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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

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Romanzo: La scampanata/A novel: The Shaming (Trad. Helen Askham) #4/13

1 Agosto 2008

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

In calce il testo inglese

La scampanata #4

VII

Non disse nulla, perché aveva già deciso che cosa fare e non aveva alcuna intenzione di tornarci sopra, nonostante le chiacchiere che aveva sentite provenire dal cortile e quelle della mamma.
Stava passando dei momenti terribili. Ogni volta che Caterina le parlava di Tombolo, le si rimescolava il sangue e la notte era un calvario, con il sudore che le invadeva il corpo. Sapeva ormai che sarebbe andata a Tombolo, lo aveva deciso quasi istintivamente, e forse ci sarebbe andata proprio l’indomani. Chissà se Tonio sarebbe tornato a casa vivo. E se fosse ritornato, ma afflitto da quella malattia terribile ai polmoni, che cosa sarebbe stato della sua vita? Meglio quindi agire ora, giacché in qualche modo poteva avere un’attenuante, e la gente avrebbe forse capito. Non sua madre, certo, ma col tempo anche lei se ne sarebbe fatta una ragione e l’avrebbe difesa davanti a tutti, anche davanti al marito. Sarebbe arrivata ad incolpare lui, anziché lei. Era severa, sua madre, ma non al punto di andare contro la figlia di fronte al mondo. Sì, questo era il momento giusto per placare il suo corpo pieno di smanie. Si considerava malata, anche lei, come Tonio, come Salvatore. E quella che le suggeriva Caterina era la cura per la sua malattia. Ci voleva tanto a capirlo? Nessuno avrebbe potuto darle contro. Forse solo don Emilio, l’anziano parroco, che sapeva severissimo e guardingo. Ma col tempo si sarebbe aggiustato tutto anche con lui, ne era certa. Ora doveva solo dare ascolto ai suoi sensi inquieti e concedere loro il refrigerio di una soddisfazione da lungo tempo invocata. Intanto, cercava di attenuare il suo desiderio convincendosi che magari a Tombolo sarebbe andata solo per vedere, per rendersi conto. Ma già si preoccupava della notte che stava per venire. Si sarebbe rivoltata e rivoltata nel letto in cerca del suo uomo. È vero, Tonio era incolpevole, ma, come diceva Caterina, anche lei era incolpevole, ed era Tonio che mancava alla promessa di starle vicino, non lei. Se in quella dannata caserma fosse stato furbo e svelto come altri suoi compagni, a quest’ora sarebbe già tornato a casa. Sì, è vero, a casa, nei mesi passati, avrebbe dovuto nascondersi per non essere preso dai tedeschi o dai fascisti, ma si sarebbero incontrati, si sarebbero abbracciati, si sarebbero amati.
Decise di lasciare la mamma e la sorellina e di tornare a casa prima di buio. Aveva pensato anche troppo. Voleva parlare subito con Caterina e dirle la novità. Bussò, era in casa e aprì. Sorrise e le si illuminarono gli occhi, perché capì subito che Angela sarebbe l’indomani andata con lei.
«Hai fatto bene a deciderti. Non c’è proprio niente di cui vergognarsi. Ci divertiremo tanto e non penseremo più ai nostri guai.»
Parlavano dentro casa, sedute davanti al tavolo di cucina.
«Vengo solo per vedere. Non voglio andare con nessuno, domani.»
«Farai come vorrai. Nessuno ti costringerà. Se lo desideri starai a guardare noi che ce ne andremo con il nostro uomo. Se ti verrà voglia di fare come noi, potrai benissimo cambiare idea e sceglierti il soldato che fa per te. Ti assicuro che la merce non manca ed è di prima scelta. Sono uomini che non aspettano altro, e sarà difficile che tu rimanga delusa.» Sorrise, e posò la sua mano su quella di Angela.
«Verrà mai a saperlo qualcuno?» domandò Angela.
«Di questi tempi, a chi vuoi che interessi la vita di due donne come noi? È tutto pulito, filerà liscio come l’olio.»
«E quando saliamo sul camion, non potrebbe vederci qualcuno?»
«In tante che siamo, proprio di noi due dovrebbero accorgersi? E chi dovrebbe accorgersene? Su, dài, non fare la sofistica. Non vedere pericoli laddove non ci sono. Ti dico che è come fare una passeggiata, e quando si ritorna a casa si è felici. Lo sarai anche tu.»
Angela dormì serena per tutta la notte, a differenza di quelle precedenti, e pensò che questo fosse un buon segno.

VIII

L’indomani fremeva tutta. In fabbrica più di una volta, incrociando Caterina, le sorrise, e lei di rimando, una di quelle volte, le bisbigliò: «Non te ne pentirai.»
Il camion che veniva a prenderle era una specie di rozzo pullman, che faceva varie fermate per strada, fuori di Lucca. Qua e là, infatti, nella direzione di Tombolo, in certi punti opportunamente scelti e appartati, si vedeva una ragazza, a volte due, quasi nascoste, che emergevano soltanto nel momento in cui il torpedone si fermava. Prima di giungere alla meta, era colmo di ragazze, quasi tutte giovani, che non passavano la trentina, o giù di lì. Per strada chiacchieravano e si scambiavano pettegolezzi, e tutte avevano l’impronta comune dell’allegria. Nessuna teneva il broncio, e sembrava che la guerra non le sfiorasse, tanto ne stavano lontane nei loro discorsi. Nemmeno dei mariti parlavano, come se ci fosse un tacito accordo o una regola d’oro da non infrangere. Tutte ben vestite, sebbene umilmente, avevano capelli ben pettinati e labbra accese dal rossetto. Si capiva che il loro maggior desiderio in quel viaggio era di piacere agli uomini. Perché piacendo loro, sarebbero state sicuramente felici. Il sole ormai stava calando e si faceva sera. Giunsero davanti all’ingresso, dove delle guardie stavano col fucile imbracciato. Il cancello si aprì e il camion si diresse verso uno spiazzo, dove si fermò.
«Siamo arrivate» disse Caterina a Angela, che era tra quelle che aveva parlato poco, e negli ultimi momenti nulla. Il cuore le batteva forte. Lo sentiva battere perfino Caterina, che pensò di darle coraggio dicendole:
«Sono tutti uomini molto cortesi. Non devi affatto preoccuparti.» La prese per un braccio e l’aiutò a scendere.
Intorno al camion, intanto, era già arrivato qualche soldato, che guardava in mezzo alle ragazze. Qualcuno alzava un braccio per farsi notare e una delle ragazze si precipitava verso di lui abbracciandolo.
«Guarda come sono belli!» disse Caterina, che fece un cenno ad un soldato che si stagliava sopra gli altri per la sua grossa mole.
«Quello è John, il soldatone che ti dicevo. Te lo faccio conoscere. Vuoi?» Angela disse di sì col capo, senza proferire parola.
«Su, andiamo. Ora però cerca di scioglierti e di sorridere. Gli parlerò io. Ti lascerò con lui, e vedrai che non ti succederà niente di male. Se stasera non te la senti di farci all’amore, ci passerai una bella serata divertendoti.» Angela aveva ormai lo sguardo sull’americano, che si stava avvicinando e mostrava così il suo bel viso.
«Non è bello come ti dicevo, Angela?» Era alto, solido, con lineamenti armoniosi.
«Sì» disse lei, che pensò a Tonio, che era grande e grosso pure lui, ma non come quello, e non così bello.
L’americano parlava uno stento italiano. Sorrise a entrambe, poi Caterina lo prese in disparte e gli parlò. Forse gli chiese di scegliere Angela quella sera, ma di non farci all’amore, se lei non voleva. Era la prima volta, deve averle detto. Infatti, il soldato lasciò Caterina e si avvicinò a Angela porgendole la mano.
«Sono un amico di Caterina. Mi chiamo John.»
Angela guardò l’amica allontanarsi e vide che un uomo le si avvicinava nella penombra dei pini. Si abbracciarono e scomparvero.
John si avviò verso una baracca, da dove uscivano luci e suoni e canti. Offrì ad Angela la sua mano, lei corrispose e così, mano nella mano, fecero il loro ingresso nell’ampio salone dove tante coppie ballavano, mentre altre stavano sedute intorno a tavoli disadorni.
«Balliamo, Angela?»
Era uno di quei balli che andavano di moda, svelti, e che Angela già conosceva. Quel ritmo metteva allegria, più di quanta quelle ragazze già avessero addosso. Le luci non troppo basse, che pendevano dal soffitto, ondeggiavano alla brezza della sera, che entrava dalle ampie finestre tenute aperte. Alcuni soldati, sopra una pedana, con trombe, chitarre e violini, sembravano voler scandire nella memoria della loro vita quel tempo allegro della gioventù, pur in mezzo alle atrocità della guerra.
Si sapeva delle rappresaglie tedesche che seguivano ad ogni avanzata degli eserciti alleati. Si sapeva che i tedeschi prima di lasciare un villaggio, lo segnavano di ferite indelebili, con quella amara crudeltà che deriva dalla paura della morte. Ma quei momenti di festa dovevano essere ricordati. Rappresentavano la risposta ribelle ad un destino che si era voluto insinuare prepotentemente nella loro giovane età. Era una rivincita che riuscivano a prendersi quasi a denti stretti contro una follia che era e continuava ad essere estranea ad essi.
Angela fu presa da quella atmosfera di dolorosa spensieratezza. John era davvero delizioso con le sue maniere così garbate. Aveva ragione Caterina che si trattava di un essere particolare, baciato dalla natura nella bellezza del corpo e dello spirito.
Rideva sempre, John, ed aveva denti bianchi che si mostravano con spavalderia. Capelli a spazzola su di un viso su cui trasparivano i segni di una gentilezza greca.
«La mia mamma era greca. Aveva il colore bruno di voi latini. Mio padre no, era americano; grande e grosso come me. Un uomo del Montana, rude. Sai dov’è il Montana?»
«No» disse Angela, per la quale l’America era un Paese grande, ma unico, e se due persone dicevano di vivere in America, per lei significava che vivevano nello stesso Paese.
«Gli Stati Uniti sono formati da molti Stati, tutti molto grandi. Uno di questi si chiama Montana. Un luogo di alte montagne, dagli inverni rigidi, non come quelli che avete qui in Italia. Là l’inverno è pieno di neve. Fa freddo, un freddo che entra nelle ossa e si sente dappertutto.»
Si erano seduti intorno ad un tavolo dove stavano altre coppie. Caterina era ad un tavolo più lontano. Rideva e il suo compagno le teneva un braccio sulla spalla. Caterina si voltò a cercarla e la vide. Le parve che le mandasse un sorriso. Angela rispose.
Parlarono del Montana. John disse che se lei non si fosse offesa, lui desiderava continuare a parlare della sua terra, in modo da far pratica anche con l’italiano. Nel suo Paese era insegnante di lettere. Insegnava agli studenti a scrivere e a parlare correttamente, e per questo faceva loro conoscere i grandi scrittori della sua terra. Disse dei nomi, che però Angela non conosceva.
«Chissà se rivedrò i miei ragazzi» disse.
«La guerra sta per finire» disse Angela.
«Si può ancora morire. Ieri è accaduto ad un mio compagno. Non credere che per noi la guerra sia diversa da quella che conosci tu. Non c’è differenza tra chi vince e chi perde. Ci rende eguali lo stesso destino di morte che grava su entrambi.»
«Voi non siete crudeli come i tedeschi.»
«Forse non siamo crudeli con voi?»
Angela credette di capire ed arrossì. Lui si scusò.
«Vuoi tornare a ballare?» disse.
Non voleva tornare sulla pista, dove regnava una grande confusione, pure se c’erano meno coppie e alcune si erano appartate. Anche Caterina non si vedeva più. Ma ci andò, perché sentiva che il non farlo avrebbe creato imbarazzo ad entrambi, e forse John avrebbe preso a trattarla come faceva con le altre. E lei non era pronta.
Sul pullman Caterina le si sedette accanto.
«Allora? Com’è andata?»
«Voglio ritornarci.»
«Oh, sono contenta. Visto che avevo ragione? Ti è piaciuto, John?»
«È il tuo uomo?»
«Il mio uomo!? Ma che discorsi fai? John non è di nessuno. È un uomo libero, e va con chi vuole. Verrà con te, se tu lo vorrai.» Caterina era pronta a sacrificare John, purché Angela continuasse a venire a Tombolo con lei. Dietro sedeva l’altra amica della fabbrica. Parlava a voce alta, e si vedeva che era contenta. Ogni tanto mandava grasse risate, che spandevano allegria sul pullman. Batté una mano sulla spalla di Caterina.
«Domani faccio il bis. E tu?»
Prima di rispondere, Caterina guardò Angela: «Vieni anche tu, domani?»
«Sì» disse Angela.
 

The Shaming #4 

 

VII

She said nothing because she had already decided what she was going to do and had no intention of changing her mind, despite the chatter she’d heard coming up from the courtyard and despite what her mother had said.
This was a dreadful time for her. Whenever Caterina talked to her about Tombolo, her blood ran hot and the night was a time of anguish, her body covered with sweat. She knew now that she would go to Tombolo. She had decided almost instinctively and perhaps she would go the following evening. Perhaps Tonio would never come back. And if he came back, alive but with that terrible lung disease, what would her life be like? Better to do it now since she’d have an excuse of some kind and people would perhaps understand. Not her mother, of course, but even she would eventually come round and stand up for her in front of everyone, even Tonio. She’d eventually blame him and not her. Her mother was strict but not so strict that she’d go against her daughter in public. Yes, this was the right time to satisfy her body and its longings. She thought of herself as ill, like Tonio and Salvatore, and what Caterina was suggesting was the cure. Was that so hard to understand? No one would say she was wrong, except the old priest Don Emilio who was very severe and narrow-minded, she knew, but in time she felt sure she would make everything right with him too. Now there was only one thing for her to do. She had to pay heed to her restless senses and give them the relief and satisfaction they’d been crying out for, for so long. Meanwhile, she tried to subdue her longings, telling herself she was going to Tombolo just to see what it was like. But she was already dreading the coming night when she would toss and turn in bed in search of Tonio. He was blameless, it was true, but as Caterina said, she was blameless too and it was Tonio who’d broken his promise to be with her, not her. If he’d only had his wits about him in that damned barracks, like the others, he’d have been at home these past few months. Yes, at home. He would’ve had to have gone into hiding so as not to be captured by the Germans or the Fascists, but they would’ve met, held each other and made love.
She left her mother and sister and set off home before it got dark. She’d already thought about it long enough and she wanted to speak to Caterina and tell her at once. She knocked on her door and Caterina opened it. She saw at once that Angela had decided to go with her the following evening. She smiled and her eyes lit up.
“You’ve done the right thing making up your mind. There’s nothing to be ashamed of. We’ll have a really good time and forget our troubles.”
They were talking in the house, sitting at the kitchen table.
“I’m only coming to have a look. I don’t want to go with anyone tomorrow.”
“Whatever you want. No one’s going to force you. If you want, you can just watch us going off with our men. If you feel you want to do the same, you can easily change your mind and pick the one you fancy. There’s plenty to choose from, I promise you, and it’s top quality. These are men who don’t expect anything else and you won’t be disappointed.”
She smiled and put her hand on Angela’s.
“No one’ll ever know, will they?” asked Angela.
“Who’s interested in the lives of two women like us at a time like this? Anyway, there’s nothing wrong in it and everything’ll be fine.”
“And no one’ll be able to see us when we got into the truck?”
“There are so many of us, why would anyone notice us in particular? And who’d notice anyway? Stop fretting. Stop seeing danger when there isn’t any. It’s like going for a walk. When you get home you’re happy. You’ll be happy too.”
Unlike the night before, Angela slept well and she thought this was a good sign.

VIII

She spent the following day in a state of agitation. Whenever she bumped into Caterina in the factory, she smiled and once Caterina whispered, “You won’t regret it.”
The truck that came to get them was like a kind of old-fashioned charabanc. It stopped at various places on the road outside Lucca. Here and there, as they went towards Tombolo, they saw a girl or two waiting in out-of-the-way spots and emerging from their hiding places only when the truck drew up. By the time they reached their destination, it was full of girls, almost all of them young, none of them more than thirty or thereabouts. On the way they chattered and gossiped, all of them cheerful. No one was in a bad mood and the war seemed not to have touched them, since what they talked about was so distant from it. They didn’t talk about their husbands either as if by tacit agreement or according to a golden rule that was not to be broken. They were all nicely, if modestly, dressed, their hair was done and their lips were bright with lipstick. It was clear that what they wanted on this trip was to please the men because by making them happy, they’d be happy themselves.
The sun was setting and it was evening when they arrived at the entrance where guards with rifles stood. The gates opened and the truck drove on to a piece of open ground and stopped.
“Here we are,” Caterina said.
Angela hadn’t spoken much on the journey and in the last few minutes, she’d said nothing at all. Her heart was thumping so loudly that Caterina could hear it and she tried to make her feel braver.
“All the men are very polite,” she said. “You really don’t have to worry.”
She took her arm and helped her down. Some soldiers had already gathered round the truck and were looking at the girls. One of them raised an arm and waved and a girl ran towards him and into his arms.
“Look how gorgeous they are!” said Caterina, waving to a soldier who stood head and shoulders above the rest. “That’s John, the big soldier I told you about. I’ll introduce you, if you like.”
Angela nodded without uttering a word.
“Come on. Try and relax, though, and smile. I’ll speak to him and then I’ll leave you with him and nothing bad will happen, you’ll see. If you don’t feel like making love this evening, just have a nice time and enjoy yourself.”
Angela was already looking at the American. As he came closer she could see his fine face.
“He’s as handsome as I said, Angela, isn’t he?”
He was tall, muscular and well proportioned.
“Yes he is,” said Angela, thinking of Tonio. He was tall and strong too, but not like this man and not so good-looking.
John spoke a little Italian. He smiled at them both, then Caterina took him aside and said something to him. Perhaps she asked him to choose Angela that evening but not to make love if she didn’t want to. She probably told him it was her first time. In any case, he walked away from Caterina, came up to Angela and held out his hand.
“I’m a friend of Caterina’s. My name’s John.”
Angela watched her friend as she walked away and saw a man approaching her in the shadows of the pine trees. They put their arms round each other and then disappeared.
John turned towards a hut where there were lights, noise and singing. He offered Angela his hand, she took it and they went together into a large room where some couples were dancing while others were sitting round bare tables.
“Shall we dance, Angela?”
It was one of the latest dances and Angela already knew how to do it. It was fast and the rhythm made the girls even more high-spirited than they were already. The lights were not too low and hung from the ceiling swaying in the evening breeze that came in through the big open windows.
There were some soldiers on a little platform, with trumpets, guitars and violins. They were playing as if they wanted their music to give people happy memories of their youth even though they were living in the midst of the atrocities of war. Everyone knew about the German reprisals that followed every advance made by the Allies. Everyone knew that before the Germans left a village, they inflicted indelible wounds on it with the savagery that comes from the fear of death. But happy times had to be remembered as well. This was their rebellion against the destiny that had insinuated itself so insistently into their young lives. It was the victory they snatched in the teeth of the madness that was still something separate from them.
Angela felt drawn into this sad yet carefree atmosphere. John was really delightful with beautiful manners. Caterina had been right that he was someone special, blessed by nature with beauty of body and spirit. He laughed a lot so that you saw his splendid white teeth. He had a crew cut and his face had Greek nobility.
“My mother was Greek. She was dark-skinned like you Latins. My father wasn’t – he was American, big and tall like me. A Montana man, tough. Do you know where Montana is?”
“No,” said Angela for whom America was just one big country. If two people said they came from America, for her that meant they lived in the same country.
“The United States is made up of lots of states, all of them very big. One of them is called Montana. It has high mountains and cold, cold winters, not like the winters you have here in Italy. There’s a lot of snow there in the winter. It’s cold, the kind of cold that gets into your bones. You feel it everywhere.”
They were sitting at a table where there were other couples. Caterina was at a table further away. She was laughing and her companion had his arm round her shoulders. Caterina turned to see where Angela was. She seemed to be smiling at her. Angela smiled back.
They talked about Montana. John said that, if she didn’t mind, he’d like to go on talking about where he came from, so he could practise his Italian. Back home, he taught English. He taught his students to speak and write properly and part of this was introducing them to the great writers of the world. He mentioned some names but Angela hadn’t heard of them.
“I wonder if I’ll ever see my pupils again,” he said.
“The war’s nearly over,” said Angela.
“I could still die. One of my friends was killed yesterday. Don’t think that our war is different from the war you know. There’s no difference between those who win and those who lose. Death hangs over all of us and makes us all the same.”
“You’re not cruel like the Germans.”
“Aren’t we a bit cruel to you perhaps?”
Angela thought she understood and blushed. He apologised.
“Would you like to dance again?” he asked.
She didn’t want to go back on to the floor where it was very noisy, even although there were fewer couples because some had gone away. She couldn’t see Caterina either. She went, however, because she felt that if she didn’t, they’d both be embarrassed and John might begin to treat her as he did the other girls. She wasn’t ready for that.
Caterina sat down beside her on the bus.
“Well? How was it?”
“I want to come back.”
“I’m so pleased. I was right, wasn’t I? Did you like John?”
“Is he yours?”
“Mine! What are you talking about? He’s a free agent and goes with whoever he wants to. If you want him, he’ll go with you.”
Caterina was ready to give John up if it meant Angela would continue to go to Tombolo with her. Another friend from the factory was sitting behind them. She was talking loudly and it was clear she was happy. Every now and again she laughed heartily, making everyone smile. She tapped Caterina on the shoulder.
“I’m going back again tomorrow. What about you?”
Caterina looked at Angela before she answered. “Are you coming tomorrow?”
“Yes,” said Angela.

 

 


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart