, nonno?
«Celeste è stanca» dico io. «Vuol riposare. Lasciamola in pace.»

Celeste #9

Selvatico was in the field that belongs to Giovanni who has one of the grocer’s shops in the village. H e was walking around it as if he was on patrol. He came up to the fence, ran all round the field, stopped near the ditch which borders our field and stood at the edge, watching. He didn’t find anything to interest him so he continued walking quietly alongside the ditch and went away. For the time being it seemed that no outsider was interested in Celeste. In any case, we continued to bring her into the house at night when dangers were more real and menacing.
I’d noticed that Celeste had become a little spoiled, due, surely, to the strange habits we were giving her. As regards food, she preferred minced meat but if it was seasoned with herbs she went mad. If I changed her food and gave her a mouthful of something uncooked, she immediately closed her beak tight and only opened it again when I offered her some of the seasoned meat. I also noticed she was drinking more. I now put her water in a teaspoon and she dipped her beak in it, where before she’d opened her beak so I could put the spoon in, then closed it and swallowed the water. When she’d finished eating, she’d start cleaning herself with her beak and claws, even scratching under her wings which she opened one at a time. She still didn’t have all her feathers on her throat and sometimes you could see the red skin when she moved in a certain way.
Every now and again I let her out of her box in the kitchen and put her on the ladle with a glass at each end to support it. She’d climb on to it and stay there for a little and then get tired. She didn’t like the position and here, too, she’d become quite cunning. She’d look down as if she were gauging the distance between herself and the marble shelf. Then she’d raise one claw while clutching the ladle with the other, and let herself slip on to the floor, with her feathers all ruffled. She’d smooth them down and crouch outside her box. Sometimes I saw her turning towards the box, tapping it with her beak and trying to climb in with her claws. She was fond of her little house, I thought. On those occasions, after a while, I’d lift her on to the palm of my hand and put her into the glass bowl that served as her nest. After she’d eaten, she almost always did her business in the characteristic way that came from instinct and the first lessons she’d learned from her parents when she was in the nest under the eaves. She’d start going backwards, scratching the bottom of the box with her claws with her hind part in the air. Then she’d lift her tail and drop her little excrement. Every now and again, I alternated meat with pieces of toast soaked in milk. I thought it would be good for her since milk, as everyone knows, contains the basic elements for life.
At that time Raffaella hadn’t a minute’s rest because she was writing her end-of-term reports and preparing the exams that her pupils in the middle school had to do. She neglected Celeste a little and therefore I was the one who mainly looked after her.
Round about us – in the outside world, I mean – terrible things were happening, leading us to worry more than we had in the past. I thought about these as I looked at Celeste who would fly far away from the ugly things in our life. There were robberies and murders not only throughout Italy but even in Lucca. There had been numerous cases of theft, mostly in country villas and isolated houses, but also in apartment blocks. It had become almost commonplace. Some people who had surprised thieves and tried to resist them had been murdered. Some of these murders were ferocious and one woman had been stabbed repeatedly in her own house. That happened in Capannori. Other times the victims of robbery had been beaten and gagged. I couldn’t remember a time when there had been such an upsurge of crime.
Something was wrong. As far as immigration was concerned, something was wrong there as well and we weren’t dealing with it properly. Too many criminals were entering the country which meant that the checks carried out by the authorities had been no more than cursory. This had led people to object to immigration in general. We Italians are tolerant by nature but we were in danger of becoming xenophobic and rejecting everyone who wanted to come and live in our country. In fact, many of the immigrants were honest and able to merge into our society and become exemplary citizens. Their children went to school with our children and grew up with them, learned our language and adopted our ways. The people who govern in this careless way should take account of the permanent damage this can do to the character of a nation. If this distrust were to become a part of our DNA, we’d find it difficult to rid ourselves of it. In my story Margherita, in the collection Mattia e Eleonora e altre storie published some years ago, I tried to give an idea of how a society that loses respect for its neighbour can become bad. Such a society must make a man ashamed. This must not be the outcome of his time here on earth.
While Elena was getting into the car with Lorenzo and Raffaella, to take him to the doctor for a check-up, I went to Celeste and took her out of her box. I got some food and gave it to her. Lorenzo in his car seat was watching and I could see he’d rather have stayed with me. They drove off and I bent over Celeste who was crouching on the little green plastic table where I put the box every morning. She opened her beak, flapped her wings as usual and ate greedily. Then she stopped and wouldn’t take any more food. I stood looking at her. After a little, I saw her doing something which I’d never seen her do before. She drew her claws up to her stomach and leaned her chest on the table. She closed her eyes and fell into a doze. I stayed there, crouched down and watched her. Every now and again, she opened and closed her beak, opened her eyes, looked at me and closed them again.
“Are you sleepy, Celeste?” I asked, stroking her whenever she looked at me.
That the evening, while Celeste was perched on the ladle in the way I’ve described, Raffaella and I talked about a young wife who’d run away from home where she’d been unhappy. Restless and discontented with her life, she’d left her husband and her little daughter.
“Who knows?” said Raffaella. “Maybe one day I’ll leave you.”
“You just might,” I said with a smile and added, “but you won’t as long as we still have Claudia and Stefano here. This’ll be your home for some time to come on account of them. Not on account of me. I know that”
“Claudia’s getting married in the spring.”
“What do you mean? That the time for flight is coming close?”
“You can joke about it but we women are your slaves. Men give the orders and women must obey for the sake of having a little more to eat.”
“When we were still up in heaven, before we were born, God looked at our souls. Mine was already wide awake and so He said, ‘This one will be a man.’ Then He came to you and, unfortunately for you, you had that expression on your face that you sometimes have when you look at me. You know, a bit absent, as if you were somewhere else. So when He decided your destiny, He said, ‘We’ll make this soul a woman.’ You should’ve had your eyes wide open and looked attentive, willing, ready to understand and act. Like I did. Then you’d have been a man too.”
“Celeste will certainly be freer than me.”
“Maybe.”
“When birds build their nest, they do it together, male and female. They get on with it equally and they both find food for their young and teach them to fly.”
“Ask God to make you a swallow then.”
“I just might do that, instead of staying here alone with you, growing old.”
“But I’ll ask God to make me a swallow too so you won’t get rid of me that way.”
“This time I’ll ask Him to make me a male. He’ll stare when I ask Him that.”
“And I’ll try to be your little woman. I’ll look into your eyes and see the satisfaction you feel flying beside me, courting me. And I’ll make you suffer before I choose you from the other males. You’ll have to show me you’re the strongest and best of them.”
“If I recognise you in time, no way will I want you! Quite the opposite. I’ll have to remember to ask God to keep me away from anybody that not only might be you but even just looks like you!”
“Nonsense! You’d never have found another husband like me, not even if you’d searched the world over. Don’t you realise it was a favour granted by God?”
“You call it a favour? I don’t think so! And if it was, what in earth would’ve happened to me if He’d wanted to punish me?”
“He made you a woman. That was your punishment. Then He relented and made you marry me.”
Celeste seemed to be listening to what we were saying. She was looking at us and every now and again she spread her wings. Perhaps she didn’t like us wanting to be like her. She wanted to keep us at our distance and our presence made her uncomfortable. She was thinking of the sky and the difference between that wonderful dimension which was her destiny and the meanness of life amongst mankind. No, she seemed to be telling us, I’m different from you, I belong to the sky, I belong to a better species.

When I was a child like Celeste, my mind sailed in dreams. Those times were different. The days passed more slowly and the minutes and hours were filled with an excitement that ran through us and got into our blood. There was more light in the day. I used to imagine discovering all those lands that seemed magical to me when I opened my geography book and I’d wander through the countries of the Americas, north and south. I wanted to live in the land of the polar bears or with primitive tribes, learning to communicate with nature. Limpid streams, high mountains and forests made up the world of my soul, the being that pulsed within me and fired the emotions that made my life a delight. Sometimes I recall those dreams. I feel they’re part of me and still alive. When I thought of Celeste free in the sky, I saw her entering my dreams on her strong wings, carrying them with her, giving them back the magic that made them so rich and unattainable to my eyes and in my soul.
Celeste’s plumage was ruffled. Raffaella said she had the feeling she’d lost some feathers.
“Perhaps she’s moulting,” I said. I like to think I’m well-informed but I knew absolutely nothing about such things. I only hoped Celeste wasn’t unwell. She was lively but sometimes she ate little, shutting her beak and refusing to eat anything more.
“It’s because we feed her too often,” said Raffaella, “and Bart, the pieces you give her are too big. She’s still little, remember.”
“But she eats them. They’re not too big. When she opens her beak, they just slip down.”
“You’re exaggerating as usual. Try doing it the way I do.”
I wanted to say it was no use her telling me what to do yet again! Raffaella offered a morsel to Celeste, smiled, held it out and called her name. Celeste didn’t move, didn’t even spread her wings. I peeped out from behind Raffaella and called her name. Celeste responded, shook her wings and opened her beak.
“You see, Raff?”
“You’ve managed to hoodwink her too!” said my wife.
“She knows only good can come from me. I’m a good person.”
“As good as soggy spaghetti,” she said, pretending not to look at me.
Since Celeste was expecting me to feed her, Raffaella drew back and stood beside me. She seemed rather offended. Celeste ate like a bird possessed.
“Oh you false deceitful creature!” Raffaella said, wagging her finger at the bird.
I said, “Now you try.”
“You see to your little darling yourself.”
It had been windy the day before and a little branch had fallen off one of the pine trees. I thought of using it for Celeste. I laid it across the arms of the two red plastic chairs in the garden and put her on it. The branch was a little thicker than the handle of the ladle and she perched on it comfortably. While she was there, Elena arrived with Lorenzo. I lifted him up, took him to Celeste and he looked at her full of interest and curiosity. He looked at the swallow and then at me with satisfaction and then indicated with his hand that he wanted to touch her. I gently held him near her, telling him to be careful not to hurt her. He touched her and looked at me, his eyes sparkling with happiness.
Lorenzo weighed twelve kilos and his limbs were strong. It wasn’t easy to keep hold of him. He set off alone to walk in the wood amongst the magnolia trees. These two large magnolias, close to each other, had formed a wonderful tangle of branches. When we have visitors I like to show them these luxuriant trees which have stood there for forty years. After a few moments of uncertainty, Lorenzo took courage and went into the tangle. I kept an eye on him to be sure he wasn’t in any danger, especially from drooping branches. When he reached the centre, he stopped and turned to see if I’d followed him. I went after him. He turned towards the cedar near one of the magnolias and made signs that he wanted to be lifted on to the branch where my son Stefano had climbed when he was a boy. He used to sit there dreaming for ages, his legs dangling. Lorenzo liked this branch too and I was happy because it was a glimpse of the continuity in life. When I held him there, his head was higher than mine and he looked down at me with satisfaction. He stroked the bark of the branch, felt its roughness, found it very interesting and went on stroking it very slowly.
“Let’s go and see Celeste now,” I said.
He immediately got excited and signalled with his hands that he wanted to get down from the branch. I put him on the ground and he went straight to Celeste who was on the other side of the house. Whenever he saw her perched on the branch or in her box, he was all excited. He’d made friends with her. He loved her.
Celeste was on the branch that I’d put on the two red egg-shaped chairs. However, I could see she didn’t want to stay there long and would rather go back to her box. She looked down, gauged the distance to the ground and dropped down. She was in the midst of grass and flowers. Lorenzo stared at her, perhaps struck by all the colours around the little black-feathered bird. Celeste seemed puzzled. There were blades of grass all round her and they were annoying her. She moved a little to get away from them, tripped over the flowers and then on the grass. She saw her box nearby and turned towards it. When she reached it with her stumbling steps, she rubbed her beak on it, stretched her neck and leaned against it. It was clear she wanted to get into her box. I took her on the palm of my hand and put her into her glass bowl and I saw her relax. She looked at me as if thanking me and then closed her eyes. Lorenzo spread his hands as if to ask me, “What now, grandpa?”
“Celeste’s tired,” I said. “She wants to rest. Let’s leave her in peace.”


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart