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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

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Romanzo: La scampanata/A novel: The Shaming (Trad. Helen Askham) #6/13

3 Agosto 2008

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

In calce il testo inglese

La scampanata #6

Giunse la lettera di Tonio.

Cara Angela,
voglio sperare che stiate tutti bene, tu soprattutto, ma anche tua madre e Primetta. Come sta la tua sorellina? La immagino cresciuta e diventata ancora più bella di com’era. È sempre sbarazzina? Dàlle un grosso bacio da parte mia, e dàllo anche alla tua mamma. Per quanto riguarda la mia salute, sono guarito dalla dissenteria, che non mi dava pace, credimi. Di giorno e di notte. Ho passato l’inferno. Sono rimasto un po’ debilitato, ma spero di rimettermi nei prossimi mesi. Alcuni miei compagni sono morti, purtroppo; uno di questi era l’ultimo figlio rimasto a sua madre, dopo che altri due fratelli erano morti sul fronte russo. Là, ho saputo, la guerra è stata durissima e molti italiani hanno perso la vita. Ora quella madre, già vecchia, non ha più figli, e rimarrà sola, visto che era rimasta vedova da molti anni, quando i suoi figli erano ancora piccoli. Mi domando se sia giusto che accadano queste cose. Dormiva poco distante da me. Da qualche giorno aveva la febbre, e così lo avevano lasciato sulla branda. Noi si pensava che ce la facesse. È successo tante volte di avere la febbre, anche a me. Poi passa, e si riprende a lavorare come prima. Così doveva succedere a lui, tutti si diceva, quando la mattina presto lasciavamo la baracca e lo salutavamo. Invece una mattina, quando ci siamo svegliati, lui era morto. Durante la notte nessuno si era accorto della sua agonia. Siamo stanchi la sera, e il sonno, quel poco sonno che ci lasciano fare, è una delle poche cose che ci restano. Un’altra è il ricordo dei nostri cari, e per me è il ricordo del tuo amore. So che ti manco, e tu manchi tanto a me. Prima di dormire, prima di rientrare nella baracca, alzo gli occhi al cielo stellato e mi dico che quelle stelle sono le stesse che vedi tu. Ce ne sono tre in particolare che io ho osservato nella loro posizione. Sono una sotto l’altra e molto luminose. Le ho fissate bene nella mia mente e quando tornerò a casa, alzando gli occhi al cielo, sono sicuro di ritrovarle. So bene che sto dicendo delle banalità, ma sapessi quanto mi conforta sapere che c’è un cielo che si può osservare eguale da distanze così remote. Questo mi fa pensare a quanto si è stupidi noi uomini con la guerra che ci facciamo. Abbiamo tante cose in comune! Perché odiarci? Ti sto scrivendo al lume di candela, perché non abbiamo la luce elettrica. Dicono che c’è stato un guasto alla Centrale, ma non so se sia la verità. Si sente continuamente gridare nel campo e i tedeschi paiono più nervosi che nei mesi scorsi. Noi si deve fare molta attenzione, perché una piccola disobbedienza, una piccola distrazione, ci possono condurre alla morte. Ed io voglio poter ritornare a casa, potervi riabbracciare, riabbracciare te; tornare alla vita che facevo; rivedere la mia casa, quella corte dove si è tutti amici. Spero che nessuno dei miei compagni sia morto e che tutti si ritorni a casa sani e salvi. Confida in Dio, amore, e vedrai che ce la faremo a superare questi momenti terribili. Chi l’avrebbe immaginato, quando eravamo fidanzati e facevamo i nostri sogni, i nostri progetti, che poteva accaderci una cosa di questo genere? La guerra l’avevo letta sui libri, a scuola. Pareva sempre lontana, una cosa che non apparteneva a noi. E invece… ecco che mi è caduta addosso come una valanga; è caduta addosso a me e a te, soprattutto, rendendoci infelici, noi che ci saremmo accontentati di così poco per essere felici. Quando ritornerò, bada, non voglio mettermi fisime nella testa. Voglio accontentarmi del poco che ci necessiterà. Tu controlla che io non mi metta grilli in capo. La felicità sta nella serenità della nostra vita, e per avere la serenità, ci si deve accontentare di quello che serve, non di più. Mi sono imposto di cambiare, quando sarò tornato. Ti ricordi, volevo spianare mare e monti per te. Sbagliavo, sbagliavo. La guerra mi fa discernere ciò che è importante da ciò che non vale la pena di avere, ed io so ora con certezza che quello che conta è che noi ci vogliamo bene. Ogni cosa si supera se c’è l’amore tra noi. Perfino la povertà più nera non ci tocca, se ci amiamo. Se ci amiamo, noi teniamo in pugno la nostra felicità. Con il nostro amore la facciamo prigioniera dentro noi stessi. Continua ad amarmi, Angela, come ti amo io, che non vivo se non per ritornare da te. Il tuo Tonio

 

La piegò, dopo averla letta per una seconda volta, e la depose nella scatola di cartone dove teneva le altre. Poi corse via, perché era tardi e avrebbe perso il pullman, se no.

 

Caro Tonio,
rispondo alla tua lettera con qualche giorno di ritardo, perché non sono stata bene. Nulla di grave, naturalmente, una strana debolezza, che deriva certamente dalla situazione che stiamo vivendo. Non devi darti pensiero. Ora sto bene, e mi sono rimessa come se quel disturbo non lo avessi mai avuto. Stai sereno, perciò. Devi sapere che il lavoro in fabbrica mi assorbe molto, e devo sgobbare se voglio mantenermi il posto. È capitato che delle mie amiche sono state chiamate in Direzione e ammonite. Quando torno a casa sono stanca morta, e mi metto subito a dormire. Mia madre qualche tempo fa mi ha portato un regalo, non lo faceva da molto tempo e sono rimasta sorpresa: un paio di calze nere bellissime, che mi fanno molto elegante quando le indosso. Oddio, non ci sono molte occasioni per portarle, ma la domenica, quando a volte esco con Primetta, me le metto e so che ci faccio un gran figurone. Non sarai geloso se ti confesso che qualche uomo mi guarda quando sono in città, ma io penso a te, e così allontano e sconfiggo ogni tentazione. Tu sei in cima ai miei pensieri e non devi dubitare dell’amore che ti porto. Vorrei averti qui, accanto a me, e abbracciarti, baciarti. Non sai quanto mi manchi e quanto dolore mi procura la tua lontananza. Spero che questa guerra finisca presto. Ho paura che ci renda diversi, che quando ci rivedremo non saremo più gli stessi. Dio non voglia, non saprei come vivere senza di te. Un bacio ed un abbraccio anche dai miei cari. La tua Angela

Si deve dire a questo punto che in quegli anni che precedettero la guerra e anche in quelli immediatamente successivi, nelle antiche città come Lucca la vita si svolgeva all’interno dei rioni, che erano quasi tutti di carattere popolare, se si eccettui il centro della città medesima. Nei rioni vi era una solidarietà fraterna ma anche morbosa, soprattutto quando si trattava della vita dei giovani, e della vita soprattutto delle ragazze e dei ragazzi che si avvicinavano al tempo delle loro conquiste amorose. Guai se qualcuno di fuori entrava nel rione con l’intenzione di portarsi via una delle sue ragazze o dei suoi ragazzi. Si faceva di tutto perché l’estraneo, dopo un po’ di vani corteggiamenti, se ne tornasse da dov’era venuto con le pive nel sacco. Non si può descrivere, tanto era festosa ed eccitata, l’atmosfera delle occasioni in cui un ragazzo e una ragazza del rione s’innamoravano e si  fidanzavano. Perfino i loro genitori, quando scendevano in strada, erano gonfi di orgoglio ed anche di vanità per questo successo che rispettava ed imponeva in modo così visibile la tradizione.
Nelle campagne c’erano le corti, invece, con una funzione ed un significato più ampio e profondo, quasi religioso. La corte è – giacché ancora ne esistono in Lucchesia, ma anche altrove, dove vi sia stata radicata una intensa vita agricola – un agglomerato di case che sorgono intorno ad un’aia. Queste sono quasi sempre costituite da tre piani, al piano terra vi è sistemata la cucina con il caminetto e la sala da pranzo e un piccolo salotto per ricevere. Ai piani superiori si trovano le camere e l’unico bagno o gabinetto. Le finestre di solito dànno sull’aia o cortile, salvo per quelle case che si affacciano anche sulla strada provinciale o statale, che hanno le finestre pure su questo lato. Ogni casa aveva in quegli anni a fianco, o sopra una stanza del piano terra, una capanna per alloggiare il fieno, e sempre c’era una stalla per le bestie e per gli attrezzi. Qualche volta, nelle corti più grandi, si trova ancora oggi, malamente conservata, perfino una cappella, adibita allora alle funzioni dei mesi specialmente di maggio e giugno, dedicati alla Madonna e al Sacro Cuore. Ma anche per le Rogazioni e la Via Crucis. Come già si può capire, la corte era una piccola comunità, dove il lavoro dei campi per gli uomini e il lavoro casalingo per le donne erano il rosario quotidiano. Ogni tanto il curato passava a fare visite che erano sempre gradite e non gli si faceva mancare un dolcetto e un buon bicchiere di vino della propria vigna. Succedeva anche che qualcuno di questi abitanti di corte fosse così influente e qualche volta ricco (di animali e di campi soprattutto) che la corte prendeva il suo nome. Così, dalle parti in cui si svolge la nostra storia, noi troviamo Corte Puccinelli, Corte Pera, Corte Modena e via dicendo, che sono nomi di famiglie realmente esistite. Ricordo che una volta si insediò in una di queste corti una nuova famiglia così influente da tentare di mutare il nome della corte. Non ci fu verso, non la spuntò. Chi impregnò, negli anni in cui la corte aveva un senso di vita comune e di dominio, del suo personale profumo quelle case e quei cortili, oggi sopravvive ad ogni attacco, forgiatosi nei tempi in cui erano il sudore della fronte e la capacità di intendersi con la terra, con la campagna, a marchiare la propria fama. Ogni corte ha la sua storia, e si potrebbero scrivere dei libri per ciascuna, e qualcuno l’ha fatto per quella del proprio cuore, legata spesso alla sua discendenza.
Così, per questa vita tanto raccolta e intensa, intima, accadeva che la corte fosse sottoposta a regole ben più severe di quelle che vigevano nella città e nei rioni. L’onestà soprattutto, e infine lo spirito di altruismo e di solidarietà, dovevano restare il fondamento di ciascuno. Sin da piccoli, giocando in mezzo al granturco steso al sole sulla massicciata, o respirando il profumo delle corone di aglio e di peperoni appese ai muri, si cresceva respirando il monito di una vita improntata alla laboriosità e alla rettitudine. La sera, soprattutto nelle belle giornate, tornati dai campi, donne e uomini della corte, specialmente dopo cena, mettevano fuori le seggiole impagliate e si radunavano vicini uno all’altro a chiacchierare: si discorreva di tutto, e non c’era voce importante, come quelle della politica e della vita di città, che non passasse dalle loro bocche, non ignare perciò di quello che accadeva intorno. Ma naturalmente gran parte dell’attenzione era dedicata al pettegolezzo, alla burla, al favoleggiare. Nascevano storie perfino inventate, per mettere paura ai ragazzi quando, stanchi di giocare, raggiungevano gli adulti, e magari si sedevano per terra o sopra una pietra e aprivano le bocche coi nasi all’insù e non fiatavano, incantati da quei vecchi e magici narratori. Oppure erano favole antiche tramandatesi di bocca in bocca e di generazione in generazione a infittire le ore del riposo e della fraternità. Secondo le caratteristiche di ciascuno nascevano i soprannomi, dei più curiosi, e tutti legati da un filo di verità: Il Gobbo, Lo Sdentato, Il Mago, Sputone, Mela, Tredita, Canterino, Piscione, La Pettegola, La Culona, La Bavosa, Puppore d’oro, La Stallona, La Cerva, e così via, e quelli erano nomi che contavano più dei veri, e solo se li pronunciavi la gente capiva.
Il paese aveva più di una corte e il loro numero dipendeva dalla sua grandezza: sulla strada che da Lucca porta a Pisa, detta appunto la via pisana vecchia, per distinguerla dalla nuova, a mano a mano che ci si allontana dalla città e ci si avvicina al confine con Pisa, segnato all’ingresso di Ripafratta, questi paesi sono in realtà paesoni di molte case e di molte corti: Sant’Angelo, San Donato, Nave, Montuolo. E ancora vi si respira, soprattutto a Sant’Angelo e a Montuolo, il fervore e il profumo di quegli anni. Ci si vive bene, e il morbo della città ancora se ne tiene lontano.
Allorché taluni di questi valori erano – negli anni che stiamo raccontando – violati, erano guai per chi li trasgrediva, la vergogna rimbalzando un po’ su tutti. Quando a qualcuno capitava il carcere, il lutto sembrava cogliere la corte. Lunghi e tristi silenzi. Ma l’onta maggiore, quella che faceva arrossire e perdere la dignità, era rappresentata dal tradimento delle donne. Non ci si passava sopra, come fosse faccenda che riguardasse non il marito cornuto, ma tutti, uomini e donne della corte, e spesso non solo di quella colpita. Infatti, l’onta contagiava anche le corti confinanti, e si passavano in rassegna tutte le donne, tutte le ragazze, sia pure incolpevoli, ma osservate come se cercassero di nascondere anch’esse il proprio tradimento, la violazione, ossia, di un codice morale radicatosi nei secoli.
Si vigilava sulle donne come si vigilava sul proprio bestiame o sui denari nascosti sotto il materasso. Quando una donna camminava per strada, c’erano sì gli sguardi cupidi degli uomini ad accompagnarla, ma implicita era la curiosità di dove andassero a finire quei passi sensuali e quell’ancheggiare che toglievano il respiro. Le donne lo sapevano bene di essere osservate, controllate, e anche desiderate, e si dovevano districare tra questi sentimenti, l’ultimo dei quali era davvero tentatore, giacché stimolava la loro vanità e la passione. Allorché uno sguardo le carezzava, esse l’avvertivano, fremevano. Erano vulnerabili, perciò, in quegli anni in cui la guerra aveva allontanato molti uomini, e molti mariti, e così poteva succedere che qualche donna non resistesse alle lusinghe e al desiderio e trovasse un amante. Qualche volta era talmente brava che riusciva a farla franca, ma erano casi davvero rari e fortunati. Il più delle volte la tresca era scoperta, spesso per caso. Allora, dapprima nasceva il sospetto, si concentrava l’attenzione sulla donna senza darlo a vedere, e per giorni e giorni, quando uno, quando l’altro, si cercava conferma del sospetto. E infine eccola che arriva: l’adultera è colta sul fatto, senza che se ne accorga. È il risultato di un appostamento sapiente, guardingo. E questo fatale momento non recava gioia a nessuno, tutt’altro; esplodeva la rabbia, e si riversavano sulla donna tutte le malvagità che la storia le ha riservato nel corso dei secoli: un essere tentatore e lussurioso, pronto a tradire per un capriccio legato ai sensi: una figlia del diavolo, come aveva sostenuto la Chiesa un tempo.
La donna quasi mai si avvedeva di essere stata spiata e sorpresa. Trascinata dal furore amoroso, scaldava con la stessa passione dei primi giorni il letto dell’amante, o l’androne di un portone nascosto nella campagna o nella città, o il cantone di un muro in qualche luogo lontano, e ciò fino a quando non era decisa la punizione per lei.
Consisteva nella cosiddetta “scampanata”, diffusa nella Lucchesia proprio in quegli anni e soprattutto nei paesi in cui questa storia è ambientata, oggi del tutto scomparsa e rimasta solo come un ricordo lontano nella memoria dei più anziani.
Quelli che avevano scoperto il tradimento, passavano la voce agli amici coi quali solevano regolare queste faccende, e così si fissava la data di una sera in cui ci si recava sotto la finestra della donna a cantargliene di tutti i colori. Ci si andava muniti di coperchi di pentola da sbattere uno contro l’altro, di tamburi, di fischietti, di trombette, di bastoni, di campanacci e di ogni altro oggetto di fantasia che producesse fragore. Si partiva da fuori della corte, magari dalla corte vicina, o dalla strada, e giunti sotto le finestre della sventurata, si cominciava il fracasso: era talmente assordante che subito tutti spalancavano le finestre o accorrevano dalla strada e dalle altre corti. Dopo il fracasso improvviso, una breve pausa consentiva di scandire il nome della donna, a voce così alta che tutti potessero udirlo. Ricominciava il fracasso e di nuovo si riudivano le voci che chiamavano la donna, ed infine si dava sfogo agli insulti, a cominciare da quelli di: “puttana”, “troia”, “battona”, “maiala”, ed altri che si coniavano lì per lì per fantasia, coloriti con fraseggi che non erano meno tuonanti degli attrezzi che si sferragliavano. Tutte le luci si erano a questo punto accese, e tutte le finestre illuminate, salvo quella della disgraziata, che rimaneva chiusa, buia, a rimarcare la colpa. Ci voleva del coraggio, infatti, che poche avevano, per affrontare il vituperio di quell’orda di scalmanati, i quali un po’ lo facevano per rabbia e un po’ divertendosi, essendo stati nutriti dalla stessa aria che fece maturare in corpo al Boccaccio quello spirito che, poi, è di tutti i toscani.
Da quel momento, il destino dell’adultera era segnato per sempre. Difficilmente si dimenticava, e difficilmente la vita tornava a sorriderle.

 The Shaming #6

X

 

    A letter arrived from Tonio.

    Dear Angela,

    I hope you’re all well, you especially, but also your mother and Primetta. How is your little sister? I imagine her growing up and becoming prettier than ever. Is she still as cheeky as she was? Give her a big kiss from me and one for your mother too.
As far as my health is concerned, I’m over the dysentery but I had a really bad time of it. Day and night. It was hellish. I’m still a bit weak but I hope I’ll get stronger in the next few months. Unfortunately some of my friends have died. One of them was his mother’s last remaining son, after two others died on the Russian front. She’s already old, has no other children and will be all alone, since she was widowed years ago when her children were still little. I ask myself if it’s right that such things happen. He slept near me. He’d had a high temperature for a few days and they let him stay in bed. We thought he’d be all right. People often have a fever, including me, but it goes away and you go back to work like before. When we left the hut early in the morning and said goodbye to him, we all said it would be the same for him. But one morning when we woke up, he was dead. No one had heard his end approaching in the night. We’re tired in the evening and the little sleep they let us have is one of the few things left to us.
Another thing is the memory of our loved ones and for me, it’s the memory of your love. I know you miss me and I miss you so much. Before I go to bed, before I go back into the hut, I look up at the starry sky and I say to myself, these are the same stars that you see. I’ve noted the position of three of them in particular. Each one under the other and very bright. I’ve fixed them in my mind and when I come home and look up at the sky, I know I’ll be able to find them again. I know what I’m saying sounds silly but I want you to know how much it comforts me to think that there’s a sky we can all see in the same way from places far apart. This makes me think  how stupid we men are with this war. We have so much in common. Why do we hate each other?
I’m writing by candlelight because we don’t have any electricity. They say there’s been a breakdown at the power station but I don’t know if that’s true. There’s constant shouting in the camp and the Germans seem more bad-tempered than they used to be. We have to be very careful because even the slightest disobedience or carelessness can have us shot. And I want to come home, to be there to put my arms round you again, to come back to the life I had, to see my house again and the courtyard where we’re all friends. I hope none of my friends are dead and that they’ll all come home, safe and sound. Trust in God, darling, and we’ll get through this terrible time. Who could have imagined when we were engaged and had our dreams and were making plans, that something like this would happen? I’d read about the war in books at school. It seemed a long way away, something that had nothing to do with us. But then it fell on me like an avalanche. It fell on you and me, you in particular, and made us unhappy, when we needed so little to make us happy. When I get home, I don’t want to get any stupid ideas into my head. I want to be happy with the little we need. You must keep an eye on me so I don’t get any notions. I’m determined to change when I get back. Do you remember how I wanted to move mountains for you? I was wrong, wrong. The war has made me see the difference between what’s important and what’s not and now I know with certainty that what counts is that we love each other. If we love each other we can overcome anything. Not even the direst poverty can touch us if we love each other. If we love each other, we have our happiness in our own hands and we’ll make it our prisoner. Keep loving me, Angela, as I love you. I live only to come back to you.
Your own Tonio.

    She read the letter for a second time, folded it and put it in the cardboard box with the others. Then she quickly left the house. It was late and she would miss the bus if she didn’t hurry.

    Dear Tonio,

    I’m replying to your letter a few days late because I haven’t been very well. Nothing serious, of, course, just a strange feeling of weakness which is no doubt due to the situation we’re in. You mustn’t worry about me. I’m fine now and I’ve got over it as if I’d never had this little ailment. So don’t give it a thought. I have to tell you that working in the factory takes up most of my time and energy and I have to work really hard if I want to keep my job. Some of my friends were hauled up before the managers and warned. When I get home I’m dog-tired and just go to sleep.
A little while ago my mother brought me a present. She hasn’t done that for a long time and I was surprised – a pair of beautiful black stockings. When I put them on I look really elegant. Goodness knows, there aren’t many occasions for wearing them but on Sundays I sometimes go out with Primetta, and then I put them on and I know I look very smart. You mustn’t be jealous if I tell you that some men look at me when I’m in Lucca but I think of you and they go away and I conquer temptation. You are the first among my thoughts and you mustn’t doubt the love I have for you. I long to have you here beside me, with my arms round you, kissing you. You don’t know how much I miss you and how sad it makes me that you’re so far away. I hope the war will soon be over. I’m afraid it will have changed us and that we won’t be the same any more when we meet again. God forbid. I wouldn’t know how to live without you.
A kiss and a hug from me and from my mother and Primetta as well.
Angela

    Here I should explain that in the years before the war and immediately after, life in old towns like Lucca revolved around the various neighbourhoods and these were entirely working class with the exception of the town centre. There was a solidarity in these districts that was fraternal, sometimes excessively so, especially in relation to the lives of the young people and in particular, those who were approaching the age when they would fall in love. Anyone coming into the neighbourhood with the intention of carrying off one of the local girls or boys was emphatically not welcome. People did everything they could to make sure that the outsider, after a little futile courtship, went back where he come from, disappointed. The atmosphere when a boy and girl in the district fell in love and got engaged was so festive and excited that it’s impossible to describe. Their parents walked along the street puffed up with pride and self-importance because the event accorded with tradition and reinforced it in this very visible way.
    In the countryside, on the other hand, there were the corti which had a wider, deeper, almost religious function and significance. A corte is – some still exist in the Lucchesia and elsewhere, where agricultural life is deep-rooted – a group of houses built round a courtyard. The houses are almost always on three floors, with the kitchen and its fireplace, the dining room and little sitting room for receiving company on the ground floor. On the upper floors are the bedrooms and a single bathroom or toilet. The windows usually face on to the corte, though some also have windows on the side looking out over the main road. At that time, each house had a shed for hay at the side or a hayloft above one of the ground floor rooms, and a barn for the animals and tools. Sometimes, in the bigger corti, you can still find a neglected chapel, once used for services, in May and June especially, in honour of the Madonna and the Sacred Cross, and sometimes also for Rogation Days and the Via Crucis. You can understand that the corte was a little community where each day the men worked in the fields and the women in the house. Every now and again the parish priest came to call. His visits were welcome and the women made sure there was always a slice of cake for him and a glass of wine from the family’s own vines. In some cases, one inhabitant of the corte was so influential and sometimes so rich (in livestock and fields, in particular) that the corte was named after him. In the area where this story took place you will still find Corte Puccinelli, Corte Pera, Corte Modena and so on, named after families that actually existed. I remember a new family installing itself in one of those corti and becoming so powerful there that they wanted to change its name. No one approved, however, and they didn’t succeed. During those times when the corte meant communal life and authority, a man who made his influence felt in its houses and farmyards could survive anything, forged as he was at a time when it was the sweat of his brow and his ability to come to terms with the earth and the land that gave him his reputation. Every corte has its story and a book could be written about each one. Some people have done this for the one they love best, often the one where their forefathers lived. 
    Because life was so close-knit, intense and intimate, the corte was subject to rules that were much stricter than those in the cities and city neighbourhoods. The basis for everyone was, and had to be, honesty above all, and the spirit of altruism and cooperation. From the time they were children, playing amongst the corn laid out on the rough road or breathing in the smell of the strings of garlic and peppers hanging on the wall, people grew up absorbing the stern rules of a life marked by hard work and rectitude. In the evenings when they came back from the fields, especially during the summer after dinner, men and women took their straw-bottomed chairs outside and gathered close together to chat. They talked about everything. There was no important news in politics and life in Lucca that they didn’t discuss and they were by no means unaware of what was going on round about them. Naturally, however, their talk mostly consisted of gossip, jokes and stories. They invented stories to frighten the children when they got tired of playing and went to be with the adults. They sat on the ground or on a stone, with their mouths open and their faces raised, scarcely breathing as they fell under the spell of those old story-tellers. Sometimes the stories were ancient, handed down and told from generation to generation to pass the hours of rest and companionship. Everyone had a nickname according to some characteristic – the men might be Hunchback, Toothless, Magician, Spitter, Apple, Threefingers, Songbird and Pisser, and the women Gossip, Bigbum, Dribbler, Goldtit, Horsy, the Deer and so on. These names meant more than their real names and people only understood who you were talking about if you used them.
    A village had more than one corte and the more it had the bigger it was. On the road from Lucca to Pisa (called the old Pisa road, to distinguish it from the new one) as you get further away from Lucca and nearer Pisa at Ripafratta, you come to the villages of Sant’Angelo, San Donato, Nave and Montuolo which are really small towns consisting of many houses and corti. In Sant’Angelo and Montuolo, in particular, you can still sense the bustle and atmosphere of the past. Life is good there and the malaise of the city is still kept at arm’s length. 
At that time, violating any of the values of the corte meant disgrace for the person concerned and the shame reflected a little on everyone. When someone was sent to prison, the whole corte went into mourning and there were long sad silences. The greatest shame, however, the one that made people blush and feel demeaned, was a woman’s infidelity. They couldn’t ignore it, as if it was something that affected only the husband. It affected every man and woman in the corte and sometimes not only them. The shame would spread to the neighbouring corti and all the women and girls, guiltless though they were, were scrutinised and observed as if they were trying to hide their own betrayal. It was the violation, in other words, of a moral code that had been deeply engrained for centuries.
    The men kept a watch over the women as they kept a watch over their animals or the money hidden under their mattress. When a woman walked down the road, certainly the men would follow her lustfully with their eyes, but while they gloated over her gliding walk and swaying hips, implicit in this was wondering where it would lead her to in the end. The women knew very well they were being not only watched but also desired and they had to distance themselves from this. The feeling of being desired was dangerous because it aroused their vanity and their own passion. Whenever a man looked lingeringly at a woman, she felt it and it excited her.
    Now that the war had sent so many men and husbands far away, women were vulnerable and it therefore happened that some of them could not resist the flattery and the desire and they took a lover. Sometimes they were clever enough to get away with it but this was rare and they were lucky. Usually the affair was discovered, often by chance. First there was suspicion and then people began to watch the woman secretly day by day. First one person and then another would start looking for something that would confirm the suspicion. Eventually it happened and before she knew what was happening, the woman was caught out, through sly, covert surveillance. The fatal moment brought pleasure to no one. On the contrary, there was an explosion of anger and the woman was accused of all the evils that history has reserved for women down the centuries – lustful, temptress, faithless and frivolous. The Devil’s daughter, as the Church used to maintain.
    The woman almost never supposed she was being spied on and would be found out. The frenzy of love and desire made her heedless and continued to take her to her lover’s bed or to a hidden doorway in the countryside or the town, or the corner of a wall in some distant place, for as long as her punishment was undecided. This punishment was the so-called scampanata,[1]which was common in the Lucca area at that time, especially in the villages in which this story is set. It has completely disappeared now, remembered only by the very old.
    The people who first discovered the infidelity would tell the friends with whom they usually organised these events and they would fix an evening to gather under the woman’s window where they would shout and jeer. They went with saucepan lids, drums, whistles, trumpets, sticks and anything else that would make a noise. They set off from outside the corte, perhaps from a neighbouring one or from the main road, and when they reached the poor woman’s window, they started the hullabaloo. This was so loud that everyone immediately threw open their windows or ran in from the road or the other corti. After the first burst of noise, there was a pause and the woman’s name was called out, loudly and clearly enough for everyone to hear. Then the din started again, voices called out to the woman and the insults came thick and fast, “whore”, “slut”, “street-walker”, “prostitute” and others invented on the spur of the moment, the shouting and chanting as thunderous as the clanging of the “instruments”. By then all the lights had been turned on and all the windows were bright except for the victim’s. Her window was closed and dark, a sign of her guilt. It required a kind of courage that few possessed to face the abuse of that baying horde. They were there because they were angry but also to enjoy themselves, having grown up breathing the same air that nurtured the spirit of Boccaccio, which is, after all, the spirit of all Tuscans.
    From that moment, the adulteress’s fate was sealed. There was little chance she would forget, little chance that life would smile on her once more.

[1] Thomas Hardy describes a similar tradition, called “the skimmington“, in chapter 39 of The Mayor of Casterbridge.
 


Letto 4513 volte.


3 Comments

  1. Pingback di Romanzo: La scampanata/A novel: The Shaming (Trad. Helen Askham) #6 · — 4 Agosto 2008 @ 02:54

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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart